Teofilo Patini

Il Teofilo Patini di Angelo De Nicola, una lettura originale del grande pittore abruzzese   di Giuseppe Lalli   C’è un paradosso tutto italiano, e squisitamente abruzzese, che avvolge da sempre la figura di Teofilo Patini (1840-1906). Tutti conoscono i suoi capolavori, le tele monumentali che hanno dato un volto e una dignità epica al mondo subalterno; eppure, la sua autentica grandezza è rimasta a lungo imprigionata in una memoria frammentata, fatta di celebrazioni scolastiche o, peggio, di una conoscenza superficiale e per sentito dire.   A rompere questo incantesimo dell’oblio e della retorica arriva l’ultimo saggio di Angelo De Nicola, intitolato Teofilo Patini cronista col pennello, pubblicato da One Group Edizioni. Si tratta di un piccolo libro che non si limita a ricordare il maestro di Castel di Sangro, ma ne ribalta completamente la prospettiva di lettura attraverso un’operazione critica tanto inedita quanto coraggiosa.   Giornalista di lungo corso e attento osservatore delle dinamiche storiche e sociali del territorio, De Nicola ha ormai abituato il suo pubblico a veder fissate queste complesse realtà in saggi di grande successo editoriale, capaci di unire rigore e intrattenimento, da quel grande comunicatore che ha dimostrato di essere. Anche in questo caso, egli compie un salto logico affascinante, riconoscendo nel pittore ottocentesco un vero e proprio “collega” d’altri tempi.   Il fulcro e vero motore del libro risiede in un’intuizione metodologica di straordinaria freschezza: leggere Patini non con la lente ingessata e spesso autoreferenziale della critica d’arte tradizionale, ma attraverso gli occhi del giornalismo d’inchiesta. Patini non dipingeva per decorare i salotti della nascente borghesia post-unitaria, né per compiacere i committenti; dipingeva per denunciare. La sua tela era il suo articolo di fondo; il suo pennello, un taccuino di cronaca affilato, etico e spietato, capace di sbattere in faccia all’Italia sabauda il dramma della fame, della miseria delle campagne, della fatica delle donne e del destino degli ultimi.   È proprio in questa chiave di lettura che emerge il valore più profondo di quest’ultima fatica editoriale di De Nicola: la capacità di dimostrare la sorprendente modernità di Patini. Strappato a una dimensione puramente locale o folkloristica, il pittore viene finalmente ricollocato dove merita di stare, ossia nel grande alveo del realismo sociale italiano. Si tratta di una declinazione pittorica speculare al verismo del suo coetaneo Giovanni Verga (1840-1922). Ma se con lo scrittore condivide la cruda rappresentazione della miseria dei vinti, il pittore abruzzese se ne distanzia sul piano ideologico. Laddove il pessimismo di Verga si limita a fotografare una realtà giudicata immodificabile, il pennello di Patini si fa strumento di battaglia civile, animato da una precisa volontà di riscatto politico e sociale.   Un bel libro, questo di De Nicola, lodevole già per la scelta del tema. In un’epoca in cui le mostre d’arte e i libri di successo inseguono i grandi nomi del mercato globale (gli Impressionisti, Van Gogh, la Pop Art), l’autore compie una scelta controtendenza. Scommette su un pittore che non fa “arredamento”, ma disturba la coscienza moderna. Patini, in fondo, è l’antitesi del disimpegno contemporaneo: la sua pittura obbliga a guardare la miseria, la terra e il dolore, quella realtà dalla quale noi abruzzesi veniamo e che era ancora viva nella memoria dei nostri padri. Tuttavia, per sfuggire al rischio del panegirico acritico e restituire giustizia all’onestà intellettuale del testo, è necessario sollevare qualche elemento di riflessione su alcune scelte strutturali che potrebbero apparire discutibili, ma che si rivelano, a ben vedere, pienamente giustificate dall’economia dell’opera.   La prima nota riguarda il taglio strettamente tematico: chi cerca in queste pagine una disamina accademica sulla tecnica del colore, sulle influenze stilistiche dei soggiorni napoletani o romani, o sulla filologia pura del tratto pittorico di Patini, rimarrà parzialmente deluso. L’analisi formale cede quasi totalmente il passo a quella del contenuto politico e sociale. Ma questa assenza di tecnicismo scientifico, oltre a rispecchiare un percorso estraneo allo specialismo della storia dell’arte, è una scelta divulgativa deliberata e legittima. De Nicola non scrive per una cerchia ristretta di accademici arroccati nel proprio sapere, ma si rivolge a un pubblico più vasto, a una platea non specialistica, eppure intellettualmente curiosa.   Allo stesso modo, la forte concentrazione del testo sulla celeberrima “trilogia sociale” (L’erede,1880; Vanga e latte, 1884; Bestie da soma, 1886) rischia di mettere in ombra la pur vasta produzione sacra o la ritrattistica minore dell’artista. Anche in questo caso, l’apparente parzialità dello sguardo è funzionale alla tesi di fondo: per confermare la visione del Patini “cronista”, cui si accennava, l’autore seleziona inevitabilmente i suoi reportage pittorici più dirompenti e rivoluzionari, quelli in cui il legame tra l’inchiesta e la tela si fa carne e sangue.   Nella seconda parte del volume, la scena viene quasi interamente occupata dall’uomo: il Patini privato, il “pittore della verità” che, dopo il lungo peregrinare, compie il suo fatidico ritorno alla terra d’origine. È un legame viscerale e tormentato. La città dell’Aquila, che pure diventerà il teatro di una sua straordinaria operosità e il vivaio in cui educherà un’intera e feconda generazione di giovani artisti, si dimostra una madre ambigua: lo onora, lo accoglie, eppure mostra di non comprendere fino in fondo la coerenza di un programma che era rigorosamente morale prima ancora che estetico.   Sentendosi forse straniero in quella pur generosa città, il maestro avverte il richiamo ancestrale delle origini e sceglie di riabbracciare la sua Castel di Sangro. È in quel paese natio, specchiandosi negli occhi di una miseria atavica e fiera, che Patini aveva attinto la materia prima per le sue tele; ed è lì che ritrova la linfa del suo indomito impegno civile.   Il sipario della vita si chiuderà tuttavia a Napoli, il 16 novembre 1906, in un congedo dal mondo che ha il sapore di una parabola laica e dolente. Sul suo tavolo da lavoro rimarrà un piccolo disegno incompiuto, un’ultima traccia di grafite che sembra quasi riassumere e sigillare il senso profondo della sua intera esistenza di cristiano senza chiesa, di credente degli ultimi: il profilo appena

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Bologna, mostra dedicata a Tutankhamon

