Premio Nazionale Pratola

Il Premio Nazionale Pratola, quando la cultura incontra la luce dell’Abbazia morronese Emozioni e suggestioni dell’edizione 2026, i nomi degli insigniti   di Goffredo Palmerini     SULMONA – Ci sono pomeriggi in cui la luce sembra avere memoria. Scende lenta, sfiora le pietre, si posa sulle architetture come una mano antica che riconosce ciò che tocca. Così accade all’Abbazia di Santo Spirito al Morrone quando il sole del tardo giorno si inclina verso la Valle Peligna e il monte che le dà il nome si accende di riflessi dorati. È un momento che non si può descrivere, si può solo abitare. In questa luce sospesa, sabato 6 giugno, ha preso forma la XVII edizione del Premio Nazionale Pratola, un appuntamento che non è più soltanto una cerimonia, ma un rito civile, un incontro tra eccellenze e territorio, un modo per affermare che la cultura, quando è autentica, è un ponte che unisce, un respiro che attraversa.   Ci sono poi luoghi che non si limitano a ospitare un evento, invece lo amplificano, lo custodiscono, lo trasformano in un’esperienza. L’Abbazia di Santo Spirito è appunto uno di questi. Nel pomeriggio, quando il sole inizia a scendere, l’imponente complesso celestiniano, tra i più grandi d’Italia, sembra tornare a respirare come nel tempo di Pietro del Morrone, l’eremita che qui cercò silenzio e trovò una visione. Questo lo scenario suggestivo dell’edizione 2026 del Premio Nazionale Pratola, un appuntamento che negli anni ha saputo crescere fino a diventare una delle manifestazioni culturali più riconosciute dell’Abruzzo. Un premio che non celebra solo eccellenze, racconta un territorio, un’identità, un modo di intendere la cultura come servizio e come dono.   L’Abbazia è un respiro di storia che avvolge tutto. L’Abbazia non è un fondale, è quasi una creatura vivente. Fu la casa generalizia dei Celestini, il luogo dove Pietro Angelerio – futuro papa Celestino V – quando nel 1241 vi arrivò trovandovi una semplice cappella dedicata a Santa Maria, la ampliò avviando man mano la costruzione di una chiesa dedicata allo Spirito Santo, con monastero annesso, ispirandosi alle previsioni teologiche di Gioacchino da Fiore e alla speranza di un’Era dello Spirito che avrebbe rinnovato la Chiesa, liberandola dal potere temporale e avviandola ad un tempo spirituale, di pace per l’umanità e di perdono tra gli uomini, sotto la guida di un “Pastor Angelicus”.   E infatti, quel monaco che sarebbe poi diventato nel 1294 Papa Celestino V, ispirò nell’abbazia diverse rappresentazioni pittoriche della colomba, simbolo dello Spirito Santo, ancor oggi ben visibili. All’interno dell’abbazia c’è la stupenda chiesa a croce greca, che presenta pregevoli opere in legno, tra cui il coro di Leonardo Macchione di Pacentro. E poi la Cappella Caldora, con affreschi attribuiti a Johannes de Sulmona e in una nicchia ad arco semicircolare il monumento sepolcrale dei Caldora, scolpito nel 1412 da Gualterio de Alemania.   Riformando la regola benedettina è qui che Pietro del Morrone fonda la comunità monastica dei Celestini, è qui che si radica la spiritualità che lo avrebbe portato al soglio pontificio, è qui nell’eremo di Sant’Onofrio sulle coste del monte Morrone che l’elezione a papa, nel Conclave di Perugia, gli viene comunicata, è qui che sceglie di andare a L’Aquila per essere incoronato pontefice, il 29 agosto 1294, istituendovi il primo giubileo della storia, la Perdonanza. Questo è dunque un luogo che trasuda storia, meditazione e spiritualità profonda. Questo luogo incornicia, dopo quella del 2025, anche l’edizione 2026 del Premio Pratola.   Alle 16 e 30 la navata della chiesa abbaziale è già colma. Il pubblico riempie anche le cappelle laterali, come se la comunità peligna voglia abbracciare l’evento con la stessa intensità con cui l’Abbazia abbraccia la sua storia. A condurre la cerimonia, il giornalista Enrico Giancarli, volto di Rete 8, con la sua consueta bravura. Testimonial d’eccezione è Marcello Sorgi, editorialista de La Stampa, premiato nel 2019. I saluti iniziali hanno il tono delle cose autentiche. Mons. Michele Fusco, vescovo di Sulmona-Valva, richiama la spiritualità del luogo e il messaggio celestiniano di perdono e riconciliazione come via alla pace; Pierpaolo Bellucci, presidente dell’Associazione Futile Utile, racconta la sfida dei quindici anni di vita del Premio nel farlo crescere con coraggio e visione; le Consigliere regionali Antonietta La Porta e Maria Assunta Rossi sottolineano il valore culturale e identitario dell’iniziativa; il sindaco di Sulmona Luca Tirabassi annota come il Premio sia ormai un punto fermo della vita culturale abruzzese. Gli insigniti confermano il ritratto dell’Italia migliore, che compete, che informa e racconta, che con l’arte crea. Eccoli, in sintesi, i vincitori del Premio 2026.   Francesca Lollobrigida, la velocità che diventa esempio. Campionessa olimpica di pattinaggio su ghiaccio, due ori ai Giochi di Milano-Cortina, dedica il premio alla famiglia, invitando i giovani a non arrendersi mai. La sua voce ha il passo di chi conosce la fatica e la trasforma in velocità e luce. Antonio Polito, la profondità del pensiero civile. Vicedirettore del Corriere della Sera, è un intellettuale che da anni interpreta l’Italia con lucidità e misura. La sua presenza porta il peso della parola ben usata, quella che costruisce. Antonio Preziosi, ovvero la storia del TG2. Direttore della testata Rai, che quest’anno compie 50 anni, ricorda il valore del servizio pubblico e la responsabilità di raccontare il Paese con rigore.   Lodovica Bulian, la voce sul campo. Inviata Mediaset del programma Quarta Repubblica, porta la testimonianza di un giornalismo che vive nelle strade, nelle piazze, nei luoghi dove la cronaca accade. Pierluigi Franco, trent’anni di mondo. Per tre decenni nella redazione Esteri dell’ANSA, è un giornalista che ha attraversato crisi internazionali, guerre, vertici globali, portando sempre con sé la sobrietà del cronista vero. Remo Rapino, la letteratura degli invisibili. Premio Campiello, voce poetica e profonda, parla della sua scelta di raccontare gli ultimi, i dimenticati, i personaggi che vivono ai margini, ma che custodiscono un’umanità luminosa nel cuore.   Edoardo Purgatori, il teatro e il cinema come eredità di valori. Attore tra i più promettenti del panorama italiano, dedica il premio al padre Andrea,

