Fare cultura parlando di vini

Terre del Veio, 2000 anni di storia del vino Nel parco che sorge intorno alle rovine dell’antica Veio la qualità si intreccia con le radici dell’enologia italica Passati gli anni in cui il primo obiettivo nella comunicazione del vino era di renderlo seducente ed esclusivo, corredandolo di ridondanti descrizioni ad uso di pochi, finalmente è ora il momento in cui il vino va raccontato in relazione al suo territorio, alle sue radici e a chi gli dedica i propri sforzi. In questa chiave e fermo restando l’importanza dei valori qualitativi, alcune Cantine stanno rivelando il loro grande potenziale rimasto finora lontano dai riflettori. Una di queste è Terre del Veio circondata dall’omonimo parco che fu territorio della civiltà etrusca, testimoniata dalla splendida tomba dipinta dei Leoni Ruggenti datata VII secolo a.C. e celebrata dall’Azienda nelle etichette dei loro vini. Territorio situato in zona Nord nel comune di Roma, il Parco di Veio con le sue testimonianze di grande valore archeologico, è uno dei posti in cui il vino ha iniziato il suo viaggio culturale per il mondo. In questi luoghi ancestrali per la cultura enoica Paolo David a cavallo degli anni 2000 ha trasformato in Azienda la Tenuta di famiglia, affiancando nuovi impianti alle vecchie vigne esistenti. Da subito l’intento è stato quello della qualità, in cui la presenza dei suoli vulcanici gioca la sua parte. Il vigneto si distende su dieci ettari e a farla da protagonisti sono gli autoctoni Malvasia e Bombino bianco, che nel loro contesto naturale danno il loro meglio. Accanto a questi trovano spazio anche Montepulciano, Sangiovese, Cabernet Sauvignon, Chardonnay e Viognier, quest’ultimo di grande interesse nel Velthur in cui l’attento uso del legno impreziosisce l’eleganza. Molto interessante anche l’omaggio di Terre del Veio alle radici culturali del suo territorio, reso attraverso il “De Coccio”, un Bombino bianco che nella vinificazione impiega il Dolium, antica anfora in uso a partire dai Romani e fino al medioevo. L’azienda completa le proprie attività con la produzione di olio e miele in un’atmosfera di serenità agricola, resa senza tempo dalla presenza degli animali sparsi qua e la nel contesto naturale. A Dario giovane enologo e figlio di Paolo David, abbiamo il piacere di porre qualche domanda su Terre del Veio tra Radici, Passione ed Evoluzione: Il Passaggio Generazionale e la Visione di Paolo David La tenuta è presente da 50 anni, ma è nel 2000 che avviene la vera svolta. Cosa ha spinto tuo padre, Paolo David, a strutturarsi in questa nuova veste produttiva? Mio padre non nasce agricoltore; nella vita precedente si occupava di tutt’altro, lavorando come modellista industriale in contesti d’ufficio. Tuttavia, l’amore per la natura e l’esigenza di evadere dagli spazi chiusi lo hanno spinto in questa nuova avventura, supportato dall’esperienza di mio nonno, agricoltore da una vita.   L’Innovazione verso la Qualità Quali sono stati i passi più significativi per trasformare la tenuta in un’azienda vitivinicola moderna? Il cambiamento più radicale è stato il coraggio di investire ogni risparmio in tecnologie all’avanguardia: presse moderne, vasche termoregolate e nuovi impianti di vigna, molto più performanti rispetto a quelli del passato. Il simbolo di questa evoluzione è il passaggio dal sistema a “tendone”, storicamente destinato alla vendita di uva da tavola o sfusa, al sistema a Guyot, fondamentale per la vinificazione in proprio e la ricerca della qualità. La Nuova Generazione e la Lotta ai Pregiudizi Come rappresentante della nuova generazione, quali elementi credi abbiano determinato questo cambio di passo nel Lazio? Stiamo raccogliendo i frutti di un movimento iniziato circa vent’anni fa, quando la regione ha intrapreso con decisione la strada della qualità. Il fattore chiave è stato iniziare a credere maggiormente nel nostro potenziale, ignorando i pregiudizi e combattendo quotidianamente contro l’eredità di una viticoltura passata basata sulla massa e non sull’eccellenza. Ogni giorno mi sveglio con l’obiettivo di migliorare, spinto non dal profitto, ma da una passione viscerale per questo mestiere. Filosofia in Vigna e Cantina Sei enologo e rappresenti la terza generazione. Qual è il tuo approccio alla gestione agronomica? In azienda seguiamo una linea di estrema oculatezza: interveniamo il minimo indispensabile per proteggere le piante dalle malattie. Vivendo noi stessi all’interno della tenuta, siamo i primi a respirare l’aria dei campi; rispettare la natura non è solo una scelta etica, ma di buonsenso. In cantina, la mia “deformazione professionale” mi impone una ricerca della massima pulizia tecnica, con l’obiettivo di esaltare la purezza di ciò che la terra ci dona, senza deviazioni o artefatti. Il Tributo alla Storia: Il “De Coccio” Il vostro “De Coccio”, vinificato in anfora, sembra un omaggio al territorio ricco di reperti archeologici piuttosto che una moda. Com’è nato e siete soddisfatti del risultato? È un vino fortemente voluto da mio padre e da me, nato come tributo alla tradizione etrusca. Utilizziamo l’anfora perché era l’unico contenitore dell’epoca, interpretandola però in chiave moderna e lasciando che il vino si esprima in modo naturale. Viviamo in una terra intrisa di storia e ne siamo affascinati: non a caso, le nostre etichette, come i “Leoni Ruggenti”, sono ispirate agli affreschi del 700 a.C. rinvenuti proprio accanto ai nostri vigneti. Certificazioni e Mercato Mondiale Cosa pensi delle certificazioni Bio o Biodinamico? Non sono strettamente legato alla certificazione biologica; la vedo come uno strumento utile al consumatore, ma spesso viene scambiata erroneamente come sinonimo assoluto di qualità. Personalmente, preferisco avere la libertà di ruotare i prodotti per evitare resistenze dei funghi. Inoltre, ritengo che l’uso massiccio di rame previsto nel bio possa penalizzare il profilo aromatico e favorire ossidazioni precoci. Il Futuro e la Visione Internazionale Se non facessi il viticoltore in questo splendido ambiente, dove ti piacerebbe fare vino? È difficile da immaginare. Se non avessi avuto l’azienda di famiglia, avrei probabilmente girato il mondo per scoprire nuove varietà. Mi affascina il Portogallo per il suo clima marino e il grande potenziale di sviluppo. Ma in fondo, la cosa importante per me è divertirmi mentre produco vino, indipendentemente dal luogo. Bruno Fulco

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Dittico Italiano, l’opera italiana attraversa l’Atlantico

