Ada Rizzo recensisce “La pace è femmina”

“La pace è femmina”: il grembo del Mondo tra Sacralità femminile e desiderio di Pace Dalle macerie di Kabul al realismo terminale della “bandiera-statua di piombo”: la testimonianza corale di Imma Schiena.   Recensione di Ada Rizzo   Il sogno corale e la struttura dell’opera   In “La pace è femmina” (Neos Edizioni, 2025), Imma Schiena non scrive per sé, ma presta la propria voce a un’eco globale. La silloge nasce già corale, grazie alle traduzioni di Marina Schirone, Taghrid Bou Merhi e Rosario Vera Romero, che trasformano il verso in un ponte tra culture. L’opera si articola in una struttura bipartita che segna un’evoluzione stilistica e concettuale: una prima sezione, “Prima del Realismo Terminale”, e una seconda, “Verso il Realismo Terminale”. Questa divisione non è solo formale, ma rappresenta il passaggio dalla carne del dolore alla ruggine dell’oggetto.   L’essenza del termine “Femmina”: Perché la Pace non può essere Uomo Nella prima parte, il cuore filosofico risiede nell’identità tra donna e pace. La scelta del termine “femmina” è ontologica: la donna contiene il seme della vita e non può generare morte. La pace è femmina perché, come la natura femminile, è “casa” e feconda il silenzio attraverso un amore che “lascia morire l’odio”. Eppure, a questa centralità biologica corrisponde un’assenza politica drammatica: Schiena denuncia che, tra il 1992 e il 2019, solo il 6% dei firmatari dei trattati di pace sia stato donna.   In questa  sezione, Imma Schiena stabilisce le coordinate di una resistenza poetica che affonda le radici nell’umanesimo e nella sacralità della vita. Se il Realismo Terminale tenderà a oggettivare l’esistenza, qui l’autrice compie l’operazione opposta: umanizza l’assoluto e dà un corpo vibrante ai concetti teorici. La Pace è Femmina e la Fisicità del Sacro. La Pace cessa di essere un’astrazione politica o un ideale etereo per farsi “femmina verace”.   Corpo e Sofferenza: La Pace ha occhi, mani prive di catene e un “cuore trafitto dall’indifferenza”. È una figura che si offre interamente, unendo la sacralità del femminile a una venatura di sofferenza profondamente terrena e carnale. Il Baricentro dell’Esistenza: Attraverso il verso “Per la sua femminilità noi esistiamo”, Schiena sposta il fulcro dell’essere. Non può esserci un “noi” collettivo senza la pace, proprio come non può esserci vita senza il grembo materno; la pace diventa così la condizione biologica e spirituale della nostra sopravvivenza. L’Eirene Mitologica: La chiusura della poesia è una folgorazione che lega il mito al domani: la Pace che si unisce alla Libertà per generare il “Futuro” rappresenta l’unica risposta possibile al naufragio dell’umanità contemporanea. Le Donne di Kabul: Il Reportage dell’Anima.Dall’ontologia si passa alla cronaca del dolore, dove la poesia si fa denuncia del “martirio dell’invisibilità”. Il Tempo Accelerato: La Schiena descrive la tragedia delle “donne premature”: bambine che, svegliandosi all’alba in terre maledette, sono già donne perché private di infanzia e carezze. È un’accusa durissima verso i padri e la terra che le ha generate solo per vederle soffrire. Il Vento sotto il Velo: Il velo non è descritto come semplice indumento, ma come un confine sonoro dove la voce “rimbomba” tra le dune. Rappresenta lo spazio tra l’esistenza negata e il grido di umanità di chi muore continuamente nel silenzio del mondo. Esistere e Resistere: Il binomio “esistere e resistere” diventa il manifesto di queste donne. Il loro è un coraggio che supera l’ego, capace di affidare i propri figli al ventre della terra o alle acque del mare pur di salvarli, piantando “il cuore dell’umanità nei loro occhi”. Sintesi della Prima Parte Questa sezione è caratterizzata da una visione generatrice. La Pace e la Donna sono la stessa sostanza: una forza che dimentica le offese, lascia morire l’odio e sa aspettare. È una poesia di “carne e vento” che prepara il lettore allo scontro con la materia fredda della seconda parte della silloge, ricordandoci che prima degli oggetti e della ruggine, esiste un’umanità che grida il proprio diritto alla vita. L’Evoluzione: Verso il Realismo Terminale Nella seconda parte della silloge, Imma Schiena interiorizza la lezione di Guido Oldani, mostrando come l’oggetto abbia saturato l’umano e il sacro: Il cappotto: L’Uomo come Ingranaggio Arrugginito: La natura smette di essere tempio; la neve diventa “zucchero filato” e il mondo un “frigorifero”. L’anima subisce l’ossidazione della “ruggine sul ferro” e l’individuo “infila il mondo come un cappotto freddo” in un viaggio di sola andata. La tavola spoglia: Il Sacro che “Rimbalza”: Il quotidiano meccanico capovolge il rapporto con lo spirituale; il sugo “sobbolle come tintinnio di campane” e l’omelia “rimbalza come la palla di bimbi”, incapace di penetrare la barriera degli oggetti. La pace diventa un prodotto di consumo, un “gelato aspro che si scioglie in bocca”. Il Passaggio Definitivo: La bandiera della pace In questo componimento, l’ideale cede il passo alla materia industriale. La Pace perde la sua leggerezza eterea per diventare una “statua di piombo”, un corpo metallico dal peso insostenibile. Per sorreggerla non bastano più le braccia umane, ma servono “fili d’acciaio”: l’immagine terminale per eccellenza dove lo strumento tecnico è l’unico modo per tenere in piedi ciò che resta dell’umano. La bandiera “non sventola”, ma “non smette di volare” in un volo meccanico e ostinato sopra una terra che è solo un “eco che si sgretola”. Sintesi Critica della Seconda Parte Se la prima parte della silloge celebra la “Pace Femmina” come forza generatrice di vita, questa seconda sezione denuncia “l’ammucchiamento degli oggetti” che rende l’uomo un naufrago tra “cappotti freddi” e “tavole spoglie”. La bandiera di piombo che il suo volo meccanico e ostinato sopra una terra che è ormai solo un “eco che si sgretola”. È la rappresentazione definitiva della condizione terminale: l’ideale è salvo solo a patto di farsi materia pesante e artificiale. La pace è femmina come atto di Resistenza, ci insegna che finché la voce di chi genera la vita sarà esclusa, la pace resterà una statua di piombo. Voglio affidare la chiusura ai versi finali della poesia che dà il titolo all’opera: i suoi vestiti sono nuvole, i suoi