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Fare cultura parlando di vini

  Il ruolo di cantine sociali e cooperative è stato fondamentale nella storia dell’enologia italiana, a volte travalicando anche il mondo del vino per assumere un ruolo di centralità nella vita di tante comunità rurali  rappresentandone l’essenza identitaria e culturale. Nate con l’obiettivo di favorire le attività di cantina salvaguardando l’economia e le attività commerciali dei conferitori, sono diventate nel tempo custodi di viti, vini, vitigni e antichi saperi, che altrimenti sarebbero andati perduti. Insomma, una storia comune quella di Antica Hirpinia, che nasce come cantina sociale nel 1959 in Contrada Lenze nel comune di Taurasi (AV), diventando “Enopolio del Taurasi” nel 1972. Ha esercitato da sempre una fondamentale resistenza all’espianto di più vigneti possibile, permettendo al patrimonio degli autoctoni di giungere fino a noi preservando piante di oltre un secolo che oggi, consentono di riprodurre il materiale genetico originario da trasmettere agli impianti di nuova generazione. Dal 2016 questa eredità è raccolta nelle mani di tre soci fondatori di Antica Hirpinia, che ai loro 20 ettari di vigneto aggiungono il contributo dei conferitori con 140 ettari circa, spesso piccoli appezzamenti famigliari che hanno attraversato il tempo salvaguardando la loro biodiversità. Le altitudini variano tra 400 e 700 metri slm in un ambiente di grande bellezza, dove le massiccia presenza boschiva e montuosa determina inverni rigidi ed evita eccessivi surriscaldamenti estivi. Condizioni che unite alla natura vulcanica dei suoli sono garanzia degli elevati picchi qualitativi immediatamente percepiti all’assaggio dei vini. Per i bianchi Fiano, Greco di Tufo, Falanghina e Coda di Volpe si dividono lo scettro del migliore bianco, mentre per i vitigni a bacca nera è L’Aglianico il protagonista assoluto. Dalle sue uve coltivate nel Comune di Mirabella, viene vinificata nel 1992 la prima bottiglia di Taurasi Docg a cui negli anni seguirà il Taurasi Riserva sempre da vigneti nelle stesse terre. Da allora molti passi sono stati fatti e oggi Antica Hirpinia guarda al futuro circondandosi di professionisti specifici di massima competenza nei loro rispettivi ambiti, ma fondamentalmente tutti appassionati del loro territorio, requisito imprescindibile che condividono con i fondatori Alfonso Romano, Benedetto Roberto, e Ciriaco Bianco. A quest’ultimo, che ringraziamo per la disponibilità, abbiamo avuto la possibilità di fare qualche domanda: Una storia di passione che nasce nell’Italia contadina anni 60 intorno alla quale si sviluppava l’economia di interi paesi. È da questa centralità della vite e della terra che nasce il sogno che poi diventerà tanti anni dopo la vostra missione? Come quasi tutte le cantine cooperative nate in quegli anni, anche la nostra aveva come obiettivo primario quello di vedere meglio remunerate le uve prodotte dai piccoli viticoltori del territorio, rispetto alla vendita a vinificatori e imbottigliatori che non ne garantiva la sussistenza. In più abbiamo aggiunto un fatto fondamentale: oggi produciamo solo vini di qualità. Da quelli base ai nostri top, l’impegno primario è avere prodotti dall’ottimo rapporto qualità-prezzo, ma sempre più spostati verso la qualità Tre amici alla guida di una squadra di tante persone tutte del territorio, che dopo aver maturato le loro esperienze si sono ritrovate in questo viaggio nelle proprie radici. Come si fa a mettere d’accordo tante personalità? Ovviamente non è facile, ci possono essere opinioni anche molto diverse sui programmi e le modalità di gestione, ma gli obiettivi sono gli stessi: qualità in vigna e in cantina, prezzo corretto, difesa e valorizzazione dei migliori vigneti della terra Irpina che sono la nostra vera ricchezza Un’operazione che oggi permette di avere piante di oltre cento anni e salvaguardare il patrimonio vitivinicolo della zona. È stata questa una delle vostre motivazioni principali? Sì, è grazie all’impegno che la cantina ha mantenuto fin dall’inizio se la nostra zona non ha visto scomparire completamente la viticoltura che da allora ad oggi è un’attività sostanzialmente ridotta con l’espianto di tantissimi ettari di vigneto. Una perdita sul piano paesaggistico e di biodiversità davvero enorme. Oggi il nostro obiettivo è quello di proseguire su questo percorso anche mantenendo legami forti con i piccoli viticoltori che continuano a conferire a noi le loro uve. La viticoltura Campana anche se apprezzata non ha ancora raccolto quanto merita e i vostri bianchi autoctoni ne sono esempio evidente. Possono duettare tranquillamente con le altre zone d’Italia più vocate per questi vini. Cosa si può fare a livello comunicativo per metterli in evidenza? Come Antica Hirpinia stiamo investendo molto per farli conoscere alla stampa sia nazionale come internazionale. Invitiamo i giornalisti a conoscere la nostra zona di persona tramite press tour che interessano la parte viticolo-enologica ma anche quello storico-turistica con la visita al centro di Taurasi e ai più bei vigneti. Purtroppo, finché non verrà fatto un programma di promozione regionale o almeno di territorio, cioè dell’Irpinia, gli sforzi del singolo daranno risultati al brand, ma non a tutta l’area che sarebbe invece la cosa migliore per avere davvero risultati importanti. Anche l’Aglianico sta facendo la sua scalata e rispetto al passato viene sempre più apprezzato. Cosa è cambiato a livello produttivo da parte delle Cantine che lo vinificano? Probabilmente i più hanno compreso, come noi, che la via è quella della qualità e non quella della quantità perseguita fino a non tanti anni fa. Ciò vuol dire investire molto in vigna ed in cantina, ma non ci sono alternative. Qual è il vostro approccio alla sostenibilità e come la praticate nella gestione della vostra Azienda? I vigneti da cui produciamo la nostra linea principale “Antica Hirpinia” sono tutti a conduzione biologica. Per quanto riguarda la gestione in cantina stiamo facendo passi avanti, ma abbiamo ancora bisogno di tempo. La “sostenibilità” non è una parola, ma un modo di vivere quindi se non si fanno decisi passi è inutile darsi definizioni senza un reale fondamento Cosa i vostri vini devono essenzialmente essere e cosa non devono essere mai? Devono essere vini che raccontano i vitigni con cui sono prodotti e l’Irpinia. Per contro non devono quindi essere vini anonimi che, assaggiati bendati, non si saprebbe dire almeno da quale regione se non da quale area arrivano. In base