Ad Asunción, tra settembre e ottobre, un progetto internazionale porta in Paraguay la tradizione operistica italiana, la nuova composizione e la memoria dell’emigrazione. Al centro anche la prima mondiale di Michele, opera ispirata al carteggio tra Michele e Giacomo Puccini.   X L’opera italiana si mette in viaggio e approda in Paraguay. È questo il senso di “Dittico Italiano – El camino de la ópera”, progetto di cooperazione culturale internazionale che, tra la fine di settembre e la metà di ottobre 2026, porterà ad Asunción concerti, opere, masterclass e nuove composizioni, nel segno del dialogo tra Italia e Sud America. L’iniziativa nasce come estensione internazionale del Puccini International Opera Composition Academy Lucca, realtà che da dieci anni promuove a Lucca, nella casa natale di Giacomo Puccini, la diffusione dell’opera italiana, la nuova composizione operistica e la formazione delle giovani generazioni di artisti. La tappa paraguayana assume così una particolare valenza culturale: non soltanto la valorizzazione del patrimonio musicale italiano, ma anche il recupero della memoria dell’emigrazione italiana in Sud America, attraverso la musica e le vicende umane che ad essa sono legate. Uno dei momenti centrali sarà, il 29 settembre, il Puccini Chamber Opera Paraguay, ospitato nella sala dell’Ambasciata del Brasile ad Asunción. Il programma proporrà opere di Girolamo Deraco, Diego Sanchez Haase, direttore dell’Orchestra Nazionale del Paraguay, Horacio Vignales, Eduardo Caballero del Messico e dell’autore vincitore del Puccini International Chamber Opera Composition Competition, concorso dedicato ai cento anni di Turandot. Il percorso proseguirà il 6 ottobre, al Teatro Ignacio Pane, con il vero cuore del progetto: il “Dittico Italiano”, formato da Michele – lettere liriche del M° Girolamo Deraco, in prima mondiale, e da Livietta e Tracollo di Giovanni Battista Pergolesi. Michele nasce da una vicenda particolarmente significativa per il rapporto tra Italia e Sud America. L’opera è infatti ispirata ai carteggi recentemente pubblicati tra Michele Puccini, emigrato in America del Sud, e il fratello Giacomo, trasformando una pagina di storia familiare in materia musicale e teatrale. Il programma prevede inoltre la messa in scena di Don Giovanni di Wolfgang Amadeus Mozart, il 16 ottobre al Teatro Ignacio Pane, con la collaborazione dell’Ambasciata del Brasile in Paraguay, e una serie di iniziative rivolte alla formazione e alla ricerca. L’8 ottobre, nell’auditorium dell’Università di Asunción, è previsto un concerto di nuove liriche, frutto della collaborazione tra la classe di canto del soprano Alejandra Meza dell’Università di Asunción e la classe di composizione del Conservatorio Boccherini di Lucca, guidata dal M° Girolamo Deraco. Dal 9 all’11 ottobre e dal 12 al 14 ottobre, la Casa della Musica Pio Barrios Mangorè ospiterà rispettivamente due masterclass dedicate alla composizione, a cura del M° Deraco, e alla drammaturgia della scena, affidata al regista Alessandro J. Bianchi, al quale sono affidate anche le regie delle opere. Il progetto coinvolge un ampio sistema di istituzioni e realtà culturali italiane, paraguayane e brasiliane, tra cui il Cabildo, l’Orchestra Nazionale del Paraguay, l’Ambasciata del Brasile in Paraguay, il Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale, il Comune di Lucca, la Fondazione Giacomo Puccini, la Fondazione Simonetta Puccini, la Fondazione Cassa di Risparmio di Lucca, la Fondazione Banca del Monte di Lucca, la Fondazione Cresci, Experia APS, Cluster e il Cilea Opera Festival. Il viaggio dell’opera, tuttavia, non si concluderà ad Asunción. Il concerto dedicato alle opere da camera sarà replicato a Lucca, alla fine di ottobre 2026, nell’ambito del Puccini Chamber Opera Festival, e successivamente al Cilea Opera Festival di Reggio Calabria. È, in fondo, una delle forme più intelligenti della cooperazione culturale: non limitarsi a esportare un patrimonio, ma metterlo in dialogo con altri Paesi, altre storie e altre sensibilità. E quando sulle rive del Paraguay arrivano Puccini, Pergolesi e Mozart, insieme a compositori contemporanei e giovani artisti, l’Atlantico sembra diventare un po’ meno largo. La musica, del resto, ha sempre avuto questo curioso difetto: non conosce frontiere e, soprattutto, non ha bisogno del passaporto. Giuseppe Arnò * Foto: PUCCINI International Opera Composition Academy Lucca Via Don Minzoni 158, Lucca – CF: 92072560466

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Massa, mostra “Astratto Organico”

Sabato 26 settembre ore 16.00 Presentazione del catalogo della mostra “Astratto Organico”  Edito da Sagep Editori Museo Gigi Guadagnucci 1° piano Sala conferenzeMassa – Via dell’Acqua, 175 Sabato 26 settembre, alle ore 16, presso il Museo Gigi Guadagnucci di Massa, sarà presentato il catalogo della mostra “Astratto organico”, promossa dal Comune di Massa e visitabile fino al 7 ottobre 2026. Alla presentazione interverranno Francesco Persiani, Sindaco di Massa; Valeria Della Pina, Assessore alla Cultura del Comune di Massa; Mirco Taddeucci, curatore della mostra; Kevin McManus, docente di Storia dell’arte contemporanea all’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano e autore del principale saggio critico del catalogo; Nicolas Rostkowski, figlio di Maria Papa Rostkowska e curatore del suo archivio; Simone Guaita, presidente della Fondazione Il Bisonte; Alessandro Avanzino di Sagep Editori; Nicola Gnesi, fotografo della mostra; ed Eleonora Santin di Not Titled Yet.   La presentazione, concepita come un talk di approfondimento storico-critico, sarà moderata da Lisa Parra, art advisor e cultural manager.   La conversazione prenderà avvio dalla ricerca alla base di Astratto organico, che riunisce le opere di Henry Moore, Alicia Penalba, Antoine Poncet, Alberto Viani, Agustín Cárdenas e Maria Papa Rostkowska. Non una scuola né un movimento unitario, ma esperienze autonome che consentono di indagare il rapporto tra natura, corpo, materia e astrazione nella scultura del Novecento.   Nicolas Rostkowski approfondirà il contesto parigino di XXe siècle e la figura di Gualtieri di San Lazzaro, ricostruendo la rete internazionale di artisti e relazioni sviluppatasi tra Parigi e l’Italia, in un ambiente nel quale era pienamente inserito anche Gigi Guadagnucci.   Un focus particolare sarà dedicato a Henry Moore, anche in occasione dei quarant’anni dalla sua scomparsa e dei settant’anni dalla commissione della Reclining Figure per la sede UNESCO di Parigi, vicenda che avrebbe successivamente condotto l’artista nel territorio apuo-versiliese. Simone Guaita approfondirà quindi il rapporto di Moore con Firenze e con Il Bisonte, soffermandosi sul ruolo della grafica all’interno della sua ricerca artistica.   La conversazione entrerà poi direttamente nelle opere, affrontando alcuni dei temi centrali della mostra: il rapporto tra riconoscibilità e astrazione, tra pieno e vuoto, e il processo di elaborazione dell’opera, dagli studi e dai bozzetti fino alla scultura compiuta. In mostra, infatti, sculture in bronzo e marmo dialogano con bozzetti, studi, disegni, collage e opere grafiche, offrendo una lettura articolata del processo creativo degli artisti. Quattro opere sono inoltre presentate per la prima volta al pubblico.   Come sottolinea Mirco Taddeucci, curatore della mostra: «Astratto organico nasce dall’idea che la natura possa essere qualcosa di più di un soggetto da rappresentare: può diventare un principio generativo della forma. Il catalogo è il risultato di un ampio lavoro di ricerca e approfondimento che accompagna e sviluppa il progetto espositivo. Siamo molto felici del riconoscimento che la mostra sta ricevendo, da parte del pubblico e della critica, perché conferma l’interesse di una ricerca costruita attraverso opere, relazioni e collaborazioni internazionali.»   La mostra è stata resa possibile grazie alla collaborazione di una vasta rete di fondazioni, archivi, atelier, prestatori pubblici e privati, collezionisti e istituzioni nazionali e internazionali.   Tra i principali partner e prestatori figurano la Henry Moore Foundation; l’Atelier Antoine Poncet; la Fondazione Il Bisonte – Foundation for Art & Printmaking, storico centro internazionale per la grafica d’arte, che ebbe un ruolo significativo nella vicenda italiana di Henry Moore attraverso edizioni, progetti e collaborazioni legati alla sua opera su carta e non solo; la Fondazione Henraux, che custodisce l’eredità della storica azienda marmifera protagonista della scultura internazionale e che avviò il proprio rapporto con Moore quando l’artista giunse in Versilia per realizzare la monumentale Reclining Figure destinata alla sede UNESCO di Parigi, commissionata nel 1956; la Fondazione Ragghianti, tra i principali istituti italiani dedicati allo studio e alla valorizzazione delle arti visive, che attraverso Carlo Ludovico Ragghianti dedicò particolare attenzione ai protagonisti del rinnovamento plastico del secondo dopoguerra, tra cui Alberto Viani; e l’Archivio Fotografico Ilario Bessi.   Pubblicato da Sagep Editori, il catalogo raccoglie i testi critici, gli apparati e la documentazione fotografica realizzata da Nicola Gnesi. Il progetto grafico è curato da Mirco Taddeucci e Silvia Cucurnia. CONTATTI MUSEO GIGI GUADAGNUCCI TEL. PER INFO PUBBLICO: +39 0585 490204 EMAIL PER INFO PUBBLICO: [email protected] EMAIL MUSEO: [email protected] SITO WEB: https://www.museoguadagnucci.it/ FACEBOOK: https://www.facebook.com/museoguadagnucci INSTAGRAM: https://www.instagram.com/museo_gigi_guadagnucci/   CULTURALIA DI NORMA WALTMANN Agenzia di comunicazione e ufficio stampa tel : +39-051-6569105 mob: +39-392-2527126 email: [email protected]  web: www.culturaliart.com Facebook: Culturalia Instagram: Culturalia_comunicare_arte Linkedin: Culturalia di Norma Waltmann Youtube: Culturalia TikTok: Culturaliart  