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Novità librarie

1 maggio 2026   Trump e la rivoluzione americana: a L’Aquila un confronto sulla crisi della democrazia negli Stati Uniti, con la presentazione del volume di Ottorino Cappelli L’AQUILA – Giovedì 7 maggio 2026 alle ore 17.30, presso la Libreria Colacchi dell’Aquila, si terrà la presentazione del volume “Trump e la rivoluzione americana – Da dove vengono, dove ci portano” (Editoriale Scientifica 2026), di Ottorino Cappelli, professore di Politica comparata all’Università di Napoli “L’Orientale”. A discutere con l’Autore saranno Goffredo Palmerini, giornalista e scrittore, Carlo Fonzi, presidente dell’Istituto abruzzese per la storia della Resistenza e dell’Italia contemporanea, ed Enrico Botta, docente e saggista. Trump e la rivoluzione americana non è solo un libro su un presidente controverso. È un’indagine sul potere, sulla fragilità delle istituzioni liberali e sul futuro della democrazia nell’attuale ondata autocratica globale. Il volume invita a superare lo stereotipo di un leader caotico e imprevedibile per mettere a fuoco la logica profonda di una trasformazione politica che sta ridisegnando gli Stati Uniti e trova risonanza in altre aree del mondo, inclusa l’Europa. Al centro dell’analisi vi è una tesi netta: l’America di Trump ha dichiarato guerra alla democrazia liberale, sostituendola con una forma di «democrazia nuda», priva di contrappesi istituzionali, fondata su un potere personale legibus solutus esercitato da un capo legittimato direttamente dal popolo. La presentazione del volume a L’Aquila si configura come un momento di discussione pubblica su questi temi, con particolare attenzione alle implicazioni per le democrazie occidentali e agli equilibri tra potere esecutivo, sistema giudiziario e competizione elettorale. ***   Ottorino Cappelli insegna Politica comparata all’Università di Napoli «L’Orientale». Ha svolto attività di ricerca e insegnamento presso le università di Birmingham e Cambridge (UK), la Lomonosov di Mosca (URSS) e, negli Stati Uniti, ad Harvard, alla Columbia University e per otto anni alla City University of New York come scholar in residence. Autore di numerosi saggi sulla politica russa e americana, è co-fondatore della rivista online «Antìmaka – Contro le logiche della guerra». Il suo libro recente è Power, State and Space (con M. Aliberti e R. Praino, Springer 2023).

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Novità librarie – Goffredo Palmerini

27 aprile 2026 Presentazione volume “Ricordando Mario Fratti, voci e memorie”, di Goffredo Palmerini   L’AQUILA – Sarà presentato giovedì 30 aprile alle 17:30, a L’Aquila, presso la storica Libreria Colacchi (Corso Vittorio Emanuele II, 5) il volume “Ricordando Mario Fratti, voci e memorie – Testimonianze ed interviste al grande drammaturgo aquilano” (One Group Edizioni), a cura di Goffredo Palmerini. Il volume propone 36 testimonianze di altrettante personalità del mondo teatrale, accademico, culturale ed istituzionale, raccolte in Italia e negli Stati Uniti, che hanno incontrato e conosciuto Mario Fratti da vicino.   La presentazione del nuovo libro di Palmerini su Mario Fratti avviene nel mese del terzo anniversario della sua scomparsa (New York, 15 aprile 2023) ed intende essere non solo un evento significativo, ma un vero e proprio tributo verso il grande drammaturgo aquilano quando la sua città natale è Capitale italiana della Cultura. Non sarà quindi una presentazione abituale, ma un’occasione per farne memoria attraverso brevi ricordi di alcuni degli Autori/Autrici delle testimonianze contenute nel libro.       Dopo il saluto della Municipalità portato dal Vicesindaco Raffaele Daniele, a presentare il volume, oltre il curatore Goffredo Palmerini e Francesca Pompa, presidente One Group, interverranno nell’ordine: Stefania Pezzopane, Gabriele Lucci, Giuseppe Di Pangrazio, Monia Manzo, Milena Petrarca, Margherita Peluso, Pasqualina Petrarca, Massimo Cialente, Liliana Biondi, Mino Sferra, Franco Narducci, Roberta Gargano, Emanuela Medoro, Laura Lamberti, Biagio Tempesta.   *** Il volume – 232 pagine in bella composizione grafica arricchite da diverse immagini – reca in apertura la Prefazione del Prof. Anthony J. Tamburri, Preside del Calandra Institute di New York, tra i centri di ricerca più prestigiosi nello studio della diaspora italiana negli Stati Uniti, la pagina di Presentazione del curatore Goffredo Palmerini e una breve biografia di Mario Fratti scritta nel 2022 proprio da Fratti stesso. C’è poi una bellissima intervista all’insigne drammaturgo, raccolta pochi anni fa a New York dalla Prof. Rosemary Serra (Università di Trieste) e rimasta finora inedita, seguita da 36 testimonianze fornite delle seguenti Personalità: Paola Inverardi (Rettrice del Gran Sasso Science Institute), Pierluigi Biondi (Sindaco dell’Aquila), Biagio Tempesta (ex Sindaco dell’Aquila), Massimo Cialente (ex Sindaco dell’Aquila), Liliana Biondi (saggista e critica letteraria), Giuseppe Di Pangrazio (ex Presidente Consiglio Regionale d’Abruzzo), Stefania Pezzopane (ex Presidente Provincia dell’Aquila e Teatro Stabile d’Abruzzo), Letizia Airos Soria (New York – giornalista), Gabriele Lucci (scrittore, direttore artistico), Laura Benedetti (Washington – docente Georgetown University), Franco Narducci (attore e regista teatrale), Josephine Buscaglia Maietta (New York – docente), Mino Sferra (attore e regista), Mariza Bafile (New York – giornalista e scrittrice), Lucilla Sergiacomo (scrittrice e critica letteraria), Roberta Gargano (Teatro Stabile d’Abruzzo, giornalista), Stefano Vaccara (New York – giornalista), Valentina Fratti (New York – regista teatrale), Tiziano Bedetti (compositore), Giovanna Chiarilli (giornalista e scrittrice), Emanuela Medoro (già docente e traduttrice), Maria Fosco (New York – dirigente Queens College), Monia Manzo (attrice e saggista), Silvia Giampaola (addetta culturale Maeci, attrice), Marisa Mastracci (attrice e regista teatrale), Milena Petrarca (artista), Joseph Sciame (New York – già docente St. John’s University), Pasqualina Petrarca (docente e giornalista), Giulia Bisinella (New York – attrice), Lucia Patrizio Gunning (Londra – docente), Laura Caparrotti (New York – regista e attrice), Laura Lamberti (New York – attrice), Margherita Peluso (attrice), Piero Picozzi (New York – promoter), Sara Morante (Berlino – attrice).