    Dopo il grande successo nelle principali città italiane, apre a Palazzo Belloni l’attesa mostra dedicata al Faraone più famoso della storia   OSPITE D’ECCEZIONE ALL’INAUGURAZIONE: IL CELEBRE ARCHEOLOGO ZAHI HAWASS   Dopo aver registrato uno straordinario successo di pubblico e critica nelle principali città italiane – Firenze, Napoli, Padova, Torino, Genova e Cagliari – arriva a Bologna la mostra dedicata al faraone più famoso di tutti i tempi: Tutankhamon.   A partire da sabato 3 ottobre, la prestigiosa location di Palazzo Belloni aprirà le porte all’esposizione “Tutankhamon: La tomba, il tesoro, la maledizione”.   Un’occasione imperdibile per conoscere le origini del “Faraone Bambino” e rivivere, passo dopo passo, la più grande scoperta archeologica del XX secolo, avvenuta nel 1922 grazie alla tenacia dell’archeologo Howard Carter.     IL PERCORSO ESPOSITIVO E LE SUE SEZIONI   L’esposizione offre un viaggio immersivo e suggestivo, supportato da spettacolari scenografie, che stimola la curiosità dei visitatori di tutte le età: Riproduzioni Ufficiali: Oltre 100 fedeli riproduzioni dei reperti più importanti del tesoro della Tomba, certificate direttamente dal Ministero delle Antichità Egizie del Cairo. Sezioni tematiche: approfondimento dedicato alle complesse tecniche di mummificazione e all’imbalsamazione in uso nell’antico Egitto. Realtà Virtuale (VR): Indossando un visore, il visitatore potrà “abbattere il muro” dietro il quale si nascondeva il tesoro di Tutankhamon ed esplorare virtualmente la tomba, osservando in prima persona le “cose meravigliose” scoperte da Carter. Famiglie e Bambini: Un percorso appositamente ideato per i più piccoli, con didascalie facilitate e supporti visivi mirati. Scuole: Visite dedicate con guide qualificate, progettate per stimolare l’approfondimento e la curiosità degli studenti verso la storia dell’antico Egitto. EVENTO SPECIALE DI INAUGURAZIONEIn occasione dell’apertura della mostra, sabato 3 ottobre si terrà un evento eccezionale con uno dei massimi esperti mondiali di egittologia, Zahi Hawass. Lectio Magistralis: a cura del grande archeologo Zahi Hawass. L’incontro si terrà alle ore 10 presso il Centro San Domenico, Piazza San Domenico 13, Bologna. L’ingresso è libero previa prenotazione. Firmacopie: A seguire, dalle ore 15:00 presso la mostra a Palazzo Belloni, Zahi Hawass firmerà le copie del suo nuovo libro “L’uomo con il cappello” (il libro può anche essere acquistato al bookshop della mostra). INFORMAZIONI UTILI: MOSTRA: “TUTANKHAMON: LA TOMBA, IL TESORO, LA MALEDIZIONE” DOVE: Bologna | Palazzo Belloni | Via de’ Gombruti 13 PERIODO APERTURA MOSTRA: Dal 3 ottobre 2026 al 2 maggio 2027 ORARI: Tutti i giorni dalle 10:00 alle 19:00 (ultimo ingresso alle 18:00)   LECTIO MAGISTRALIS ZAHI HAWASS: Sabato 3 ottobre – ore 10 | Centro San Domenico | Piazza San Domenico 13, Bologna Ingresso gratuito previa prenotazione al link https://www.mostratutankhamon.com/conferenza-zahi-hawass/   FIRMA COPIE DEL NUOVO LIBRO DI ZAHI HAWASS “L’UOMO CON IL CAPPELLO”: Sabato 3 ottobre ore 15:00 | Palazzo Belloni | Sede della mostra   CONFERENZA STAMPA: Venerdì 2 ottobre alle ore 11.30 Bologna | Palazzo Belloni   INFO E PRENOTAZIONI: www.tutankhamoninmostra.com [email protected] Tel: +39 337 300086   ORGANIZZAZIONE: @spaziomostre per StoricaLab   CARTELLA STAMPA E IMMAGINI CULTURALIA DI NORMA WALTMANN   Agenzia di comunicazione e ufficio stampa   tel : +39-051-6569105 mob: +39-392-2527126   email: [email protected]  web: www.culturaliart.com Facebook: Culturalia Instagram: Culturalia_comunicare_arte Linkedin: Culturalia di Norma Waltmann Youtube: Culturalia TikTok: Culturaliart

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Franca Colozzo – recensione di Goffredo Palmerini