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Docu-video dedicato a Bianca Garufi a 20 anni dalla morte

Sulle sponde della Magna Grecia: un docu-video in memoria di Garufi per il Maggio dei Libri   La Grecità di Bianca Garufi   Il 26 maggio del 2006 moriva Bianca Garufi. Precisamente venti anni fa. Una data tristemente dimenticata dalla stampa e da una parte della critica che in lei, evidentemente, stenta ancora a riconoscere una delle intellettuali che ha contribuito a formare la letteratura italiana del Novecento, facendosene perfino ‘ambasciatrice’ all’estero.   Con il fine di ridestarne la memoria, allora, Sulle sponde della Magna Grecia ha voluto realizzare un breve docu-video, disponibile su YouTube dal 31 maggio alle ore 11:00 e selezionato per la rassegna ‘Il maggio dei libri’ sostenuta dal MIC e dal Cepell.   Il docu-video La grecità di Bianca Garufi A vent’anni dalla sua scomparsa, questo breve docu-video restituisce voce e identità a Bianca Garufi (1918-2006), intellettuale, scrittrice e psicanalista, troppo a lungo ridotta a solo a musa ispiratrice di Cesare Pavese. Nata a Roma da una famiglia aristocratica siciliana, Garufi attraversa il cuore della cultura italiana del Novecento: lavora per Einaudi dal 1944 al 1958, stringe un intenso legame intellettuale ed esistenziale con Pavese, coltiva una passione profonda per il mito, la grecità e la cultura della Magna Grecia. Per Garufi il mito classico non è un riferimento letterario tra tanti, ma una chiave di comprensione del mondo e dell’esistenza. La grecità diventa allora una chiave di accesso all’animo e di lettura del contesto socio-culturale in cui è immersa. Attraverso lettere, testimonianze e interventi si esplorerà il legame con Pavese, non come un riconoscimento passivo, ma come un dialogo tra pari; il mito e la grecità come strumenti per leggere il Novecento e il meridione contemporaneo. Il docu-video sarà consultabile su YouTube in modalità premiere a partire dalle ore 11:00 del 31 maggio al seguente link: https://youtu.be/bpWY55ce-yA Un progetto di: Sulle sponde della Magna Grecia Sostenuto da: Ass. Centro Studi e Ricerche “Francesco Grisi” In occasione della rassegna: Il maggio dei Libri (Cepell & MIC) nel filone “creature del nostro tempo” Link dell’iniziativa sul sito del Cepell: https://www.ilmaggiodeilibri.cepell.it/edizione/gestore.php?var0=appuntamenti&uniquecode=202604679 Ma che cos’è il Maggio dei Libri? Nata nel 2011 con l’obiettivo di sottolineare il valore sociale dei libri quale elemento chiave della crescita personale, culturale e civile, Il Maggio dei Libri è una campagna nazionale che invita a portare i libri e la lettura anche in contesti diversi da quelli tradizionali, per intercettare coloro che solitamente non leggono ma che possono essere incuriositi se stimolati nel modo giusto. Tutti possono contribuire organizzando iniziative che si svolgano fra il 23 aprile e il 31 maggio e registrandole nella banca dati della campagna, su questo sito. Nella sua missione, Il Maggio dei Libri coinvolge in modo capillare enti locali, scuole, biblioteche, librerie, festival, editori, associazioni culturali e i più diversi soggetti pubblici e privati. In Italia ma non solo: ogni anno, infatti, la campagna varca i confini nazionali unendo nella comune passione per la lettura diverse realtà, come le scuole italiane all’estero. Grazie alla collaborazione del Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale, nel corso delle edizioni si sono svolti appuntamenti in numerosi Paesi tra cui: Argentina (Buenos Aires e Morón), Belgio (Bruxelles, Liegi e il sito UNESCO Blegny-Mine), Brasile (San Paolo), Canada (Toronto), Croazia (Albona e Zara), Francia (Lione e Parigi), Germania (Berlino e Monaco di Baviera), Grecia (Atene), Perù (Lima), Romania (Bucarest), Slovenia (Koper e Pirano), Spagna (Barcellona e Sitges), Svizzera (Basilea, Lugano e Poschiavo) e Turchia (Smirne), oltre a iniziative organizzate da numerosi Istituti Italiani di Cultura, Ambasciate e Consolati all’estero di tutto il mondo. Sulle sponde della Magna Grecia Il progetto mira a colmare una lacuna significativa: la quasi totale assenza nei manuali scolastici e accademici degli scrittori e delle scrittrici del sud Italia che hanno dato un contributo fondamentale alla produzione letteraria del Novecento. “Sulle sponde della Magna Grecia” è quindi una risposta concreta a questa esigenza. Gli autori (Pierfranco Bruni, Micol Bruni e Marilena Cavallo) e la curatrice (Rosaria Scialpi) mirano a offrire contenuti inediti e prospettive alternative per un approccio realmente unitario alla letteratura nazionale. “Sulle sponde della Magna Grecia” è allora un invito alla scoperta, un ponte tra passato e presente, tra tradizione e innovazione, che promuove una rilettura dinamica e accessibile del Novecento meridionale. Preparatevi a riconsiderare ciò che pensavate di sapere sulla letteratura italiana. Umanisticamente Comunicazione

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L´Aquila città museo della pace

I musei in una nuova visione sociale e culturale L’Aquila, 30 maggio 2026 – Auditorium ANCE Prende forma all’Aquila una nuova riflessione sul ruolo della cultura nella costruzione dell’identità futura della città. Sabato 30 maggio 2026, alle ore 10.00, presso l’Auditorium ANCE dell’Aquila, si terrà l’incontro pubblico “L’Aquila Città Museo della Pace – I musei in una nuova visione sociale e culturale”, promosso dall’Associazione Aquilana Amici dei Musei e dei Beni Ambientali. L’iniziativa nasce con l’obiettivo di avviare un percorso culturale e istituzionale dedicato alla candidatura dell’Aquila come Città Museo della Pace: una visione che riconosce nel patrimonio storico, artistico e identitario del territorio non soltanto una memoria da custodire, ma uno strumento vivo di dialogo, educazione, relazione e crescita civile. Il convegno intende aprire un confronto sul ruolo contemporaneo dei musei, interpretati non più soltanto come luoghi della conservazione, ma come spazi capaci di generare partecipazione, conoscenza e coesione sociale. In questa prospettiva, il patrimonio culturale diventa elemento attivo nella costruzione di una cultura della pace attraverso la ricerca, il territorio e la memoria condivisa. L’incontro rappresenta inoltre un’occasione per riflettere sul valore strategico della cultura nel percorso dell’Aquila Capitale Italiana della Cultura 2026, valorizzando il patrimonio diffuso della città come elemento identitario e motore di futuro. Una città che, attraverso i suoi musei, i suoi luoghi simbolici e la propria storia, può proporsi come laboratorio culturale aperto, inclusivo e contemporaneo. Dopo i saluti istituzionali del Sindaco dell’Aquila Pierluigi Biondi, dell’Assessore alla Cultura della Regione Abruzzo Roberto Santangelo e del Magnifico Rettore dell’Università dell’Aquila Fabio Graziosi, introdurrà i lavori Giovanna Colangelo, Presidente dell’Associazione Aquilana Amici dei Musei e dei Beni Ambientali. Interverranno Francesco Fucetola, Maurizio D’Antonio, Silvia Nanni, Massimo Maiorino e Federica Zalabra, in un confronto dedicato ai temi della valorizzazione culturale, della funzione sociale dei musei e del rapporto tra patrimonio, territorio e pace. Modera l’incontro il giornalista Demetrio Moretti. L’iniziativa è patrocinata da Comune dell’Aquila, Regione Abruzzo, Università degli Studi dell’Aquila, Fondazione L’Aquila 2026 e Museo Nazionale d’Abruzzo – MuNDA.   Fonte: Goffredo Palmerini