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La Piazze, novità librarie

24 aprile 2026   SULMONA, SUCCESSO PER IL LIBRO “LA PIAZZE”, DI ENNIO BELLUCCI: IL DIALETTO COME MEMORIA VIVA E RACCONTO DELLA COMUNITÀ   di Claudio Lattanzio *   Aula consiliare gremita, ieri sera a Sulmona, per la presentazione di “La Piazze”, il libro di poesie in dialetto pratolano del giornalista Ennio Bellucci. Un’opera nata quasi per caso, dalla rubrica settimanale che la testata ReteAbruzzo dedica alla poesia dialettale, e diventata nel tempo un vero e proprio affresco collettivo della vita di Pratola Peligna. A guidare l’incontro, con misura e ritmo, il giornalista Giuseppe Fuggetta, che ha accompagnato interventi e letture dando continuità al racconto della serata.   Le liriche raccolte nel volume restituiscono la quotidianità, i volti e le radici di una comunità attraverso piccoli quadri di vita vissuta. Un viaggio emotivo che parte dall’intimo e arriva al lettore con autenticità, senza indulgere nella nostalgia, ma restituendo un presente fatto di relazioni, valori e memoria condivisa.   Alla presentazione hanno preso parte, tra gli altri, la sindaca di Pratola Peligna Antonella Di Nino, il sindaco di Sulmona Luca Tirabassi, la consigliera regionale Antonietta La Porta, il direttivo al completo del Lions Club di Sulmona – sponsor dell’evento – oltre ai numerosi ospiti che hanno contribuito alla realizzazione del libro.   Il filo conduttore degli interventi è stato proprio il valore umano e culturale del dialetto come strumento di racconto. Il professor Mario Pelino ha aperto la riflessione sottolineando la dimensione personale della scrittura poetica: «Scrivere poesie significa esprimere il proprio vissuto più profondo e pubblicarle vuol dire esporsi. Ma conoscendo Ennio, ero certo che questo libro avrebbe trovato riscontro, soprattutto tra i tanti pratolani all’estero, legati alla loro terra e al loro idioma».   Su questa linea si è inserito Goffredo Palmerini, che ha ampliato lo sguardo alla portata culturale dell’opera: «La poetica di Bellucci è un’epifania dell’anima. Il dialetto diventa lingua autentica, musicale, capace di restituire verità e profondità». Una riflessione che si è poi allargata ai temi dell’impegno civico e del bene comune, con l’idea che la poesia possa contribuire a ricostruire legami e senso di comunità.   Il sindaco di Sulmona Luca Tirabassi ha quindi riportato il discorso su un piano più intimo, definendo Bellucci «un maestro» e le sue poesie «occhi che guardano con il cuore», capaci di restituire immagini dense di affetto per i luoghi e per le persone. Un concetto ripreso, con accenti personali, anche dalla consigliera regionale Antonietta La Porta, presente «per amicizia e stima»: «Ennio sa osservare con profondità, essere ironico e pungente, ma sempre umano. La sua emozione questa sera dimostra quanto questo libro sia autentico».   A chiudere il quadro critico è stato il professor Francesco Barone, che ha dato una lettura più ampia e strutturata dell’opera: «Non siamo di fronte a un libricino, ma a un lavoro di grande valore. Il dialetto non è una lingua minore, ma uno strumento identitario potente, capace di affrontare temi universali». Un libro, ha aggiunto, «che non si consuma velocemente, ma invita a fermarsi e a riflettere, anche negli spazi tra le parole». Emozionato, Ennio Bellucci ha ringraziato i presenti, rivendicando con semplicità il valore dei sentimenti: «Non bisogna mai vergognarsi di ciò che si prova, perché è la parte più profonda di noi». Ripercorrendo la nascita del libro, ha ricordato: «Siamo partiti quasi per gioco, con una poesia a settimana. Poi abbiamo visto crescere l’interesse e da lì è nato tutto».   Nel corso della serata l’autore ha declamato alcuni versi, restituendo la musicalità del dialetto pratolano e riportando in vita personaggi, episodi e atmosfere: «Dentro queste poesie c’è soprattutto il cuore», ha detto, ribadendo il legame con la propria comunità. Un passaggio che si è legato idealmente al messaggio conclusivo: «Dobbiamo marciare nella stessa direzione, superando ciò che ci ha diviso. L’amicizia e il rispetto sono il vero tesoro».   La serata si è chiusa con un momento musicale affidato al cantautore Beppe Frattaroli, che con la chitarra ha reso omaggio all’autore interpretando i suo brani, suggellando un incontro partecipato e sentito, nel segno della cultura e dell’identità condivisa.   *direttore ReteAbruzzo.com Fonte: Goffredo Palmerini

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L’Aquila Capitale italiana della Cultura 2026