9 settembre 2026   Recensione al romanzo di Franca Colozzo Meltem, la sposa del Bosforo   di Goffredo Palmerini     Ci sono romanzi che non si limitano a raccontare una storia: la attraversano, la respirano, la fanno vibrare nel lettore come un richiamo lontano. Meltem, la sposa del Bosforo di Franca Colozzo è uno di questi. Un libro che nasce dall’esperienza profonda dell’autrice – architetta, ma che per 7 anni è stata docente del Ministero degli Affari Esteri presso il Liceo Italiano di Istanbul – e che porta con sé la conoscenza viva, concreta, sensoriale della città sul Bosforo. Un romanzo che si legge come un viaggio, come un film, come un mosaico di culture, tensioni, bellezze e contraddizioni.   La storia si apre con un gesto simbolico: un’artista italiana, in abito da sposa, decide di realizzare una performance pacifista e umanitaria. Un atto poetico, fragile e insieme audace, che prende forma a Istanbul, dove Meltem ritrova l’amica turca Deniz, complice e alleata di un progetto coltivato a lungo. Ma ciò che nasce come un’azione artistica si trasforma presto in un vortice di eventi inattesi. Le due donne si ritrovano braccate da spie misteriose, sospettate dalla polizia turca, travolte da intrighi politici, omicidi, complotti che sembrano provenire da un mondo sotterraneo e indecifrabile. Dietro le quinte, un enigmatico ministro‑ingegnere turco le osserva, le protegge, forse le guida.   Il romanzo è immerso nella Istanbul più autentica, una città che respira tra Oriente e Occidente: quella delle viuzze che odorano di spezie, dei mercati brulicanti, dei palazzi antichi che si specchiano nel Bosforo, delle piazze dove convivono modernità e tradizione, delle ombre che si allungano tra moschee e quartieri popolari.   Franca Colozzo descrive la città con una precisione lirica. Non solo la si vede, ma la si sente. Si percepiscono i rumori, i profumi, le voci, il vento del Bosforo che sembra portare con sé storie antiche e presagi inquieti. La sua Istanbul non è uno sfondo, è un personaggio aggiuntivo, ma davvero rilevante. Una “vecchia signora” sospesa tra Oriente e Occidente, che osserva le protagoniste e le accompagna nel loro cammino, sono donne che vivono ed esprimono la loro libertà, o talvolta la cercano.   Attorno a Meltem e Deniz, infatti, si muove un coro di figure femminili, tutte diverse, tutte significative: Fatoş, vittima del marito‑padrone, simbolo di una condizione ancora troppo diffusa; Vera, insegnante distaccata all’estero, che affronta la vita con due figlie al seguito e la necessità di immergersi nella cultura locale; altre donne ancora, ognuna con la propria storia, la propria tenacia, la propria lotta quotidiana.   Il romanzo diventa così un viaggio nella condizione femminile, nelle sue fragilità e nelle sue aspirazioni, nella ricerca di libertà e dignità in un mondo che spesso proclama “pari opportunità” solo a parole. Meltem, artista sospesa tra realtà e sogno, incarna questa tensione. È la sposa del Bosforo, ma anche la sposa della libertà. Il suo viaggio verso Nemrut Daǧi, tra le statue colossali che custodiscono un’antica eternità, è una metafora potente: la ricerca delle radici comuni, della verità, della redenzione.   La narrazione procede come una spirale. Dalla leggerezza iniziale, quasi fiabesca, si passa a un crescendo di tensione, di mistero, di pericolo. Gli eventi politici – dalla Primavera araba ai venti di guerra civile in Siria – fanno da sfondo a un’escalation di estremismi, infiltrazioni, complotti che rendono il cammino delle protagoniste sempre più incerto. Il lettore è trascinato in un labirinto di situazioni tragiche e assurde, senza mai perdere il filo della storia.   La scrittura di Franca Colozzo è ricca, intensa, coinvolgente. Descrittiva senza essere pedante, cinematografica senza essere artificiosa. Ogni dettaglio è funzionale alla narrazione, ogni scena è viva, ogni luogo è reale. E poi c’è il finale. Un finale che non si può anticipare, che non si deve rivelare. Un finale che sorprende, che rimette insieme gli indizi disseminati con maestria, che lascia il lettore con un senso di rivelazione.   Alla fine della lettura, oltre alla storia, il lettore porta con sé qualcosa di più: un’idea di Istanbul, della sua bellezza, della sua cultura, delle sue abitudini. Quasi l’avesse visitata davvero. Quasi avesse camminato accanto a Meltem e Deniz, respirando il vento del Bosforo. Meltem, la sposa del Bosforo è un romanzo che si legge d’un fiato, ma che resta a lungo nella memoria. Un libro che unisce suspense, poesia, denuncia sociale, introspezione. Un libro che parla di donne, di libertà, di coraggio, di identità. Un libro che consiglio vivamente.   ***   Franca Colozzo, architetto, membro di UIA – Union of International Architects | ex Docente di Disegno e Storia dell’Arte, anche all’estero a Istanbul (Turchia) per conto del Ministero degli Affari Esteri Italiano | Poeta | Scrittrice | Autrice multilingue | vincitrice di n°4 dottorati di ricerca honoris causa | altamente premiata a livello internazionale | libera professionista | Blogger UN SDGs e UN DESA | membro di UN ECOSOC (CSW67) | GGAF (USA) Capitolo Italiano | WEF – Membro Onorario a Vita | Direttore Esecutivo per la Sostenibilità, Cambiamenti Climatici e persona di contatto per il Registro della Trasparenza della Commissione Europea e del Parlamento, per conto di GPLT – GLOBAL PEACE LET’S TALK (Londra, Regno Unito), fondata e presieduta dalla Dott.ssa Nikki De Pina | Membro dell’INTERNATIONAL ACADEMY of ETHICS, fondata e presieduta dal Dott. Jernail S Anaand (India) | Direttore esecutivo di RRM3 – RINASCIMENTO RENAISSANCE – Millennium III, fondato e presieduto dal Prof. George Onsy (Egitto).

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VE – Ambiente e Pace: il ruolo del Cinema, degli intellettuali per la Governance

Comunicato stampa IL CINEMA PER LA GOVERNANCE MONDIALE: IL RUOLO DEGLI INTELLETTUALI EXCELSIOR DEL LIDO  martedì 8 settembre ore 18.30 Venezia 7 settembre 2026 – Ambiente e Pace: il ruolo del Cinema, degli intellettuali per la Governance. Il Cinema è industria culturale. Un buon film è una metafora del Governo della Complessità: un risultato riuscito in cui professionalità diverse hanno concorso a dare il massimo attraverso le regole del linguaggio emozionale per… Migliorare il mondo! “Altrimenti il film non ci piace” lo dice senza mezzi termini Massimo Lucidi giornalista internazionale e cattolico praticante per spiegare questo appuntamento a Venezia giunto alla decima edizione Cinema & web. “Perché il Cinema è partecipazione, è crescita culturale, è produzione di contenuti autentici, originali ed emozionali, che ha un potenziale pazzesco se ben usato: concorre alla crescita integrale della persona umana, allo sviluppo sociale” ce lo ricorda tutti gli anni a Venezia nel corso della Mostra Cinematografica la Fondazione E-novation col suo presidente, che organizza un incontro valoriale all’hotel Excelsior del Lido. Quest’anno nello spazio della Regione Veneto, sul ruolo degli intellettuali e delle imprese per l’Ambiente e la Pace. Intelligente provocazione che abbiamo raccolto dal Presidente Buttafuoco, dialogando con la cultura russa. Numerosi i partecipanti che hanno annunciato la propria adesione all’incontro di martedì 8 alle 18.30 nello spazio del Veneto. Tra i discussant spiccano il Prof. Ugo Di Tullio che insegna a Pisa ed è spesso invitato nel prestigioso format televisivo condotto da Gigi Marzullo, Cinematografo su Rai Uno. Stefano Zecchi che non ha certo bisogno di presentazioni né come Filosofo esteta, né come opinionista televisivo; Yantra Pucciano Director of Art Dept. di Anchorage Group una grande società finanziaria internazionale che ha una consolidata attività culturale in più Paesi su arte classica e contemporanea; l’Avvocato cassazionista Maria Rossana Ursino che tratterà il tema oramai adottato dal cinema, non solo Hollywoodiano, del processo mediatico. Hanno altresì annunciato un saluto istituzionale:   Pietrangelo Buttafuoco – Presidente Biennale di Venezia; Valeria Mantovan – Assessore alla Cultura Regione Veneto; Antonio Saccone – Presidente di Cinecittà; Roberto Stabile – Resp Relazioni internazionali Anica. “Ma come spesso accade sarà il pubblico dell’evento a destare particolare curiosità e interesse per il momento di networking che saprà sviluppare sentite le opinioni dei discussant” dichiara soddisfatto Lucidi che ringrazia per la sensibilità istituzionale la Regione Veneto.   Intanto si annunciano tanti giovani presenti anche influencer internazionali come da Londra Elvis Amols; il Veneto con una compagine di imprenditori del territorio che spazia su più settori: tra questi, Simone Fecchio, imprenditore calzaturiero con produzione artigianale; Flavio Tregnaghi Ceo di IGreen Energy for Life depurazione dell’acqua ed energia rinnovabile; Dina Mazzucato Schiller fashion stylist e tutor di portamento e stile, da anni impegnata nella promozione della moda e del territorio, come il grande Sandro Zara con i suoi splendidi tabarri. Grande attenzione all’Ambiente e alla Finanza con Marco Sturlese Consulente strategico per la finanza sostenibile; Alberto Patruno DG Assoimpredia. Significativa la presenza di Francesco Mitrano Presidente del Club del Polo di Montecarlo e della Federazione monegasca del Polo. Ancora non confermata a causa degli impegni in Cina la presenza del Ceo di Anchorage Group Roberto Pucciano, che però si è fatto sentire con un prezioso documento di geopolitica che spiega come oggi il soft power appaia debole per riequilibrare le forze in campo e la Cultura possa svolgere un ruolo se si allea con la finanza illuminata, attraverso un percorso di Museum Diplomacy. Pucciano ha inoltre lanciato due candidature al Premio Eccellenza Italiana nate proprio a Venezia: Gregorio Maiorano, Founder & Ceo di GM Artification e dell’italian lover e socio di Anchorage, il giovane imprenditore olandese Niels Telderman per il prossimo 16 ottobre a Washington DC.   Michele Pinto Fonte: Goffredo Palmerini

