Chi tardi arriva, male alloggia

Quando pochi uomini armati riescono a mettere sotto scacco il commercio mondiale, forse è arrivato il momento di smettere di chiamare tutto questo “instabilità” “Chi tardi arriva, male alloggia”. È un antico ammonimento che invita a non perdere tempo, perché gli ultimi arrivati devono accontentarsi di ciò che rimane. E, anche in questo caso, non vale proprio il precetto evangelico secondo cui “gli ultimi saranno i primi”. Il guaio è che, qualche volta, per gli ultimi arrivati non rimane proprio nulla. I primi hanno già fatto piazza pulita, mentre gli altri erano impegnati in tutt’altre faccende. Ed eccoci così a osservare gli Houthi, movimento armato sostenuto dall’Iran, avanzare fino a prendere il controllo di posizioni decisive attorno a Bab el-Mandeb, dopo la conquista di Mocha e di altre località strategiche. Il risultato è che uno degli snodi fondamentali tra Oceano Indiano, Mar Rosso e Canale di Suez finisce sotto la minaccia di un gruppo armato. Hormuz, del resto, aveva già fatto da caposcuola. Adesso Bab el-Mandeb sembra essersi iscritto allo stesso corso accelerato di geopolitica: lezione numero uno, prendere il controllo di uno stretto; lezione numero due, lasciare che il resto del mondo paghi il conto. Sembra quasi un film della serie di James Bond. Solo che qui manca la musica di sottofondo e, soprattutto, non c’è nessuno che possa permettersi di dire “è soltanto fantasia”. La domanda sorge spontanea: possibile che le grandi potenze militari e tecnologiche del pianeta arrivino sempre dopo? Con i mezzi di sorveglianza, satellitari e d’intelligence oggi disponibili, appare difficile immaginare che nessuno sappia cosa stia accadendo fino a quando i fatti non sono compiuti. Eppure, a giudicare dai risultati, sembrerebbe proprio così. Ormai pare che chi si alza prima al mattino possa decidere quale stretto occupare, quale isola conquistare, quale porto bloccare, quale canale minacciare e quale rotta commerciale rendere più lunga e costosa. Benvenuti nel moderno Far West. La differenza è che nel vecchio West il problema riguardava una diligenza. Oggi riguarda petrolio, gas, merci, assicurazioni, trasporti, inflazione e, alla fine della catena, il portafoglio di milioni di cittadini che non hanno mai sparato un colpo a nessuno. È questo, forse, l’aspetto più paradossale della vicenda: poche migliaia di uomini armati possono creare problemi a economie che dispongono di eserciti, flotte, aviazioni, satelliti e arsenali capaci di far tremare il pianeta. Ma quando si tratta di garantire la libera circolazione delle merci, sembra che improvvisamente tutta quella potenza diventi assai più prudente. E a pagare, naturalmente, sono sempre gli stessi. Il cittadino che fa il pieno, quello che paga la bolletta, quello che va al supermercato, quello che aspetta che il costo della vita finalmente smetta di correre. Il cittadino che non ha mai visto Bab el-Mandeb, Hormuz o Perim e probabilmente non saprebbe indicarle su una carta geografica, ma che scopre ogni mese quanto costa la geopolitica direttamente nel proprio portafoglio. Non è lo stile di vita che avevamo immaginato. Viviamo in una condizione permanente di allarme: guerre dirette e ibride, terrorismo, minacce ideologiche, crisi energetiche, instabilità economica. Una generazione è cresciuta dentro questa normalità e rischia perfino di considerarla normale. Le generazioni più giovani, poi, non hanno conosciuto abbastanza tempi diversi per poterli rimpiangere. Ma rassegnarsi sarebbe l’errore peggiore. Una comunità internazionale degna di questo nome dovrebbe trovare il modo di garantire la libertà di navigazione e di circolazione in mare, in cielo e sulla terra. Non per difendere un privilegio commerciale, ma per affermare un principio elementare: le grandi rotte del mondo non possono trasformarsi in feudi privati di chi possiede abbastanza armi per occuparle. Naturalmente qualcuno dirà che la soluzione è complessa. Lo è. Qualcun altro dirà che occorre tempo. Certamente. E qui possiamo concederci una piccola digressione filosofica: la pazienza è una virtù, ma non può diventare un alibi per l’inerzia. Perché aspettare che il problema si risolva da solo, mentre altri prendono isole, stretti e rotte commerciali, non è pazienza. È semplicemente arrivare tardi. E chi tardi arriva, come sappiamo, male alloggia. Nel frattempo, mentre ci arrovelliamo sulle bravate dei nuovi briganti della libera circolazione, anche le poche cose buone che ci restano sembrano andarsene in punta di piedi. Oggi è morta Emma Bonino. Non serve condividere tutte le sue idee per riconoscere ciò che rappresentava: una donna capace di combattere per le proprie convinzioni, di assumersi rischi, di pagare personalmente il prezzo delle proprie battaglie e, soprattutto, di non confondere mai la libertà con la comodità. Forse è proprio questo che ci manca. Non altre armi. Non altre paure. Non altri uomini forti con il dito sul grilletto. Ci manca il coraggio di decidere che il mondo non può essere governato da chi arriva per primo con un fucile in mano. E, se davvero la pazienza dovrà essere la nostra ultima virtù, facciamo almeno in modo che sia la pazienza di chi prepara la soluzione, non quella di chi aspetta il prossimo problema. Giuseppe Arnò * Foto Canva remix