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Mostra d´eccezione all´Aquila

25 maggio 2026 L’AQUILA CAPITALE ITALIANA DELLA CULTURA: AL MUNDA IN MOSTRA TRE GRANDI CAPOLAVORI – Raffaello, Pontormo e Antonello da Messina al Forte Spagnolo, un percorso spirituale e civile che restituisce alla città una storia interrotta    L’AQUILA – L’ECO di San Gabriele, mensile dei Padri Passionisti diretto da P. Ciro Benedettini – già vice direttore della Sala Stampa della Santa Sede dal 1995 al 2016 –, nel numero di Giugno 2026 in corso di distribuzione in Italia e all’estero alla vasta rete dei lettori in abbonamento (la rivista ha una tiratura di circa 150mila copie), ospita un mio articolo su un’importante prossima esposizione al Museo Nazionale d’Abruzzo (Munda), dal 27 giugno al 27 settembre, delle Visitazioni di Raffaello e Pontormo, anticipata dall’esposizione, a partire dal 27 maggio, dell’Ecce Homo di Antonello da Messina, opera recentemente acquistata dallo Stato e destinata a risiedere nel museo aquilano. Questa straordinaria operazione per L’Aquila Capitale italiana della Cultura 2026 riporta per tre mesi in città la tela del grande artista urbinate, dal Prado di Madrid, dipinta da Raffaello 4 secoli fa per la cappella Branconio della chiesa aquilana di San Silvestro, dalla quale fu “sottratta” nel 1655 durante la dominazione spagnola. Con il consenso del direttore dell’ECO – rivista di spiritualità, cultura e società del Santuario di San Gabriele (www.sangabriele.org), molto diffusa tra le nostre comunità all’estero -, si rende l’articolo disponibile alla libera pubblicazione, riportando questa annotazione.     ***   Nel 2026 L’Aquila si prepara a un incontro atteso da quattro secoli. Nel cinquecentesco Forte Spagnolo, nelle sale del Museo Nazionale d’Abruzzo (Munda), riemerge una storia che ancora la città sente come una ferita, ma che trova una temporanea e suggestiva rimarginazione. La Visitazione di Raffaello Sanzio torna temporaneamente dal Prado di Madrid nella città per la quale fu dipinta. Non solo. Dialogherà con l’omonima opera di Jacopo Pontormo, in arrivo da Carmignano, e con l’intensissimo Ecce Homo di Antonello da Messina, recentemente acquisito al patrimonio dello Stato italiano e destinato alla residenza nel Munda, anche se viaggerà nei musei italiani. Per l’opera dell’Urbinate si tratta di un ritorno simbolico, sognato per 371 lunghi anni, una trama di memorie che si ricompone nell’anno in cui L’Aquila è Capitale italiana della Cultura.   Realizzata tra il 1518 e il 1520 per la Cappella Branconio della splendida chiesa di San Silvestro, la Visitazione nacque grazie all’amicizia tra Raffaello e Giovan Battista Branconio, influente figura della corte papale, prima con Giulio II della Rovere e poi con Leone X dei Medici. L’opera rimase a L’Aquila per oltre un secolo, diventando elemento significativo del patrimonio artistico, religioso e civile della comunità. Poi, nel 1655, la partenza. Sotto la dominazione spagnola, per volontà del viceré di Napoli e con l’autorizzazione di papa Alessandro VII, il dipinto lasciò la città tra proteste e tentativi estremi di impedirne il trasferimento. Gli aquilani parlarono di sottrazione, i documenti ufficiali di donazione. Alla Collegiata fu promessa una “gran ricompensa” economica – peraltro mai avvenuta -, al centro di lunghe e opache trattative tra Roma, Napoli e Madrid.   Dopo l’Escorial di Madrid, e il passaggio in Francia in epoca napoleonica, la tela trovò definitiva collocazione al Museo del Prado, dov’è oggi uno dei vertici della pittura rinascimentale italiana. Il rientro a L’Aquila, al Munda dal 27 giugno al 27 settembre, non cancella la storia ma apre un dialogo con un’altra Visitazione, stupenda testimonianza del manierismo italiano, dipinta intorno al 1530 da Jacopo Carucci detto il Pontormo. Accanto ai due capolavori sarà esposto l’Ecce Homo di Antonello da Messina, rilevato per 14,9 milioni di dollari dal governo italiano il 26 febbraio scorso da Sotheby’s, che l’avrebbe altrimenti messo all’asta a New York. Piccola nelle dimensioni ma potentissima nella forza espressiva, l’opera mostra il Cristo coronato di spine, lo sguardo gonfio di dolore rivolto frontalmente allo spettatore.   Antonello rinnova l’antica iconografia dell’Uomo dei dolori con una modernità sorprendente: il volto emerge scuro sul fondo nero, le lacrime sembrano trattenute, la bocca socchiusa vibra di umanità. Sul retro, San Girolamo penitente in un paesaggio luminoso completa un unicum nella produzione del maestro siciliano. Nato a Messina intorno al 1430, Antonello fu il ponte tra cultura fiamminga e tradizione italiana, introducendo nella penisola la tecnica a olio e una nuova intensità psicologica. Nel suo Ecce Homo il sacro diventa esperienza diretta, quasi fisica.   Il confronto tra le due Visitazioni, di Raffaello e del Pontormo, e la frontalità assoluta del Cristo di Antonello, che guarda lo spettatore senza mediazioni, costituisce il cuore pulsante di questa straordinaria mostra al Munda, che già di per sé offre una ricca e meravigliosa esposizione di opere dell’arte religiosa abruzzese. Le due Visitazioni raccontano l’incontro e la promessa, l’Ecce Homo concentra il momento della prova e dell’umiliazione. Tra le tre opere si dispiega un itinerario umano e spirituale che attraversa gioia e sofferenza, attesa e sacrificio.   L’esposizione, inserita nel denso programma per la Capitale italiana della Cultura – circa 300 eventi – è pensato per rafforzare l’identità artistica della città e il suo ruolo nel panorama culturale europeo. Dopo anni di ricostruzione materiale e simbolica, L’Aquila si propone come luogo d’incontro tra patrimonio, memoria e futuro. Come pure la scelta di aprire il “viaggio italiano” dell’Ecce Homo proprio da L’Aquila. Esporre il volto sofferente dipinto da Antonello nel Forte Spagnolo — simbolo della dominazione aragonese e della repressione cinquecentesca — produce un cortocircuito storico davvero potente.   Dopo il sisma del 2009 e una lunga stagione di ricostruzione, L’Aquila ha fatto della resilienza una cifra identitaria. Ospitare questi tre capolavori, nell’anno da Capitale italiana della Cultura, significa affermare che la rinascita non è soltanto edilizia o economica, ma anche immateriale e morale, nella saldezza dei valori civili e spirituali – si pensi alla Perdonanza celestiniana – che sin dalla fondazione nel 1254 della città hanno connotato l’identità e l’indole degli Aquilani.   Prestiti di tale rilievo sono frutto di equilibri delicati e di una sapiente tessitura di rapporti. Il ritorno temporaneo della Visitazione raffaellesca dal Prado e l’arrivo dell’opera