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International Conference on Epistemology of Education

«Entriamo in Messico dalla porta principale: quella della cultura».  Antonio Nesci racconta la nuova stagione internazionale de La Prima Pagina Dalla Città del Vaticano a Roma e Tropea, la International Conference on Epistemology of Education riunisce scienziati, ricercatori e protagonisti dell’educazione. La Prima Pagina sarà media partner dell’appuntamento e seguirà l’evento in quattro lingue, con dirette e speciali audiovisivi. Scienza, educazione, ricerca e cultura. È questo il filo conduttore della International Conference on Epistemology of Education and New Perspectives on Educational Laughter: Successful Educational Practices and Pedagogical Innovation, appuntamento internazionale in programma dal 21 al 23 ottobre 2026 tra Città del Vaticano, Roma e Tropea. Tre giornate dedicate al confronto tra esperienze educative, ricerca scientifica, innovazione pedagogica e nuove prospettive internazionali, con protagonisti provenienti dall’Italia, dal Messico e da altre realtà accademiche e culturali. Il momento centrale della conferenza sarà il 22 ottobre 2026 nell’Aula Magna della Link University di Roma, dove si incontreranno personalità di assoluto rilievo nel mondo della scienza, dell’università, della ricerca e dell’educazione. Tra i Plenary Speakers figura la Professoressa Pia Astone, dell’INFN Roma 1 e della Sapienza University of Rome, insieme a Leonardo Durante, finalista del Global Teacher Prize 2021, e a Jesús Castañeda Rivera e Giuseppe Fiamingo, entrambi finalisti del Global Teacher Prize 2025. Il programma comprende inoltre la presenza della Dra. Miriam Cresta, CEO di Junior Achievement Italy, del Prof. Francesco Rao, sociologo e ricercatore, della Dra. Adele La Rana, fisica e ricercatrice di storia della scienza presso Sapienza University of Rome, del Prof. Raymundo Morado Estrada, dell’Universidad Nacional Autónoma de México, e del Prof. Edgardo Olmedo Sotomayor, di REHDD Universities e CIEM. Un parterre che conferisce all’appuntamento una dimensione internazionale particolarmente significativa, mettendo in dialogo competenze diverse e mondi apparentemente lontani ma uniti dalla stessa domanda: come costruire l’educazione del futuro? Il percorso prenderà il via il 21 ottobre nella Città del Vaticano, proseguirà il giorno successivo a Roma e si concluderà il 23 ottobre a Tropea, presso l’Istituto di Istruzione Superiore “P. Galluppi”. In questo contesto si inserisce la collaborazione con La Prima Pagina, che sarà media partner dell’evento e ne seguirà lo sviluppo attraverso le proprie testate in italiano, inglese, spagnolo e francese. La copertura sarà accompagnata da dirette, interviste e speciali audio-video su Fast News Platform, con l’obiettivo di portare il confronto oltre le sedi fisiche della conferenza e raggiungere un pubblico internazionale. Particolare attenzione sarà dedicata anche alla partecipazione di Leonardo Durante, che collabora con Conosci Roma e Belli e in Salute. Durante sarà protagonista, insieme a Jesús Castañeda Rivera e Giuseppe Fiamingo, di una serie di contenuti in lingua spagnola dedicati alla scienza, alla ricerca e all’educazione. Un progetto che non si limiterà alle giornate della conferenza e che punta a sviluppare contenuti capaci di continuare a circolare anche successivamente, rafforzando il dialogo tra il pubblico italiano e quello internazionale. Durante racconterà inoltre l’udienza papale alla quale saranno presenti i relatori della conferenza, offrendo una testimonianza diretta di uno dei momenti più significativi del programma. La conferenza rappresenta anche un’importante occasione per rafforzare il rapporto con il Messico, Paese con il quale La Prima Pagina intende sviluppare una presenza editoriale e culturale sempre più strutturata. Al centro di questa nuova fase c’è Jesús Castañeda Rivera, attraverso il quale prende forma l’idea di costruire un ponte stabile tra Italia e Messico, partendo non soltanto dall’informazione ma soprattutto da cultura, scienza, educazione e università.«Entriamo in Messico dalla porta principale: quella della cultura», spiega Antonio Nesci, direttore de La Prima Pagina. L’obiettivo è costruire relazioni che possano andare oltre la cronaca dei singoli eventi: mettere in contatto università, ricercatori, insegnanti, intellettuali e realtà culturali, creando occasioni di confronto e collaborazione. Un percorso che si inserisce in una rete internazionale già in crescita. C’è la collaborazione settimanale con l’Argentina, sviluppata attraverso Lilly Di Masi, mentre negli Stati Uniti è presente Attilio Carbone a New York. In Canada, a Vancouver, il gruppo può contare sulla collaborazione di Augusto Oriani e Anna Foschi Ciampolini. A questa rete si aggiungono, in Italia, l’antropologo italocanadese Pino Cinquegrana e lo storico romano di origini calabresi Franco Torchia, mentre in Spagna è attiva la collaborazione con il Profesor José Alonso Ponga. L’obiettivo dichiarato è quello di rafforzare un collegamento permanente tra l’Italia e le Americhe attraverso un giornalismo capace di raccontare non soltanto l’attualità, ma anche le persone, le idee, la ricerca e le esperienze culturali. La conferenza sull’educazione diventa così uno dei primi grandi appuntamenti di questa nuova fase internazionale. Dall’Italia al Messico, dall’Europa alle Americhe, la sfida è trasformare l’informazione in uno strumento di dialogo. Ed è proprio Antonio Nesci, direttore de La Prima Pagina, a raccontare in questa intervista il progetto che accompagna questa nuova stagione. L’intervista integrale ad Antonio Nesci Il direttore de La Prima Pagina racconta la nuova stagione internazionale del gruppo: quattro lingue, dirette e speciali audiovisivi, una rete tra Italia, Messico, Argentina, Stati Uniti, Canada e Spagna e una partnership esclusiva con la International Conference on Epistemology of Education. D. Antonio Nesci, La Prima Pagina sarà media partner della International Conference on Epistemology of Education. Perché considera questa partnership così importante? R. Perché dobbiamo essere molto chiari su una cosa: non stiamo raccontando un piccolo evento. Stiamo entrando, come media partner e con una copertura esclusiva, all’interno di un appuntamento che riunisce personalità di assoluto rilievo internazionale nel mondo della scienza, dell’educazione, della ricerca e della cultura. Il 22 ottobre, nell’Aula Magna della Link University di Roma, il nostro logo sarà accanto a quello di istituzioni e realtà accademiche storiche, all’interno di un evento internazionale che mette in dialogo Italia e Messico. E quando guardiamo il livello dei relatori comprendiamo immediatamente la portata dell’iniziativa. D. Partiamo proprio dai relatori. Chi sarà presente? R. Il programma è di livello straordinario. Ci sono personalità che hanno un profilo internazionale e una reputazione costruita nel mondo della ricerca, della scienza e dell’educazione. Penso innanzitutto alla Professoressa Pia Astone, dell’INFN Roma 1 e di Sapienza University of Rome, che rappresenta una presenza scientifica di grandissimo prestigio. E poi abbiamo Leonardo Durante, finalista del Global Teacher Prize 2021; Jesús