USCITO IL NUMERO DI PRIMAVERA DELLA RIVISTA “D’ABRUZZO” È dedicato a L’Aquila Capitale italiana della Cultura 2026 L’AQUILA – È uscito il numero 153 della rivista trimestrale “D’Abruzzo” Turismo Cultura e Ambiente – Primavera 2026, disponibile nelle edicole della regione e acquistabile online sul sito www.dabruzzo.it dell’editore Menabò e in versione epub su Amazon. Numero che ospita un servizio Speciale di 16 pagine dedicato a L’Aquila Capitale italiana della Cultura 2026, aperta dal testo di Pierluigi Biondi, Sindaco dell’Aquila, i contributi di Lucia Arbace e Federica Zalabra, entrambi sul ritorno al Castello cinquecentesco, dopo i restauri dai gravi danni inferti dal sisma 2009, delle esposizioni del Museo Nazionale d’Abruzzo (MuNDA), e un avvincente Itinerario di rinascita di Massimo Alesii tra alcune meraviglie monumentali e architettoniche dell’Aquila e nel magnifico borgo di Fontecchio, uno dei castelli fondatori della città. Nella sezione Mostre l’articolo di Alessandro Gabriele sull’esposizione di Michelangelo Pistoletto a Pescara e a commento il contributo di Francesca Rapini; nella sezione Itinerari e Natura l’articolo di Angela Ciano “Ippovia del Gran Sasso”, un viaggio a cavallo che racconta la rinascita dell’Abruzzo, “Il monte Salviano” di Franco Persia sulla particolare e ricca biodiversità della Riserva naturale marsicana e “Il canto dell’ululone” di Carlo D’Aurizio. E ancora “La zanna del Mammuth torna a casa” di Americo Orlando, “Vivere nella tradizione” di Deborah Ferrante sull’attività casearia a Farindola. Nella sezione Personaggi il contributo di Pablo dell’Osa “Il neorealismo pittorico di Fulvio Muzi”, il contributo di Maria Cristina Ricciardi “Il linguaggio della visione” sull’artista Goffredo Civitarese, a 10 anni dalla scomparsa, e il contributo di Antonio Corrado “I viaggiatori lenti” alla riscoperta delle aree interne. Concludono il numero la rubrica Gastronomia a firma di Carla de Iuliis, Novità editoriali a cura di Viviana Farinelli e le News a cura di Francesca Rapini. Per questo numero Speciale della rivista, dedicato a L’Aquila Capitale italiana della Cultura – come lo saranno anche i tre successivi del 2026 – il direttore Gaetano Basti ha chiesto a me di scrivere l’Editoriale. Una richiesta che ho accolto con piacere, anzi l’ho ritenuta un vero privilegio. Se può essere d’interesse, con l’assenso del direttore, invio qui il testo dell’Editoriale e l’immagine di copertina della rivista. *** EDITORIALE L’Aquila è Capitale italiana della Cultura nel 2026. Non è un titolo che la trasforma: è uno specchio che la rivela. Poche città al mondo possono vantare un’origine così singolare. Fondata nel 1254 da una settantina di Castelli, ciascuno chiamato a edificare un quartiere al massimo della bellezza, L’Aquila nacque come progetto urbano armonico e non per aggregazioni casuali. Fu il primo atto di civiltà condivisa tra i suoi abitanti. Mai era successo nella storia dell’urbanesimo europeo. Un evento simile – fatte le debite proporzioni – sarebbe accaduto solo nel 1703 con la nascita di San Pietroburgo. Questa dunque la sua prima, irripetibile modernità. Per tre secoli la città esercitò un ruolo rilevante – seconda città del regno dopo Napoli – forte dei suoi commerci europei della lana e dello zafferano, dell’originalità della sua governance civile e politica, del forte legame tra la Civitas nova e i Castelli fondatori nella reciprocità di diritti e doveri dei cittadini dentro e fuori le mura. Fino alla frattura del 1528, quando la rivolta contro i dominatori spagnoli provocò la più grave conseguenza, lo smembramento feudale della città demaniale, recidendo il cordone ombelicale con il Contado e l’inizio d’una lunga decadenza. La storia dell’Aquila, però, è una continua sequela di resurrezioni, non solo dai disastrosi terremoti, ma anche dagli sconvolgimenti politici e dalle tragedie delle guerre. Come dopo la dittatura fascista e la seconda Guerra mondiale, per parlare dei tempi recenti. Con l’Italia della Repubblica, libera e democratica, nei suoi primi anni il Gruppo Artisti Aquilani ridà voce a una comunità che aveva fame di cultura, con una visione da cui genera l’inizio della fioritura delle istituzioni culturali che ancor oggi la distinguono: musica, teatro, cinema, arti visive, alta formazione. L’Aquila si è sempre caratterizzata come città con alto indice d’investimento in cultura, in rapporto agli abitanti un’eccellenza in Italia, non solo per fruizione, quanto soprattutto per creatività e produzione culturale. Non un ornamento, ma una vocazione autentica. Oggi la vocazione si manifesta in un sistema culturale, scientifico e di alta formazione tra i più ricchi d’Italia: Società dei Concerti, Orchestra Sinfonica Abruzzese, Solisti Aquilani, Teatro Stabile d’Abruzzo, Istituto Cinematografico dell’Aquila con i suoi archivi, Università dell’Aquila, Conservatorio, Accademia di Belle Arti, la scuola speciale superiore Gran Sasso Science Institute, i Laboratori INFN, la Scuola della Guardia di Finanza, e una costellazione di Cori e associazioni culturali. L’Aquila non distribuisce cultura: la produce, la genera, la rinnova. Accanto alla dimensione artistica, la città custodisce un patrimonio spirituale che la rende unica: la Perdonanza, il primo giubileo della cristianità concesso nel 1294 da Celestino V, riconosciuta dall’Unesco patrimonio dell’umanità. Papa Francesco, in visita pastorale il 28 agosto 2022, definì L’Aquila “Capitale del Perdono, della Riconciliazione e della Pace”. È un riconoscimento che non appartiene al passato, ma al destino stesso della città: un mandato morale di respiro universale. C’è poi la città rinata dalle rovine del sisma del 2009. Oggi L’Aquila si presenta con una ricostruzione avanzata e luminosa: palazzi, chiese, monumenti, mura urbiche, piazze che tornano a splendere come uno dei centri storici più vasti e preziosi d’Italia. L’Aquila è davvero uno scrigno di meraviglie: una città che ha trasformato la ferita in forza, la tragedia in rinascita. C’è infine il suo straordinario contesto naturalistico e ambientale, con l’anfiteatro delle sue montagne. Essere Capitale italiana della Cultura significa offrire al Paese e al mondo non un corposo calendario di eventi, oltre 300, ma un’esperienza vitale che intriga totalmente. Nel corso del 2026 L’Aquila propone ai visitatori un’accoglienza calorosa, insieme alla rivelazione della sua identità più profonda: la grazia delle sue architetture, la vitalità delle sue istituzioni culturali, la potenza dei suoi valori spirituali. Una città che non mostra ciò che ha organizzato, ma ciò che è. Una città che, ancora una volta, ha scelto di rinascere

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Tra scienza e passione, il sapere che non conosce confini