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Ada Rizzo recensisce “La pace è femmina”

“La pace è femmina”: il grembo del Mondo tra Sacralità femminile e desiderio di Pace Dalle macerie di Kabul al realismo terminale della “bandiera-statua di piombo”: la testimonianza corale di Imma Schiena.   Recensione di Ada Rizzo   Il sogno corale e la struttura dell’opera   In “La pace è femmina” (Neos Edizioni, 2025), Imma Schiena non scrive per sé, ma presta la propria voce a un’eco globale. La silloge nasce già corale, grazie alle traduzioni di Marina Schirone, Taghrid Bou Merhi e Rosario Vera Romero, che trasformano il verso in un ponte tra culture. L’opera si articola in una struttura bipartita che segna un’evoluzione stilistica e concettuale: una prima sezione, “Prima del Realismo Terminale”, e una seconda, “Verso il Realismo Terminale”. Questa divisione non è solo formale, ma rappresenta il passaggio dalla carne del dolore alla ruggine dell’oggetto.   L’essenza del termine “Femmina”: Perché la Pace non può essere Uomo Nella prima parte, il cuore filosofico risiede nell’identità tra donna e pace. La scelta del termine “femmina” è ontologica: la donna contiene il seme della vita e non può generare morte. La pace è femmina perché, come la natura femminile, è “casa” e feconda il silenzio attraverso un amore che “lascia morire l’odio”. Eppure, a questa centralità biologica corrisponde un’assenza politica drammatica: Schiena denuncia che, tra il 1992 e il 2019, solo il 6% dei firmatari dei trattati di pace sia stato donna.   In questa  sezione, Imma Schiena stabilisce le coordinate di una resistenza poetica che affonda le radici nell’umanesimo e nella sacralità della vita. Se il Realismo Terminale tenderà a oggettivare l’esistenza, qui l’autrice compie l’operazione opposta: umanizza l’assoluto e dà un corpo vibrante ai concetti teorici. La Pace è Femmina e la Fisicità del Sacro. La Pace cessa di essere un’astrazione politica o un ideale etereo per farsi “femmina verace”.   Corpo e Sofferenza: La Pace ha occhi, mani prive di catene e un “cuore trafitto dall’indifferenza”. È una figura che si offre interamente, unendo la sacralità del femminile a una venatura di sofferenza profondamente terrena e carnale. Il Baricentro dell’Esistenza: Attraverso il verso “Per la sua femminilità noi esistiamo”, Schiena sposta il fulcro dell’essere. Non può esserci un “noi” collettivo senza la pace, proprio come non può esserci vita senza il grembo materno; la pace diventa così la condizione biologica e spirituale della nostra sopravvivenza. L’Eirene Mitologica: La chiusura della poesia è una folgorazione che lega il mito al domani: la Pace che si unisce alla Libertà per generare il “Futuro” rappresenta l’unica risposta possibile al naufragio dell’umanità contemporanea. Le Donne di Kabul: Il Reportage dell’Anima.Dall’ontologia si passa alla cronaca del dolore, dove la poesia si fa denuncia del “martirio dell’invisibilità”. Il Tempo Accelerato: La Schiena descrive la tragedia delle “donne premature”: bambine che, svegliandosi all’alba in terre maledette, sono già donne perché private di infanzia e carezze. È un’accusa durissima verso i padri e la terra che le ha generate solo per vederle soffrire. Il Vento sotto il Velo: Il velo non è descritto come semplice indumento, ma come un confine sonoro dove la voce “rimbomba” tra le dune. Rappresenta lo spazio tra l’esistenza negata e il grido di umanità di chi muore continuamente nel silenzio del mondo. Esistere e Resistere: Il binomio “esistere e resistere” diventa il manifesto di queste donne. Il loro è un coraggio che supera l’ego, capace di affidare i propri figli al ventre della terra o alle acque del mare pur di salvarli, piantando “il cuore dell’umanità nei loro occhi”. Sintesi della Prima Parte Questa sezione è caratterizzata da una visione generatrice. La Pace e la Donna sono la stessa sostanza: una forza che dimentica le offese, lascia morire l’odio e sa aspettare. È una poesia di “carne e vento” che prepara il lettore allo scontro con la materia fredda della seconda parte della silloge, ricordandoci che prima degli oggetti e della ruggine, esiste un’umanità che grida il proprio diritto alla vita. L’Evoluzione: Verso il Realismo Terminale Nella seconda parte della silloge, Imma Schiena interiorizza la lezione di Guido Oldani, mostrando come l’oggetto abbia saturato l’umano e il sacro: Il cappotto: L’Uomo come Ingranaggio Arrugginito: La natura smette di essere tempio; la neve diventa “zucchero filato” e il mondo un “frigorifero”. L’anima subisce l’ossidazione della “ruggine sul ferro” e l’individuo “infila il mondo come un cappotto freddo” in un viaggio di sola andata. La tavola spoglia: Il Sacro che “Rimbalza”: Il quotidiano meccanico capovolge il rapporto con lo spirituale; il sugo “sobbolle come tintinnio di campane” e l’omelia “rimbalza come la palla di bimbi”, incapace di penetrare la barriera degli oggetti. La pace diventa un prodotto di consumo, un “gelato aspro che si scioglie in bocca”. Il Passaggio Definitivo: La bandiera della pace In questo componimento, l’ideale cede il passo alla materia industriale. La Pace perde la sua leggerezza eterea per diventare una “statua di piombo”, un corpo metallico dal peso insostenibile. Per sorreggerla non bastano più le braccia umane, ma servono “fili d’acciaio”: l’immagine terminale per eccellenza dove lo strumento tecnico è l’unico modo per tenere in piedi ciò che resta dell’umano. La bandiera “non sventola”, ma “non smette di volare” in un volo meccanico e ostinato sopra una terra che è solo un “eco che si sgretola”. Sintesi Critica della Seconda Parte Se la prima parte della silloge celebra la “Pace Femmina” come forza generatrice di vita, questa seconda sezione denuncia “l’ammucchiamento degli oggetti” che rende l’uomo un naufrago tra “cappotti freddi” e “tavole spoglie”. La bandiera di piombo che il suo volo meccanico e ostinato sopra una terra che è ormai solo un “eco che si sgretola”. È la rappresentazione definitiva della condizione terminale: l’ideale è salvo solo a patto di farsi materia pesante e artificiale. La pace è femmina come atto di Resistenza, ci insegna che finché la voce di chi genera la vita sarà esclusa, la pace resterà una statua di piombo. Voglio affidare la chiusura ai versi finali della poesia che dà il titolo all’opera: i suoi vestiti sono nuvole, i suoi