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Drammaturgia sacra medievale: origini, evoluzione, decadenza 30 Agosto 2026 di Gabriella Izzi Benedetti Storia Arte Cultura di Gabriella Izzi Benedetti * Il fenomeno della drammaturgia sacra medievale, lungo oltre un millennio, al di là di ogni valutazione di genere letterario, è tra le forme creative di maggior suggestione, supportato da genuina adesione, appartenenza, devozione autentica e coinvolgente. L’avvento del Cristianesimo determina un mutamento profondo delle coscienze. Si modificano sensibilità, obiettivi, senso comunitario, si verifica una rivoluzione globale e irreversibile, che da un lato trova ostilità, dall’altro travolge quanto di decadente era già in atto nel mondo classico, in molteplici aspetti, compresa la formula teatrale. La drammaturgia classica, durante il Medioevo, prosegue in forma ingenua e grezza, lontana dalla eleganza anteriore, e intanto sorge una produzione legata alla nuova liturgia, che si esprime con dignità linguistica e strutturale, capacità teatrale. Il fenomeno è di livello europeo; le varie realtà sono simili nel passaggio dal rito liturgico a rappresentazioni grandiose, in cui alla fine del rito liturgico rimane ben poco. In Italia primeggiano Toscana e Abruzzo in quanto a Sacre rappresentazioni con pari grandiosità, in Toscana con più attenzione al modulo letterario, in Abruzzo con stile più popolare. L’Umbria eccelle per la Lauda. Inizialmente la Chiesa preferì temi di allegrezza, diede spazio alla Resurrezione, al trionfalismo. Divennero quasi due episodi staccati, Passione e Resurrezione. La Passione era antefatto acquisito, con il Cristo vincente, il Pantocrate. La predicazione degli Apostoli si era in prevalenza soffermata sul tema della Resurrezione, quale mistero della incarnazione di Cristo e tangibilità del suo messaggio di redenzione. Anche il Natale nei primi secoli dell’era cristiana è celebrato, ma in forma narrativa. Un discorso a parte merita la liturgia della Messa nella quale già dal II secolo Papa Alessandro I volle Passione e Resurrezione di pari incisività. La Messa è giudicata la prima forma di dramma sacro in cui il celebrante rappresenta Cristo e diaconi, suddiaconi, chierici minori sono parte attiva di riti liturgici, assumono gestualità e timbri vocali adeguati. La teatralità si accentua nella Settimana Santa con la lettura della Passione nella Domenica delle Palme e il Martedì, Giovedì, Venerdì Santo. Inoltre il Mandatum, cerimonia propria del Giovedì santo, era di grande effetto, come di Venerdì il canto delle quattro Passiones, dell’Adoratio Crucis, della Depositio Crucis. Il rituale della Passione si concludeva con l’Uffizio delle tenebre; nell’ istante dell’ultimo respiro si spegneva ogni lume, a indicare l’oscurità che si abbatte sulla terra con la morte di Cristo. Legati alla liturgia della Passione gli Inni del rituale greco-bizantino, gli Encomi, accompagnavano azioni drammatiche, anche se la rievocazione della Passione di penitenziale aveva ben poco, come la liturgia del Mattutino cantata la sera del Venerdì Santo, in uso dal VII secolo, l’inno glorioso Exultet compilato su pergamene arrotolate, i rotoli appunto, ricchi di immagini, didascalie, testo e musica. Il diacono cantore svolgeva la pergamena; il popolo seguiva la descrizione visiva e l’accompagnamento musicale. L’iconografia al contrario evita l’immagine di un Cristo ferito, percosso; il Cristo sulla Croce è vivo e circondato di gloria. Dopo secoli di paganesimo, Dèi vittoriosi e una religione che di penitenziale aveva ben poco, abbracciare un’altra fede con caratteristiche tanto diverse significava accettare una radicalità di visione che aveva bisogno di tempo per essere introiettata in alcune caratteristiche più estreme. Perché la figura di Cristo nel momento della sofferenza e umiliazione, la Crocifissione, acquisti valore redentivo bisogna giungere a Sant’Anselmo (1033-1109) e San Bernardo (1091-1153), che hanno messo in evidenza l’irrinunciabilità di una Cristologia della sofferenza; la loro teoria ha influito decisamente nell’arte pittorica medievale. Le immagini del Cristo sofferente infittirono dal secolo XI, e ne è risultata una figura di grande patos, appassionando i fedeli. La Pasqua, manifestazione di morte e rinascita, veniva a trasformare una festa folkloristica, pagana, in evento cristiano. Alle origini il teatro, sacro o profano, è stato in buona parte la trasposizione del desiderio della società di festeggiare il rinnovarsi dei cicli stagionali, con rituali propiziatori. A prescindere dal Cristianesimo, poiché la sacralità dei festeggiamenti affonda le radici in feste pagane da cui molte delle feste cristiane hanno preso il via; in alcune come Capodanno, Carnevale, in forma evidente, meno nel Natale ed Epifania, che subentrano a feste di rinnovamento, propiziatorie, sovrapposte dalla Chiesa nell’opera di conversione alla cristianità, per oscurare il rito precedente. Il rito pasquale sostituì le feste per la fertilità, molti santi patroni vennero collocati nel calendario in giorni precisi, annullando, con la fastosità dei festeggiamenti, rituali antichi. Dal IV secolo il Natale cadde il 25 dicembre ponendo fine a riti propiziatori di fine anno. E dunque l’arte teatrale ha alla base la sacralità del rito fin dalle origini: forme spettacolari o più semplici, quali la processione che nel Cristianesimo assunse una particolare valenza come demarcazione dello spazio sacro, compartecipazione, benedizione estesa a tutto il mondo. C’erano: musica, Confraternite e Corporazioni, stendardi, figure di angeli e figuranti in abiti d’epoca. La statua del Santo faceva soste, iniziavano momenti dialogici, rievocazioni. Il popolo, in parte, interveniva. Sul territorio da cui è partita l’evoluzione da forme liturgiche a teatrali si è a lungo dibattuto; Francia, Inghilterra, Germania, con una straordinaria fioritura teatrale, relegavano l’Italia a fanalino di coda. Poi, grazie a recuperi di cui dobbiamo essere grati a Vincenzo De Bartholomaeis, si è vista come ricca fosse la nostra produzione. Resta valida l’ipotesi dell’origine greco-bizantina, anche tenendo conto dell’influsso esercitato dall’arte bizantina sulla occidentale, specie nel meridione. Nonostante le conflittualità tra il Patriarcato di Costantinopoli e il Papato, le strette relazioni politiche, tra V e X secolo, favorirono nell’Occidente reciprocità; tra esse quella dei riti religiosi. Nell’VIII secolo la Corte di Costantinopoli donò al re francese Pipino il breve, un organo; così l’organo si propagò in Occidente. Grazie anche a forme musicali più articolate e a un tipo di Omelia sganciata da rito liturgico si crearono due cicli a carattere popolare: Annunciazione, Natività e fuga in Egitto; Battesimo di Cristo, Passione e Resurrezione. In Occidente, e in particolare in Abruzzo, venne a determinarsi dalla Omelia, in forma del tutto indipendente, il Sermone semidrammatico, poiché i predicatori interrompevano la spiegazione del Vangelo e iniziava una sequenza scenica con forte coloritura drammatica; talmente amata che si dovettero costruire palchi sui quali si svolgeva l’azione narrata dal sacerdote.  Un momento di