Alla Fondazione Mediterranea, nei suoi vent’anni di attività, un omaggio a Giuseppe Nicolò con il Premio Bertrand Russell ai Saperi Contaminati X X Nel tempo delle competenze verticali e delle specializzazioni blindate, c’è ancora chi osa attraversare i confini del sapere. E non per distrazione, ma per vocazione. È in questo spirito che la Fondazione Mediterranea, celebrando i suoi primi vent’anni di attività, ha voluto rendere omaggio a Giuseppe Nicolò, insignito della menzione speciale del Premio ai Saperi Contaminati intitolato a Bertrand Russell. La ricorrenza, che segna oltre due decenni di impegno civile e culturale nell’area dello Stretto, non è stata soltanto un esercizio celebrativo. Piuttosto, una dichiarazione di metodo: il sapere non è una stanza chiusa, ma una piazza. E in questa piazza Nicolò si muove con naturalezza disarmante. Sovrintendente Capo della DIA, scrittore, esperto micologo, ma anche musicofilo raffinato, librettista e divulgatore televisivo, Nicolò incarna quel raro equilibrio tra rigore e curiosità. La sua imponente collezione di grammofoni e dischi a 78 giri non è semplice antiquariato: è memoria sonora, archivio vivo, testimonianza di un’epoca che ancora sa parlare. Accanto a lui, le menzioni attribuite ad Angelo Vazzana e Gennaro Cortese completano un trittico di eccellenze che, ciascuna a suo modo, hanno fatto della contaminazione culturale una cifra distintiva. In fondo, il messaggio è semplice e insieme controcorrente: non si cresce per compartimenti stagni. E mentre il mondo si affanna a catalogare, c’è chi preferisce collegare. La Fondazione Mediterranea festeggia i suoi vent’anni guardando avanti, affidandosi a una nuova generazione. Ma lo fa con una certezza antica: il sapere, quando si contamina, non si indebolisce. Si rafforza. E, soprattutto, resta vivo. Giuseppe Arnò *

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VE, Baglioni – Ambasciatore della Bellezza

Il titolo d’Ambasciatore della Bellezza al grande cantautore Claudio Baglioni. A Venezia, in attesa dei suoi due concerti d’apertura del “GrandTour La vita è adesso”, nell’ambito del 13° Festival della Bellezza     Servizio e foto di Claudio Beccalossi x x  Venezia – Evento grande sul Canal Grande. O, meglio, nello storico Palazzo Balbi, sede ufficiale del presidente della Regione Veneto e della giunta regionale, proprietà della Regione dal 1971. Ubicato nel sestiere di Dorsoduro (nel tratto noto come volta de canal, tra Ca’ Foscari e Palazzo Caotorta Angaran), l’edificio risale alla seconda metà del Cinquecento (periodo 1582-1590) e sorse con committente Nicolò Balbi (che voleva farne rinomata residenza di famiglia) e piano dell’architetto Alessandro Vittoria (Trento, 1525 – Venezia, 27 maggio 1608, pure scultore, stuccatore, medaglista, massimo esponente del manierismo nella Città dei Dogi), allievo di Jacopo Sansovino. L’illustre location regionale ha accolto il grande cantautore e compositore Claudio Baglioni (Roma, 16 maggio 1951, figlio unico di Riccardo, maresciallo dei Carabinieri e di Silvia Saleppico, sarta), venuto in laguna per ricevere il titolo d’Ambasciatore della Bellezza da parte del Festival della Bellezza stesso (organizzato dall’Associazione culturale Idem) e della Regione Veneto. La cerimonia (davanti ad un consistente numero di giornalisti, operatori video, media in genere)  è stata aperta dagli onori di casa del presidente della Regione Veneto Alberto Stefani (Camposampiero, Padova, 16 novembre 1992) rimarcando il valore del 13° Festival della Bellezza 2026 promosso dalla Regione tra i “Grandi eventi”, con una sua intensa serie di incontri da maggio ad ottobre, sul filo conduttore de “Il Simbolico”.  «Siamo qui soprattutto per ribadire due appuntamenti d’apertura tra i più importanti di questo Festival, quelli di 29 e 30 giugno con Claudio Baglioni in piazza San Marco. È un onore annunciarlo nella sede della giunta regionale. Personalmente, sono molto legato alla musica di Baglioni. La prima canzone a me dedicata era proprio “La vita è adesso”, titolo del tour del cantautore che partirà appunto da Venezia». L’ospite s’è poi lasciato andare a riflessioni sul tema della bellezza, oltre che a ricordi e impressioni d’una carriera musicale al giro di boa dei sessant’anni, soffermandosi, in particolare, sui suoi trascorsi veneziani. Una sorta di gradevole lectio magistralis…  «La parola bellezza incute timore, oltre che un’attrazione naturale, nel meccanismo umano, quasi inevitabile. Addirittura essere associato come ambasciatore fa tremare i polsi, anche se è vero che ambasciator non porta pena, per cui, alla fine, ci si salva sempre. È difficilissimo mirare alla bellezza perché certe volte si manifesta, è palese, altre volte si nasconde e bisogna fare davvero dei lunghissimi viaggi per stanare, riuscire a togliere di dosso tutte quelle incrostazioni». «Alcuni anni fa, assieme a miei compagni di lavoro, musicisti, altri artisti, ci siamo un po’ interrogati sul nostro mestiere e sul fatto che giusto la bellezza, secondo citazione estremamente famosa, salverà il mondo. Anche se talvolta bisognerebbe chiedersi se il mondo sia in grado di salvare la bellezza. Però, noi, in maniera un pochino cauta, anche se un po’ di presunzione c’era nella nostra definizione finale, in fondo abbiamo detto che chi semina bellezza poi la raccoglie. O può sperare di fare un buon raccolto. Quindi, bisogna comunque seminarla, oltre ad andare a cercarla dove esiste». «Comunque, mi prendo questa responsabilità anche perché sono, insomma, alla fine d’una lunga carriera cominciata idealmente sessant’anni fa, quando sono salito per la prima volta, senza avere nessuna tradizione familiare di artisti, su un palcoscenico in occasione d’un festival di voci nuove in un quartiere periferico romano. Non so chi m’abbia dato il coraggio in quell’occasione perché sono tendenzialmente una persona timida e, quando si nasce timidi, è difficile cambiare, nel corso della vita. S’impara a gestire, a padroneggiare un po’ la timidezza. Ma forse si nasce artisti anche per questo, forse per violare questa difficoltà nel comunicare col mondo esterno». «La ricerca c’è sempre stata. Tante volte è accaduta anche in questo territorio. Il Veneto ha dato a me ed a tanti altri miei compagni d’arte e di lavoro occasioni meravigliose, specialmente, a volte, nella ricerca dei luoghi. Sono reduce, in tempi recenti, di 12 concerti nell’Arena di Verona, tre dei quali vennero fatti posizionando la zona scenica di nuovo al centro. Cioè, laddove esiste la verità di quell’anfiteatro che poi, con l’inizio dell’epoca moderna, mettendo generalmente il palcoscenico da una parte, abbiamo quasi sempre avvertito una sensazione di tradimento architettonico. Tant’è che, in quell’occasione, ho avuto la fortuna d’avere un riconoscimento da parte dell’Ordine degli architetti della provincia di Verona (Baglioni s’è laureato in Architettura il 24 giugno 2004 presso l’Università “La Sapienza” di Roma, con la votazione 108/110, n.d.a.) per aver fatto qualcosa di coraggioso e, probabilmente, rivoluzionario. Come mi sembra il vostro Festival. Nel senso che se ancora qualcuno sta lì, alla ricerca della bellezza, comunque deve avere qualche problema nella vita, cioè qualche necessità, qualche mancanza, qualche tara, che porta ad inseguire qualcosa che va riscoperto ogni volta. Perché non esiste una bellezza ferma nel tempo, esiste solamente una bellezza che è in grado d’avere il passaporto del tempo». «Quindi, in questa sfida immaginifica, visionaria, m’ha colpito molto il titolo di questa edizione, “Il Simbolico”. La parola simbolo, in tutti gli annessi e connessi, aggettivi e verbi, deriva da una parola greca poi entrata nella lingua latina e che significa “mettere insieme”, “gettare insieme”, tant’è che sembra che tutto fosse parte d’un rituale per il quale, quando certe persone si conoscevano, spezzavano un utensile, un oggetto di terracotta e poi potevano riconoscersi facendo di nuovo combaciare i pezzi. Perciò, il simbolo significa il rispetto d’un patto, il trovare da un piano reale un secondo piano irreale che, poi, in qualche maniera si ricongiungono, si sovrappongono. E probabilmente noi siamo bisognosi di simboli e li andiamo a cercare perché accrescono la nostra possibilità d’indagare su ciò che ci circonda». «Venezia è l’inizio di questo GrandTour, sarà il mio ultimo giro itinerante, poi ci saranno alcuni eventi. Partenza da Venezia perché io, una volta, sono riuscito a fare una piccola apparizione con