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Teofilo Patini

Il Teofilo Patini di Angelo De Nicola, una lettura originale del grande pittore abruzzese   di Giuseppe Lalli   C’è un paradosso tutto italiano, e squisitamente abruzzese, che avvolge da sempre la figura di Teofilo Patini (1840-1906). Tutti conoscono i suoi capolavori, le tele monumentali che hanno dato un volto e una dignità epica al mondo subalterno; eppure, la sua autentica grandezza è rimasta a lungo imprigionata in una memoria frammentata, fatta di celebrazioni scolastiche o, peggio, di una conoscenza superficiale e per sentito dire.   A rompere questo incantesimo dell’oblio e della retorica arriva l’ultimo saggio di Angelo De Nicola, intitolato Teofilo Patini cronista col pennello, pubblicato da One Group Edizioni. Si tratta di un piccolo libro che non si limita a ricordare il maestro di Castel di Sangro, ma ne ribalta completamente la prospettiva di lettura attraverso un’operazione critica tanto inedita quanto coraggiosa.   Giornalista di lungo corso e attento osservatore delle dinamiche storiche e sociali del territorio, De Nicola ha ormai abituato il suo pubblico a veder fissate queste complesse realtà in saggi di grande successo editoriale, capaci di unire rigore e intrattenimento, da quel grande comunicatore che ha dimostrato di essere. Anche in questo caso, egli compie un salto logico affascinante, riconoscendo nel pittore ottocentesco un vero e proprio “collega” d’altri tempi.   Il fulcro e vero motore del libro risiede in un’intuizione metodologica di straordinaria freschezza: leggere Patini non con la lente ingessata e spesso autoreferenziale della critica d’arte tradizionale, ma attraverso gli occhi del giornalismo d’inchiesta. Patini non dipingeva per decorare i salotti della nascente borghesia post-unitaria, né per compiacere i committenti; dipingeva per denunciare. La sua tela era il suo articolo di fondo; il suo pennello, un taccuino di cronaca affilato, etico e spietato, capace di sbattere in faccia all’Italia sabauda il dramma della fame, della miseria delle campagne, della fatica delle donne e del destino degli ultimi.   È proprio in questa chiave di lettura che emerge il valore più profondo di quest’ultima fatica editoriale di De Nicola: la capacità di dimostrare la sorprendente modernità di Patini. Strappato a una dimensione puramente locale o folkloristica, il pittore viene finalmente ricollocato dove merita di stare, ossia nel grande alveo del realismo sociale italiano. Si tratta di una declinazione pittorica speculare al verismo del suo coetaneo Giovanni Verga (1840-1922). Ma se con lo scrittore condivide la cruda rappresentazione della miseria dei vinti, il pittore abruzzese se ne distanzia sul piano ideologico. Laddove il pessimismo di Verga si limita a fotografare una realtà giudicata immodificabile, il pennello di Patini si fa strumento di battaglia civile, animato da una precisa volontà di riscatto politico e sociale.   Un bel libro, questo di De Nicola, lodevole già per la scelta del tema. In un’epoca in cui le mostre d’arte e i libri di successo inseguono i grandi nomi del mercato globale (gli Impressionisti, Van Gogh, la Pop Art), l’autore compie una scelta controtendenza. Scommette su un pittore che non fa “arredamento”, ma disturba la coscienza moderna. Patini, in fondo, è l’antitesi del disimpegno contemporaneo: la sua pittura obbliga a guardare la miseria, la terra e il dolore, quella realtà dalla quale noi abruzzesi veniamo e che era ancora viva nella memoria dei nostri padri. Tuttavia, per sfuggire al rischio del panegirico acritico e restituire giustizia all’onestà intellettuale del testo, è necessario sollevare qualche elemento di riflessione su alcune scelte strutturali che potrebbero apparire discutibili, ma che si rivelano, a ben vedere, pienamente giustificate dall’economia dell’opera.   La prima nota riguarda il taglio strettamente tematico: chi cerca in queste pagine una disamina accademica sulla tecnica del colore, sulle influenze stilistiche dei soggiorni napoletani o romani, o sulla filologia pura del tratto pittorico di Patini, rimarrà parzialmente deluso. L’analisi formale cede quasi totalmente il passo a quella del contenuto politico e sociale. Ma questa assenza di tecnicismo scientifico, oltre a rispecchiare un percorso estraneo allo specialismo della storia dell’arte, è una scelta divulgativa deliberata e legittima. De Nicola non scrive per una cerchia ristretta di accademici arroccati nel proprio sapere, ma si rivolge a un pubblico più vasto, a una platea non specialistica, eppure intellettualmente curiosa.   Allo stesso modo, la forte concentrazione del testo sulla celeberrima “trilogia sociale” (L’erede,1880; Vanga e latte, 1884; Bestie da soma, 1886) rischia di mettere in ombra la pur vasta produzione sacra o la ritrattistica minore dell’artista. Anche in questo caso, l’apparente parzialità dello sguardo è funzionale alla tesi di fondo: per confermare la visione del Patini “cronista”, cui si accennava, l’autore seleziona inevitabilmente i suoi reportage pittorici più dirompenti e rivoluzionari, quelli in cui il legame tra l’inchiesta e la tela si fa carne e sangue.   Nella seconda parte del volume, la scena viene quasi interamente occupata dall’uomo: il Patini privato, il “pittore della verità” che, dopo il lungo peregrinare, compie il suo fatidico ritorno alla terra d’origine. È un legame viscerale e tormentato. La città dell’Aquila, che pure diventerà il teatro di una sua straordinaria operosità e il vivaio in cui educherà un’intera e feconda generazione di giovani artisti, si dimostra una madre ambigua: lo onora, lo accoglie, eppure mostra di non comprendere fino in fondo la coerenza di un programma che era rigorosamente morale prima ancora che estetico.   Sentendosi forse straniero in quella pur generosa città, il maestro avverte il richiamo ancestrale delle origini e sceglie di riabbracciare la sua Castel di Sangro. È in quel paese natio, specchiandosi negli occhi di una miseria atavica e fiera, che Patini aveva attinto la materia prima per le sue tele; ed è lì che ritrova la linfa del suo indomito impegno civile.   Il sipario della vita si chiuderà tuttavia a Napoli, il 16 novembre 1906, in un congedo dal mondo che ha il sapore di una parabola laica e dolente. Sul suo tavolo da lavoro rimarrà un piccolo disegno incompiuto, un’ultima traccia di grafite che sembra quasi riassumere e sigillare il senso profondo della sua intera esistenza di cristiano senza chiesa, di credente degli ultimi: il profilo appena

