Si chiude la XXVI rassegna della Lettera d’Amore

  Sabato 9 agosto alle 20 presso il Palazzo Valignani di Torrevecchia Teatina si chiude la XXVI rassegna della Lettera d’Amore, con il patrocinio di Regione Abruzzo, Comune di Torrevecchia Teatina, del Ministero della Cultura – Soprintendenza Archeologia Belle Arti e Paesaggio per le province di Chieti e Pescara, “Piano di Valorizzazione 2026″, di AIGU Giovani per l’UNESCO sezione Abruzzo e Pro Loco Lettera d’Amore. Nel ricordare la tragedia di Marcinelle, sarà inaugurata la mostra “Lettere e storie di emigrazione” presentata dalla demoantropologa Mariantonia Crudo, con esposizione di lettere e documenti in possesso del Museo della Lettera d’Amore, tra cui un ricco epistolario tra emigrati in Argentina e i familiari di Salerno e lettere di emigranti risalenti al 1912, seguirà la premiazione degli studenti partecipanti al concorso, tra i quali Giovanna Anna Ferrante, Danila Natale, Gemma Pagliarella, Alice Passamonti, Michele Passeri, Chiara Passeri, Grazia Sinagra e dei gruppi di lettura del CIM della ASL di Roma. Interverranno le docenti Angela Franchella, Monica Ferri, Marzia Morrone. È prevista inoltre la presentazione dei libri: “Abruzzo: i campioni siamo noi”, con gli interventi di Generoso D’Agnese, Geremia Mancini e Duilio Rabottini; “Padre Simone – l’abruzzese che difese i guarani”, con Antonio Di Donato, “Tutte le lettere del cuore” con Angela Franchella. Alle 22 lo spettacolo di fine comicità di Max Elia, “Ma chi me l’ha fatt’fà?”. [email protected]

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Palmerini – Le più belle recensioni

1 agosto 2026   L’atleta della vita di Vincenzo Di Michele, recensione Il romanzo vero di una donna che non ha mai smesso di credere nel domani   di Goffredo Palmerini     Conosco Vincenzo Di Michele da anni. Ho letto e recensito molte delle sue opere, spesso dedicate alla memoria storica, alle verità taciute della guerra, ai reduci che hanno attraversato la storia con la stessa dignità silenziosa dei grandi protagonisti. Di Michele è uno scrittore che ha sempre saputo ascoltare. Ascoltare i documenti, le testimonianze, le voci che rischiavano di perdersi. Tuttavia con il suo primo romanzo compie qualcosa di diverso, di nuovo, di sorprendente: entra nella vita vera di una donna e la racconta con una delicatezza che non avevo ancora visto così pienamente nella sua scrittura. Ci sono libri che non si limitano a raccontare una storia, invece la custodiscono. L’atleta della vita, il romanzo di Vincenzo Di Michele, appartiene a questa categoria rara. È un’opera che nasce da un diario reale, da una voce che ha attraversato la vita con intensità, disciplina, amore e dolore. Una voce che l’autore ha saputo ascoltare e trasformare in un racconto limpido, rispettoso, profondamente umano. Anna – questo il nome scelto per tutelarne la privacy – non è solo la protagonista del romanzo, è una presenza che rimane. Una donna che ha vissuto intensamente, in ogni ruolo che la vita le ha affidato: atleta di livello internazionale, medico appassionato, madre e moglie, professionista rigorosa, anima luminosa di una famiglia che la amava profondamente. E poi paziente oncologica. E poi testimone. E infine voce.  Di Michele non la racconta come un personaggio, la accompagna, quasi con pudore. Chi conosce l’autore sa quanto la sua prosa sia abituata a muoversi tra archivi, documenti, ricostruzioni storiche. Qui invece la parola si fa più intima, più raccolta, più rispettosa. C’è la volontà di custodire una vita e di offrirla agli altri come un dono. Di Michele, autore noto per i suoi saggi storici dedicati alle vicende di guerra, ai reduci, alle verità nascoste del Novecento, compie qui un passaggio decisivo, di grande significato anche sul piano della qualità letteraria. Passa, infatti, dalla storia collettiva alla storia intima di una persona. E lo fa con una scrittura che sorprende per misura, delicatezza e profondità emotiva. Non c’è retorica, non c’è compiacimento nel dolore. C’è invece la volontà di accompagnare il lettore dentro un percorso che riguarda tutti, perché tutti, in un modo o nell’altro, abbiamo incrociato in qualche modo il tornante del cancro nel mondo delle nostre amicizie e talvolta direttamente. L’atleta della vita è un libro che va letto con calma, distillato parola per parola, frase per frase, per coglierne l’essenza progressiva della storia ma anche il bagaglio di emozioni che reca con sé. Inoltre, c’è l’insegnamento profondo di una donna che, colpita dal tumore al seno, da medico lo studia, lo propone come esempio di “terapia” aggiuntiva a quella farmacologica, quali per lei sono lo sport, la meditazione spirituale, l’intensità della relazione in famiglia (con il marito, medico anch’egli e docente universitario, con i due figli). Non infrangerò la regola che postula di non entrare nei dettagli di una storia narrata, che invece va letta e scoperta man mano. E tuttavia qualche flash è necessario per inquadrare la vicenda e la sua evoluzione narrativa. Il libro si apre con una nota dell’Autore che già è una dichiarazione di trasparenza. La storia narrata non è una biografia, ma un cammino. Non una sequenza di date, ma un respiro. Anna, la protagonista, inizia ad annotare nel suo diario dal novembre 2024, perché non sa quale evoluzione avrà la sua malattia fino al congresso medico del marzo 2025. Scrive perché teme che le emozioni possano impedirle di parlare. Scrive perché la malattia, che lei non vuole esibire, le chiede invece di essere raccontata per diventare testimonianza, per essere un’esperienza d’aiuto verso tutte le donne che si trovino a vivere la medesima condizione. Il capitolo del congresso medico è uno dei più intensi dell’intero libro. Anna sale sul palco, ferma, asciutta, illuminata da luci che sembrano crude. Stringe il microfono con una mano sola, prende fiato e pronuncia due parole che attraversano la sala come un’onda: «Sono piena di metastasi in tutte le parti del mio corpo.» Non c’è enfasi, non c’è dramma: c’è verità. Una verità detta con una lucidità che immobilizza la platea. Medici, studenti, fisioterapisti, pazienti, tutti si ritrovano uniti da un silenzio che non è assenza di suono, ma presenza di ascolto. In quel momento, Anna non è solo una paziente, è un medico che parla ai medici, un’atleta che parla agli atleti, una donna che parla alla vita. E lo fa con la sincerità, richiamando l’importanza terapeutica di continuare a vivere le proprie passioni, nel suo caso lo sport, la professione medica anche durante il Covid, la vita spirituale, il mondo delle relazioni di amicizia e familiari. Una “terapia integrativa” personale, utile a contenere all’essenziale le necessarie cure farmacologiche. La narrazione segue Anna nel suo percorso: la paura iniziale, la disciplina dello sport che diventa terapia, il sostegno delle terapie integrate, la volontà di mantenere autonomia, lucidità, equilibrio psicofisico. La sua storia non è mai raccontata come una battaglia – Di Michele evita con cura la retorica bellica – ma come un cammino. Un cammino fatto di scelte, di consapevolezza, di amore per l’esistenza. Accanto alla malattia, il libro restituisce la vita nella sua quotidianità, nel suo divenire: la Basilicata dell’infanzia, la campagna, gli animali, la transumanza; la corsa che nasce come gioco e diventa vocazione; gli allenatori che preparano e guidano Anna, le gare, le medaglie, la disciplina; Roma, l’università, la medicina, il lavoro; la famiglia, i figli, gli affetti che la accompagnano fino all’ultimo. Di Michele riesce a dare voce a questa complessità con una scrittura che alterna momenti di intensa partecipazione emotiva a pagine di grande sobrietà. Il lettore avverte la presenza dell’autore, ma mai in modo invadente. È infatti un narratore che osserva, ascolta, restituisce. Un

