La buona lettura

LIBRO “MARCELLO GANDINI. UN GENIO PURO” DI CLAUDIA PROVERA GANDINI ED EMILIANO TOZZI IN LIBRERIA DAL 4 NOVEMBRE 2026 || EDIZIONI MINERVA   IN LIBRERIA DAL 4 novembre 2026 MARCELLO GANDINI, UN GENIO PURO CLAUDIA PROVERA GANDINI – EMILIANO TOZZI PRIMA PRESENTAZIONE NAZIONALE: MERCOLEDÌ 4 NOVEMBRE ALLE ORE 18.30 PRESSO IL MAUTO – MUSEO NAZIONALE DELL’AUTOMOBILE Bologna, 27 ottobre 2026 – Non un libro sulle sue creazioni leggendarie (Miura, Marzal, Countach, Alfa Romeo Carabo, Stratos Zero, Maserati Khamsin, Ferrari Dino 308 GT4, Diablo, per ricordarne soltanto una minima parte), ma un viaggio appassionante alla scoperta di un uomo discreto e rivoluzionario: Edizioni Minerva pubblica Marcello Gandini. Un genio puro, il racconto inedito di ciò che si cela dietro le supercar, ma anche dietro le auto di serie e le innovazioni concepite dal designer torinese in sessant’anni di carriera. Scritto da Claudia Provera Gandini, per sessantatré anni compagna di vita del designer torinese, e da Emiliano Tozzi, il volume svela, con una struttura agile e coinvolgente, come all’origine di tutto vi siano uno slancio creativo innato, la capacità di trarre ispirazione soltanto dal futuro e la volontà costante di progettare ciò che ancora non esiste. La famiglia d’origine, la passione per la meccanica, la fatica degli esordi, il successo planetario raggiunto giovanissimo con la Miura, l’incontro con Claudia, il matrimonio e la casa: il percorso professionale si intreccia con una vita quotidiana fatta di affetti, abitudini, silenzi e complicità. Da ogni capitolo emerge l’immagine di una persona elegante, audace ma riservata, visionaria nell’idea e concreta nella realizzazione. La prima presentazione nazionale del volume si terrà mercoledì 4 novembre alle ore 18.30 presso il MAUTO – Museo Nazionale dell’Automobile (Corso Unità d’Italia 40, Torino), in occasione dell’uscita del libro in libreria. All’incontro interverranno gli autori Claudia Provera Gandini ed Emiliano Tozzi insieme a Michele Lupi, giornalista, Flavio Manzoni, Chief Design Officer Ferrari, e Roberto Mugavero, editore di Minerva. A moderare la conversazione sarà Laura Confalonieri, direttrice di Ruoteclassiche. L’ingresso è libero fino a esaurimento dei posti disponibili. È possibile confermare la propria presenza al seguente link. Il libro si avvale del contributo della figlia Marzia Gandini, dell’introduzione di Riccardo Bellumori e della prefazione di Flavio Manzoni, direttore del design di Ferrari. Le fotografie, in gran parte inedite, provengono dall’archivio privato della famiglia; le illustrazioni di Bruno Villagra Rojas, su concept creativo di Marzia Gandini, collegano con un filo conduttore alcuni dei progetti più celebri del designer. Nel testo d’apertura, Semi di bellezza, speranza e creatività, Marzia Gandini ricorda il padre a partire dalla presenza, dalla dolcezza e dalla capacità di indicare strade mai scontate. La parola che sceglie per riassumerne l’eredità è purezza: un talento custodito con integrità, senza piegarlo alle convenienze o alle scorciatoie. Centrale nel volume è il tema dell’indipendenza. Gandini concepiva ogni progetto come la ricerca di soluzioni inedite, funzionali all’innovazione e da qui motivo estetico, con un approccio stilistico e ingegneristico globale. Il piacere di un lavoro ben fatto, richiamato nel titolo del primo capitolo, diventa così la chiave di ogni azione intrapresa da Gandini, dalla più semplice e quotidiana, ai design non automobilistici che ha concepito, fino al progetto che rivoluziona il metodo di concepire e costruire l’automobile. Nella prefazione, Flavio Manzoni ripercorre l’incontro con Gandini nella casa-studio di Almese, nel 2023: un appuntamento atteso a lungo, diventato occasione di dialogo tra professionisti di generazioni diverse. Manzoni riconosce nelle sue opere un punto d’incontro tra architettura, design, scultura e ricerca tecnologica, e ricorda l’accoglienza di Claudia, la conversazione con il maestro e il dono di un disegno ricevuto poco prima della sua scomparsa. La narrazione arriva agli ultimi mesi di vita di Gandini, con il conferimento della laurea honoris causa in Ingegneria Meccanica da parte del Politecnico di Torino, e gli incontri che testimoniano il suo legame con il mondo della formazione. L’appendice completa il quadro con i contributi di Simone Carena e Alkindi Aljawabra, al fianco del maestro nel progetto Moving Interiors, realizzato nel 2023 con il Qatar Auto Museum e VCUarts Qatar di Doha e sfociato nella mostra Ultraleggera. A Design Journey with Marcello Gandini between Italy and Qatar. Ciò che resta e continua ad avere un futuro, per Marzia Gandini, è quanto suo padre ha seminato: bellezza, speranza, creatività e libertà. Un messaggio rivolto innanzitutto ai giovani designer, chiamati a riconoscere il valore delle proprie intuizioni e a coltivarle con coerenza, ma che va oltre l’automobile e parla a lettori di ogni estrazione: creare bellezza, innovare e immaginare il futuro sono facoltà preziose dell’essere umano, e vanno custodite. Un genio, puro. GLI AUTORI Claudia Provera Gandini. Nata a Torino, si diploma al liceo scientifico e in seguito si dedica allo studio delle lingue straniere. Conosce Marcello Gandini a sedici anni e i due si sposano quando lei ne ha ventidue. Da quel momento condividono ogni aspetto della vita, privata e professionale. Claudia lavora al fianco di Marcello per tutta la sua carriera: prima durante gli anni alla Bertone, poi nelle società fondate insieme, Clama e in seguito Clamadue. Si occupa della gestione dei rapporti con i clienti, delle pubbliche relazioni e dell’organizzazione dello Studio, svolgendo un ruolo centrale nel supportare e valorizzare il lavoro del designer. Insieme trovano e restaurano la casa di Almese, in provincia di Torino, che diventa la sede dello Studio di Marcello per quarant’anni. Emiliano Tozzi. Giornalista, scrittore ed editor, è nato a Faenza (Ravenna) nel maggio del 1973. Dopo un’esperienza nel 2016 col sito specializzato “Formula Passion”, è stato artefice del blog di automobilismo sportivo “Sinfonia Motore (la voce dell’asfalto)”. Ha debuttato nel 2018 con il volume Quel giorno a Le Mans (341.3) (Pacini Editore), e con il libro Chris Amon. La sfortuna non esiste (prefazione di Leo Turrini, Edizioni Minerva, 2022) è risultato vincitore del premio Selezione Bancarella Sport 2023. Nel 2024, sempre per Minerva, ha pubblicato Sul tetto del mondo Ale Pier Guidi 51. Dal 2024, per la stessa casa editrice ha anche assunto il ruolo di direttore della collana Flat out con pubblicazioni inerenti il