Read More »

L’universo ha senso solo quando abbiamo qualcuno con cui condividere le nostre emozioni. (Paulo Coelho)

8 settembre 2026   PAGANICA IN MISSIONE A PINZOLO PER IL VENTENNALE DEL GEMELLAGGIO ALPINO         L’AQUILA – Una calorosa accoglienza ha riservato Pinzolo alla folta delegazione di Paganica, ben oltre il centinaio di persone, giunta nella splendida cittadina della Val Rendena per restituire la visita che quella comunità aveva fatto dal 31 maggio al 2 giugno alla città gemella, ricorrendo il Ventennale del patto di fraternità tra i Gruppi Alpini dei due centri. Paganica ha voluto così rendere omaggio alla comunità sorella di Pinzolo, con le rappresentanze delle associazioni che, oltre ai Gruppi Alpini gemellatisi nel 2005, hanno negli anni stabilito forti relazioni di amicizia, come la Banda di Paganica con la Banda di Pinzolo, il Coro della Portella con in Coro della Presanella, il Comune dell’Aquila con quello di Pinzolo, le Pro Loco dei due centri, l’Asbuc di Paganica-S.Gregorio con le realtà montane della Val Rendena. Insomma, il seme di fraternità piantato oltre venti anni fa con il gemellaggio tra i due Gruppi Alpini – quello di Paganica guidato da Corradino Palmerini, quello di Pinzolo da Renzo Maffei – si è negli anni esteso alle due comunità in tutte le loro articolazioni sociali e culturali. Tre giornate di intense emozioni hanno dunque connotato la missione paganichese (4-5-6 settembre), con un programma di eventi e incontri approntato dalle associazioni di Pinzolo in collaborazione con la Municipalità, che sin dall’arrivo delle rappresentanze di Paganica ha accolto e partecipato agli eventi con la Presidente del Consiglio comunale, Laura Rossini, e con il Sindaco Michele Cereghini presente alla toccante cerimonia di Omaggio ai Caduti, diventato momento pubblico di saluto tra i Comuni di Pinzolo e L’Aquila. Ma andiamo con ordine a raccontare le tre giornate di missione. Il grosso della numerosa rappresentanza paganichese è giunta a Pinzolo nel pomeriggio di venerdì 4 settembre. Quasi un centinaio di persone, in due autobus: in uno al completo gli alpini con il capogruppo Raffaele Vivio, nell’altro la banda, con il presidente Flavio Tursini ed altre rappresentanze. Ad attenderci all’arrivo Loreto Leone, lieto di fare un’immersione nelle sue origini paganichesi. Nel giorno precedente un’altra ventina di persone erano giunte da Paganica a Pinzolo, tra cui una nutrita rappresentanza dell’Amministrazione Separata dei Beni d’uso civico (Asbuc) guidata dal presidente Nando Galletti. In programma il concerto della Banda di Paganica. Si è tenuto alle 19 nel grande capannone delle feste allestito nel parcheggio antistante la stazione della funivia che porta al Doss del Sabion (m. 2101). Aria di empatia nell’ampio locale dove, oltre a tenersi concerti e spettacoli, si servono specialità della gastronomia trentina. Come nella conviviale che nella serata ha visto presenti, oltre agli ospiti venuti dall’Abruzzo, diverse centinaia di degustatori.   