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Bologna, mostra dedicata a Tutankhamon

    Dopo il grande successo nelle principali città italiane, apre a Palazzo Belloni l’attesa mostra dedicata al Faraone più famoso della storia   OSPITE D’ECCEZIONE ALL’INAUGURAZIONE: IL CELEBRE ARCHEOLOGO ZAHI HAWASS   Dopo aver registrato uno straordinario successo di pubblico e critica nelle principali città italiane – Firenze, Napoli, Padova, Torino, Genova e Cagliari – arriva a Bologna la mostra dedicata al faraone più famoso di tutti i tempi: Tutankhamon.   A partire da sabato 3 ottobre, la prestigiosa location di Palazzo Belloni aprirà le porte all’esposizione “Tutankhamon: La tomba, il tesoro, la maledizione”.   Un’occasione imperdibile per conoscere le origini del “Faraone Bambino” e rivivere, passo dopo passo, la più grande scoperta archeologica del XX secolo, avvenuta nel 1922 grazie alla tenacia dell’archeologo Howard Carter.     IL PERCORSO ESPOSITIVO E LE SUE SEZIONI   L’esposizione offre un viaggio immersivo e suggestivo, supportato da spettacolari scenografie, che stimola la curiosità dei visitatori di tutte le età: Riproduzioni Ufficiali: Oltre 100 fedeli riproduzioni dei reperti più importanti del tesoro della Tomba, certificate direttamente dal Ministero delle Antichità Egizie del Cairo. Sezioni tematiche: approfondimento dedicato alle complesse tecniche di mummificazione e all’imbalsamazione in uso nell’antico Egitto. Realtà Virtuale (VR): Indossando un visore, il visitatore potrà “abbattere il muro” dietro il quale si nascondeva il tesoro di Tutankhamon ed esplorare virtualmente la tomba, osservando in prima persona le “cose meravigliose” scoperte da Carter. Famiglie e Bambini: Un percorso appositamente ideato per i più piccoli, con didascalie facilitate e supporti visivi mirati. Scuole: Visite dedicate con guide qualificate, progettate per stimolare l’approfondimento e la curiosità degli studenti verso la storia dell’antico Egitto. EVENTO SPECIALE DI INAUGURAZIONEIn occasione dell’apertura della mostra, sabato 3 ottobre si terrà un evento eccezionale con uno dei massimi esperti mondiali di egittologia, Zahi Hawass. Lectio Magistralis: a cura del grande archeologo Zahi Hawass. L’incontro si terrà alle ore 10 presso il Centro San Domenico, Piazza San Domenico 13, Bologna. L’ingresso è libero previa prenotazione. Firmacopie: A seguire, dalle ore 15:00 presso la mostra a Palazzo Belloni, Zahi Hawass firmerà le copie del suo nuovo libro “L’uomo con il cappello” (il libro può anche essere acquistato al bookshop della mostra). INFORMAZIONI UTILI: MOSTRA: “TUTANKHAMON: LA TOMBA, IL TESORO, LA MALEDIZIONE” DOVE: Bologna | Palazzo Belloni | Via de’ Gombruti 13 PERIODO APERTURA MOSTRA: Dal 3 ottobre 2026 al 2 maggio 2027 ORARI: Tutti i giorni dalle 10:00 alle 19:00 (ultimo ingresso alle 18:00)   LECTIO MAGISTRALIS ZAHI HAWASS: Sabato 3 ottobre – ore 10 | Centro San Domenico | Piazza San Domenico 13, Bologna Ingresso gratuito previa prenotazione al link https://www.mostratutankhamon.com/conferenza-zahi-hawass/   FIRMA COPIE DEL NUOVO LIBRO DI ZAHI HAWASS “L’UOMO CON IL CAPPELLO”: Sabato 3 ottobre ore 15:00 | Palazzo Belloni | Sede della mostra   CONFERENZA STAMPA: Venerdì 2 ottobre alle ore 11.30 Bologna | Palazzo Belloni   INFO E PRENOTAZIONI: www.tutankhamoninmostra.com [email protected] Tel: +39 337 300086   ORGANIZZAZIONE: @spaziomostre per StoricaLab   CARTELLA STAMPA E IMMAGINI CULTURALIA DI NORMA WALTMANN   Agenzia di comunicazione e ufficio stampa   tel : +39-051-6569105 mob: +39-392-2527126   email: [email protected]  web: www.culturaliart.com Facebook: Culturalia Instagram: Culturalia_comunicare_arte Linkedin: Culturalia di Norma Waltmann Youtube: Culturalia TikTok: Culturaliart

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Franca Colozzo – recensione di Goffredo Palmerini