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Novità librarie – Sergio Vento

Sergio Vento e la grande tradizione della memorialistica diplomatica italiana   Sergio Vento, romano, è stato uno degli uomini di punta della diplomazia italiana fra la fine del Ventesimo secolo e l’inizio del XXI. Ambasciatore d’Italia a Belgrado fra il 1989 e il 1991, dal 1992 al 1995 è stato consigliere diplomatico dei presidenti del Consiglio Giuliano Amato, Carlo Azeglio Ciampi, Silvio Berlusconi e Lamberto Dini. Dal 1995 al 1999 è stato ambasciatore a Parigi, dal 1999 al 2003 rappresentante permanente italiano presso l’Organizzazione delle Nazioni Unite e dal 2003 al 2005 ambasciatore d’Italia a Washington, lasciando la carriera diplomatica per raggiunti limiti di età proprio nel 2005. Il diplomatico romano ha deciso recentemente di pubblicare un libro di memorie “Il XX secolo non è finito. Transizioni e ambiguità” (Soveria Mannelli, Rubbettino, 2024) che è un volume che spicca per importanza nell’ambito della memorialistica politica e diplomatica italiana. Ripercorrendo la sua vita e carriera diplomatica, Vento compie contemporaneamente una ricostruzione rigorosa, interessante e stimolante della storia della politica estera italiana e dell’evoluzione della politica internazionale dagli anni Sessanta del Novecento al primo decennio del XXI secolo.   Ma il libro è anche una riflessione sull’evoluzione dello Stato italiano e della sua classe dirigente negli ultimi cinquant’anni, con ritratti di grande perspicacia e interesse di personalità come Giulio Andreotti, Aldo Moro, Bettino Craxi, Arnaldo Forlani, Lamberto Dini, Carlo Azeglio Ciampi e Giuliano Amato. Giustamente il diplomatico romano denuncia i pericoli per l’Italia derivanti dall’emergere di una classe politica “liquida”, priva di veri punti di riferimento ideali e di continuità con le grandi tradizioni politiche italiane del passato; una classe politica debole, spesso vittima e strumento dei grandi interessi economici e di alcuni Stati stranieri, anche perché non può appoggiarsi su strutture partitiche solide e radicate in modo capillare nella società italiana: una società sempre più frammentata, che rigetta la competizione meritocratica e che piuttosto apprezza e premia classi dirigenti prodotto di un presunto “nuovismo” politico a scapito di coloro che possiedono una solida cultura politica e una lunga esperienza di amministrazione della cosa pubblica. Il volume di Vento colpisce il lettore per la crudezza delle analisi, per l’assenza di retorica, per lo sforzo sincero di svelare le logiche di potere che dominano la realtà politica contemporanea. Sono caratteristiche queste di Vento che ricordano non poco lo stile e il contenuto di certi rapporti diplomatici di un altro formidabile ambasciatore romano, Pietro Quaroni. Sul piano della memorialistica diplomatica, il libro di Vento spicca come uno dei libri di ricordi più importanti scritti da un diplomatico italiano negli ultimi decenni. Per trovare libri che raggiungano la forza interpretativa e il vigore intellettuale dell’opera dell’ex ambasciatore a Belgrado dobbiamo andare indietro di alcuni decenni, ai volumi memorialistici dei due grandi “Roberto” della “Carriera”, Roberto Ducci e Roberto Gaja, con i quali peraltro Vento ha lavorato in gioventù: “I Capintesta” di Ducci, pubblicato nel 1982, e “L’Italia nel mondo bipolare. Per una storia della politica estera italiana (1943-1991)”, edito postumo nel 1995.   A nostro avviso, Sergio Vento presenta forti affinità sul piano della sensibilità politica e ideologica e delle concezioni di politica estera con Roberto Ducci, ma “Il XX secolo non è finito” non ha la raffinatezza letteraria e di scrittura de “I Capintesta”; piuttosto, per la sincerità delle analisi e la struttura del volume, ricorda le memorie postume di Roberto Gaja. Un elemento comune dei libri di Vento e Gaja sta nella difesa e nell’elogio dei successi della politica estera della Prima Repubblica italiana, resi possibili dalla felice sintonia e collaborazione fra una leadership politica competente, ambiziosa e non provinciale, e un corpo diplomatico di alto livello che, capiti e assimilati i gravi errori della politica imperialista fascista, aveva conosciuto un rinnovamento ideologico e strategico, divenendo poi, grazie a funzionari come Pietro Quaroni, Luca Pietromarchi, Gastone Guidotti, Cristoforo Fracassi Ratti Mentone, i sopracitati Ducci e Gaja e molti altri, uno dei principali centri di elaborazione politica e intellettuale dell’Italia della seconda metà del Novecento.   La lettura del libro di Vento aiuta anche il lettore a comprendere meglio le difficoltà della professione del diplomatico. Mestiere assai diverso da come viene descritto dalle periodiche campagne di stampa dei mass media populisti, che amano denigrare chi lavora per lo Stato. L’opera di Vento mostra che la carriera diplomatica è una professione che domanda studio continuo, disciplina, fatica; sacrificio non solo personale ma anche per i membri della propria famiglia. La guida di un’Ambasciata richiede svariate e diverse qualità e caratteristiche: competenze amministrative e giuridiche, capacità d’interazione e integrazione con lo Stato e la società ospitanti; bisogna avere doti di analisi, ma anche, allo stesso tempo, la capacità di risolvere problemi concreti e pratici, emergenze improvvise.   Una delle maggiori difficoltà della carriera diplomatica è costituita poi dall’intensità del rapporto d’identificazione del diplomatico con lo Stato. Rappresentare lo Stato all’estero è cosa ardua, un grande onore ma anche un grave onere e un’enorme responsabilità. Parole e atti sbagliati possono provocare gravi danni allo Stato e ai suoi cittadini. Vi è poi l’ethos di stampo militare caratteristico della diplomazia italiana, ereditato dalla tradizione della diplomazia sabauda composta per secoli prevalentemente da ufficiali e generali delle forze armate dello Stato dinastico sabaudo: nei momenti dell’emergenza, del pericolo supremo per lo Stato, l’etica del servizio dello Stato impone al diplomatico la disponibilità a qualsiasi sacrificio, anche a quello supremo di mettere a rischio la propria vita.   Le memorie di Vento, per la ricchezza del loro contenuto e la profondità delle analisi, mostrano chiaramente quali sono i tradizionali punti di forza e le qualità della tradizione della diplomazia italiana: la capacità di leggere e interpretare il sistema internazionale in maniera realistica e complessa, collegando fra loro le dinamiche dei vari contesti della politica globale; uno stile di analisi schietto, senza retorica, sincero nelle opinioni; un’abilità di leggere e interpretare rapidamente i mutamenti in corso negli equilibri di potere mondiale. È quella italiana una diplomazia che ha una forte impronta westfaliana: ritiene che ideologie e religioni dovrebbero essere fenomeni