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Dalla corte sabauda alla Repubblica: la diplomazia italiana raccontata al mondo

di Arturo Varè   A short history of Italian diplomacy di Stefano Baldi e Luciano Monzali, pubblicato da Editoriale Scientifica nella collana «Memorie e studi diplomatici», è il primo manuale in lingua inglese dedicato alla storia della diplomazia italiana e ne ripercorre l’intera vicenda, dalle radici sabaude fino alle riforme più recenti della Farnesina. Il volume nasce dall’incontro di due sguardi: quello di Stefano Baldi, diplomatico di carriera, già ambasciatore in Bulgaria e Rappresentante permanente presso l’OSCE a Vienna, e quello di Luciano Monzali, storico delle relazioni internazionali all’Università di Bari «Aldo Moro». Dal primo viene la conoscenza del Ministero vissuto dal di dentro, dal secondo il rigore del documento. Ne risulta un testo agile, che intreccia tre fili (la storia dell’amministrazione, l’evoluzione della cultura diplomatica, i ritratti dei protagonisti) e si rivolge agli studiosi stranieri, a chi si prepara al concorso diplomatico e ai giovani funzionari appena entrati in carriera. Un pubblico ampio, che il volume può raggiungere senza ostacoli: il libro è infatti disponibile gratuitamente online e può essere scaricato dal sito della collana, all’indirizzo https://diplosor.wordpress.com/collana-di-libri/. Il titolo, avvertono gli stessi autori, è una semplificazione: sarebbe più corretto parlare di diplomazie al plurale. La diplomazia moderna, fatta di ambasciatori stabilmente residenti presso le corti straniere, nasce infatti in Italia nel Quattrocento, nel mosaico di Stati del Rinascimento: Venezia e Firenze, Milano e Mantova, Ferrara e la Santa Sede avevano ciascuna i propri inviati. Di quella ricchezza sono sopravvissute soltanto due diplomazie, quella pontificia e quella dei Savoia, la dinastia alpina destinata a unificare l’Italia. È da questa seconda radice che discende la diplomazia della Repubblica. Il libro ne ricostruisce la continuità, dai primi inviati del duca Amedeo VIII alla Segreteria di Stato per gli Affari Esteri istituita a Torino da Vittorio Amedeo II nel 1717, fino al Ministero dell’Italia unita, che accolse i diplomatici provenienti dagli Stati scomparsi e poi le nuove generazioni. Seicento anni di storia, poco noti al grande pubblico, che spiegano molto del prestigio di cui la nostra diplomazia gode ancora oggi. Per raccontarla, gli autori danno voce soprattutto ai diplomatici stessi e a ciò che hanno scritto sul proprio mestiere: un patrimonio che Baldi, a partire da La penna del diplomatico (Franco Angeli, 2006), scritto con Pasquale Baldocci, ha censito in oltre millecinquecento volumi. Tra le figure di riferimento spiccano Roberto Gaja e Luigi Vittorio Ferraris, che avevano a loro volta come modello Pietro Quaroni e il suo modo di intendere la professione: dire sempre la verità al governo, offrire analisi senza indulgenze, mantenere un ponte con l’opinione pubblica. Che cosa insegna questo racconto? Anzitutto il peso che la diplomazia ha avuto nella storia del Paese. Al centro del Mediterraneo, con coste esposte, confini difficili da difendere e poche risorse naturali, l’Italia è sempre dipesa dagli equilibri internazionali più di altri Stati, e i diplomatici hanno contato soprattutto nei momenti delle grandi scelte. Un primo esempio risale al 1882. Dopo la presa di Roma, l’Italia avrebbe voluto dedicarsi a ferrovie, riforme e istituzioni, ma l’occupazione francese della Tunisia, nel 1881, fu vissuta come una minaccia diretta. Restare neutrali o allearsi? Diplomatici come Alberto Blanc, segretario generale del Ministero, e Costantino Nigra favorirono la scelta della Triplice alleanza con Germania e Austria-Ungheria, firmata a Vienna il 20 maggio 1882: un’alleanza stretta in tempo di pace, cosa allora insolita, per dare sicurezza a uno Stato giovane e vulnerabile. Su quel dilemma resta prezioso il libro di un diplomatico, Rinaldo Petrignani, Neutralità e alleanza (Il Mulino, 1987). Un secondo esempio in cui la diplomazia ebbe un ruolo di particolare rilievo per le scelte di strategia politica arrivò dopo il 1945. L’Italia usciva dalla guerra sconfitta e lacerata, privata delle colonie e ridimensionata dal trattato di pace del 1947. Bisognava, secondo l’espressione di Renato Prunas, segretario generale del Ministero negli anni della transizione, rifondare la politica estera. La ripresa fu rapidissima: nel 1947 l’invito a partecipare al Piano Marshall, nel 1949 l’adesione all’Alleanza atlantica tra i Paesi fondatori. Anche allora i diplomatici spinsero per l’alleanza, guidati dal realismo più che dall’ideologia: l’Italia, spiegava Quaroni, è una potenza marittima e non può schierarsi contro chi domina il Mediterraneo. A quella scelta si affiancò l’impegno europeo, inteso come strumento per rafforzare la sovranità nazionale, e non per dissolverla. Due storie di successo, accomunate da un elemento: la politica estera italiana funziona quando politici e diplomatici condividono gli obiettivi e lavorano insieme. Il diplomatico, oltre ad amministrare ambasciate e consolati, è un interprete del potere internazionale, che studia chi decide e quali interessi sono in gioco: una competenza preziosa soprattutto per un Paese di media grandezza, che non può permettersi di non interpretare correttamente il mondo. Quando la collaborazione tra poltiici e diplomatici si spezza, le conseguenze sono gravi. Accadde con il fascismo, soprattutto dopo il 1936, quando i diplomatici più indipendenti furono emarginati: Augusto Rosso, già ambasciatore a Washington, fu trasferito a Mosca, Quaroni finì a Kabul. Gli avvertimenti sulla forza americana restarono inascoltati, fino alla dichiarazione di guerra agli Stati Uniti del dicembre 1941. Ne esce il ritratto di un’istituzione capace di conservare trasformandosi. Nata come piccola segreteria di uno Stato regionale, prima a Chambéry e poi a Torino, la diplomazia italiana è diventata lo strumento di una monarchia nazionale e poi di una Repubblica europeista e multilaterale, senza recidere il legame con il proprio passato. A costruire la politica estera repubblicana furono spesso uomini che avevano conosciuto dall’interno gli errori del regime, e che proprio per questo avvertivano con particolare chiarezza l’urgenza del cambiamento. È forse questo l’insegnamento che il libro consegna ai giovani diplomatici e ai lettori stranieri: la tradizione, quando resta viva, è una risorsa da cui ripartire. Fonte: Goffredo Palmerini