Sabato mattina la prevista visita in quota al Doss del Sabion. Alle 9:30 la partenza in funivia. Sia nella stazione intermedia che alla stazione d’arrivo la Banda di Paganica ha concertato brani classici e moderni, con un generale apprezzamento per le sue performance. Da quella straordinaria postazione si ammira la magnificenza del coro delle montagne, dalla catena del Brenta a quella dell’Adamello, con i suoi ghiacciai luccicanti al riverbero del sole. E il verde smeraldo della Val Rendena, dall’alto, trapuntata dai borghi che si susseguono fin giù a Tione di Trento. E la vista a perpendicolo dell’abitato di Pinzolo, con lo svettante campanile della chiesa di San Lorenzo – con i suoi 72 metri il più alto del Trentino –, e dell’abitato di Carisolo. Nel pomeriggio, dalle ore 16, abbiamo assistito, davvero con meraviglia e suggestione, al Rientro delle Giovenche dall’alpeggio. Antica tradizione della Val Rendena, ha intrigato la curiosità e l’interesse di gran parte della popolazione di Pinzolo, ma soprattutto dell’ancor notevole presenza di turisti e visitatori, disposti lungo il percorso della sfilata. Numerose le bande, sfilanti nei colori variopinti delle loro monture – anche la banda di Paganica nella divisa d’ordinanza –, e tanti gruppi nei costumi tipici, di rara bellezza, come pure in abiti antichi ad evocare l’emigrazione in tutto il mondo della gente della Val Rendena, con la loro perizia di arrotini oggi immortalata nel Monumento al Moleta (arrotino) all’ingresso di Pinzolo. Gruppi in costume e bande cangianti di colori intramezzavano le varie mandrie di giovenche, parate a festa con campane e fiori di campo. Giovenche invero un po’ titubanti a procedere lungo il percorso tracciato per le vie del centro di Pinzolo, forse intimorite dalla gran quantità di spettatori, di cui avrebbero volentieri fatto a meno, pensando alla quiete dell’alpeggio. Ma la perizia dei loro guardiani – alcuni dei quali schioccavano in aria i loro staffili di cuoio – è stata assai convincente nel condurle all’arrivo, non prima che una commissione avesse giudicato le più belle Giovenche della Rendena da premiare, come nei migliori concorsi per le varie Miss. Davvero uno spettacolo di straordinaria piacevolezza. La festa è poi continuata, fino a tarda sera, nel capannone delle feste.   Domenica mattina, alle 9, la cerimonia istituzionale al Monumento ai Caduti. Gli alpini di Paganica e Pinzolo schierati in due file da quinta al Monumento, hanno reso omaggio con l’alzabandiera, mentre la Banda di Paganica intonava l’inno nazionale. Poi, sulle note del Piave, la deposizione della corona d’alloro, scortata dal sindaco Michele Cereghini e dalla presidente del Consiglio comunale Laura Rossini, e la tromba che eseguiva il Silenzio. Quindi il saluto del sindaco agli ospiti, richiamando il gemellaggio nato tra i Gruppi Alpini nel 2005, reso ancora più forte dopo il terremoto del 2009, nella vicinanza affettuosa e nell’opera di soccorso subito apprestata dalla comunità di Pinzolo, della Val Rendena e dell’intero Trentino. Da allora l’amicizia tra Pinzolo e Paganica, da fatto circoscritto agli alpini, è diventato fatto comunitario, anche legando le due Municipalità, di Pinzolo e L’Aquila. Chi qui scrive, testimone istituzionale insieme al sindaco dell’Aquila Biagio Tempesta del gemellaggio sottoscritto a Pinzolo nel 2005, ricordando quell’evento presieduto dal sindaco pro tempore William Bonomi, ha portato il saluto della Municipalità aquilana. Un saluto denso di gratitudine, che durerà per sempre, nel ricordo del sostegno e dell’affetto

Read More »

La legge del contrappasso per contrasto?