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Novità librarie

1 maggio 2026   Trump e la rivoluzione americana: a L’Aquila un confronto sulla crisi della democrazia negli Stati Uniti, con la presentazione del volume di Ottorino Cappelli L’AQUILA – Giovedì 7 maggio 2026 alle ore 17.30, presso la Libreria Colacchi dell’Aquila, si terrà la presentazione del volume “Trump e la rivoluzione americana – Da dove vengono, dove ci portano” (Editoriale Scientifica 2026), di Ottorino Cappelli, professore di Politica comparata all’Università di Napoli “L’Orientale”. A discutere con l’Autore saranno Goffredo Palmerini, giornalista e scrittore, Carlo Fonzi, presidente dell’Istituto abruzzese per la storia della Resistenza e dell’Italia contemporanea, ed Enrico Botta, docente e saggista. Trump e la rivoluzione americana non è solo un libro su un presidente controverso. È un’indagine sul potere, sulla fragilità delle istituzioni liberali e sul futuro della democrazia nell’attuale ondata autocratica globale. Il volume invita a superare lo stereotipo di un leader caotico e imprevedibile per mettere a fuoco la logica profonda di una trasformazione politica che sta ridisegnando gli Stati Uniti e trova risonanza in altre aree del mondo, inclusa l’Europa. Al centro dell’analisi vi è una tesi netta: l’America di Trump ha dichiarato guerra alla democrazia liberale, sostituendola con una forma di «democrazia nuda», priva di contrappesi istituzionali, fondata su un potere personale legibus solutus esercitato da un capo legittimato direttamente dal popolo. La presentazione del volume a L’Aquila si configura come un momento di discussione pubblica su questi temi, con particolare attenzione alle implicazioni per le democrazie occidentali e agli equilibri tra potere esecutivo, sistema giudiziario e competizione elettorale. ***   Ottorino Cappelli insegna Politica comparata all’Università di Napoli «L’Orientale». Ha svolto attività di ricerca e insegnamento presso le università di Birmingham e Cambridge (UK), la Lomonosov di Mosca (URSS) e, negli Stati Uniti, ad Harvard, alla Columbia University e per otto anni alla City University of New York come scholar in residence. Autore di numerosi saggi sulla politica russa e americana, è co-fondatore della rivista online «Antìmaka – Contro le logiche della guerra». Il suo libro recente è Power, State and Space (con M. Aliberti e R. Praino, Springer 2023).

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Novità librarie – Goffredo Palmerini

27 aprile 2026 Presentazione volume “Ricordando Mario Fratti, voci e memorie”, di Goffredo Palmerini   L’AQUILA – Sarà presentato giovedì 30 aprile alle 17:30, a L’Aquila, presso la storica Libreria Colacchi (Corso Vittorio Emanuele II, 5) il volume “Ricordando Mario Fratti, voci e memorie – Testimonianze ed interviste al grande drammaturgo aquilano” (One Group Edizioni), a cura di Goffredo Palmerini. Il volume propone 36 testimonianze di altrettante personalità del mondo teatrale, accademico, culturale ed istituzionale, raccolte in Italia e negli Stati Uniti, che hanno incontrato e conosciuto Mario Fratti da vicino.   La presentazione del nuovo libro di Palmerini su Mario Fratti avviene nel mese del terzo anniversario della sua scomparsa (New York, 15 aprile 2023) ed intende essere non solo un evento significativo, ma un vero e proprio tributo verso il grande drammaturgo aquilano quando la sua città natale è Capitale italiana della Cultura. Non sarà quindi una presentazione abituale, ma un’occasione per farne memoria attraverso brevi ricordi di alcuni degli Autori/Autrici delle testimonianze contenute nel libro.       Dopo il saluto della Municipalità portato dal Vicesindaco Raffaele Daniele, a presentare il volume, oltre il curatore Goffredo Palmerini e Francesca Pompa, presidente One Group, interverranno nell’ordine: Stefania Pezzopane, Gabriele Lucci, Giuseppe Di Pangrazio, Monia Manzo, Milena Petrarca, Margherita Peluso, Pasqualina Petrarca, Massimo Cialente, Liliana Biondi, Mino Sferra, Franco Narducci, Roberta Gargano, Emanuela Medoro, Laura Lamberti, Biagio Tempesta.   *** Il volume – 232 pagine in bella composizione grafica arricchite da diverse immagini – reca in apertura la Prefazione del Prof. Anthony J. Tamburri, Preside del Calandra Institute di New York, tra i centri di ricerca più prestigiosi nello studio della diaspora italiana negli Stati Uniti, la pagina di Presentazione del curatore Goffredo Palmerini e una breve biografia di Mario Fratti scritta nel 2022 proprio da Fratti stesso. C’è poi una bellissima intervista all’insigne drammaturgo, raccolta pochi anni fa a New York dalla Prof. Rosemary Serra (Università di Trieste) e rimasta finora inedita, seguita da 36 testimonianze fornite delle seguenti Personalità: Paola Inverardi (Rettrice del Gran Sasso Science Institute), Pierluigi Biondi (Sindaco dell’Aquila), Biagio Tempesta (ex Sindaco dell’Aquila), Massimo Cialente (ex Sindaco dell’Aquila), Liliana Biondi (saggista e critica letteraria), Giuseppe Di Pangrazio (ex Presidente Consiglio Regionale d’Abruzzo), Stefania Pezzopane (ex Presidente Provincia dell’Aquila e Teatro Stabile d’Abruzzo), Letizia Airos Soria (New York – giornalista), Gabriele Lucci (scrittore, direttore artistico), Laura Benedetti (Washington – docente Georgetown University), Franco Narducci (attore e regista teatrale), Josephine Buscaglia Maietta (New York – docente), Mino Sferra (attore e regista), Mariza Bafile (New York – giornalista e scrittrice), Lucilla Sergiacomo (scrittrice e critica letteraria), Roberta Gargano (Teatro Stabile d’Abruzzo, giornalista), Stefano Vaccara (New York – giornalista), Valentina Fratti (New York – regista teatrale), Tiziano Bedetti (compositore), Giovanna Chiarilli (giornalista e scrittrice), Emanuela Medoro (già docente e traduttrice), Maria Fosco (New York – dirigente Queens College), Monia Manzo (attrice e saggista), Silvia Giampaola (addetta culturale Maeci, attrice), Marisa Mastracci (attrice e regista teatrale), Milena Petrarca (artista), Joseph Sciame (New York – già docente St. John’s University), Pasqualina Petrarca (docente e giornalista), Giulia Bisinella (New York – attrice), Lucia Patrizio Gunning (Londra – docente), Laura Caparrotti (New York – regista e attrice), Laura Lamberti (New York – attrice), Margherita Peluso (attrice), Piero Picozzi (New York – promoter), Sara Morante (Berlino – attrice).