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50ª Mostra Internacional de Cinema em São Paulo

O Instituto Italiano de Cultura de São Paulo apoia a vinda do cineasta Marco Bechis ao Brasil para participar da 50ª Mostra Internacional de Cinema em São Paulo, realizada de 15 a 29 de outubro de 2026. Nesta edição, o diretor italiano recebe o Prêmio Humanidade, em reconhecimento a uma trajetória cinematográfica marcada pela reflexão sobre as ditaduras militares, a violência política, os direitos humanos e a memória. Nascido em Milão, em 1955, Marco Bechis construiu uma filmografia que articula experiências pessoais, testemunhos e acontecimentos históricos. Entre seus filmes mais conhecidos estão Garagem Olimpo (1999), Filhos (2001) e Terra Vermelha (2008), que abordam, sob diferentes perspectivas, a repressão política, o apagamento da memória e os conflitos envolvendo os povos originários. A homenagem será celebrada no dia 22 de outubro, às 18h30, no Teatro Cultura Artística, durante a sessão de Retorno a Buenos Aires, seu mais recente longa-metragem. Ambientado em 2008, o filme acompanha o retorno à Argentina de um sobrevivente da ditadura militar, após 33 anos na Itália, para testemunhar no julgamento dos ex-militares responsáveis por seu sequestro e tortura. A produção venceu o Prêmio Francesco Pasinetti de Melhor Filme no Festival de Veneza. A participação de Bechis na Mostra destaca a contribuição do cinema para a preservação da memória histórica e para o debate sobre direitos humanos.   Serviço 50ª Mostra Internacional de Cinema em São Paulo Homenagem a Marco Bechis e entrega do Prêmio Humanidade Data: 22 de outubro de 2026, às 18h30 Local: Teatro Cultura Artística, São Paulo Mais informações e programação: https://mostra.org/

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Fare cultura parlando di vini

Terre del Veio, 2000 anni di storia del vino Nel parco che sorge intorno alle rovine dell’antica Veio la qualità si intreccia con le radici dell’enologia italica Passati gli anni in cui il primo obiettivo nella comunicazione del vino era di renderlo seducente ed esclusivo, corredandolo di ridondanti descrizioni ad uso di pochi, finalmente è ora il momento in cui il vino va raccontato in relazione al suo territorio, alle sue radici e a chi gli dedica i propri sforzi. In questa chiave e fermo restando l’importanza dei valori qualitativi, alcune Cantine stanno rivelando il loro grande potenziale rimasto finora lontano dai riflettori. Una di queste è Terre del Veio circondata dall’omonimo parco che fu territorio della civiltà etrusca, testimoniata dalla splendida tomba dipinta dei Leoni Ruggenti datata VII secolo a.C. e celebrata dall’Azienda nelle etichette dei loro vini. Territorio situato in zona Nord nel comune di Roma, il Parco di Veio con le sue testimonianze di grande valore archeologico, è uno dei posti in cui il vino ha iniziato il suo viaggio culturale per il mondo. In questi luoghi ancestrali per la cultura enoica Paolo David a cavallo degli anni 2000 ha trasformato in Azienda la Tenuta di famiglia, affiancando nuovi impianti alle vecchie vigne esistenti. Da subito l’intento è stato quello della qualità, in cui la presenza dei suoli vulcanici gioca la sua parte. Il vigneto si distende su dieci ettari e a farla da protagonisti sono gli autoctoni Malvasia e Bombino bianco, che nel loro contesto naturale danno il loro meglio. Accanto a questi trovano spazio anche Montepulciano, Sangiovese, Cabernet Sauvignon, Chardonnay e Viognier, quest’ultimo di grande interesse nel Velthur in cui l’attento uso del legno impreziosisce l’eleganza. Molto interessante anche l’omaggio di Terre del Veio alle radici culturali del suo territorio, reso attraverso il “De Coccio”, un Bombino bianco che nella vinificazione impiega il Dolium, antica anfora in uso a partire dai Romani e fino al medioevo. L’azienda completa le proprie attività con la produzione di olio e miele in un’atmosfera di serenità agricola, resa senza tempo dalla presenza degli animali sparsi qua e la nel contesto naturale. A Dario giovane enologo e figlio di Paolo David, abbiamo il piacere di porre qualche domanda su Terre del Veio tra Radici, Passione ed Evoluzione: Il Passaggio Generazionale e la Visione di Paolo David La tenuta è presente da 50 anni, ma è nel 2000 che avviene la vera svolta. Cosa ha spinto tuo padre, Paolo David, a strutturarsi in questa nuova veste produttiva? Mio padre non nasce agricoltore; nella vita precedente si occupava di tutt’altro, lavorando come modellista industriale in contesti d’ufficio. Tuttavia, l’amore per la natura e l’esigenza di evadere dagli spazi chiusi lo hanno spinto in questa nuova avventura, supportato dall’esperienza di mio nonno, agricoltore da una vita.   L’Innovazione verso la Qualità Quali sono stati i passi più significativi per trasformare la tenuta in un’azienda vitivinicola moderna? Il cambiamento più radicale è stato il coraggio di investire ogni risparmio in tecnologie all’avanguardia: presse moderne, vasche termoregolate e nuovi impianti di vigna, molto più performanti rispetto a quelli del passato. Il simbolo di questa evoluzione è il passaggio dal sistema a “tendone”, storicamente destinato alla vendita di uva da tavola o sfusa, al sistema a Guyot, fondamentale per la vinificazione in proprio e la ricerca della qualità. La Nuova Generazione e la Lotta ai Pregiudizi Come rappresentante della nuova generazione, quali elementi credi abbiano determinato questo cambio di passo nel Lazio? Stiamo raccogliendo i frutti di un movimento iniziato circa vent’anni fa, quando la regione ha intrapreso con decisione la strada della qualità. Il fattore chiave è stato iniziare a credere maggiormente nel nostro potenziale, ignorando i pregiudizi e combattendo quotidianamente contro l’eredità di una viticoltura passata basata sulla massa e non sull’eccellenza. Ogni giorno mi sveglio con l’obiettivo di migliorare, spinto non dal profitto, ma da una passione viscerale per questo mestiere. Filosofia in Vigna e Cantina Sei enologo e rappresenti la terza generazione. Qual è il tuo approccio alla gestione agronomica? In azienda seguiamo una linea di estrema oculatezza: interveniamo il minimo indispensabile per proteggere le piante dalle malattie. Vivendo noi stessi all’interno della tenuta, siamo i primi a respirare l’aria dei campi; rispettare la natura non è solo una scelta etica, ma di buonsenso. In cantina, la mia “deformazione professionale” mi impone una ricerca della massima pulizia tecnica, con l’obiettivo di esaltare la purezza di ciò che la terra ci dona, senza deviazioni o artefatti. Il Tributo alla Storia: Il “De Coccio” Il vostro “De Coccio”, vinificato in anfora, sembra un omaggio al territorio ricco di reperti archeologici piuttosto che una moda. Com’è nato e siete soddisfatti del risultato? È un vino fortemente voluto da mio padre e da me, nato come tributo alla tradizione etrusca. Utilizziamo l’anfora perché era l’unico contenitore dell’epoca, interpretandola però in chiave moderna e lasciando che il vino si esprima in modo naturale. Viviamo in una terra intrisa di storia e ne siamo affascinati: non a caso, le nostre etichette, come i “Leoni Ruggenti”, sono ispirate agli affreschi del 700 a.C. rinvenuti proprio accanto ai nostri vigneti. Certificazioni e Mercato Mondiale Cosa pensi delle certificazioni Bio o Biodinamico? Non sono strettamente legato alla certificazione biologica; la vedo come uno strumento utile al consumatore, ma spesso viene scambiata erroneamente come sinonimo assoluto di qualità. Personalmente, preferisco avere la libertà di ruotare i prodotti per evitare resistenze dei funghi. Inoltre, ritengo che l’uso massiccio di rame previsto nel bio possa penalizzare il profilo aromatico e favorire ossidazioni precoci. Il Futuro e la Visione Internazionale Se non facessi il viticoltore in questo splendido ambiente, dove ti piacerebbe fare vino? È difficile da immaginare. Se non avessi avuto l’azienda di famiglia, avrei probabilmente girato il mondo per scoprire nuove varietà. Mi affascina il Portogallo per il suo clima marino e il grande potenziale di sviluppo. Ma in fondo, la cosa importante per me è divertirmi mentre produco vino, indipendentemente dal luogo. Bruno Fulco