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Lucio Presta, l´uragano che torna a casa

A Roseto Capo Spulico il 2 agosto la presentazione del libro «L’uragano. Sole, fulmini e saette» e il conferimento dell’onorificenza «Calabria che lavora»     C’è chi parte dalla Calabria per conquistare il mondo e chi, prima o poi, sente il bisogno di tornarvi per raccontarsi. Lucio Presta appartiene alla seconda categoria. E lo farà il prossimo 2 agosto, alle ore 22, al Parco Qualità della Vita di Roseto Capo Spulico, dove presenterà il suo libro L’uragano. Sole, fulmini e saette, in una serata che intreccia cultura, spettacolo, memoria e identità territoriale. Un titolo che è già una dichiarazione d’intenti. Perché nella vita professionale e personale di Presta non sembrano essere mancati né il sole né i fulmini, né tantomeno le saette. Il libro diventa così l’occasione per ripercorrere una storia fatta di incontri, passioni, scelte, successi e retroscena, con il linguaggio di chi decide di mettere a nudo, senza troppi filtri, il proprio percorso umano e professionale. Ma quella di Roseto Capo Spulico non sarà soltanto una presentazione editoriale. Nel corso della serata, infatti, la Commissione Cultura, Scienza e Pensiero, su gentile segnalazione del professor Giovanbattista Trebisacce, conferirà a Lucio Presta l’onorificenza «Calabria che lavora», attribuita quale riconoscimento per il prestigio conferito con la sua attività al mondo della cultura e dello spettacolo italiano. La motivazione mette in evidenza il carisma, la perseveranza e la capacità di Presta di muoversi nel difficile universo dello spettacolo come un autentico «mercante di stelle»: un uomo capace di individuare il talento, accompagnarlo e costruire un ponte tra chi ha qualcosa da dire e un pubblico disposto ad ascoltare. Un riconoscimento che guarda anche alla Calabria e al rapporto mai interrotto con la terra d’origine. A Cosenza, Presta ha dedicato attenzione, impegno e una parte significativa della propria esperienza, fino ad assumere anche una responsabilità diretta nella vita pubblica con la candidatura a sindaco. Una scelta che, al di là degli esiti politici, resta la testimonianza di un legame con la propria comunità e di un’idea di partecipazione civica che merita di essere ricordata. E poi ci sono i giovani. Tra le iniziative che accompagnano il suo percorso figura «Nextv», un laboratorio gratuito articolato in quindici incontri con alcuni dei più importanti professionisti della televisione italiana. Un progetto pensato per trasmettere alle nuove generazioni non soltanto competenze, ma soprattutto una parola che oggi sembra aver perso qualche estimatore: merito. E insieme al merito, il valore della preparazione, della gavetta e dello spirito di sacrificio. Non è dunque casuale la frase scelta per accompagnare l’onorificenza: «La generosità, l’onestà e l’etica: per queste mi faccio ammazzare». Parole forti, forse persino provocatorie, ma coerenti con il ritratto di un uomo che ha fatto della determinazione una delle cifre della propria carriera e che, attraverso il libro, sceglie ora di raccontare anche il lato meno visibile di una lunga esperienza nel mondo dello spettacolo. La serata di Roseto Capo Spulico si inserisce nel calendario delle iniziative culturali che animano l’Alto Ionio Cosentino e rappresenta anche un’occasione per rinsaldare quel filo, spesso sottile ma mai spezzato, che lega una terra ai suoi figli più conosciuti. Il 2 agosto, dunque, l’uragano torna metaforicamente a casa. E questa volta, più che sole, fulmini e saette, porta con sé una storia da raccontare e un riconoscimento da ricevere. Del resto, avrebbe probabilmente osservato Indro Montanelli, nella vita non basta aver avuto successo: prima o poi bisogna anche tornare nel luogo da cui si è partiti. Perché è lì che, spesso, il successo viene sottoposto all’esame più severo: quello della memoria. Mimmo Leonetti