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Rio de Janeiro – Cinematografia

 “Magia a Rio: Il Film ‘Copacabana Palace’ conquista il pubblico e fa rivivere la grande storia del cinema Italiano” x x A Rio de Janeiro ci sono serate che vanno oltre il programma ufficiale e si trasformano in esperienze da ricordare. È quello che è accaduto al Museu da Imagem e do Som, che ancora una volta si conferma protagonista di iniziative capaci di unire cultura, emozione e partecipazione. Dopo il grande entusiasmo della corsa organizzata la settimana precedente, il MIS a MIS (Memoria in Movimento),in occasione dell´inagurazione della nuova sede di Copacabana, ha cambiato linguaggio ma non energia, passando dallo sport al cinema senza perdere il suo spirito: creare connessioni. E lo ha fatto con la proiezione di “Copacabana Palace”, film diretto da Steno, che ha riportato il pubblico in una Rio diversa, più nostalgica, ma incredibilmente viva. La sala cinematografica Mário Tavares, del Teatro Municipal di Rio de Janeiro, completamente esaurita, non racconta solo il successo dell’evento, ma qualcosa di più profondo: il bisogno di fermarsi, guardare insieme e condividere storie che parlano di noi. Perché questo film, in fondo, non è stato solo visto — è stato vissuto. Per molti presenti, soprattutto per la comunità italiana, è stato come ritrovare un pezzo di casa lontano da casa. Le immagini della Rio degli anni ’60, i suoi luoghi simbolo e le atmosfere senza tempo hanno acceso ricordi, curiosità e anche una certa emozione. È in questi momenti che si capisce come la cultura non sia qualcosa di distante o astratto, ma un filo invisibile che tiene unite le persone, anche a migliaia di chilometri di distanza. Le parole di Cesar Miranda Ribeiro, direttore del MIS, hanno sottolineato proprio questo: il cinema non serve solo a raccontare, ma anche a costruire immaginari e identità. E quando si parla di cinema italiano, si parla di una tradizione che ha lasciato un segno nel mondo, capace di raccontare la realtà con profondità e ironia. L’evento, realizzato in collaborazione con il Teatro Municipal do Rio de Janeiro e l’Istituto Italiano di Cultura di Rio de Janeiro, magistralmente diretto da Marco Marica, ha dimostrato come il dialogo tra istituzioni possa trasformarsi in un risultato concreto: un autentico momento di incontro tra Paesi, culture e persone. Attraverso questo brillante lavoro, l’Istituto Italiano di Cultura ha ancora una volta valorizzato la ricchezza della cultura cinematografica italiana, proponendo una commedia all’italiana capace di raccontare i cambiamenti sociali con leggerezza e intelligenza, lasciando un segno profondo e duraturo su intere generazioni. E non è finita qui. L’annuncio di Clara Paulino sulla creazione di un cineclub mensile apre nuove prospettive: uno spazio continuo dove il cinema diventa appuntamento fisso, occasione di crescita e scoperta. Dopo la proiezione, il dialogo con Cavi Borges e Taíla Borges, moderato da Felipe Haurelhuk, ha dato ulteriore profondità alla serata. È emersa una consapevolezza chiara: il cinema è memoria, è documento, ma soprattutto è uno strumento per capirsi. Le note di Antônio Carlos Jobim, João Gilberto e Luiz Bonfá, insieme alle immagini in Technicolor, hanno reso tutto ancora più immersivo, creando un perfetto equilibrio tra Italia e Brasile, tra racconto e realtà. Il “tutto esaurito” ha dimostrato che non è stata solo una serata di cinema. È stata una dimostrazione concreta di come la cultura possa creare legami veri, rafforzare identità e aprire nuove strade. Il successo dell’iniziativa lo conferma: esiste un pubblico attento, curioso, pronto a riscoprire storie che parlano al cuore. E forse è proprio questo il messaggio più importante: quando le immagini si accendono, non illuminiamo solo uno schermo, ma anche il nostro senso di appartenenza. Un grande contributo è stato dato soprattutto dall’entusiasmo, dalla bravura e dall’esperienza del direttore del MIS, Cesar, che scopriamo essere di origini italiane: ha certamente contribuito a creare un clima bellissimo e cordiale. Alfredo Apicella / ASIB