9 settembre 2026   Recensione al romanzo di Franca Colozzo Meltem, la sposa del Bosforo   di Goffredo Palmerini     Ci sono romanzi che non si limitano a raccontare una storia: la attraversano, la respirano, la fanno vibrare nel lettore come un richiamo lontano. Meltem, la sposa del Bosforo di Franca Colozzo è uno di questi. Un libro che nasce dall’esperienza profonda dell’autrice – architetta, ma che per 7 anni è stata docente del Ministero degli Affari Esteri presso il Liceo Italiano di Istanbul – e che porta con sé la conoscenza viva, concreta, sensoriale della città sul Bosforo. Un romanzo che si legge come un viaggio, come un film, come un mosaico di culture, tensioni, bellezze e contraddizioni.   La storia si apre con un gesto simbolico: un’artista italiana, in abito da sposa, decide di realizzare una performance pacifista e umanitaria. Un atto poetico, fragile e insieme audace, che prende forma a Istanbul, dove Meltem ritrova l’amica turca Deniz, complice e alleata di un progetto coltivato a lungo. Ma ciò che nasce come un’azione artistica si trasforma presto in un vortice di eventi inattesi. Le due donne si ritrovano braccate da spie misteriose, sospettate dalla polizia turca, travolte da intrighi politici, omicidi, complotti che sembrano provenire da un mondo sotterraneo e indecifrabile. Dietro le quinte, un enigmatico ministro‑ingegnere turco le osserva, le protegge, forse le guida.   Il romanzo è immerso nella Istanbul più autentica, una città che respira tra Oriente e Occidente: quella delle viuzze che odorano di spezie, dei mercati brulicanti, dei palazzi antichi che si specchiano nel Bosforo, delle piazze dove convivono modernità e tradizione, delle ombre che si allungano tra moschee e quartieri popolari.   Franca Colozzo descrive la città con una precisione lirica. Non solo la si vede, ma la si sente. Si percepiscono i rumori, i profumi, le voci, il vento del Bosforo che sembra portare con sé storie antiche e presagi inquieti. La sua Istanbul non è uno sfondo, è un personaggio aggiuntivo, ma davvero rilevante. Una “vecchia signora” sospesa tra Oriente e Occidente, che osserva le protagoniste e le accompagna nel loro cammino, sono donne che vivono ed esprimono la loro libertà, o talvolta la cercano.   Attorno a Meltem e Deniz, infatti, si muove un coro di figure femminili, tutte diverse, tutte significative: Fatoş, vittima del marito‑padrone, simbolo di una condizione ancora troppo diffusa; Vera, insegnante distaccata all’estero, che affronta la vita con due figlie al seguito e la necessità di immergersi nella cultura locale; altre donne ancora, ognuna con la propria storia, la propria tenacia, la propria lotta quotidiana.   Il romanzo diventa così un viaggio nella condizione femminile, nelle sue fragilità e nelle sue aspirazioni, nella ricerca di libertà e dignità in un mondo che spesso proclama “pari opportunità” solo a parole. Meltem, artista sospesa tra realtà e sogno, incarna questa tensione. È la sposa del Bosforo, ma anche la sposa della libertà. Il suo viaggio verso Nemrut Daǧi, tra le statue colossali che custodiscono un’antica eternità, è una metafora potente: la ricerca delle radici comuni, della verità, della redenzione.   La narrazione procede come una spirale. Dalla leggerezza iniziale, quasi fiabesca, si passa a un crescendo di tensione, di mistero, di pericolo. Gli eventi politici – dalla Primavera araba ai venti di guerra civile in Siria – fanno da sfondo a un’escalation di estremismi, infiltrazioni, complotti che rendono il cammino delle protagoniste sempre più incerto. Il lettore è trascinato in un labirinto di situazioni tragiche e assurde, senza mai perdere il filo della storia.   La scrittura di Franca Colozzo è ricca, intensa, coinvolgente. Descrittiva senza essere pedante, cinematografica senza essere artificiosa. Ogni dettaglio è funzionale alla narrazione, ogni scena è viva, ogni luogo è reale. E poi c’è il finale. Un finale che non si può anticipare, che non si deve rivelare. Un finale che sorprende, che rimette insieme gli indizi disseminati con maestria, che lascia il lettore con un senso di rivelazione.   Alla fine della lettura, oltre alla storia, il lettore porta con sé qualcosa di più: un’idea di Istanbul, della sua bellezza, della sua cultura, delle sue abitudini. Quasi l’avesse visitata davvero. Quasi avesse camminato accanto a Meltem e Deniz, respirando il vento del Bosforo. Meltem, la sposa del Bosforo è un romanzo che si legge d’un fiato, ma che resta a lungo nella memoria. Un libro che unisce suspense, poesia, denuncia sociale, introspezione. Un libro che parla di donne, di libertà, di coraggio, di identità. Un libro che consiglio vivamente.   ***   Franca Colozzo, architetto, membro di UIA – Union of International Architects | ex Docente di Disegno e Storia dell’Arte, anche all’estero a Istanbul (Turchia) per conto del Ministero degli Affari Esteri Italiano | Poeta | Scrittrice | Autrice multilingue | vincitrice di n°4 dottorati di ricerca honoris causa | altamente premiata a livello internazionale | libera professionista | Blogger UN SDGs e UN DESA | membro di UN ECOSOC (CSW67) | GGAF (USA) Capitolo Italiano | WEF – Membro Onorario a Vita | Direttore Esecutivo per la Sostenibilità, Cambiamenti Climatici e persona di contatto per il Registro della Trasparenza della Commissione Europea e del Parlamento, per conto di GPLT – GLOBAL PEACE LET’S TALK (Londra, Regno Unito), fondata e presieduta dalla Dott.ssa Nikki De Pina | Membro dell’INTERNATIONAL ACADEMY of ETHICS, fondata e presieduta dal Dott. Jernail S Anaand (India) | Direttore esecutivo di RRM3 – RINASCIMENTO RENAISSANCE – Millennium III, fondato e presieduto dal Prof. George Onsy (Egitto).

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VE – Ambiente e Pace: il ruolo del Cinema, degli intellettuali per la Governance

Comunicato stampa IL CINEMA PER LA GOVERNANCE MONDIALE: IL RUOLO DEGLI INTELLETTUALI EXCELSIOR DEL LIDO  martedì 8 settembre ore 18.30 Venezia 7 settembre 2026 – Ambiente e Pace: il ruolo del Cinema, degli intellettuali per la Governance. Il Cinema è industria culturale. Un buon film è una metafora del Governo della Complessità: un risultato riuscito in cui professionalità diverse hanno concorso a dare il massimo attraverso le regole del linguaggio emozionale per… Migliorare il mondo! “Altrimenti il film non ci piace” lo dice senza mezzi termini Massimo Lucidi giornalista internazionale e cattolico praticante per spiegare questo appuntamento a Venezia giunto alla decima edizione Cinema & web. “Perché il Cinema è partecipazione, è crescita culturale, è produzione di contenuti autentici, originali ed emozionali, che ha un potenziale pazzesco se ben usato: concorre alla crescita integrale della persona umana, allo sviluppo sociale” ce lo ricorda tutti gli anni a Venezia nel corso della Mostra Cinematografica la Fondazione E-novation col suo presidente, che organizza un incontro valoriale all’hotel Excelsior del Lido. Quest’anno nello spazio della Regione Veneto, sul ruolo degli intellettuali e delle imprese per l’Ambiente e la Pace. Intelligente provocazione che abbiamo raccolto dal Presidente Buttafuoco, dialogando con la cultura russa. Numerosi i partecipanti che hanno annunciato la propria adesione all’incontro di martedì 8 alle 18.30 nello spazio del Veneto. Tra i discussant spiccano il Prof. Ugo Di Tullio che insegna a Pisa ed è spesso invitato nel prestigioso format televisivo condotto da Gigi Marzullo, Cinematografo su Rai Uno. Stefano Zecchi che non ha certo bisogno di presentazioni né come Filosofo esteta, né come opinionista televisivo; Yantra Pucciano Director of Art Dept. di Anchorage Group una grande società finanziaria internazionale che ha una consolidata attività culturale in più Paesi su arte classica e contemporanea; l’Avvocato cassazionista Maria Rossana Ursino che tratterà il tema oramai adottato dal cinema, non solo Hollywoodiano, del processo mediatico. Hanno altresì annunciato un saluto istituzionale:   Pietrangelo Buttafuoco – Presidente Biennale di Venezia; Valeria Mantovan – Assessore alla Cultura Regione Veneto; Antonio Saccone – Presidente di Cinecittà; Roberto Stabile – Resp Relazioni internazionali Anica. “Ma come spesso accade sarà il pubblico dell’evento a destare particolare curiosità e interesse per il momento di networking che saprà sviluppare sentite le opinioni dei discussant” dichiara soddisfatto Lucidi che ringrazia per la sensibilità istituzionale la Regione Veneto.   Intanto si annunciano tanti giovani presenti anche influencer internazionali come da Londra Elvis Amols; il Veneto con una compagine di imprenditori del territorio che spazia su più settori: tra questi, Simone Fecchio, imprenditore calzaturiero con produzione artigianale; Flavio Tregnaghi Ceo di IGreen Energy for Life depurazione dell’acqua ed energia rinnovabile; Dina Mazzucato Schiller fashion stylist e tutor di portamento e stile, da anni impegnata nella promozione della moda e del territorio, come il grande Sandro Zara con i suoi splendidi tabarri. Grande attenzione all’Ambiente e alla Finanza con Marco Sturlese Consulente strategico per la finanza sostenibile; Alberto Patruno DG Assoimpredia. Significativa la presenza di Francesco Mitrano Presidente del Club del Polo di Montecarlo e della Federazione monegasca del Polo. Ancora non confermata a causa degli impegni in Cina la presenza del Ceo di Anchorage Group Roberto Pucciano, che però si è fatto sentire con un prezioso documento di geopolitica che spiega come oggi il soft power appaia debole per riequilibrare le forze in campo e la Cultura possa svolgere un ruolo se si allea con la finanza illuminata, attraverso un percorso di Museum Diplomacy. Pucciano ha inoltre lanciato due candidature al Premio Eccellenza Italiana nate proprio a Venezia: Gregorio Maiorano, Founder & Ceo di GM Artification e dell’italian lover e socio di Anchorage, il giovane imprenditore olandese Niels Telderman per il prossimo 16 ottobre a Washington DC.   Michele Pinto Fonte: Goffredo Palmerini