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La Piazze, novità librarie

24 aprile 2026   SULMONA, SUCCESSO PER IL LIBRO “LA PIAZZE”, DI ENNIO BELLUCCI: IL DIALETTO COME MEMORIA VIVA E RACCONTO DELLA COMUNITÀ   di Claudio Lattanzio *   Aula consiliare gremita, ieri sera a Sulmona, per la presentazione di “La Piazze”, il libro di poesie in dialetto pratolano del giornalista Ennio Bellucci. Un’opera nata quasi per caso, dalla rubrica settimanale che la testata ReteAbruzzo dedica alla poesia dialettale, e diventata nel tempo un vero e proprio affresco collettivo della vita di Pratola Peligna. A guidare l’incontro, con misura e ritmo, il giornalista Giuseppe Fuggetta, che ha accompagnato interventi e letture dando continuità al racconto della serata.   Le liriche raccolte nel volume restituiscono la quotidianità, i volti e le radici di una comunità attraverso piccoli quadri di vita vissuta. Un viaggio emotivo che parte dall’intimo e arriva al lettore con autenticità, senza indulgere nella nostalgia, ma restituendo un presente fatto di relazioni, valori e memoria condivisa.   Alla presentazione hanno preso parte, tra gli altri, la sindaca di Pratola Peligna Antonella Di Nino, il sindaco di Sulmona Luca Tirabassi, la consigliera regionale Antonietta La Porta, il direttivo al completo del Lions Club di Sulmona – sponsor dell’evento – oltre ai numerosi ospiti che hanno contribuito alla realizzazione del libro.   Il filo conduttore degli interventi è stato proprio il valore umano e culturale del dialetto come strumento di racconto. Il professor Mario Pelino ha aperto la riflessione sottolineando la dimensione personale della scrittura poetica: «Scrivere poesie significa esprimere il proprio vissuto più profondo e pubblicarle vuol dire esporsi. Ma conoscendo Ennio, ero certo che questo libro avrebbe trovato riscontro, soprattutto tra i tanti pratolani all’estero, legati alla loro terra e al loro idioma».   Su questa linea si è inserito Goffredo Palmerini, che ha ampliato lo sguardo alla portata culturale dell’opera: «La poetica di Bellucci è un’epifania dell’anima. Il dialetto diventa lingua autentica, musicale, capace di restituire verità e profondità». Una riflessione che si è poi allargata ai temi dell’impegno civico e del bene comune, con l’idea che la poesia possa contribuire a ricostruire legami e senso di comunità.   Il sindaco di Sulmona Luca Tirabassi ha quindi riportato il discorso su un piano più intimo, definendo Bellucci «un maestro» e le sue poesie «occhi che guardano con il cuore», capaci di restituire immagini dense di affetto per i luoghi e per le persone. Un concetto ripreso, con accenti personali, anche dalla consigliera regionale Antonietta La Porta, presente «per amicizia e stima»: «Ennio sa osservare con profondità, essere ironico e pungente, ma sempre umano. La sua emozione questa sera dimostra quanto questo libro sia autentico».   A chiudere il quadro critico è stato il professor Francesco Barone, che ha dato una lettura più ampia e strutturata dell’opera: «Non siamo di fronte a un libricino, ma a un lavoro di grande valore. Il dialetto non è una lingua minore, ma uno strumento identitario potente, capace di affrontare temi universali». Un libro, ha aggiunto, «che non si consuma velocemente, ma invita a fermarsi e a riflettere, anche negli spazi tra le parole». Emozionato, Ennio Bellucci ha ringraziato i presenti, rivendicando con semplicità il valore dei sentimenti: «Non bisogna mai vergognarsi di ciò che si prova, perché è la parte più profonda di noi». Ripercorrendo la nascita del libro, ha ricordato: «Siamo partiti quasi per gioco, con una poesia a settimana. Poi abbiamo visto crescere l’interesse e da lì è nato tutto».   Nel corso della serata l’autore ha declamato alcuni versi, restituendo la musicalità del dialetto pratolano e riportando in vita personaggi, episodi e atmosfere: «Dentro queste poesie c’è soprattutto il cuore», ha detto, ribadendo il legame con la propria comunità. Un passaggio che si è legato idealmente al messaggio conclusivo: «Dobbiamo marciare nella stessa direzione, superando ciò che ci ha diviso. L’amicizia e il rispetto sono il vero tesoro».   La serata si è chiusa con un momento musicale affidato al cantautore Beppe Frattaroli, che con la chitarra ha reso omaggio all’autore interpretando i suo brani, suggellando un incontro partecipato e sentito, nel segno della cultura e dell’identità condivisa.   *direttore ReteAbruzzo.com Fonte: Goffredo Palmerini

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L’Aquila Capitale italiana della Cultura 2026