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Dittico Italiano, l’opera italiana attraversa l’Atlantico

Ad Asunción, tra settembre e ottobre, un progetto internazionale porta in Paraguay la tradizione operistica italiana, la nuova composizione e la memoria dell’emigrazione. Al centro anche la prima mondiale di Michele, opera ispirata al carteggio tra Michele e Giacomo Puccini.   X L’opera italiana si mette in viaggio e approda in Paraguay. È questo il senso di “Dittico Italiano – El camino de la ópera”, progetto di cooperazione culturale internazionale che, tra la fine di settembre e la metà di ottobre 2026, porterà ad Asunción concerti, opere, masterclass e nuove composizioni, nel segno del dialogo tra Italia e Sud America. L’iniziativa nasce come estensione internazionale del Puccini International Opera Composition Academy Lucca, realtà che da dieci anni promuove a Lucca, nella casa natale di Giacomo Puccini, la diffusione dell’opera italiana, la nuova composizione operistica e la formazione delle giovani generazioni di artisti. La tappa paraguayana assume così una particolare valenza culturale: non soltanto la valorizzazione del patrimonio musicale italiano, ma anche il recupero della memoria dell’emigrazione italiana in Sud America, attraverso la musica e le vicende umane che ad essa sono legate. Uno dei momenti centrali sarà, il 29 settembre, il Puccini Chamber Opera Paraguay, ospitato nella sala dell’Ambasciata del Brasile ad Asunción. Il programma proporrà opere di Girolamo Deraco, Diego Sanchez Haase, direttore dell’Orchestra Nazionale del Paraguay, Horacio Vignales, Eduardo Caballero del Messico e dell’autore vincitore del Puccini International Chamber Opera Composition Competition, concorso dedicato ai cento anni di Turandot. Il percorso proseguirà il 6 ottobre, al Teatro Ignacio Pane, con il vero cuore del progetto: il “Dittico Italiano”, formato da Michele – lettere liriche del M° Girolamo Deraco, in prima mondiale, e da Livietta e Tracollo di Giovanni Battista Pergolesi. Michele nasce da una vicenda particolarmente significativa per il rapporto tra Italia e Sud America. L’opera è infatti ispirata ai carteggi recentemente pubblicati tra Michele Puccini, emigrato in America del Sud, e il fratello Giacomo, trasformando una pagina di storia familiare in materia musicale e teatrale. Il programma prevede inoltre la messa in scena di Don Giovanni di Wolfgang Amadeus Mozart, il 16 ottobre al Teatro Ignacio Pane, con la collaborazione dell’Ambasciata del Brasile in Paraguay, e una serie di iniziative rivolte alla formazione e alla ricerca. L’8 ottobre, nell’auditorium dell’Università di Asunción, è previsto un concerto di nuove liriche, frutto della collaborazione tra la classe di canto del soprano Alejandra Meza dell’Università di Asunción e la classe di composizione del Conservatorio Boccherini di Lucca, guidata dal M° Girolamo Deraco. Dal 9 all’11 ottobre e dal 12 al 14 ottobre, la Casa della Musica Pio Barrios Mangorè ospiterà rispettivamente due masterclass dedicate alla composizione, a cura del M° Deraco, e alla drammaturgia della scena, affidata al regista Alessandro J. Bianchi, al quale sono affidate anche le regie delle opere. Il progetto coinvolge un ampio sistema di istituzioni e realtà culturali italiane, paraguayane e brasiliane, tra cui il Cabildo, l’Orchestra Nazionale del Paraguay, l’Ambasciata del Brasile in Paraguay, il Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale, il Comune di Lucca, la Fondazione Giacomo Puccini, la Fondazione Simonetta Puccini, la Fondazione Cassa di Risparmio di Lucca, la Fondazione Banca del Monte di Lucca, la Fondazione Cresci, Experia APS, Cluster e il Cilea Opera Festival. Il viaggio dell’opera, tuttavia, non si concluderà ad Asunción. Il concerto dedicato alle opere da camera sarà replicato a Lucca, alla fine di ottobre 2026, nell’ambito del Puccini Chamber Opera Festival, e successivamente al Cilea Opera Festival di Reggio Calabria. È, in fondo, una delle forme più intelligenti della cooperazione culturale: non limitarsi a esportare un patrimonio, ma metterlo in dialogo con altri Paesi, altre storie e altre sensibilità. E quando sulle rive del Paraguay arrivano Puccini, Pergolesi e Mozart, insieme a compositori contemporanei e giovani artisti, l’Atlantico sembra diventare un po’ meno largo. La musica, del resto, ha sempre avuto questo curioso difetto: non conosce frontiere e, soprattutto, non ha bisogno del passaporto. Giuseppe Arnò * Foto: PUCCINI International Opera Composition Academy Lucca Via Don Minzoni 158, Lucca – CF: 92072560466

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Massa, mostra “Astratto Organico”