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International Conference on Epistemology of Education

«Entriamo in Messico dalla porta principale: quella della cultura».  Antonio Nesci racconta la nuova stagione internazionale de La Prima Pagina Dalla Città del Vaticano a Roma e Tropea, la International Conference on Epistemology of Education riunisce scienziati, ricercatori e protagonisti dell’educazione. La Prima Pagina sarà media partner dell’appuntamento e seguirà l’evento in quattro lingue, con dirette e speciali audiovisivi. Scienza, educazione, ricerca e cultura. È questo il filo conduttore della International Conference on Epistemology of Education and New Perspectives on Educational Laughter: Successful Educational Practices and Pedagogical Innovation, appuntamento internazionale in programma dal 21 al 23 ottobre 2026 tra Città del Vaticano, Roma e Tropea. Tre giornate dedicate al confronto tra esperienze educative, ricerca scientifica, innovazione pedagogica e nuove prospettive internazionali, con protagonisti provenienti dall’Italia, dal Messico e da altre realtà accademiche e culturali. Il momento centrale della conferenza sarà il 22 ottobre 2026 nell’Aula Magna della Link University di Roma, dove si incontreranno personalità di assoluto rilievo nel mondo della scienza, dell’università, della ricerca e dell’educazione. Tra i Plenary Speakers figura la Professoressa Pia Astone, dell’INFN Roma 1 e della Sapienza University of Rome, insieme a Leonardo Durante, finalista del Global Teacher Prize 2021, e a Jesús Castañeda Rivera e Giuseppe Fiamingo, entrambi finalisti del Global Teacher Prize 2025. Il programma comprende inoltre la presenza della Dra. Miriam Cresta, CEO di Junior Achievement Italy, del Prof. Francesco Rao, sociologo e ricercatore, della Dra. Adele La Rana, fisica e ricercatrice di storia della scienza presso Sapienza University of Rome, del Prof. Raymundo Morado Estrada, dell’Universidad Nacional Autónoma de México, e del Prof. Edgardo Olmedo Sotomayor, di REHDD Universities e CIEM. Un parterre che conferisce all’appuntamento una dimensione internazionale particolarmente significativa, mettendo in dialogo competenze diverse e mondi apparentemente lontani ma uniti dalla stessa domanda: come costruire l’educazione del futuro? Il percorso prenderà il via il 21 ottobre nella Città del Vaticano, proseguirà il giorno successivo a Roma e si concluderà il 23 ottobre a Tropea, presso l’Istituto di Istruzione Superiore “P. Galluppi”. In questo contesto si inserisce la collaborazione con La Prima Pagina, che sarà media partner dell’evento e ne seguirà lo sviluppo attraverso le proprie testate in italiano, inglese, spagnolo e francese. La copertura sarà accompagnata da dirette, interviste e speciali audio-video su Fast News Platform, con l’obiettivo di portare il confronto oltre le sedi fisiche della conferenza e raggiungere un pubblico internazionale. Particolare attenzione sarà dedicata anche alla partecipazione di Leonardo Durante, che collabora con Conosci Roma e Belli e in Salute. Durante sarà protagonista, insieme a Jesús Castañeda Rivera e Giuseppe Fiamingo, di una serie di contenuti in lingua spagnola dedicati alla scienza, alla ricerca e all’educazione. Un progetto che non si limiterà alle giornate della conferenza e che punta a sviluppare contenuti capaci di continuare a circolare anche successivamente, rafforzando il dialogo tra il pubblico italiano e quello internazionale. Durante racconterà inoltre l’udienza papale alla quale saranno presenti i relatori della conferenza, offrendo una testimonianza diretta di uno dei momenti più significativi del programma. La conferenza rappresenta anche un’importante occasione per rafforzare il rapporto con il Messico, Paese con il quale La Prima Pagina intende sviluppare una presenza editoriale e culturale sempre più strutturata. Al centro di questa nuova fase c’è Jesús Castañeda Rivera, attraverso il quale prende forma l’idea di costruire un ponte stabile tra Italia e Messico, partendo non soltanto dall’informazione ma soprattutto da cultura, scienza, educazione e università.«Entriamo in Messico dalla porta principale: quella della cultura», spiega Antonio Nesci, direttore de La Prima Pagina. L’obiettivo è costruire relazioni che possano andare oltre la cronaca dei singoli eventi: mettere in contatto università, ricercatori, insegnanti, intellettuali e realtà culturali, creando occasioni di confronto e collaborazione. Un percorso che si inserisce in una rete internazionale già in crescita. C’è la collaborazione settimanale con l’Argentina, sviluppata attraverso Lilly Di Masi, mentre negli Stati Uniti è presente Attilio Carbone a New York. In Canada, a Vancouver, il gruppo può contare sulla collaborazione di Augusto Oriani e Anna Foschi Ciampolini. A questa rete si aggiungono, in Italia, l’antropologo italocanadese Pino Cinquegrana e lo storico romano di origini calabresi Franco Torchia, mentre in Spagna è attiva la collaborazione con il Profesor José Alonso Ponga. L’obiettivo dichiarato è quello di rafforzare un collegamento permanente tra l’Italia e le Americhe attraverso un giornalismo capace di raccontare non soltanto l’attualità, ma anche le persone, le idee, la ricerca e le esperienze culturali. La conferenza sull’educazione diventa così uno dei primi grandi appuntamenti di questa nuova fase internazionale. Dall’Italia al Messico, dall’Europa alle Americhe, la sfida è trasformare l’informazione in uno strumento di dialogo. Ed è proprio Antonio Nesci, direttore de La Prima Pagina, a raccontare in questa intervista il progetto che accompagna questa nuova stagione. L’intervista integrale ad Antonio Nesci Il direttore de La Prima Pagina racconta la nuova stagione internazionale del gruppo: quattro lingue, dirette e speciali audiovisivi, una rete tra Italia, Messico, Argentina, Stati Uniti, Canada e Spagna e una partnership esclusiva con la International Conference on Epistemology of Education. D. Antonio Nesci, La Prima Pagina sarà media partner della International Conference on Epistemology of Education. Perché considera questa partnership così importante? R. Perché dobbiamo essere molto chiari su una cosa: non stiamo raccontando un piccolo evento. Stiamo entrando, come media partner e con una copertura esclusiva, all’interno di un appuntamento che riunisce personalità di assoluto rilievo internazionale nel mondo della scienza, dell’educazione, della ricerca e della cultura. Il 22 ottobre, nell’Aula Magna della Link University di Roma, il nostro logo sarà accanto a quello di istituzioni e realtà accademiche storiche, all’interno di un evento internazionale che mette in dialogo Italia e Messico. E quando guardiamo il livello dei relatori comprendiamo immediatamente la portata dell’iniziativa. D. Partiamo proprio dai relatori. Chi sarà presente? R. Il programma è di livello straordinario. Ci sono personalità che hanno un profilo internazionale e una reputazione costruita nel mondo della ricerca, della scienza e dell’educazione. Penso innanzitutto alla Professoressa Pia Astone, dell’INFN Roma 1 e di Sapienza University of Rome, che rappresenta una presenza scientifica di grandissimo prestigio. E poi abbiamo Leonardo Durante, finalista del Global Teacher Prize 2021; Jesús