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Nella Chiesa della Presentazione del Signore in Lauropoli Trittico di Enzo Palazzo

  L’installazione è un monocromo che rappresenta le componenti essenziali della Crocifissione e della Passione      Anche per la Pasqua 2026, Enzo Palazzo, artista concettuale e scenografo, è stato puntuale, come il giovinotto al primo appuntamento con la donna amata. Sì, sembra proprio così, Palazzo già da alcuni anni   dà sfogo al suo estro artistico per comunicare al vasto pubblico il suo stato d’animo, ma anche -e forse soprattutto- la situazione della “pasqua civile” che non accenna a dichiararsi nella contemporaneità, soffocata dal subbuglio cieco della violenza e delle guerre che inselvatichisce le persone -governanti compresi- giocando a rimpiattino col genere umano.   “L’arte è una strada senza ritorno, a senso unico senza sosta”, sostiene l’artista! Perché?    «“Io fui qua”. Ciò che Jan Van Eyck scrive sul muro della stanza dei coniugi Arnolfini, nel 1434, e ciò che gli artisti di ogni tempo hanno in fondo voluto dire»: sostiene l’artista di Lauropoli che ha allestito una sua installazione per illustrare, comunicare alle persone che si “vive su ana strada senza ritorno”, nella chiesa della Presentazione del Signore in corso Laura Serra».   –Anche per la Pasqua 2026 un’installazione nella Chiesa della Presentazione del Signore?  Perché?    «Ho inteso riempire di significati il significante del gesto artistico. Anche questa volta-sostiene Palazzo- su un tema così coinvolgente la vita di ognuno di noi: il senso della Passione, della Crocifissione, del Sacrificio, del Buio della Rinascita, così difficili da vivere, oppure così semplici da scegliere. Posti davanti al Divino che ha fatto del coraggio del donarsi uno dei suoi simboli, non rimarrebbe altro che seguirlo senza re- interpretazione. L’arte come questo, ci viene incontro, se avessimo perso di vista il messaggio messianico, se lo avessimo troppo comodamente scollato dalla nostra quotidianità». -È questa l’interpretazione “artistica” dell’atto finale della Passione?     «Mostrando quanto dobbiamo essere intrisi della Passione -ribatte l’artista- e del seme della Resurrezione che solo in essa Passione germoglia; mostra quanto ciò che definiamo in noi “umanità” debba diventare esondazione verso l’umanità; quanto ci debba stare stretta la consuetudine, dinanzi a un Dio-Uomo che quella consuetudine l’ha trasfigurata.  «L’installazione -continua con foga l’artista di Lauropoli- trasuda di invito a rileggere la storia, i suoi simboli, i suoi gesti, rileggere sé stessi, i propri simboli, i propri gesti … riconsiderare … ri-scegliere. È altro che l’opera saprà ispirare, suggerire … indicarVi». -In cosa consiste l’esposizione per coloro che stentano a leggere il messaggio artistico?    «L’installazione è un Trittico, formato da una tela di dimensioni più grandi, completamente di colore nero al centro, con l’esplicita volontà di raffigurare l’immagine del Cristo non nella maniera “classica”. Ai lati due tele di formato più piccolo che vanno a completare la complessa rappresentazione. Con questo monocromo ho optato per una pittura che cancella l’immagine preesistente della Crocifissione appropriandomi di quell’oscurità che rappresenta una componente essenziale della stessa Crocifissione e più in generale della Passione». -La Passione non è solo resurrezione del Cristo ma anche del genere umano. Perché il buio assoluto circonda il Crocifisso?    «In questa esposizione artistica tutto sembra ruotare intorno al buio, ad un buio sacro, suggerendo un altro buio più profano: il buio del mondo attuale. Il nero di fondo della tela centrale con il Cristo graficamente disegnato di colore bianco, è un nero profondissimo tutto da scoprire, pieno di mistero in cui vale assolutamente la pena di perdersi. Ho voluto mettere il dolore del mondo, i calvari, le vie crucis, le crocifissioni. Una narrazione -continua Palazzo- che indaga i temi della sofferenza umana, la disperazione, la denuncia sociale e la ricerca spirituale. In sintesi l’arte contemporanea tende a trasformare il crocifisso da simbolo dogmatico a icona del dolore e della condizione umana universale. L’opera -chiarisce inoltre Palazzo- esprime una profonda sofferenza morale. Rimane un’energia trasmessa dal contrasto dirompente fra il bianco della figura e il nero di fondo. Tutto lo spazio è diventato prima di tutto un luogo psicologico ed esistenziale, che accoglie un urlo di verità, riconoscendo l’eco della materiale violenza che ha segnato la storia. Come non cogliere la dolente consapevolezza che sono soprattutto il caos e il male ad agitare la vita dell’uomo»?  -La Resurrezione del Cristo invita alla speranza: perché lei appare così pessimista?    «No, non sono pessimista. La realtà è quello che io leggo nel mondo contemporaneo. Eppure possiamo percepire echi di bellezza anche nel tumulto caotico e violento dell’esistenza. A ben vedere, in questa mia installazione, il Cristo è saldamente al centro della composizione. Si percepisce come solido pilastro, e dunque come fonte di salvezza per dare forma alle ingiustizie e ai soprusi perpetrati dall’uomo contro l’uomo, nel mondo contemporaneo».                                                                        Martino Zuccaro                 

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