  Mentre il calcio azzurro continua a smarrire identità e coraggio, il nuoto e l’atletica restituiscono all’Italia il gusto della fatica, del merito e della vittoria. Forse il contrappasso, ogni tanto, sa essere persino benevolo. E se riuscisse a contagiare anche la politica e i signori della guerra, l’umanità potrebbe ancora concedersi un futuro. Dall’alto di una nuvola di buon tabacco, il nostro nume protettore Indro Montanelli accenna un sorriso: «Finalmente un Paese che, almeno nello sport, corre invece di raccontarsi favole.» Delusi dalla Nazionale di calcio, ci rifacciamo nel nuoto e nell’atletica. La Nazionale rimane un capitolo chiuso. Né possiamo piangere sotto l’epitaffio «Mancò la fortuna, non il coraggio». Perché, in realtà, è accaduto esattamente il contrario: la fortuna, nel calcio, si può anche invocare, ma il coraggio bisogna averlo. E troppo spesso è rimasto negli spogliatoi. Per fortuna esiste un’altra Italia. Quella che non vive di proclami, ma di allenamenti. Che non promette miracoli, ma costruisce risultati. Negli Europei di atletica continuano ad arrivare medaglie azzurre: argento nella maratona per Pietro Riva e argento per la squadra femminile. Il bottino sale a diciannove medaglie – otto ori, sei argenti e cinque bronzi – in un appassionante testa a testa con la Gran Bretagna. Comunque finisca, è già una delle pagine più luminose dell’atletica italiana in oltre novant’anni di storia della manifestazione. È il bello dello sport: quando il talento incontra il sacrificio, il cronometro diventa galantuomo. Viene allora da pensare che la vecchia legge del contrappasso stia esercitando i suoi effetti, ma per contrasto. Da una parte la delusione di uno sport che pare aver perso la bussola; dall’altra la soddisfazione di discipline che, lontane dai riflettori quotidiani, continuano a coltivare il merito con ostinazione. Come se la sorte, ogni tanto, decidesse di riequilibrare i conti. Chissà se questo curioso contrappasso potrà estendersi anche ad altri campi, perché di sventure ne registriamo fin troppe e qualche piacevole sorpresa non guasterebbe affatto. Potremmo assistere, ad esempio, a una puntata di Report dedicata a rivalutare qualcuno dei personaggi già messi alla gogna mediatica. Oppure vedere una sinistra parlamentare capace di dire qualche volta “sì”, non soltanto ai referendum, ma anche a qualche provvedimento della maggioranza quando il buon senso lo suggerisca. Sarebbe già una piccola rivoluzione. E, perché fermarsi qui? Potremmo immaginare un sacerdote zoroastriano che riesca nell’impresa impossibile: far sedere alla stessa tavola Putin, Zelensky, Trump, Xi Jinping, Netanyahu e perfino un ayatollah. Davanti a un piatto fumante di strozzapreti al sugo di stufato – il nome della pasta, per l’occasione, avrebbe persino un sapore simbolico – potrebbero finalmente scoprire che il dialogo costa infinitamente meno di una guerra. Al termine del pranzo, magari senza brindisi solenni ma con un minimo di saggezza ritrovata, potrebbero perfino aderire alla rete di preghiera per la pace invocata dal Papa. Una pace, come auspica Leone XIV, «disarmata e disarmante, umile e perseverante». Sembra un’utopia. Ma tutte le grandi conquiste dell’umanità sono nate come utopie prima di diventare storia. Del resto, i potenti della Terra sembrano aver dimenticato una verità elementare: le guerre possono cambiare i confini, ma non migliorano mai la condizione dell’uomo. Producono vincitori provvisori e sconfitte permanenti, soprattutto per chi non ha deciso nulla e paga tutto. Vale allora la pena chiudere con le parole di Gino Strada, che dovrebbero campeggiare non soltanto nelle scuole, ma anche nelle sale dove si decidono le sorti del mondo: «Se la guerra non viene buttata fuori dalla storia dagli uomini, sarà la guerra a buttare fuori gli uomini dalla storia.» Non è una minaccia. È una constatazione. E forse è il contrappasso più terribile che l’umanità possa infliggersi da sola. Giuseppe Arnò * Ultimate photo Blender mix

Read More »