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Drammaturgia sacra medievale: origini, evoluzione, decadenza 30 Agosto 2026 di Gabriella Izzi Benedetti Storia Arte Cultura di Gabriella Izzi Benedetti * Il fenomeno della drammaturgia sacra medievale, lungo oltre un millennio, al di là di ogni valutazione di genere letterario, è tra le forme creative di maggior suggestione, supportato da genuina adesione, appartenenza, devozione autentica e coinvolgente. L’avvento del Cristianesimo determina un mutamento profondo delle coscienze. Si modificano sensibilità, obiettivi, senso comunitario, si verifica una rivoluzione globale e irreversibile, che da un lato trova ostilità, dall’altro travolge quanto di decadente era già in atto nel mondo classico, in molteplici aspetti, compresa la formula teatrale. La drammaturgia classica, durante il Medioevo, prosegue in forma ingenua e grezza, lontana dalla eleganza anteriore, e intanto sorge una produzione legata alla nuova liturgia, che si esprime con dignità linguistica e strutturale, capacità teatrale. Il fenomeno è di livello europeo; le varie realtà sono simili nel passaggio dal rito liturgico a rappresentazioni grandiose, in cui alla fine del rito liturgico rimane ben poco. In Italia primeggiano Toscana e Abruzzo in quanto a Sacre rappresentazioni con pari grandiosità, in Toscana con più attenzione al modulo letterario, in Abruzzo con stile più popolare. L’Umbria eccelle per la Lauda. Inizialmente la Chiesa preferì temi di allegrezza, diede spazio alla Resurrezione, al trionfalismo. Divennero quasi due episodi staccati, Passione e Resurrezione. La Passione era antefatto acquisito, con il Cristo vincente, il Pantocrate. La predicazione degli Apostoli si era in prevalenza soffermata sul tema della Resurrezione, quale mistero della incarnazione di Cristo e tangibilità del suo messaggio di redenzione. Anche il Natale nei primi secoli dell’era cristiana è celebrato, ma in forma narrativa. Un discorso a parte merita la liturgia della Messa nella quale già dal II secolo Papa Alessandro I volle Passione e Resurrezione di pari incisività. La Messa è giudicata la prima forma di dramma sacro in cui il celebrante rappresenta Cristo e diaconi, suddiaconi, chierici minori sono parte attiva di riti liturgici, assumono gestualità e timbri vocali adeguati. La teatralità si accentua nella Settimana Santa con la lettura della Passione nella Domenica delle Palme e il Martedì, Giovedì, Venerdì Santo. Inoltre il Mandatum, cerimonia propria del Giovedì santo, era di grande effetto, come di Venerdì il canto delle quattro Passiones, dell’Adoratio Crucis, della Depositio Crucis. Il rituale della Passione si concludeva con l’Uffizio delle tenebre; nell’ istante dell’ultimo respiro si spegneva ogni lume, a indicare l’oscurità che si abbatte sulla terra con la morte di Cristo. Legati alla liturgia della Passione gli Inni del rituale greco-bizantino, gli Encomi, accompagnavano azioni drammatiche, anche se la rievocazione della Passione di penitenziale aveva ben poco, come la liturgia del Mattutino cantata la sera del Venerdì Santo, in uso dal VII secolo, l’inno glorioso Exultet compilato su pergamene arrotolate, i rotoli appunto, ricchi di immagini, didascalie, testo e musica. Il diacono cantore svolgeva la pergamena; il popolo seguiva la descrizione visiva e l’accompagnamento musicale. L’iconografia al contrario evita l’immagine di un Cristo ferito, percosso; il Cristo sulla Croce è vivo e circondato di gloria. Dopo secoli di paganesimo, Dèi vittoriosi e una religione che di penitenziale aveva ben poco, abbracciare un’altra fede con caratteristiche tanto diverse significava accettare una radicalità di visione che aveva bisogno di tempo per essere introiettata in alcune caratteristiche più estreme. Perché la figura di Cristo nel momento della sofferenza e umiliazione, la Crocifissione, acquisti valore redentivo bisogna giungere a Sant’Anselmo (1033-1109) e San Bernardo (1091-1153), che hanno messo in evidenza l’irrinunciabilità di una Cristologia della sofferenza; la loro teoria ha influito decisamente nell’arte pittorica medievale. Le immagini del Cristo sofferente infittirono dal secolo XI, e ne è risultata una figura di grande patos, appassionando i fedeli. La Pasqua, manifestazione di morte e rinascita, veniva a trasformare una festa folkloristica, pagana, in evento cristiano. Alle origini il teatro, sacro o profano, è stato in buona parte la trasposizione del desiderio della società di festeggiare il rinnovarsi dei cicli stagionali, con rituali propiziatori. A prescindere dal Cristianesimo, poiché la sacralità dei festeggiamenti affonda le radici in feste pagane da cui molte delle feste cristiane hanno preso il via; in alcune come Capodanno, Carnevale, in forma evidente, meno nel Natale ed Epifania, che subentrano a feste di rinnovamento, propiziatorie, sovrapposte dalla Chiesa nell’opera di conversione alla cristianità, per oscurare il rito precedente. Il rito pasquale sostituì le feste per la fertilità, molti santi patroni vennero collocati nel calendario in giorni precisi, annullando, con la fastosità dei festeggiamenti, rituali antichi. Dal IV secolo il Natale cadde il 25 dicembre ponendo fine a riti propiziatori di fine anno. E dunque l’arte teatrale ha alla base la sacralità del rito fin dalle origini: forme spettacolari o più semplici, quali la processione che nel Cristianesimo assunse una particolare valenza come demarcazione dello spazio sacro, compartecipazione, benedizione estesa a tutto il mondo. C’erano: musica, Confraternite e Corporazioni, stendardi, figure di angeli e figuranti in abiti d’epoca. La statua del Santo faceva soste, iniziavano momenti dialogici, rievocazioni. Il popolo, in parte, interveniva. Sul territorio da cui è partita l’evoluzione da forme liturgiche a teatrali si è a lungo dibattuto; Francia, Inghilterra, Germania, con una straordinaria fioritura teatrale, relegavano l’Italia a fanalino di coda. Poi, grazie a recuperi di cui dobbiamo essere grati a Vincenzo De Bartholomaeis, si è vista come ricca fosse la nostra produzione. Resta valida l’ipotesi dell’origine greco-bizantina, anche tenendo conto dell’influsso esercitato dall’arte bizantina sulla occidentale, specie nel meridione. Nonostante le conflittualità tra il Patriarcato di Costantinopoli e il Papato, le strette relazioni politiche, tra V e X secolo, favorirono nell’Occidente reciprocità; tra esse quella dei riti religiosi. Nell’VIII secolo la Corte di Costantinopoli donò al re francese Pipino il breve, un organo; così l’organo si propagò in Occidente. Grazie anche a forme musicali più articolate e a un tipo di Omelia sganciata da rito liturgico si crearono due cicli a carattere popolare: Annunciazione, Natività e fuga in Egitto; Battesimo di Cristo, Passione e Resurrezione. In Occidente, e in particolare in Abruzzo, venne a determinarsi dalla Omelia, in forma del tutto indipendente, il Sermone semidrammatico, poiché i predicatori interrompevano la spiegazione del Vangelo e iniziava una sequenza scenica con forte coloritura drammatica; talmente amata che si dovettero costruire palchi sui quali si svolgeva l’azione narrata dal sacerdote.  Un momento di