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Pochi, ma buoni

Quando la politica scambia la quantità per qualità, il conto lo pagano sempre i cittadini. di Giuseppe Arnò Ci sono appuntamenti che non hanno bisogno di convocazioni ufficiali. Bastano un orologio, una piazza e qualche sedia all’ombra. Così, puntualmente, alle cinque della sera – senza alcun riferimento al celebre lamento di García Lorca – ci ritroviamo nell’agorà del paese che mi ospita. È il nostro piccolo Parlamento all’aria aperta: nessun usciere, nessun ordine del giorno, nessuna votazione elettronica. Solo caffè, buon senso e quella libertà di parola che, paradossalmente, fuori dai palazzi sembra respirare meglio. Il gruppo è composto da persone avanti negli anni. I più fortunati sfoggiano ancora una dignitosa chioma bianca; gli altri compensano con una lucida calvizie, segno che i capelli, come certe illusioni, a un certo punto decidono di andarsene. Nell’antica Grecia l’agorà era il cuore della polis, il luogo dove si discutevano i destini della città. La nostra ambizione è infinitamente più modesta: cerchiamo di capire perché il mondo sembri aver perso il libretto d’istruzioni. Talvolta la discussione prende spunto da qualche mio articolo. Altre volte basta una notizia per accendere il dibattito. Stavolta il fiammifero lo ha acceso Yiannis, vecchio amico di origine greca e politologo per passione, uno di quelli che prima di parlare riflette e, proprio per questo, parla poco. Tra un espresso e l’altro ha lanciato una provocazione destinata a far discutere. «Per governare un Paese servono davvero centinaia di parlamentari?» Domanda semplice. Risposta complicata. Yiannis ricordava che nell’antica Roma il potere fu affidato, in diverse occasioni, a triumvirati. Tre persone, non trecento. Da lì il salto ai giorni nostri è stato inevitabile. Dal 2022 il Parlamento italiano conta 400 deputati e 200 senatori elettivi, ai quali si aggiungono i senatori a vita e gli ex Presidenti della Repubblica. Una riduzione rispetto al passato, certamente. Ma, osservava lui con l’aria di chi ha già fatto i conti, perché non osare di più? «Riduciamoli del novanta per cento.» Silenzio. Poi qualche sorriso. La provocazione, tuttavia, aveva una sua logica. Meno persone significano, almeno in teoria, meno sovrapposizioni, meno interminabili discussioni, meno sedute trasformate in spettacolo televisivo e, soprattutto, meno costi a carico dei contribuenti. Del resto, nelle grandi assemblee succede spesso una curiosa magia matematica: parlano sempre gli stessi, protestano sempre gli stessi, litigano sempre gli stessi. Gli altri, con encomiabile compostezza, completano la scenografia. Una sorta di coro greco, ma con stipendio. Il ragionamento si è poi allargato ad altri organismi, sindacati compresi, dove talvolta la forza dei numeri sembra prevalere sull’efficacia delle idee. Per manifestare un dissenso non occorre riempire chilometri di cortei: bastano persone credibili, argomenti solidi e obiettivi chiari. Il resto è spesso coreografia. Naturalmente nessuno auspica una democrazia in miniatura o un potere concentrato in poche mani. La rappresentanza rimane un pilastro irrinunciabile. Ma una domanda continua a ronzare come una zanzara nelle sere d’estate: siamo proprio sicuri che una macchina pubblica sempre più grande produca automaticamente risultati migliori? La storia insegna quasi il contrario. Le organizzazioni efficienti premiano il merito, non il numero. Le aziende funzionano quando eliminano le inutili duplicazioni. Le famiglie sopravvivono grazie a chi fa, non a chi discute. E persino le orchestre hanno bisogno di pochi direttori e di molti musicisti che sappiano leggere lo spartito. Alla fine il nostro improvvisato Parlamento di piazza è arrivato, senza votazioni elettroniche né fiducia, a un’unica conclusione: la qualità vale infinitamente più della quantità. Avere valore significa assumersi responsabilità. George Bernard Shaw sosteneva che «il valore di una persona dipende dal numero di cose delle quali si vergogna». A quel punto uno degli amici, con il cinismo che solo l’età sa rendere elegante, ha sussurrato: «Bella frase… ma siamo sicuri che esista ancora qualcuno disposto a vergognarsi?» Forse la risposta l’aveva già data Daniel Defoe: «L’uomo non si vergogna di peccare, ma si vergogna di pentirsi.» Ecco il vero problema. Non quanti siano i parlamentari, i consiglieri, i funzionari o i dirigenti. Ma quanti, tra loro, conservino ancora il coraggio di riconoscere un errore e il pudore di correggerlo. Montanelli avrebbe probabilmente sorriso davanti a questa nostra agorà di provincia. Poi avrebbe annotato, con la sua consueta perfidia, che le democrazie non soffrono per la scarsità degli eletti, ma per l’abbondanza degli inutili. E gli inutili, purtroppo, hanno una straordinaria capacità: riescono sempre a votare l’aumento delle sedie prima ancora di dimostrare di meritarsene una. *

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L’intuizione lirica di Dominika Zamara

L’incontro segreto tra Bellini e Chopin: l’intuizione lirica di Dominika Zamara   Un’unione artistica e spirituale tra due colossi della musica romantica, nata da un’intuizione del soprano di fama internazionale Dominika Zamara. Il progetto “Bellini e Chopin, due Geni a confronto” mette in luce il legame tra questi due maestri dell’Ottocento, ispirandosi alla profonda amicizia e alle affinità stilistiche testimoniate dai loro epistolari.   Il pubblico viene guidato alla scoperta di una sorprendente simbiosi: se nei Lieder di Fryderyk Chopin emerge la linea vocale del “belcanto” belliniano, nelle pagine pianistiche delle Arie da concerto di Vincenzo Bellini si percepisce chiaramente l’influenza del compositore polacco.   L’idea è nata anni fa, come racconta la stessa Dominika Zamara: “Stavo studiando contemporaneamente i Lieder di Chopin e le Arie da concerto di Bellini. Mi accorsi che la linea vocale di Chopin sembrava puro Bel Canto e che, passando a Bellini, la fluidità del canto era la medesima. Le mie successive ricerche storiche confermarono questa impressione, dando il via al progetto”.   Il progetto ha già superato i confini spazio-temporali, venendo accolto come una vera e propria opera in Italia, Messico, Polonia, Francia, Spagna, Canada e Stati Uniti. Tra le location più prestigiose che hanno ospitato l’evento spiccano la Toronto Sinfonia con la direzione del Maestro Nurhan Arman, Palacio de Bellas Artes a Città del Messico, l’Istituto Italiano di Cultura di New York e la prestigiosa Accademia del Teatro alla Scala di Milano.   Oltre alle affinità musicali, il repertorio mette a confronto la cultura italiana e quella polacca, trovando nella Francia il loro naturale punto d’incontro. Fu proprio nella Parigi dell’epoca, straordinario crocevia artistico che i due geni si incrociarono. Questa dualità si riflette anche nella scelta poetica di cantare in due lingue, offrendo al pubblico la possibilità di cogliere appieno ogni sfumatura emotiva, grazie anche a una narrazione guidata durante i concerti.   Proprio all’Accademia del Teatro alla Scala è stato presentato il disco di Dominika Zamara “Chopin Lieder op. 74” oggi conservato nella biblioteca dell’istituzione milanese. L’album, registrato nel 2018, ha sancito il primo passo di questo viaggio culturale, in attesa del prossimo volume dedicato interamente alle Arie da concerto di Bellini.   L’opus 74 di Chopin raccoglie 17 canti per voce e pianoforte, in origine 16, scelti e organizzati postumi nel 1852 da Julian Fontana e pubblicati poi nel 1857 dall’editore Schlesinger. All’interno della collezione si trovano brani composti da Chopin in un arco di tempo molto ampio, che va dal 1829 al 1847. Tra i canti più celebri e rappresentativi inclusi in quest’opera figurano Życzenie (Desiderio di fanciulla) e Wiosna (Primavera).   Goffredo Palmerini  