Sabato 26 settembre ore 16.00 Presentazione del catalogo della mostra “Astratto Organico”  Edito da Sagep Editori Museo Gigi Guadagnucci 1° piano Sala conferenzeMassa – Via dell’Acqua, 175 Sabato 26 settembre, alle ore 16, presso il Museo Gigi Guadagnucci di Massa, sarà presentato il catalogo della mostra “Astratto organico”, promossa dal Comune di Massa e visitabile fino al 7 ottobre 2026. Alla presentazione interverranno Francesco Persiani, Sindaco di Massa; Valeria Della Pina, Assessore alla Cultura del Comune di Massa; Mirco Taddeucci, curatore della mostra; Kevin McManus, docente di Storia dell’arte contemporanea all’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano e autore del principale saggio critico del catalogo; Nicolas Rostkowski, figlio di Maria Papa Rostkowska e curatore del suo archivio; Simone Guaita, presidente della Fondazione Il Bisonte; Alessandro Avanzino di Sagep Editori; Nicola Gnesi, fotografo della mostra; ed Eleonora Santin di Not Titled Yet.   La presentazione, concepita come un talk di approfondimento storico-critico, sarà moderata da Lisa Parra, art advisor e cultural manager.   La conversazione prenderà avvio dalla ricerca alla base di Astratto organico, che riunisce le opere di Henry Moore, Alicia Penalba, Antoine Poncet, Alberto Viani, Agustín Cárdenas e Maria Papa Rostkowska. Non una scuola né un movimento unitario, ma esperienze autonome che consentono di indagare il rapporto tra natura, corpo, materia e astrazione nella scultura del Novecento.   Nicolas Rostkowski approfondirà il contesto parigino di XXe siècle e la figura di Gualtieri di San Lazzaro, ricostruendo la rete internazionale di artisti e relazioni sviluppatasi tra Parigi e l’Italia, in un ambiente nel quale era pienamente inserito anche Gigi Guadagnucci.   Un focus particolare sarà dedicato a Henry Moore, anche in occasione dei quarant’anni dalla sua scomparsa e dei settant’anni dalla commissione della Reclining Figure per la sede UNESCO di Parigi, vicenda che avrebbe successivamente condotto l’artista nel territorio apuo-versiliese. Simone Guaita approfondirà quindi il rapporto di Moore con Firenze e con Il Bisonte, soffermandosi sul ruolo della grafica all’interno della sua ricerca artistica.   La conversazione entrerà poi direttamente nelle opere, affrontando alcuni dei temi centrali della mostra: il rapporto tra riconoscibilità e astrazione, tra pieno e vuoto, e il processo di elaborazione dell’opera, dagli studi e dai bozzetti fino alla scultura compiuta. In mostra, infatti, sculture in bronzo e marmo dialogano con bozzetti, studi, disegni, collage e opere grafiche, offrendo una lettura articolata del processo creativo degli artisti. Quattro opere sono inoltre presentate per la prima volta al pubblico.   Come sottolinea Mirco Taddeucci, curatore della mostra: «Astratto organico nasce dall’idea che la natura possa essere qualcosa di più di un soggetto da rappresentare: può diventare un principio generativo della forma. Il catalogo è il risultato di un ampio lavoro di ricerca e approfondimento che accompagna e sviluppa il progetto espositivo. Siamo molto felici del riconoscimento che la mostra sta ricevendo, da parte del pubblico e della critica, perché conferma l’interesse di una ricerca costruita attraverso opere, relazioni e collaborazioni internazionali.»   La mostra è stata resa possibile grazie alla collaborazione di una vasta rete di fondazioni, archivi, atelier, prestatori pubblici e privati, collezionisti e istituzioni nazionali e internazionali.   Tra i principali partner e prestatori figurano la Henry Moore Foundation; l’Atelier Antoine Poncet; la Fondazione Il Bisonte – Foundation for Art & Printmaking, storico centro internazionale per la grafica d’arte, che ebbe un ruolo significativo nella vicenda italiana di Henry Moore attraverso edizioni, progetti e collaborazioni legati alla sua opera su carta e non solo; la Fondazione Henraux, che custodisce l’eredità della storica azienda marmifera protagonista della scultura internazionale e che avviò il proprio rapporto con Moore quando l’artista giunse in Versilia per realizzare la monumentale Reclining Figure destinata alla sede UNESCO di Parigi, commissionata nel 1956; la Fondazione Ragghianti, tra i principali istituti italiani dedicati allo studio e alla valorizzazione delle arti visive, che attraverso Carlo Ludovico Ragghianti dedicò particolare attenzione ai protagonisti del rinnovamento plastico del secondo dopoguerra, tra cui Alberto Viani; e l’Archivio Fotografico Ilario Bessi.   Pubblicato da Sagep Editori, il catalogo raccoglie i testi critici, gli apparati e la documentazione fotografica realizzata da Nicola Gnesi. Il progetto grafico è curato da Mirco Taddeucci e Silvia Cucurnia. CONTATTI MUSEO GIGI GUADAGNUCCI TEL. PER INFO PUBBLICO: +39 0585 490204 EMAIL PER INFO PUBBLICO: [email protected] EMAIL MUSEO: [email protected] SITO WEB: https://www.museoguadagnucci.it/ FACEBOOK: https://www.facebook.com/museoguadagnucci INSTAGRAM: https://www.instagram.com/museo_gigi_guadagnucci/   CULTURALIA DI NORMA WALTMANN Agenzia di comunicazione e ufficio stampa tel : +39-051-6569105 mob: +39-392-2527126 email: [email protected]  web: www.culturaliart.com Facebook: Culturalia Instagram: Culturalia_comunicare_arte Linkedin: Culturalia di Norma Waltmann Youtube: Culturalia TikTok: Culturaliart  