USCITO IL NUMERO DI PRIMAVERA DELLA RIVISTA “D’ABRUZZO” È dedicato a L’Aquila Capitale italiana della Cultura 2026 L’AQUILA – È uscito il numero 153 della rivista trimestrale “D’Abruzzo” Turismo Cultura e Ambiente – Primavera 2026, disponibile nelle edicole della regione e acquistabile online sul sito www.dabruzzo.it dell’editore Menabò e in versione epub su Amazon. Numero che ospita un servizio Speciale di 16 pagine dedicato a L’Aquila Capitale italiana della Cultura 2026, aperta dal testo di Pierluigi Biondi, Sindaco dell’Aquila, i contributi di Lucia Arbace e Federica Zalabra, entrambi sul ritorno al Castello cinquecentesco, dopo i restauri dai gravi danni inferti dal sisma 2009, delle esposizioni del Museo Nazionale d’Abruzzo (MuNDA), e un avvincente Itinerario di rinascita di Massimo Alesii tra alcune meraviglie monumentali e architettoniche dell’Aquila e nel magnifico borgo di Fontecchio, uno dei castelli fondatori della città. Nella sezione Mostre l’articolo di Alessandro Gabriele sull’esposizione di Michelangelo Pistoletto a Pescara e a commento il contributo di Francesca Rapini; nella sezione Itinerari e Natura l’articolo di Angela Ciano “Ippovia del Gran Sasso”, un viaggio a cavallo che racconta la rinascita dell’Abruzzo, “Il monte Salviano” di Franco Persia sulla particolare e ricca biodiversità della Riserva naturale marsicana e “Il canto dell’ululone” di Carlo D’Aurizio. E ancora “La zanna del Mammuth torna a casa” di Americo Orlando, “Vivere nella tradizione” di Deborah Ferrante sull’attività casearia a Farindola. Nella sezione Personaggi il contributo di Pablo dell’Osa “Il neorealismo pittorico di Fulvio Muzi”, il contributo di Maria Cristina Ricciardi “Il linguaggio della visione” sull’artista Goffredo Civitarese, a 10 anni dalla scomparsa, e il contributo di Antonio Corrado “I viaggiatori lenti” alla riscoperta delle aree interne. Concludono il numero la rubrica Gastronomia a firma di Carla de Iuliis, Novità editoriali a cura di Viviana Farinelli e le News a cura di Francesca Rapini. Per questo numero Speciale della rivista, dedicato a L’Aquila Capitale italiana della Cultura – come lo saranno anche i tre successivi del 2026 – il direttore Gaetano Basti ha chiesto a me di scrivere l’Editoriale. Una richiesta che ho accolto con piacere, anzi l’ho ritenuta un vero privilegio. Se può essere d’interesse, con l’assenso del direttore, invio qui il testo dell’Editoriale e l’immagine di copertina della rivista. *** EDITORIALE L’Aquila è Capitale italiana della Cultura nel 2026. Non è un titolo che la trasforma: è uno specchio che la rivela. Poche città al mondo possono vantare un’origine così singolare. Fondata nel 1254 da una settantina di Castelli, ciascuno chiamato a edificare un quartiere al massimo della bellezza, L’Aquila nacque come progetto urbano armonico e non per aggregazioni casuali. Fu il primo atto di civiltà condivisa tra i suoi abitanti. Mai era successo nella storia dell’urbanesimo europeo. Un evento simile – fatte le debite proporzioni – sarebbe accaduto solo nel 1703 con la nascita di San Pietroburgo. Questa dunque la sua prima, irripetibile modernità. Per tre secoli la città esercitò un ruolo rilevante – seconda città del regno dopo Napoli – forte dei suoi commerci europei della lana e dello zafferano, dell’originalità della sua governance civile e politica, del forte legame tra la Civitas nova e i Castelli fondatori nella reciprocità di diritti e doveri dei cittadini dentro e fuori le mura. Fino alla frattura del 1528, quando la rivolta contro i dominatori spagnoli provocò la più grave conseguenza, lo smembramento feudale della città demaniale, recidendo il cordone ombelicale con il Contado e l’inizio d’una lunga decadenza. La storia dell’Aquila, però, è una continua sequela di resurrezioni, non solo dai disastrosi terremoti, ma anche dagli sconvolgimenti politici e dalle tragedie delle guerre. Come dopo la dittatura fascista e la seconda Guerra mondiale, per parlare dei tempi recenti. Con l’Italia della Repubblica, libera e democratica, nei suoi primi anni il Gruppo Artisti Aquilani ridà voce a una comunità che aveva fame di cultura, con una visione da cui genera l’inizio della fioritura delle istituzioni culturali che ancor oggi la distinguono: musica, teatro, cinema, arti visive, alta formazione. L’Aquila si è sempre caratterizzata come città con alto indice d’investimento in cultura, in rapporto agli abitanti un’eccellenza in Italia, non solo per fruizione, quanto soprattutto per creatività e produzione culturale. Non un ornamento, ma una vocazione autentica. Oggi la vocazione si manifesta in un sistema culturale, scientifico e di alta formazione tra i più ricchi d’Italia: Società dei Concerti, Orchestra Sinfonica Abruzzese, Solisti Aquilani, Teatro Stabile d’Abruzzo, Istituto Cinematografico dell’Aquila con i suoi archivi, Università dell’Aquila, Conservatorio, Accademia di Belle Arti, la scuola speciale superiore Gran Sasso Science Institute, i Laboratori INFN, la Scuola della Guardia di Finanza, e una costellazione di Cori e associazioni culturali. L’Aquila non distribuisce cultura: la produce, la genera, la rinnova. Accanto alla dimensione artistica, la città custodisce un patrimonio spirituale che la rende unica: la Perdonanza, il primo giubileo della cristianità concesso nel 1294 da Celestino V, riconosciuta dall’Unesco patrimonio dell’umanità. Papa Francesco, in visita pastorale il 28 agosto 2022, definì L’Aquila “Capitale del Perdono, della Riconciliazione e della Pace”. È un riconoscimento che non appartiene al passato, ma al destino stesso della città: un mandato morale di respiro universale. C’è poi la città rinata dalle rovine del sisma del 2009. Oggi L’Aquila si presenta con una ricostruzione avanzata e luminosa: palazzi, chiese, monumenti, mura urbiche, piazze che tornano a splendere come uno dei centri storici più vasti e preziosi d’Italia. L’Aquila è davvero uno scrigno di meraviglie: una città che ha trasformato la ferita in forza, la tragedia in rinascita. C’è infine il suo straordinario contesto naturalistico e ambientale, con l’anfiteatro delle sue montagne. Essere Capitale italiana della Cultura significa offrire al Paese e al mondo non un corposo calendario di eventi, oltre 300, ma un’esperienza vitale che intriga totalmente. Nel corso del 2026 L’Aquila propone ai visitatori un’accoglienza calorosa, insieme alla rivelazione della sua identità più profonda: la grazia delle sue architetture, la vitalità delle sue istituzioni culturali, la potenza dei suoi valori spirituali. Una città che non mostra ciò che ha organizzato, ma ciò che è. Una città che, ancora una volta, ha scelto di rinascere

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