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Recensione al libro “Personaggi e Persone”

23 giugno 2026   “Personaggi e Persone”, Goffredo Palmerini e la memoria che non svanisce Recensione   “La memoria è il solo paradiso dal quale non possiamo essere cacciati.” John Milton   In un’epoca in cui la velocità consuma nomi, storie e presenze con la stessa rapidità con cui vengono generate, l’ultimo lavoro di Goffredo Palmerini si impone come un gesto controcorrente, quasi un atto di resistenza culturale. Personaggi e persone – 99 profili, un patrimonio di memoria non è soltanto un libro: è un archivio umano, una raccolta di esistenze che diventano racconto, testimonianza, traccia viva di un tempo che rischierebbe altrimenti di dissolversi.   Il numero 99, scelto dall’autore, non ha nulla di casuale. È un numero “aperto”, incompiuto, che suggerisce la natura stessa della memoria: mai definitiva, mai chiusa, sempre pronta ad accogliere nuove presenze o a lasciare spazio al ritorno di quelle già incontrate. In questo senso il libro non si presenta come un’opera conclusa, ma come un organismo vivo, in continua espansione ideale.   Proprio il 99 assume anche un valore profondamente identitario legato a L’Aquila, città che porta nel suo immaginario storico e simbolico questo numero come cifra distintiva. La tradizione delle “99” torna infatti in molte espressioni del patrimonio aquilano, dalla celebre Fontana delle 99 Cannelle, fino al richiamo antico dei 99 castelli che, secondo la leggenda, avrebbero partecipato alla fondazione della città. È un simbolo che attraversa i secoli e che identifica la comunità come insieme di molteplici identità unite in un’unica storia. In questo senso, i 99 profili del libro dialogano idealmente con la stessa struttura simbolica della città: una pluralità che diventa unità, una somma di voci che costruisce un’identità collettiva.   Il cuore pulsante del libro resta L’Aquila, città simbolo che non è solo sfondo geografico ma vera e propria matrice identitaria e affettiva. Dopo le ferite del terremoto e le fatiche della ricostruzione, il richiamo alla memoria assume qui un valore ancora più forte: ricordare diventa un modo per ricostruire, non solo edifici ma legami, storie, continuità. Tuttavia, l’opera non rimane mai confinata in un orizzonte locale: i profili si allargano, si intrecciano con l’Italia intera e spesso oltrepassano i confini nazionali, restituendo una rete di relazioni umane e culturali più ampia.   La scrittura di Palmerini si distingue per una qualità rara: la capacità di unire partecipazione e misura. Non c’è mai compiacimento, né enfasi ridondante, ma una tensione costante verso l’essenziale. Ogni profilo sembra costruito come un incontro diretto, quasi una conversazione trattenuta sulla soglia del ricordo. L’autore non si pone mai come semplice osservatore esterno: entra nelle storie con discrezione, lasciando che siano le persone stesse a parlare attraverso i frammenti della loro vita.   Ciò che rende il libro particolarmente significativo è la sua struttura corale. I 99 profili non sono isolati, ma dialogano tra loro, creando una sorta di rete invisibile di rimandi, affinità, contrasti e continuità. La lettura procede così su più livelli: da un lato l’interesse per la singola figura, dall’altro la percezione progressiva di un disegno più ampio, quasi una geografia della memoria collettiva.   In questo senso, l’opera assume anche un valore civile. Non si limita a celebrare, ma restituisce dignità alla memoria come funzione sociale. In un tempo in cui l’oblio è spesso accelerato dalla sovrabbondanza di informazioni, ricordare diventa un atto di responsabilità. Palmerini sembra suggerire che ogni vita raccontata è un frammento di storia condivisa, e che perdere queste tracce significa impoverire la nostra comprensione del presente.   Particolarmente intensa è la capacità dell’autore di far emergere l’umanità nascosta dietro i ruoli pubblici. Le figure non vengono mai ridotte alla loro notorietà o al loro ruolo istituzionale: emergono invece nelle loro fragilità, nei loro slanci, nelle loro contraddizioni. È proprio questa dimensione a rendere il libro profondamente umano e accessibile, anche quando affronta personalità di grande rilievo. Il tono dell’opera alterna registri diversi: dal narrativo al riflessivo, dal memoriale al quasi giornalistico, senza mai perdere coerenza. In alcuni passaggi la scrittura si fa più lirica, soprattutto quando il ricordo si intreccia alla perdita o quando la distanza temporale trasforma la biografia in testimonianza. Tuttavia, anche nei momenti più emotivi, Palmerini mantiene una sobrietà che rafforza la credibilità del racconto.   Un altro elemento centrale è il rapporto tra memoria individuale e memoria collettiva. Il libro sembra suggerire che non esiste una separazione netta tra le due: ogni storia personale contribuisce a costruire un patrimonio condiviso, e ogni frammento di vita privata si riflette, in modo più o meno evidente, nella storia di una comunità. È un’idea forte, quasi etica, che attraversa l’intera opera.   La lettura di Personaggi e Persone diventa così anche un esercizio di attenzione. Richiede tempo, ascolto, disponibilità a entrare nelle storie senza fretta. Non è un libro da consumo rapido, ma un testo da attraversare con calma, lasciando che i profili si sedimentino nella memoria del lettore. Il valore dell’opera risiede anche nella sua funzione di ponte tra generazioni. Molti dei personaggi raccontati appartengono a epoche diverse, e il libro diventa così un luogo di incontro tra passato recente e presente, tra ciò che è stato e ciò che ancora influenza il nostro oggi. In questo senso, la memoria non è mai nostalgia, ma strumento di comprensione.   Goffredo Palmerini conferma, con questo lavoro, una vocazione ormai consolidata: quella di narratore della memoria civile e culturale, attento non solo ai grandi eventi ma soprattutto alle persone che li hanno attraversati. Il suo sguardo è insieme giornalistico e umano, capace di registrare i fatti senza perdere la sensibilità per le storie. Alla fine della lettura, ciò che resta non è soltanto la somma dei 99 profili, ma una sensazione più ampia: quella di aver attraversato un territorio umano ricco, complesso, stratificato. Un territorio in cui ogni vita ha lasciato una traccia e in cui ogni traccia contribuisce a costruire un senso. Personaggi e Persone – 99 profili, un patrimonio di memoria si presenta così come un’opera necessaria. Non perché imponga una verità, ma