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Goffredo Palmerini non finisce di stupirci…

Mario Fratti e 99 Personaggi e Persone nella memoria di Goffredo Palmerini   di Gabriella Izzi Benedetti *   Non finisce di stupirci Goffredo Palmerini per la capacità tutta particolare di comporre una sorta di spartito in cui volti, figure, situazioni vivono quasi all’unisono, seppur in formule differenti, entro ritmi e figurazioni proprie, accomunate però da una identità che l’autore sente quale valore primario, conducendolo alla ricerca di legami virtuali ma indissolubili fra le varie realtà soprattutto culturali, perché non vengano disperse, si riconoscano, si potenzino ritrovino l’orgoglio di appartenenza.   I due volumi Ricordando Mario Fratti (One Group Edizioni, aprile 2026) e Personaggi e Persone – 99 profili, un patrimonio di memoria (One Group Edizioni, giugno 2026) appartengono a questo legame con la terra natia, in particolare L’Aquila, ma l’Abruzzo e in sostanza l’Italia, nazione che ha subìto una emorragia di genialità che altri paesi hanno raccolto e valorizzato. E non sempre l’inclusione è stata facile e gratuita. Eternamente attuali i versi di Dante Alighieri: “Tu proverai sì come sa di sale lo pane altrui, e com’è duro calle lo scendere e ‘l salir per l’altrui scale” (Paradiso canto XVII)   Eppure la genialità italiana ha trovato spazi e riscontri. E non sempre per effetto di un esodo imposto da necessità di vita, ma per libera scelta dovuta al senso dell’avventura e della conoscenza; soprattutto all’apertura che in altre realtà si riscontra verso il talento, e che purtroppo la nostra nazione non sempre dimostra; spesso manca la lungimiranza che si riscontra altrove, nella capacità di apprezzare e promuovere talenti, non sempre perché da noi non riconosciuti, ma per una sorta di disinteresse, o negligenza, o preclusioni anche ideologiche.   Un caso emblematico è quello relativo a Mario Fratti, autentico genio aquilano, del quale il Palmerini offre un resoconto di vita. L’amicizia che ha legato a lungo l’autore con Mario Fratti già in altri volumi gli ha dettato pagine intense. In questo, intende soprattutto dare voce ai tanti che l’hanno amato e apprezzato. E ovviamente a lui, Mario Fratti, che racconta come le sue prime opere, nonostante un buon giudizio di critica siano state emarginate in quanto “l’Italia di allora non accettava testi teatrali dove era palese la denuncia dei problemi sociali, le forti differenze fra le classi, l’ispirazione politica di sinistra che li animava”. Anche un suo romanzo non fu accettato per la pubblicazione.   Comunque qualcosa si muoveva grazie alla valutazione positiva della critica, sicché nel ’62 il testo teatrale Suicidio partecipò al Festival dei due Mondi di Spoleto e qui avvenne il miracolo, poiché visto e apprezzato dall’attore e regista statunitense Lee Strasberg, decise di mettere in scena l’opera a New York. Il trasferimento temporaneo dell’autore divenne definitivo, a New York il Fratti si sentì a casa. Oggi viene considerato uno dei maggiori drammaturghi. In Italia ce lo siamo perso. E ciò nonostante continua ad essere, in Patria, non sufficientemente conosciuto.   Riferire seppure in sintesi le tante testimonianze di cui è corredato il testo, è impossibile. Quella di Rosemary Serra ha per titolo “Tutti matti per Fratti”, belle le testimonianze, fra le altre, di Liliana Biondi, Gabriele Lucci, Mino Sferra. Mi soffermo su quella di Monia Manzo del 2025 che conobbe Mario Fratti grazie a un amico comune che “decise di concedermi l’onore di poterlo incontrare … Mi occupavo già di storia di teatro e drammaturgia e stavo per laurearmi una seconda volta in materie umanistiche… Pensai [che] avevo la possibilità di poter interagire con un personaggio di enorme levatura intellettuale e umana. Queste caratteristiche si sono sempre confermate … Tutto ciò che lo riguarda … lo fa distinguere per il suo peculiare e prezioso contributo alla società attraverso temi che vanno dall’impegno politico fino a quello unicamente umano, sotteso da temi di tipo psicologico”.   Molto sentita è la narrazione di un suo grande amico, Piero Picozzi “Mario, una persona davvero speciale”: “Di Mario ho ricordi intensi ed emozionanti. Aveva una generosità impareggiabile, un senso dell’accoglienza e dell’ospitalità spiccatissimo, specie verso i giovani che si avvicinavano al teatro, aspirando a diventare autori e attori, o anche per preparare un esame universitario o una tesi di laurea sul teatro. A tutti egli dava consigli… incoraggiava tutti invitandoli a non mollare mai … era la bontà fatta persona, specie verso i poveri che purtroppo riempiono le strade e la Metropolitana di New York … si fermava qualche minuto a parlare con parole di fraternità e con l’aggiunta di qualche dollaro … Insomma non ho mai incontrato una persona che possa minimamente competere con lui per gentilezza, generosità, saggezza e soprattutto rispetto per gli ultimi”.   Un altro prezioso contributo Goffredo offre con il volume Personaggi e Persone, 99 profili, un patrimonio di memoria, suggestiva rievocazione, opera corale e documentaria contro l’oblio che annebbia ed esclude, restituendo ai 99 personaggi citati, inseriti in una sorta di rete virtuale, un’identità che durerà nel tempo, e non verrà alterata dalla inevitabile approssimazione che il trascorrere degli anni produce. Tributo doveroso verso chi ha partecipato attivamente alla crescita culturale, civile, umana di un’epoca come la nostra avviata verso una involuzione culturale ed etica preoccupante e che da questi esempi di vita può trovare spunti di ripresa. Il mondo attuale, con una morale dalle maglie sempre più larghe, dalla banalizzazione riguardo a tematiche esistenziali, travolta da social e da un edonismo dilagante, ha più che mai bisogno di rintracciare attraverso storie esemplari un recupero qualitativo, una pausa di riflessione.   La globalità della ricerca rende questo testo raro e pregevole; volti, espressioni sorridenti o pensosi che siano creano immediata empatia; di alcuni, pochi, ho memoria: di Anna Ventura, la cui amicizia e stima mi è stata cara, e di cui l’autore sottolinea “la finezza, l’eleganza, la signorilità e la grande cultura umanistica”. David Sassoli ho avuto modo di seguirlo nei suoi interessi politici, persona di rara gentilezza e simpatia, così come molto simpatico riuscì a me e mio marito Michel Piccoli, incontrato a Venezia dov’eravamo per il premio Campiello e lui