EDITORIALE AGOSTO 2026

IL MONDO È IN VENDITA. SALVO ESAURIMENTO SCORTE Il denaro non spiega tutte le guerre, ma difficilmente arriva in ritardo. E nel grande mercato globale, tra dazi, sanzioni e algoritmi, qualcuno compra, qualcuno vende e qualcun altro paga il conto. di Giuseppe Arnò     C’è un vecchio detto che, tradotto dal buon senso popolare alla diplomazia internazionale, potrebbe suonare più o meno così: senza soldi non si cantano messe. E, a giudicare da come va il mondo, nemmeno si fanno guerre, si costruiscono alleanze, si impongono sanzioni o si promettono paci durature. «C’est l’argent qui fait la guerre», dicono i francesi. Forse è un’esagerazione. La storia, del resto, è troppo complicata per essere spiegata con un solo portafoglio. Le guerre nascono anche dall’ideologia, dal nazionalismo, dalla religione, dalla vendetta, dalla paura e dalla sete di potere. Ridurre tutto a una questione economica sarebbe come sostenere che un matrimonio fallisce soltanto perché il conto del ristorante era troppo salato. Ma guai a dimenticare il denaro. Perché il denaro, nella storia dell’umanità, ha una curiosa abitudine: non è quasi mai il protagonista ufficiale, ma spesso conosce molto bene il copione. Basta guardare alla politica internazionale dei nostri giorni. Si parla di valori, di principi, di sicurezza, di democrazia e di pace. Tutte cose rispettabilissime. Poi arrivano i dazi, le sanzioni, gli embarghi, il congelamento dei beni, le restrizioni commerciali, le guerre tecnologiche e le battaglie per il controllo delle materie prime e dei mercati. E improvvisamente ci accorgiamo che, dietro le grandi parole, c’è sempre qualcuno che sta facendo i conti. Il mondo moderno ha semplicemente cambiato il modo di combattere. Un tempo si mandavano gli eserciti. Oggi, quando possibile, si mandano i mercati. La guerra economica è diventata una sorta di conflitto senza uniforme. Non si vedono necessariamente carri armati alle frontiere, ma si possono vedere aziende costrette a lasciare un Paese, investimenti bloccati, banche escluse, merci che non arrivano, tecnologie che non vengono vendute e mercati che improvvisamente chiudono le porte. È una guerra più elegante, almeno in apparenza. Si combatte in giacca e cravatta, davanti a un computer, con una firma digitale e qualche comunicato stampa. Il rumore dei cannoni viene sostituito dal clic di una tastiera. E il bello, si fa per dire, è che tutti possono continuare a dichiararsi favorevoli alla pace. La globalizzazione aveva promesso un mondo più interdipendente, nel quale commerciare sarebbe stato più conveniente che combattersi. Per un certo periodo sembrava davvero che il commercio potesse diventare il grande pacificatore della storia. Poi abbiamo scoperto che anche il commercio può diventare un’arma. E così, mentre il mondo si era abituato a vivere globalizzato, eccoci ora alle prese con la deglobalizzazione. Le frontiere economiche tornano a pesare, le catene produttive vengono ripensate, i grandi blocchi si guardano con crescente diffidenza e ciascuno cerca di dipendere il meno possibile dall’altro. Insomma, ci eravamo illusi di avere finalmente un mondo senza muri e adesso stiamo tornando a costruirli. Solo che, questa volta, non sempre sono di cemento: spesso sono fatti di dazi, chip, brevetti, algoritmi e restrizioni commerciali. E qui entra in scena la nuova arma letale: la tecnologia. Non quella dei film d’azione, naturalmente, dove bastano Mel Gibson e Danny Glover per salvare il mondo all’ultimo minuto. Quella vera, molto più silenziosa e sofisticata. L’intelligenza artificiale, i dati, gli algoritmi, la capacità di controllare le informazioni e le infrastrutture digitali. Oggi, in certi casi, per mettere in difficoltà un Paese potrebbe non servire bombardarlo. Potrebbe bastare impedirgli di accedere alla tecnologia di cui ha bisogno. La nuova guerra, insomma, potrebbe essere combattuta senza sparare un colpo. E mentre noi discutiamo se sia meglio la globalizzazione o la deglobalizzazione, il denaro continua tranquillamente a fare quello che ha sempre fatto: cercare il potere e seguire il potere. Naturalmente, qualcuno potrebbe obiettare che le grandi guerre della storia non sono nate per motivi economici. Ed è vero. Non tutte, almeno. La Prima guerra mondiale, la Seconda, i conflitti etnici e religiosi, la Guerra fredda, il terrorismo: ogni vicenda ha la propria complessità e non può essere infilata tutta dentro una cassaforte. Ma l’economia, direttamente o indirettamente, è quasi sempre lì. Un popolo affamato può ribellarsi per ideologia, ma la fame resta fame. Un Paese può combattere per il prestigio nazionale, ma dietro il prestigio spesso ci sono risorse, territori, commerci, energia. Un’alleanza può nascere da affinità politiche, ma prima o poi qualcuno presenta il conto delle spese. E così, tra un vertice internazionale e un altro, tra una stretta di mano e un tweet, il mondo continua a muoversi secondo una regola antica: chi possiede qualcosa che gli altri desiderano, prima o poi scopre di avere un certo potere. Il problema è capire quanto questo potere venga usato per costruire e quanto per dominare. Perché il denaro, in fondo, non è cattivo. È semplicemente denaro. Può finanziare una scuola o una guerra, costruire un ospedale o un arsenale, sostenere la ricerca o comprare consenso. Dipende da chi lo possiede e, soprattutto, da chi decide come spenderlo. Il guaio comincia quando il denaro smette di essere uno strumento e diventa il padrone. A quel punto anche la politica rischia di trasformarsi in una grande azienda, la diplomazia in una trattativa commerciale e la pace in un contratto con clausole scritte in caratteri così piccoli che nessuno riesce più a leggerle. E allora eccoci qui, a camminare sul filo del rasoio, in un mondo che si proclama moderno ma continua a comportarsi secondo logiche antichissime. Cambiano le armi, cambiano le tecnologie, cambiano i protagonisti. Ma il vecchio binomio denaro-potere continua a resistere a tutte le rivoluzioni. Forse perché, in fondo, il mondo è sempre stato un grande mercato. Solo che oggi abbiamo finalmente capito una cosa: non tutto è in vendita. Il problema è che, ogni tanto, arriva qualcuno con un’offerta. E qualcuno, dall’altra parte del tavolo, è disposto ad ascoltarla. Hermann Hesse, ne Il lupo della steppa, lasciava una riflessione che conserva una sorprendente attualità: «Sempre è