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La buona lettura

    L’Ambasciatore Boris Biancheri: il diplomatico e lo scrittore. Un ritratto in mosaico   di Pietro Antonini     Perché dedicare oggi un libro a Boris Biancheri, un ambasciatore scomparso quindici anni fa? La risposta è suggerita nel sottotitolo del volume curato da Stefano Baldi per l’Editoriale Scientifica, dodicesimo titolo della collana “Memorie e studi diplomatici”: Il diplomatico e lo scrittore. È proprio questa doppia personalità dell’Ambasciatore Boris Biancheri il cuore del libro. Ma il volume non vuole essere, e non è, un ricordo sterile o un’agiografia; al contrario: è un esempio molto significativo per chi voglia capire che cosa significhi davvero fare il diplomatico. Il volume nasce da una giornata di studio organizzata dal Ministero degli Affari esteri e della cooperazione internazionale e tenutasi il 26 giugno 2025 al Casale di Villa Madama, a Roma, e raccoglie le voci di chi Biancheri lo ha conosciuto da vicino: colleghi, collaboratori, amici, la moglie Flavia Arzeni Biancheri. Ne esce non un ritratto ufficiale. Ogni testimone porta la propria tessera; il soggetto prende forma nell’insieme. E l’insieme restituisce uno dei diplomatici più interessanti della fine del secolo scorso. Capace di leggere la realtà Ambasciatore a Tokyo, Londra e Washington, Segretario Generale della Farnesina, poi Presidente dell’ANSA e dell’ISPI, Biancheri ha attraversato un’epoca di cambiamenti profondi: la guerra fredda e la sua fine, l’ascesa economica del Giappone, la ridefinizione del rapporto transatlantico, la trasformazione dell’informazione globale. In ognuno di questi passaggi ha lasciato un’impronta profonda, non con il clamore ma con il metodo. Proprio il suo metodo è il filo rosso che attraversa tutte le testimonianze del libro: la doppia dimensione di azione e riflessione. Biancheri sapeva agire, negoziare, decidere; ma sapeva anche fare un passo indietro per leggere la realtà, osservarla con il distacco necessario a comprenderla. Non a caso il volume ripubblica, nella sua quarta parte, il rapporto di fine missione dal Giappone del 1983: un documento che si legge ancora oggi come un manuale di metodo diplomatico, dove l’analisi precede e fonda l’azione. Autorevole, non autoritario Dai contributi raccolti nella prima parte emerge la figura di un capo che non aveva bisogno di alzare la voce. Autorevole, mai autoritario: la sua leadership nasceva dalla competenza e da una naturale capacità di attrazione, quella qualità che fa sì che i collaboratori non eseguano soltanto, ma vogliano dare il meglio. Non è un caso che dalle pagine del volume traspaia tanto affetto: Biancheri non è ricordato solo con stima, ma con un calore che le carriere brillanti, da sole, non bastano a spiegare. A questa autorevolezza si accompagnavano due virtù che il mestiere diplomatico esige e che Biancheri possedeva in misura non comune: la curiosità e la discrezione. Curiosità verso i Paesi, le culture, le persone. Discrezione nel maneggiare informazioni, rapporti, confidenze. Insieme, le due qualità disegnano l’equilibrio perfetto del diplomatico: sapere molto, mostrare il necessario.     L’uomo oltre la Farnesina La seconda parte esplora l’uomo oltre la professione. La terza propone una selezione ragionata dei suoi scritti: narrativa e saggistica. Insieme, restituiscono lo scrittore. Chi era, dunque, Biancheri scrittore? Nipote di Giuseppe Tomasi di Lampedusa. Autore di romanzi e di riflessioni sulla diplomazia nell’età globale. Qui il mosaico si completa. Biancheri era una persona con una visione non solo della politica estera italiana, ma anche del mondo che cambiava e del posto che l’Italia poteva occuparvi. Una visione che non si irrigidiva mai in dogma: sensibile alla modernità, sapeva essere flessibile quando serviva, senza per questo smarrire la coerenza di fondo che tutti gli riconoscono. C’è infine, in molte testimonianze, un altro esempio della sua capacità di saper combinare levitas e serietà. La leggerezza del tratto, l’ironia, il gusto della conversazione e della pagina ben scritta non erano mai frivolezza, così come la serietà dell’impegno non era mai pesantezza. Tokyo, lo specchio perfetto Non è un caso, allora, che il volume si chiuda con la quarta parte, dedicata alla sua esperienza di ambasciatore in Giappone. Perché nessun Paese poteva raccontare Biancheri meglio del Giappone: l’elegante discrezione, la nobiltà d’animo, la sovrapposizione costante di forma e sostanza sono i tratti stessi dell’uomo e del diplomatico. E lui, a sua volta, capì in profondità il Paese che lo ospitava, leggendone l’ascesa e le logiche interne con una lucidità che il suo rapporto di fine missione documenta ancora oggi. Non un cavaliere del passato Il rischio di questo tipo di libro era di presentarsi come un’agiografia, un rimpianto per una diplomazia che non esiste più. Il volume non è niente di tutto ciò. Biancheri non viene presentato come un cavaliere di un mondo scomparso, ma come un modello per i nuovi diplomatici. La sua lezione non appartiene a un’epoca conclusa, ma resta una possibilità concreta per chi voglia servire lo Stato con competenza e dignità. Una lezione fatta di unità di pensiero e azione, di autorevolezza senza esser autoritari, di curiosità unita a discrezione, di levitas personale e serietà lavorativa. È questa, in fondo, la scommessa del curatore e della collana in cui compare il libro: trasformare la memoria in strumento. Il volume, che è anche disponibile gratuitamente in versione digitale (https://diplosor.wordpress.com/collana-di-libri), andrebbe quindi letto dai giovani che si affacciano alla carriera diplomatica e da tutti coloro che si interessano di Relazioni internazionali. Boris Biancheri. Il diplomatico e lo scrittore, a cura di Stefano Baldi, Napoli, Editoriale Scientifica, collana “Memorie e studi diplomatici”, n. 12, 2026, pp. 184, 14,00 €, ISBN 979-12-235-0626-4.