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Si chiude la XXVI rassegna della Lettera d’Amore

  Sabato 9 agosto alle 20 presso il Palazzo Valignani di Torrevecchia Teatina si chiude la XXVI rassegna della Lettera d’Amore, con il patrocinio di Regione Abruzzo, Comune di Torrevecchia Teatina, del Ministero della Cultura – Soprintendenza Archeologia Belle Arti e Paesaggio per le province di Chieti e Pescara, “Piano di Valorizzazione 2026″, di AIGU Giovani per l’UNESCO sezione Abruzzo e Pro Loco Lettera d’Amore. Nel ricordare la tragedia di Marcinelle, sarà inaugurata la mostra “Lettere e storie di emigrazione” presentata dalla demoantropologa Mariantonia Crudo, con esposizione di lettere e documenti in possesso del Museo della Lettera d’Amore, tra cui un ricco epistolario tra emigrati in Argentina e i familiari di Salerno e lettere di emigranti risalenti al 1912, seguirà la premiazione degli studenti partecipanti al concorso, tra i quali Giovanna Anna Ferrante, Danila Natale, Gemma Pagliarella, Alice Passamonti, Michele Passeri, Chiara Passeri, Grazia Sinagra e dei gruppi di lettura del CIM della ASL di Roma. Interverranno le docenti Angela Franchella, Monica Ferri, Marzia Morrone. È prevista inoltre la presentazione dei libri: “Abruzzo: i campioni siamo noi”, con gli interventi di Generoso D’Agnese, Geremia Mancini e Duilio Rabottini; “Padre Simone – l’abruzzese che difese i guarani”, con Antonio Di Donato, “Tutte le lettere del cuore” con Angela Franchella. Alle 22 lo spettacolo di fine comicità di Max Elia, “Ma chi me l’ha fatt’fà?”. [email protected]

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Palmerini – Le più belle recensioni

1 agosto 2026   L’atleta della vita di Vincenzo Di Michele, recensione Il romanzo vero di una donna che non ha mai smesso di credere nel domani   di Goffredo Palmerini     Conosco Vincenzo Di Michele da anni. Ho letto e recensito molte delle sue opere, spesso dedicate alla memoria storica, alle verità taciute della guerra, ai reduci che hanno attraversato la storia con la stessa dignità silenziosa dei grandi protagonisti. Di Michele è uno scrittore che ha sempre saputo ascoltare. Ascoltare i documenti, le testimonianze, le voci che rischiavano di perdersi. Tuttavia con il suo primo romanzo compie qualcosa di diverso, di nuovo, di sorprendente: entra nella vita vera di una donna e la racconta con una delicatezza che non avevo ancora visto così pienamente nella sua scrittura. Ci sono libri che non si limitano a raccontare una storia, invece la custodiscono. L’atleta della vita, il romanzo di Vincenzo Di Michele, appartiene a questa categoria rara. È un’opera che nasce da un diario reale, da una voce che ha attraversato la vita con intensità, disciplina, amore e dolore. Una voce che l’autore ha saputo ascoltare e trasformare in un racconto limpido, rispettoso, profondamente umano. Anna – questo il nome scelto per tutelarne la privacy – non è solo la protagonista del romanzo, è una presenza che rimane. Una donna che ha vissuto intensamente, in ogni ruolo che la vita le ha affidato: atleta di livello internazionale, medico appassionato, madre e moglie, professionista rigorosa, anima luminosa di una famiglia che la amava profondamente. E poi paziente oncologica. E poi testimone. E infine voce.  Di Michele non la racconta come un personaggio, la accompagna, quasi con pudore. Chi conosce l’autore sa quanto la sua prosa sia abituata a muoversi tra archivi, documenti, ricostruzioni storiche. Qui invece la parola si fa più intima, più raccolta, più rispettosa. C’è la volontà di custodire una vita e di offrirla agli altri come un dono. Di Michele, autore noto per i suoi saggi storici dedicati alle vicende di guerra, ai reduci, alle verità nascoste del Novecento, compie qui un passaggio decisivo, di grande significato anche sul piano della qualità letteraria. Passa, infatti, dalla storia collettiva alla storia intima di una persona. E lo fa con una scrittura che sorprende per misura, delicatezza e profondità emotiva. Non c’è retorica, non c’è compiacimento nel dolore. C’è invece la volontà di accompagnare il lettore dentro un percorso che riguarda tutti, perché tutti, in un modo o nell’altro, abbiamo incrociato in qualche modo il tornante del cancro nel mondo delle nostre amicizie e talvolta direttamente. L’atleta della vita è un libro che va letto con calma, distillato parola per parola, frase per frase, per coglierne l’essenza progressiva della storia ma anche il bagaglio di emozioni che reca con sé. Inoltre, c’è l’insegnamento profondo di una donna che, colpita dal tumore al seno, da medico lo studia, lo propone come esempio di “terapia” aggiuntiva a quella farmacologica, quali per lei sono lo sport, la meditazione spirituale, l’intensità della relazione in famiglia (con il marito, medico anch’egli e docente universitario, con i due figli). Non infrangerò la regola che postula di non entrare nei dettagli di una storia narrata, che invece va letta e scoperta man mano. E tuttavia qualche flash è necessario per inquadrare la vicenda e la sua evoluzione narrativa. Il libro si apre con una nota dell’Autore che già è una dichiarazione di trasparenza. La storia narrata non è una biografia, ma un cammino. Non una sequenza di date, ma un respiro. Anna, la protagonista, inizia ad annotare nel suo diario dal novembre 2024, perché non sa quale evoluzione avrà la sua malattia fino al congresso medico del marzo 2025. Scrive perché teme che le emozioni possano impedirle di parlare. Scrive perché la malattia, che lei non vuole esibire, le chiede invece di essere raccontata per diventare testimonianza, per essere un’esperienza d’aiuto verso tutte le donne che si trovino a vivere la medesima condizione. Il capitolo del congresso medico è uno dei più intensi dell’intero libro. Anna sale sul palco, ferma, asciutta, illuminata da luci che sembrano crude. Stringe il microfono con una mano sola, prende fiato e pronuncia due parole che attraversano la sala come un’onda: «Sono piena di metastasi in tutte le parti del mio corpo.» Non c’è enfasi, non c’è dramma: c’è verità. Una verità detta con una lucidità che immobilizza la platea. Medici, studenti, fisioterapisti, pazienti, tutti si ritrovano uniti da un silenzio che non è assenza di suono, ma presenza di ascolto. In quel momento, Anna non è solo una paziente, è un medico che parla ai medici, un’atleta che parla agli atleti, una donna che parla alla vita. E lo fa con la sincerità, richiamando l’importanza terapeutica di continuare a vivere le proprie passioni, nel suo caso lo sport, la professione medica anche durante il Covid, la vita spirituale, il mondo delle relazioni di amicizia e familiari. Una “terapia integrativa” personale, utile a contenere all’essenziale le necessarie cure farmacologiche. La narrazione segue Anna nel suo percorso: la paura iniziale, la disciplina dello sport che diventa terapia, il sostegno delle terapie integrate, la volontà di mantenere autonomia, lucidità, equilibrio psicofisico. La sua storia non è mai raccontata come una battaglia – Di Michele evita con cura la retorica bellica – ma come un cammino. Un cammino fatto di scelte, di consapevolezza, di amore per l’esistenza. Accanto alla malattia, il libro restituisce la vita nella sua quotidianità, nel suo divenire: la Basilicata dell’infanzia, la campagna, gli animali, la transumanza; la corsa che nasce come gioco e diventa vocazione; gli allenatori che preparano e guidano Anna, le gare, le medaglie, la disciplina; Roma, l’università, la medicina, il lavoro; la famiglia, i figli, gli affetti che la accompagnano fino all’ultimo. Di Michele riesce a dare voce a questa complessità con una scrittura che alterna momenti di intensa partecipazione emotiva a pagine di grande sobrietà. Il lettore avverte la presenza dell’autore, ma mai in modo invadente. È infatti un narratore che osserva, ascolta, restituisce. Un