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Teofilo Patini

Il Teofilo Patini di Angelo De Nicola, una lettura originale del grande pittore abruzzese   di Giuseppe Lalli   C’è un paradosso tutto italiano, e squisitamente abruzzese, che avvolge da sempre la figura di Teofilo Patini (1840-1906). Tutti conoscono i suoi capolavori, le tele monumentali che hanno dato un volto e una dignità epica al mondo subalterno; eppure, la sua autentica grandezza è rimasta a lungo imprigionata in una memoria frammentata, fatta di celebrazioni scolastiche o, peggio, di una conoscenza superficiale e per sentito dire.   A rompere questo incantesimo dell’oblio e della retorica arriva l’ultimo saggio di Angelo De Nicola, intitolato Teofilo Patini cronista col pennello, pubblicato da One Group Edizioni. Si tratta di un piccolo libro che non si limita a ricordare il maestro di Castel di Sangro, ma ne ribalta completamente la prospettiva di lettura attraverso un’operazione critica tanto inedita quanto coraggiosa.   Giornalista di lungo corso e attento osservatore delle dinamiche storiche e sociali del territorio, De Nicola ha ormai abituato il suo pubblico a veder fissate queste complesse realtà in saggi di grande successo editoriale, capaci di unire rigore e intrattenimento, da quel grande comunicatore che ha dimostrato di essere. Anche in questo caso, egli compie un salto logico affascinante, riconoscendo nel pittore ottocentesco un vero e proprio “collega” d’altri tempi.   Il fulcro e vero motore del libro risiede in un’intuizione metodologica di straordinaria freschezza: leggere Patini non con la lente ingessata e spesso autoreferenziale della critica d’arte tradizionale, ma attraverso gli occhi del giornalismo d’inchiesta. Patini non dipingeva per decorare i salotti della nascente borghesia post-unitaria, né per compiacere i committenti; dipingeva per denunciare. La sua tela era il suo articolo di fondo; il suo pennello, un taccuino di cronaca affilato, etico e spietato, capace di sbattere in faccia all’Italia sabauda il dramma della fame, della miseria delle campagne, della fatica delle donne e del destino degli ultimi.   È proprio in questa chiave di lettura che emerge il valore più profondo di quest’ultima fatica editoriale di De Nicola: la capacità di dimostrare la sorprendente modernità di Patini. Strappato a una dimensione puramente locale o folkloristica, il pittore viene finalmente ricollocato dove merita di stare, ossia nel grande alveo del realismo sociale italiano. Si tratta di una declinazione pittorica speculare al verismo del suo coetaneo Giovanni Verga (1840-1922). Ma se con lo scrittore condivide la cruda rappresentazione della miseria dei vinti, il pittore abruzzese se ne distanzia sul piano ideologico. Laddove il pessimismo di Verga si limita a fotografare una realtà giudicata immodificabile, il pennello di Patini si fa strumento di battaglia civile, animato da una precisa volontà di riscatto politico e sociale.   Un bel libro, questo di De Nicola, lodevole già per la scelta del tema. In un’epoca in cui le mostre d’arte e i libri di successo inseguono i grandi nomi del mercato globale (gli Impressionisti, Van Gogh, la Pop Art), l’autore compie una scelta controtendenza. Scommette su un pittore che non fa “arredamento”, ma disturba la coscienza moderna. Patini, in fondo, è l’antitesi del disimpegno contemporaneo: la sua pittura obbliga a guardare la miseria, la terra e il dolore, quella realtà dalla quale noi abruzzesi veniamo e che era ancora viva nella memoria dei nostri padri. Tuttavia, per sfuggire al rischio del panegirico acritico e restituire giustizia all’onestà intellettuale del testo, è necessario sollevare qualche elemento di riflessione su alcune scelte strutturali che potrebbero apparire discutibili, ma che si rivelano, a ben vedere, pienamente giustificate dall’economia dell’opera.   La prima nota riguarda il taglio strettamente tematico: chi cerca in queste pagine una disamina accademica sulla tecnica del colore, sulle influenze stilistiche dei soggiorni napoletani o romani, o sulla filologia pura del tratto pittorico di Patini, rimarrà parzialmente deluso. L’analisi formale cede quasi totalmente il passo a quella del contenuto politico e sociale. Ma questa assenza di tecnicismo scientifico, oltre a rispecchiare un percorso estraneo allo specialismo della storia dell’arte, è una scelta divulgativa deliberata e legittima. De Nicola non scrive per una cerchia ristretta di accademici arroccati nel proprio sapere, ma si rivolge a un pubblico più vasto, a una platea non specialistica, eppure intellettualmente curiosa.   Allo stesso modo, la forte concentrazione del testo sulla celeberrima “trilogia sociale” (L’erede,1880; Vanga e latte, 1884; Bestie da soma, 1886) rischia di mettere in ombra la pur vasta produzione sacra o la ritrattistica minore dell’artista. Anche in questo caso, l’apparente parzialità dello sguardo è funzionale alla tesi di fondo: per confermare la visione del Patini “cronista”, cui si accennava, l’autore seleziona inevitabilmente i suoi reportage pittorici più dirompenti e rivoluzionari, quelli in cui il legame tra l’inchiesta e la tela si fa carne e sangue.   Nella seconda parte del volume, la scena viene quasi interamente occupata dall’uomo: il Patini privato, il “pittore della verità” che, dopo il lungo peregrinare, compie il suo fatidico ritorno alla terra d’origine. È un legame viscerale e tormentato. La città dell’Aquila, che pure diventerà il teatro di una sua straordinaria operosità e il vivaio in cui educherà un’intera e feconda generazione di giovani artisti, si dimostra una madre ambigua: lo onora, lo accoglie, eppure mostra di non comprendere fino in fondo la coerenza di un programma che era rigorosamente morale prima ancora che estetico.   Sentendosi forse straniero in quella pur generosa città, il maestro avverte il richiamo ancestrale delle origini e sceglie di riabbracciare la sua Castel di Sangro. È in quel paese natio, specchiandosi negli occhi di una miseria atavica e fiera, che Patini aveva attinto la materia prima per le sue tele; ed è lì che ritrova la linfa del suo indomito impegno civile.   Il sipario della vita si chiuderà tuttavia a Napoli, il 16 novembre 1906, in un congedo dal mondo che ha il sapore di una parabola laica e dolente. Sul suo tavolo da lavoro rimarrà un piccolo disegno incompiuto, un’ultima traccia di grafite che sembra quasi riassumere e sigillare il senso profondo della sua intera esistenza di cristiano senza chiesa, di credente degli ultimi: il profilo appena

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Bologna, mostra dedicata a Tutankhamon