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Goffredo Palmerini non finisce di stupirci…

Mario Fratti e 99 Personaggi e Persone nella memoria di Goffredo Palmerini   di Gabriella Izzi Benedetti *   Non finisce di stupirci Goffredo Palmerini per la capacità tutta particolare di comporre una sorta di spartito in cui volti, figure, situazioni vivono quasi all’unisono, seppur in formule differenti, entro ritmi e figurazioni proprie, accomunate però da una identità che l’autore sente quale valore primario, conducendolo alla ricerca di legami virtuali ma indissolubili fra le varie realtà soprattutto culturali, perché non vengano disperse, si riconoscano, si potenzino ritrovino l’orgoglio di appartenenza.   I due volumi Ricordando Mario Fratti (One Group Edizioni, aprile 2026) e Personaggi e Persone – 99 profili, un patrimonio di memoria (One Group Edizioni, giugno 2026) appartengono a questo legame con la terra natia, in particolare L’Aquila, ma l’Abruzzo e in sostanza l’Italia, nazione che ha subìto una emorragia di genialità che altri paesi hanno raccolto e valorizzato. E non sempre l’inclusione è stata facile e gratuita. Eternamente attuali i versi di Dante Alighieri: “Tu proverai sì come sa di sale lo pane altrui, e com’è duro calle lo scendere e ‘l salir per l’altrui scale” (Paradiso canto XVII)   Eppure la genialità italiana ha trovato spazi e riscontri. E non sempre per effetto di un esodo imposto da necessità di vita, ma per libera scelta dovuta al senso dell’avventura e della conoscenza; soprattutto all’apertura che in altre realtà si riscontra verso il talento, e che purtroppo la nostra nazione non sempre dimostra; spesso manca la lungimiranza che si riscontra altrove, nella capacità di apprezzare e promuovere talenti, non sempre perché da noi non riconosciuti, ma per una sorta di disinteresse, o negligenza, o preclusioni anche ideologiche.   Un caso emblematico è quello relativo a Mario Fratti, autentico genio aquilano, del quale il Palmerini offre un resoconto di vita. L’amicizia che ha legato a lungo l’autore con Mario Fratti già in altri volumi gli ha dettato pagine intense. In questo, intende soprattutto dare voce ai tanti che l’hanno amato e apprezzato. E ovviamente a lui, Mario Fratti, che racconta come le sue prime opere, nonostante un buon giudizio di critica siano state emarginate in quanto “l’Italia di allora non accettava testi teatrali dove era palese la denuncia dei problemi sociali, le forti differenze fra le classi, l’ispirazione politica di sinistra che li animava”. Anche un suo romanzo non fu accettato per la pubblicazione.   Comunque qualcosa si muoveva grazie alla valutazione positiva della critica, sicché nel ’62 il testo teatrale Suicidio partecipò al Festival dei due Mondi di Spoleto e qui avvenne il miracolo, poiché visto e apprezzato dall’attore e regista statunitense Lee Strasberg, decise di mettere in scena l’opera a New York. Il trasferimento temporaneo dell’autore divenne definitivo, a New York il Fratti si sentì a casa. Oggi viene considerato uno dei maggiori drammaturghi. In Italia ce lo siamo perso. E ciò nonostante continua ad essere, in Patria, non sufficientemente conosciuto.   Riferire seppure in sintesi le tante testimonianze di cui è corredato il testo, è impossibile. Quella di Rosemary Serra ha per titolo “Tutti matti per Fratti”, belle le testimonianze, fra le altre, di Liliana Biondi, Gabriele Lucci, Mino Sferra. Mi soffermo su quella di Monia Manzo del 2025 che conobbe Mario Fratti grazie a un amico comune che “decise di concedermi l’onore di poterlo incontrare … Mi occupavo già di storia di teatro e drammaturgia e stavo per laurearmi una seconda volta in materie umanistiche… Pensai [che] avevo la possibilità di poter interagire con un personaggio di enorme levatura intellettuale e umana. Queste caratteristiche si sono sempre confermate … Tutto ciò che lo riguarda … lo fa distinguere per il suo peculiare e prezioso contributo alla società attraverso temi che vanno dall’impegno politico fino a quello unicamente umano, sotteso da temi di tipo psicologico”.   Molto sentita è la narrazione di un suo grande amico, Piero Picozzi “Mario, una persona davvero speciale”: “Di Mario ho ricordi intensi ed emozionanti. Aveva una generosità impareggiabile, un senso dell’accoglienza e dell’ospitalità spiccatissimo, specie verso i giovani che si avvicinavano al teatro, aspirando a diventare autori e attori, o anche per preparare un esame universitario o una tesi di laurea sul teatro. A tutti egli dava consigli… incoraggiava tutti invitandoli a non mollare mai … era la bontà fatta persona, specie verso i poveri che purtroppo riempiono le strade e la Metropolitana di New York … si fermava qualche minuto a parlare con parole di fraternità e con l’aggiunta di qualche dollaro … Insomma non ho mai incontrato una persona che possa minimamente competere con lui per gentilezza, generosità, saggezza e soprattutto rispetto per gli ultimi”.   Un altro prezioso contributo Goffredo offre con il volume Personaggi e Persone, 99 profili, un patrimonio di memoria, suggestiva rievocazione, opera corale e documentaria contro l’oblio che annebbia ed esclude, restituendo ai 99 personaggi citati, inseriti in una sorta di rete virtuale, un’identità che durerà nel tempo, e non verrà alterata dalla inevitabile approssimazione che il trascorrere degli anni produce. Tributo doveroso verso chi ha partecipato attivamente alla crescita culturale, civile, umana di un’epoca come la nostra avviata verso una involuzione culturale ed etica preoccupante e che da questi esempi di vita può trovare spunti di ripresa. Il mondo attuale, con una morale dalle maglie sempre più larghe, dalla banalizzazione riguardo a tematiche esistenziali, travolta da social e da un edonismo dilagante, ha più che mai bisogno di rintracciare attraverso storie esemplari un recupero qualitativo, una pausa di riflessione.   La globalità della ricerca rende questo testo raro e pregevole; volti, espressioni sorridenti o pensosi che siano creano immediata empatia; di alcuni, pochi, ho memoria: di Anna Ventura, la cui amicizia e stima mi è stata cara, e di cui l’autore sottolinea “la finezza, l’eleganza, la signorilità e la grande cultura umanistica”. David Sassoli ho avuto modo di seguirlo nei suoi interessi politici, persona di rara gentilezza e simpatia, così come molto simpatico riuscì a me e mio marito Michel Piccoli, incontrato a Venezia dov’eravamo per il premio Campiello e lui

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