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Eleonora Pieroni, tra New York e Roma 

Eleonora Pieroni attrice nata in Italia ma “Made in America”, vive e lavora da anni tra New York e Roma. Nell’ultimo periodo diversi sono i progetti girati in Italia che includono Eleonora Pieroni nelle pellicole cinematografiche e nelle serie per il piccolo schermo. La Pieroni è tra i protagonisti del film ‘*A Pranzo la Domenica’* scritto e diretto da Mariella Sellitti, attualmente in programmazione nelle sale UCI cinema di tutta Italia e altri cinema. ‘A pranzo la domenica’ è una commedia agrodolce su una donna a cui la vita concede, attraverso strade inimmaginate, un’altra possibilità, sullo sfondo di una commedia umana corale. Nel film Eleonora Pieroni interpreta Barbara la cognata di Adele (Lorenza Indovina), proprietaria di un negozio di abbigliamento, mamma devota alle figlie (due gemelle avute con difficoltà) e alla sua vita sociale, egoista e vanagloriosa emula la cognata ancor più cinica, trascurando così i sentimenti più umani e la relazione coniugale con il marito Luigi (Tony Laudadio).  Nel film un cast di grande rilievo: Lorenza Indovina, Tony Laudadio, Fabrizia Sacchi, Antonio Serrano, e la partecipazione di Cesare Bocci e  Patrizia Loreti. ‘A Pranzo la Domenica’ opera prima di Mariella Sellitti, è una commedia umana e amara, ispirata con umiltà e affetto al cinema di Germi e Pietrangeli, dove alla lacrima che non scende segue un sorriso discreto, ironico, affettuoso — e al teatro di Eduardo de Filippo che mescola di continuo tragedia e commedia. Del resto in provincia si fa clamore, ma senza mai far rumore. Martedì 9 giugno h 18:30 presso il Cinema degli Scipioni a Roma si è tenuta la proiezione patrocinata dall’Associazione Angeli di Noonan. Una delle attrici della storia interpretata da Valentina Acca (L’amica geniale) è infatti affetta dalla sindrome di Noonan, sindrome rara. Tra gli ultimi lavori della Pieroni si annovera ‘*Un Posto al Sole’ la soap della RAI più longeva d’Italia che l’ha resa famosa al pubblico con il ruolo di Kate Wilson l’assistente personale del premio Oscar Whoopi Goldberg (Mrs Price). “Whoopi è un artista eccellente una delle pochissime attrici al mondo ad aver conquistato i quattro principali riconoscimenti dell’intrattenimento americano: Emmy, Grammy, Oscar e Tony Award (EGOT). Da sempre è impegnata come me nelle battaglie civili legate ai diritti umani dei più deboli, e questa è una cosa che ci accomuna. Ho conosciuto Whoopi proprio a New York città dove vivo da dieci anni, esattamente ci incontrammo un anno fa a Brooklyn sul set della serie ‘The Godfather of Harlem’ con il caro amico premio Oscar Forest Withaker protagonista della indiscussa serie di MGM+ ‘Il Padrino di Harlem’ e poi ancora al gala della ‘Withaker Foundation’ la fondazione sulla pace che da anni sosteniamo in difesa dei diritti dei bambini che vivono nelle aree più svantaggiate” afferma Eleonora Pieroni. La Pieroni è al cinema da fine maggio anche con il film ‘*L’Oratore*’ scritto e diretto da Marco Pollini e girato interamente in Calabria. È una storia di musica e coraggio, una storia di riscatto di un ragazzo del sud. Nel cast Giorgio Colangeli (C’è Ancora Domani) , Marcello Fonte (Dogman), Paola Lavini, Manuel Nucera, Sofia Fici produzione Ahora Film. C’è attesa anche per l’uscita negli States e Nord America del film  ‘*The Contract’* con il premio Oscar Kevin Spacey che torna sul grande schermo dopo un lungo periodo, nel cast anche Vincent Spano ed Eric Roberts (fratello di Julia Roberts). Ha inoltre recitato nella serie tv di grande successo per Rai 1 ‘Costanza’, nella serie ‘Stucky’, nel grande schermo per ‘State of Consciousness’ con l’attore di Hollywood Emile Hirsch, e nel film ‘Dante’ con Sergio Castellitto diretto dal maestro Pupi Avati. La Pieroni ha appena girato un programma TV a New York e nei prossimi giorni prenderà parte alla nuova serie per la Rai ‘Gotico Padano’ diretta da *Pupi Avati*. Eleonora Pieroni è anche Madrina internazionale della Quintana e sfilerà come da tradizione alla Giostra della Quintana di Foligno di venerdì 12 e sabato 13 giugno in occasione dell’anniversario di 80 anni dalla nascita della Quintana. I festeggiamenti continueranno a New York per il Columbus Day ad ottobre dove la Pieroni sara’ l’organizzatrice del grande evento di promozione Quintana e Umbria. Per gli impegni di promozione culturale e turistica la Pieroni è stata insignita dal Sindaco di New York Eric Adams del titolo ‘Ambasciatrice del Made in Italy e cultura italiana a New York’.   Fonte: Goffredo Palmerini