    Dopo il grande successo nelle principali città italiane, apre a Palazzo Belloni l’attesa mostra dedicata al Faraone più famoso della storia   OSPITE D’ECCEZIONE ALL’INAUGURAZIONE: IL CELEBRE ARCHEOLOGO ZAHI HAWASS   Dopo aver registrato uno straordinario successo di pubblico e critica nelle principali città italiane – Firenze, Napoli, Padova, Torino, Genova e Cagliari – arriva a Bologna la mostra dedicata al faraone più famoso di tutti i tempi: Tutankhamon.   A partire da sabato 3 ottobre, la prestigiosa location di Palazzo Belloni aprirà le porte all’esposizione “Tutankhamon: La tomba, il tesoro, la maledizione”.   Un’occasione imperdibile per conoscere le origini del “Faraone Bambino” e rivivere, passo dopo passo, la più grande scoperta archeologica del XX secolo, avvenuta nel 1922 grazie alla tenacia dell’archeologo Howard Carter.     IL PERCORSO ESPOSITIVO E LE SUE SEZIONI   L’esposizione offre un viaggio immersivo e suggestivo, supportato da spettacolari scenografie, che stimola la curiosità dei visitatori di tutte le età: Riproduzioni Ufficiali: Oltre 100 fedeli riproduzioni dei reperti più importanti del tesoro della Tomba, certificate direttamente dal Ministero delle Antichità Egizie del Cairo. Sezioni tematiche: approfondimento dedicato alle complesse tecniche di mummificazione e all’imbalsamazione in uso nell’antico Egitto. Realtà Virtuale (VR): Indossando un visore, il visitatore potrà “abbattere il muro” dietro il quale si nascondeva il tesoro di Tutankhamon ed esplorare virtualmente la tomba, osservando in prima persona le “cose meravigliose” scoperte da Carter. Famiglie e Bambini: Un percorso appositamente ideato per i più piccoli, con didascalie facilitate e supporti visivi mirati. Scuole: Visite dedicate con guide qualificate, progettate per stimolare l’approfondimento e la curiosità degli studenti verso la storia dell’antico Egitto. EVENTO SPECIALE DI INAUGURAZIONEIn occasione dell’apertura della mostra, sabato 3 ottobre si terrà un evento eccezionale con uno dei massimi esperti mondiali di egittologia, Zahi Hawass. Lectio Magistralis: a cura del grande archeologo Zahi Hawass. L’incontro si terrà alle ore 10 presso il Centro San Domenico, Piazza San Domenico 13, Bologna. L’ingresso è libero previa prenotazione. Firmacopie: A seguire, dalle ore 15:00 presso la mostra a Palazzo Belloni, Zahi Hawass firmerà le copie del suo nuovo libro “L’uomo con il cappello” (il libro può anche essere acquistato al bookshop della mostra). INFORMAZIONI UTILI: MOSTRA: “TUTANKHAMON: LA TOMBA, IL TESORO, LA MALEDIZIONE” DOVE: Bologna | Palazzo Belloni | Via de’ Gombruti 13 PERIODO APERTURA MOSTRA: Dal 3 ottobre 2026 al 2 maggio 2027 ORARI: Tutti i giorni dalle 10:00 alle 19:00 (ultimo ingresso alle 18:00)   LECTIO MAGISTRALIS ZAHI HAWASS: Sabato 3 ottobre – ore 10 | Centro San Domenico | Piazza San Domenico 13, Bologna Ingresso gratuito previa prenotazione al link https://www.mostratutankhamon.com/conferenza-zahi-hawass/   FIRMA COPIE DEL NUOVO LIBRO DI ZAHI HAWASS “L’UOMO CON IL CAPPELLO”: Sabato 3 ottobre ore 15:00 | Palazzo Belloni | Sede della mostra   CONFERENZA STAMPA: Venerdì 2 ottobre alle ore 11.30 Bologna | Palazzo Belloni   INFO E PRENOTAZIONI: www.tutankhamoninmostra.com [email protected] Tel: +39 337 300086   ORGANIZZAZIONE: @spaziomostre per StoricaLab   CARTELLA STAMPA E IMMAGINI CULTURALIA DI NORMA WALTMANN   Agenzia di comunicazione e ufficio stampa   tel : +39-051-6569105 mob: +39-392-2527126   email: [email protected]  web: www.culturaliart.com Facebook: Culturalia Instagram: Culturalia_comunicare_arte Linkedin: Culturalia di Norma Waltmann Youtube: Culturalia TikTok: Culturaliart

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Franca Colozzo – recensione di Goffredo Palmerini

9 settembre 2026   Recensione al romanzo di Franca Colozzo Meltem, la sposa del Bosforo   di Goffredo Palmerini     Ci sono romanzi che non si limitano a raccontare una storia: la attraversano, la respirano, la fanno vibrare nel lettore come un richiamo lontano. Meltem, la sposa del Bosforo di Franca Colozzo è uno di questi. Un libro che nasce dall’esperienza profonda dell’autrice – architetta, ma che per 7 anni è stata docente del Ministero degli Affari Esteri presso il Liceo Italiano di Istanbul – e che porta con sé la conoscenza viva, concreta, sensoriale della città sul Bosforo. Un romanzo che si legge come un viaggio, come un film, come un mosaico di culture, tensioni, bellezze e contraddizioni.   La storia si apre con un gesto simbolico: un’artista italiana, in abito da sposa, decide di realizzare una performance pacifista e umanitaria. Un atto poetico, fragile e insieme audace, che prende forma a Istanbul, dove Meltem ritrova l’amica turca Deniz, complice e alleata di un progetto coltivato a lungo. Ma ciò che nasce come un’azione artistica si trasforma presto in un vortice di eventi inattesi. Le due donne si ritrovano braccate da spie misteriose, sospettate dalla polizia turca, travolte da intrighi politici, omicidi, complotti che sembrano provenire da un mondo sotterraneo e indecifrabile. Dietro le quinte, un enigmatico ministro‑ingegnere turco le osserva, le protegge, forse le guida.   Il romanzo è immerso nella Istanbul più autentica, una città che respira tra Oriente e Occidente: quella delle viuzze che odorano di spezie, dei mercati brulicanti, dei palazzi antichi che si specchiano nel Bosforo, delle piazze dove convivono modernità e tradizione, delle ombre che si allungano tra moschee e quartieri popolari.   Franca Colozzo descrive la città con una precisione lirica. Non solo la si vede, ma la si sente. Si percepiscono i rumori, i profumi, le voci, il vento del Bosforo che sembra portare con sé storie antiche e presagi inquieti. La sua Istanbul non è uno sfondo, è un personaggio aggiuntivo, ma davvero rilevante. Una “vecchia signora” sospesa tra Oriente e Occidente, che osserva le protagoniste e le accompagna nel loro cammino, sono donne che vivono ed esprimono la loro libertà, o talvolta la cercano.   Attorno a Meltem e Deniz, infatti, si muove un coro di figure femminili, tutte diverse, tutte significative: Fatoş, vittima del marito‑padrone, simbolo di una condizione ancora troppo diffusa; Vera, insegnante distaccata all’estero, che affronta la vita con due figlie al seguito e la necessità di immergersi nella cultura locale; altre donne ancora, ognuna con la propria storia, la propria tenacia, la propria lotta quotidiana.   Il romanzo diventa così un viaggio nella condizione femminile, nelle sue fragilità e nelle sue aspirazioni, nella ricerca di libertà e dignità in un mondo che spesso proclama “pari opportunità” solo a parole. Meltem, artista sospesa tra realtà e sogno, incarna questa tensione. È la sposa del Bosforo, ma anche la sposa della libertà. Il suo viaggio verso Nemrut Daǧi, tra le statue colossali che custodiscono un’antica eternità, è una metafora potente: la ricerca delle radici comuni, della verità, della redenzione.   La narrazione procede come una spirale. Dalla leggerezza iniziale, quasi fiabesca, si passa a un crescendo di tensione, di mistero, di pericolo. Gli eventi politici – dalla Primavera araba ai venti di guerra civile in Siria – fanno da sfondo a un’escalation di estremismi, infiltrazioni, complotti che rendono il cammino delle protagoniste sempre più incerto. Il lettore è trascinato in un labirinto di situazioni tragiche e assurde, senza mai perdere il filo della storia.   La scrittura di Franca Colozzo è ricca, intensa, coinvolgente. Descrittiva senza essere pedante, cinematografica senza essere artificiosa. Ogni dettaglio è funzionale alla narrazione, ogni scena è viva, ogni luogo è reale. E poi c’è il finale. Un finale che non si può anticipare, che non si deve rivelare. Un finale che sorprende, che rimette insieme gli indizi disseminati con maestria, che lascia il lettore con un senso di rivelazione.   Alla fine della lettura, oltre alla storia, il lettore porta con sé qualcosa di più: un’idea di Istanbul, della sua bellezza, della sua cultura, delle sue abitudini. Quasi l’avesse visitata davvero. Quasi avesse camminato accanto a Meltem e Deniz, respirando il vento del Bosforo. Meltem, la sposa del Bosforo è un romanzo che si legge d’un fiato, ma che resta a lungo nella memoria. Un libro che unisce suspense, poesia, denuncia sociale, introspezione. Un libro che parla di donne, di libertà, di coraggio, di identità. Un libro che consiglio vivamente.   ***   Franca Colozzo, architetto, membro di UIA – Union of International Architects | ex Docente di Disegno e Storia dell’Arte, anche all’estero a Istanbul (Turchia) per conto del Ministero degli Affari Esteri Italiano | Poeta | Scrittrice | Autrice multilingue | vincitrice di n°4 dottorati di ricerca honoris causa | altamente premiata a livello internazionale | libera professionista | Blogger UN SDGs e UN DESA | membro di UN ECOSOC (CSW67) | GGAF (USA) Capitolo Italiano | WEF – Membro Onorario a Vita | Direttore Esecutivo per la Sostenibilità, Cambiamenti Climatici e persona di contatto per il Registro della Trasparenza della Commissione Europea e del Parlamento, per conto di GPLT – GLOBAL PEACE LET’S TALK (Londra, Regno Unito), fondata e presieduta dalla Dott.ssa Nikki De Pina | Membro dell’INTERNATIONAL ACADEMY of ETHICS, fondata e presieduta dal Dott. Jernail S Anaand (India) | Direttore esecutivo di RRM3 – RINASCIMENTO RENAISSANCE – Millennium III, fondato e presieduto dal Prof. George Onsy (Egitto).