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Lucio Presta, l´uragano che torna a casa

A Roseto Capo Spulico il 2 agosto la presentazione del libro «L’uragano. Sole, fulmini e saette» e il conferimento dell’onorificenza «Calabria che lavora»     C’è chi parte dalla Calabria per conquistare il mondo e chi, prima o poi, sente il bisogno di tornarvi per raccontarsi. Lucio Presta appartiene alla seconda categoria. E lo farà il prossimo 2 agosto, alle ore 22, al Parco Qualità della Vita di Roseto Capo Spulico, dove presenterà il suo libro L’uragano. Sole, fulmini e saette, in una serata che intreccia cultura, spettacolo, memoria e identità territoriale. Un titolo che è già una dichiarazione d’intenti. Perché nella vita professionale e personale di Presta non sembrano essere mancati né il sole né i fulmini, né tantomeno le saette. Il libro diventa così l’occasione per ripercorrere una storia fatta di incontri, passioni, scelte, successi e retroscena, con il linguaggio di chi decide di mettere a nudo, senza troppi filtri, il proprio percorso umano e professionale. Ma quella di Roseto Capo Spulico non sarà soltanto una presentazione editoriale. Nel corso della serata, infatti, la Commissione Cultura, Scienza e Pensiero, su gentile segnalazione del professor Giovanbattista Trebisacce, conferirà a Lucio Presta l’onorificenza «Calabria che lavora», attribuita quale riconoscimento per il prestigio conferito con la sua attività al mondo della cultura e dello spettacolo italiano. La motivazione mette in evidenza il carisma, la perseveranza e la capacità di Presta di muoversi nel difficile universo dello spettacolo come un autentico «mercante di stelle»: un uomo capace di individuare il talento, accompagnarlo e costruire un ponte tra chi ha qualcosa da dire e un pubblico disposto ad ascoltare. Un riconoscimento che guarda anche alla Calabria e al rapporto mai interrotto con la terra d’origine. A Cosenza, Presta ha dedicato attenzione, impegno e una parte significativa della propria esperienza, fino ad assumere anche una responsabilità diretta nella vita pubblica con la candidatura a sindaco. Una scelta che, al di là degli esiti politici, resta la testimonianza di un legame con la propria comunità e di un’idea di partecipazione civica che merita di essere ricordata. E poi ci sono i giovani. Tra le iniziative che accompagnano il suo percorso figura «Nextv», un laboratorio gratuito articolato in quindici incontri con alcuni dei più importanti professionisti della televisione italiana. Un progetto pensato per trasmettere alle nuove generazioni non soltanto competenze, ma soprattutto una parola che oggi sembra aver perso qualche estimatore: merito. E insieme al merito, il valore della preparazione, della gavetta e dello spirito di sacrificio. Non è dunque casuale la frase scelta per accompagnare l’onorificenza: «La generosità, l’onestà e l’etica: per queste mi faccio ammazzare». Parole forti, forse persino provocatorie, ma coerenti con il ritratto di un uomo che ha fatto della determinazione una delle cifre della propria carriera e che, attraverso il libro, sceglie ora di raccontare anche il lato meno visibile di una lunga esperienza nel mondo dello spettacolo. La serata di Roseto Capo Spulico si inserisce nel calendario delle iniziative culturali che animano l’Alto Ionio Cosentino e rappresenta anche un’occasione per rinsaldare quel filo, spesso sottile ma mai spezzato, che lega una terra ai suoi figli più conosciuti. Il 2 agosto, dunque, l’uragano torna metaforicamente a casa. E questa volta, più che sole, fulmini e saette, porta con sé una storia da raccontare e un riconoscimento da ricevere. Del resto, avrebbe probabilmente osservato Indro Montanelli, nella vita non basta aver avuto successo: prima o poi bisogna anche tornare nel luogo da cui si è partiti. Perché è lì che, spesso, il successo viene sottoposto all’esame più severo: quello della memoria. Mimmo Leonetti

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