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Recensione di “Sorelle mie”

Recensione di Marco Menato, già Direttore della Biblioteca Statale Isontina di Gorizia, docente presso Università Ca’ Foscari, Trieste ed altre La Casa Internazionale delle Donne, a Roma, ha ospitato, venerdì 5 giugno 2026, la première del recital “Sorelle mie”, poesie della poetessa parmigiana Stefania Cavazzon e disegni di Giovanni Cavazzon (1938-2024), con l’accorta regia di Anna Pascolo. Primo di una serie di appuntamenti che si snoderanno tra Parma, città d’adozione dei Cavazzon, e il Friuli, dove Giovanni ha insegnato e dipinto, costruendosi quella fama di superbo ritrattista che l’ha accompagnato fino alla fine. Ho conosciuto Giovanni in occasione della mostra “Inchiostro e pennino. Itinerario tra le biblioteche”, inaugurata nel 2015 nella monumentale sede della Biblioteca Nazionale Centrale di Firenze e in seguito trasferita nella galleria d’arte della Biblioteca statale isontina di Gorizia, che allora dirigevo, e in altre città. Quando mi è giunto da Anna Pascolo, moglie di Giovanni, l’invito, ho immaginato che si trattasse di una mostra commemorativa e, come a volte capita, non mi ero soffermato sul messaggio, avevo colto solo l’immagine arguta di Giovanni, che mi spingeva ad essere presente. Non era così, non era una mostra ma un recital poetico. I disegni accompagnavano le poesie, ma poteva essere anche il contrario. Devo raccontare l’origine di tutto ciò. Nel 1994 una banca di Parma (quando le banche guardavano con interesse alla cultura del luogo nel quale operavano!) chiese a Stefania Cavazzon e al marito Giorgio Belledi (Parma, 1933-2009), regista e organizzatore culturale, qualcosa da omaggiare alle sue correntiste. Il progetto prese subito forma: un libro con le poesie di Stefania dedicate a donne illustri o comunque note per qualche motivo (a questo servivano le schede storiche stese da Belledi), con le illustrazioni di Giovanni. Il progetto piacque e uscì appunto “Sorelle mie”, tirato in eleganti 700 copie numerate, andate presto esaurite, tanto che il catalogo del Servizio bibliotecario nazionale registra solo due esemplari conservati nelle biblioteche italiane. Il recital odierno vuole quindi riprendere quell’antico progetto e farlo rivivere non solo sulla carta (riproposto infatti con l’edizione curata dall’Associazione culturale Liciniana di Udine e stampato da Amazon nel 2026, contributi critici di Vanja Strukelj e Paola Beltrame) ma soprattutto dal vivo, con la voce e i racconti di Stefania, sorella di Giovanni. Delle ventuno poesie, solo otto sono lette da Stefania, precedute dalle schede di Belledi, che svolgono l’utile compito di collocare nella storia le donne raccontate e dipinte. Oggi, e qui è la regia di Anna Pascolo, bisogna saper utilizzare la tecnologia che ci pervade, ma che se usata con sapienza può farci scoprire ed apprezzare nuove sensazioni e perciò, mentre Stefania legge, scorrono sul grande schermo le poesie e i disegni, così che è più facile seguire e valutare testo + immagine. La scrittura sofferta (si può dire?) e insieme poetica di Stefania è il frutto di un lungo percorso, che ha visto l’abolizione della punteggiatura, l’innesto di parole provenienti da diversi ambiti linguistici e culturali, la ricerca della musicalità che diventa quasi un canto e si presenta martellante, densa di significati racchiusi solo nell’essere pura parola, phonè, per usare un termine caro al grande Carmelo Bene. A fianco dei versi svettano i sublimi disegni di Giovanni, dal tratto preciso e inappuntabile, quasi divino, che illuminano i volti e danno sostanza alle storie narrate, anche quando provengono da ambiti volgari, come sono quelli della perversa Leonarda Cianciulli o della terrorista Mara Cagol, “sorelle” che hanno patito, serrate nel loro tragico silenzio. __________ La pièce teatrale consente di immergersi nella pura arte per un’ora scarsa, passata la quale si torna agli affanni soliti, ma ringraziando Stefania, Giovanni, Giorgio ed Anna. Anna Pascolo 333 9540078 Presidente Associazione Culturale Liciniana

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Goffredo Palmerini – Novità librarie