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VE – Ambiente e Pace: il ruolo del Cinema, degli intellettuali per la Governance

Comunicato stampa IL CINEMA PER LA GOVERNANCE MONDIALE: IL RUOLO DEGLI INTELLETTUALI EXCELSIOR DEL LIDO  martedì 8 settembre ore 18.30 Venezia 7 settembre 2026 – Ambiente e Pace: il ruolo del Cinema, degli intellettuali per la Governance. Il Cinema è industria culturale. Un buon film è una metafora del Governo della Complessità: un risultato riuscito in cui professionalità diverse hanno concorso a dare il massimo attraverso le regole del linguaggio emozionale per… Migliorare il mondo! “Altrimenti il film non ci piace” lo dice senza mezzi termini Massimo Lucidi giornalista internazionale e cattolico praticante per spiegare questo appuntamento a Venezia giunto alla decima edizione Cinema & web. “Perché il Cinema è partecipazione, è crescita culturale, è produzione di contenuti autentici, originali ed emozionali, che ha un potenziale pazzesco se ben usato: concorre alla crescita integrale della persona umana, allo sviluppo sociale” ce lo ricorda tutti gli anni a Venezia nel corso della Mostra Cinematografica la Fondazione E-novation col suo presidente, che organizza un incontro valoriale all’hotel Excelsior del Lido. Quest’anno nello spazio della Regione Veneto, sul ruolo degli intellettuali e delle imprese per l’Ambiente e la Pace. Intelligente provocazione che abbiamo raccolto dal Presidente Buttafuoco, dialogando con la cultura russa. Numerosi i partecipanti che hanno annunciato la propria adesione all’incontro di martedì 8 alle 18.30 nello spazio del Veneto. Tra i discussant spiccano il Prof. Ugo Di Tullio che insegna a Pisa ed è spesso invitato nel prestigioso format televisivo condotto da Gigi Marzullo, Cinematografo su Rai Uno. Stefano Zecchi che non ha certo bisogno di presentazioni né come Filosofo esteta, né come opinionista televisivo; Yantra Pucciano Director of Art Dept. di Anchorage Group una grande società finanziaria internazionale che ha una consolidata attività culturale in più Paesi su arte classica e contemporanea; l’Avvocato cassazionista Maria Rossana Ursino che tratterà il tema oramai adottato dal cinema, non solo Hollywoodiano, del processo mediatico. Hanno altresì annunciato un saluto istituzionale:   Pietrangelo Buttafuoco – Presidente Biennale di Venezia; Valeria Mantovan – Assessore alla Cultura Regione Veneto; Antonio Saccone – Presidente di Cinecittà; Roberto Stabile – Resp Relazioni internazionali Anica. “Ma come spesso accade sarà il pubblico dell’evento a destare particolare curiosità e interesse per il momento di networking che saprà sviluppare sentite le opinioni dei discussant” dichiara soddisfatto Lucidi che ringrazia per la sensibilità istituzionale la Regione Veneto.   Intanto si annunciano tanti giovani presenti anche influencer internazionali come da Londra Elvis Amols; il Veneto con una compagine di imprenditori del territorio che spazia su più settori: tra questi, Simone Fecchio, imprenditore calzaturiero con produzione artigianale; Flavio Tregnaghi Ceo di IGreen Energy for Life depurazione dell’acqua ed energia rinnovabile; Dina Mazzucato Schiller fashion stylist e tutor di portamento e stile, da anni impegnata nella promozione della moda e del territorio, come il grande Sandro Zara con i suoi splendidi tabarri. Grande attenzione all’Ambiente e alla Finanza con Marco Sturlese Consulente strategico per la finanza sostenibile; Alberto Patruno DG Assoimpredia. Significativa la presenza di Francesco Mitrano Presidente del Club del Polo di Montecarlo e della Federazione monegasca del Polo. Ancora non confermata a causa degli impegni in Cina la presenza del Ceo di Anchorage Group Roberto Pucciano, che però si è fatto sentire con un prezioso documento di geopolitica che spiega come oggi il soft power appaia debole per riequilibrare le forze in campo e la Cultura possa svolgere un ruolo se si allea con la finanza illuminata, attraverso un percorso di Museum Diplomacy. Pucciano ha inoltre lanciato due candidature al Premio Eccellenza Italiana nate proprio a Venezia: Gregorio Maiorano, Founder & Ceo di GM Artification e dell’italian lover e socio di Anchorage, il giovane imprenditore olandese Niels Telderman per il prossimo 16 ottobre a Washington DC.   Michele Pinto Fonte: Goffredo Palmerini

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