10 giugno 2026   Imminente l’uscita del nuovo libro di Goffredo Palmerini “PERSONAGGI e PERSONE – 99 profili, un patrimonio di memoria”     L’AQUILA – Ora in stampa, è imminente l’uscita del nuovo libro di Goffredo Palmerini “PERSONAGGI e PERSONE – 99 profili, un patrimonio di memoria” (One Group Edizioni) per celebrare L’Aquila Capitale italiana della Cultura 2026. Il volume è una raccolta di profili e memorie di Personalità scomparse su cui l’autore ha tratteggiato un proprio ricordo tra il 2005 e il 2025. Nel volume 99 Personaggi – numero simbolico per L’Aquila -, “[…] figure di concittadini che hanno lasciato un’impronta profonda nella vita della comunità aquilana e che meritano la gratitudine della città, come pure Personalità che in Italia e all’estero hanno reso onore alla terra d’origine con il loro talento e la dedizione al bene comune, infine figure di spicco della cultura mondiale legate in qualche modo a L’Aquila.”, scrive l’autore nella nota che apre il libro.   Sono persone significative – di origini aquilane o abruzzesi, ma anche di altri luoghi d’Italia e del mondo – che hanno avuto relazione con la città capoluogo d’Abruzzo e che l’autore ha incrociato nel corso della sua trentennale vita istituzionale di amministratore del Comune dell’Aquila, o anche conosciuto e incontrato all’estero in occasione delle sue numerose visite alle nostre comunità nel mondo per approfondire lo studio e la conoscenza dell’emigrazione italiana.   Il libro reca una Presentazione di Luca Bergamotto, direttore di LAQTV, rete televisiva che trasmette in Abruzzo e Molise. Così, tra l’altro, egli scrive nel suo contributo: […] Goffredo riesce a cogliere l’essenza del passaggio terreno degli uomini e delle donne, conosciute con maggiore o minore profondità non fa differenza, ma che tuttavia hanno lasciato un segno riconoscibile nelle azioni e nei comportamenti, esempi di cui abbiamo beneficiato spesso inconsapevolmente, alla stregua di una eredità morale. […] Ogni persona che abbiamo conosciuto e ha lasciato la vita terrena è un colpo al cuore. Le righe a loro dedicate ci fanno riflettere sul lascito immateriale che ciascuno di essi ci ha donato, nella vita privata e in quella pubblica, nella famiglia, nel lavoro, nell’impegno sociale e nelle espressioni artistiche, sul senso delle storie singolarmente prese ma che, insieme, interpretano lo spirito di tempi perduti, col rammarico di quanto non si sia stati colpevolmente capaci, ora come allora, di comprendere fino in fondo la ricchezza di quelle presenze.”   La Prefazione è firmata dal giornalista Andrea Fusco, vice Caporedattore di RAI Sport, che così tra l’altro annota nel suo contributo: […] Il cuore pulsante di questo volume risiede nel binomio che apre il titolo: “Personaggi e Persone”. Se il “personaggio” è colui che agisce sulla scena pubblica come il grande scrittore, l’atleta olimpico o il diplomatico, la “persona” è il nucleo di sentimenti, fatiche e radici che ne sostiene l’impatto. Il filo rosso conduttore, dunque, è proprio la ricerca di questa autenticità viscerale. L’autore ha scelto di raccontare figure che hanno saputo lasciare un’impronta, non per pura brama di celebrità, ma per una intrinseca necessità di espressione, di impegno civile o di legame identitario. […] Un plauso riconoscente va a Goffredo Palmerini, autore dalla penna fervida e dalla sensibilità rara, la cui instancabile dedizione ha permesso di plasmare questo monumentale lavoro. La sua egregia maestria nel distillare l’essenza delle biografie e la sua proba volontà di preservare il retaggio identitario sono un dono prezioso per ogni lettore. È proprio grazie al suo impegno che questa raccolta trascende la narrazione per farsi autentico documento storico.”     In 384 pagine del libro i 99 ricordi sono corredati da una o più belle foto in bianco e nero. Qui di seguito i 99 nomi trattati dal volume, che inaugura la Collana Personaggi delle Edizioni One Group. Con l’autorizzazione dell’editore si anticipa anche la copertina del libro.     JOYCE SMART FANTE – USA ENRICO MANCINELLI – CANADA GIOACCHINO VOLPE ONDINA VALLA RINALDO ROTELLINI – USA TULLIO DE RUBEIS GAETANO BAFILE – VENEZUELA ANGELO DE BARTOLOMEIS MAURANE FRATI – FRANCIA NESTOR KIRCHNER – ARGENTINA ALVARO JOVANNITTI LUCIANO FABIANI GIOVANNI MARGIOTTA – VENEZUELA PADRE UMBERTO PALMERINI CONSTANTIN UDROIU LUCIANO MASTRACCI – SVEZIA CORRADO IOVENITTI – USA RINALDO MASTRACCI GIUSEPPE PALMERINI ADOLFO CALVISI DAN FANTE – USA VITTORIO ANTONELLINI CORRADINO PALMERINI LUDOVICO NARDECCHIA ALESSANDRO CLEMENTI NICOLA ENRICO BIORDI GIUSTINO PACIFICO AMEDEO ESPOSITO FAUSTO BERGAMOTTO BRUNO SABATINI GUIDO ZUGARO ROSELLA TARQUINI PAOLO SCOPANO SERAFINO PATRIZIO MICHEL PICCOLI – FRANCIA MARIA AGAMBEN FEDERICI MARIO DI SALVATORE ENNIO MORRICONE CELSO CIONI BASILIO BUZZANCA DON RIZIERO CHIARAVALLE GIOVANNI SCHIPPA ROBERTO FATIGATI GIUSEPPE DI CLAUDIO – SPAGNA FRANCESCO PIZZOLLA ATTILIO MARIA CECCHINI ANNA VENTURA FRANCO MARINI MARCELLO VITTORINI MARIALAURA PERFETTO GIULIANI GIUSEPPE MANGOLINI GIANFRANCO COLACITO MASSIMO BALDASSARRE FEDERICO FIORENZA GIUSEPPE SANTORO ACHILLE ACCILI CORRADO CIMATI – AUSTRALIA ANTONIO FALCONIO WALTER CICCIONE – ARGENTINA ANGELO (NINO) D’ANGELO GUSTAVO SCIPIONI MARIO SETTA BIANCA FIASCHETTI MARROCCHI ALDO FABBRINI OTTAVIA PALMERINI VITO BERGAMOTTO FRANCO RICCI – CANADA ASCANIO ROSSI LIA GAROFALO GIACOMO PASQUA GIAMBATTISTA (TITTA) MAZZEI DAVID SASSOLI CARLO ROBERTO SCIASCIA GILBERTO MALVESTUTO DINO AVALLONE LUCIA BONAUGURIO MARIO FRATTI – USA RAFFAELE COLAPIETRA ALFREDO FIORDIGIGLI NICOLA RANALLI – AUSTRALIA NINO DI PAOLO JOSEPH D’ANDREA – USA ALFONSO LUCREZI OMERO SABATINI – USA FRANCESCO D’ASCANIO SERGIO CAMELLINI FULVIO MUZI ROMEO RICCIUTI PADRE QUIRINO SALOMONE GIOVINA TENNINA – BELGIO ADOLFO CIUCA GIOVANNI BATTISTA COLOMBO PASQUALE CORRIERE ROMANO ROSONI ANTONIO CENTI LORENZO IOVENITTI BRIGIDA GALLETTI SILVANO PALMERINI GIORGIO LUCANTONIO   Fonte Goffredo Palmerini

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