Read More »

Pochi, ma buoni

Quando la politica scambia la quantità per qualità, il conto lo pagano sempre i cittadini. di Giuseppe Arnò Ci sono appuntamenti che non hanno bisogno di convocazioni ufficiali. Bastano un orologio, una piazza e qualche sedia all’ombra. Così, puntualmente, alle cinque della sera – senza alcun riferimento al celebre lamento di García Lorca – ci ritroviamo nell’agorà del paese che mi ospita. È il nostro piccolo Parlamento all’aria aperta: nessun usciere, nessun ordine del giorno, nessuna votazione elettronica. Solo caffè, buon senso e quella libertà di parola che, paradossalmente, fuori dai palazzi sembra respirare meglio. Il gruppo è composto da persone avanti negli anni. I più fortunati sfoggiano ancora una dignitosa chioma bianca; gli altri compensano con una lucida calvizie, segno che i capelli, come certe illusioni, a un certo punto decidono di andarsene. Nell’antica Grecia l’agorà era il cuore della polis, il luogo dove si discutevano i destini della città. La nostra ambizione è infinitamente più modesta: cerchiamo di capire perché il mondo sembri aver perso il libretto d’istruzioni. Talvolta la discussione prende spunto da qualche mio articolo. Altre volte basta una notizia per accendere il dibattito. Stavolta il fiammifero lo ha acceso Yiannis, vecchio amico di origine greca e politologo per passione, uno di quelli che prima di parlare riflette e, proprio per questo, parla poco. Tra un espresso e l’altro ha lanciato una provocazione destinata a far discutere. «Per governare un Paese servono davvero centinaia di parlamentari?» Domanda semplice. Risposta complicata. Yiannis ricordava che nell’antica Roma il potere fu affidato, in diverse occasioni, a triumvirati. Tre persone, non trecento. Da lì il salto ai giorni nostri è stato inevitabile. Dal 2022 il Parlamento italiano conta 400 deputati e 200 senatori elettivi, ai quali si aggiungono i senatori a vita e gli ex Presidenti della Repubblica. Una riduzione rispetto al passato, certamente. Ma, osservava lui con l’aria di chi ha già fatto i conti, perché non osare di più? «Riduciamoli del novanta per cento.» Silenzio. Poi qualche sorriso. La provocazione, tuttavia, aveva una sua logica. Meno persone significano, almeno in teoria, meno sovrapposizioni, meno interminabili discussioni, meno sedute trasformate in spettacolo televisivo e, soprattutto, meno costi a carico dei contribuenti. Del resto, nelle grandi assemblee succede spesso una curiosa magia matematica: parlano sempre gli stessi, protestano sempre gli stessi, litigano sempre gli stessi. Gli altri, con encomiabile compostezza, completano la scenografia. Una sorta di coro greco, ma con stipendio. Il ragionamento si è poi allargato ad altri organismi, sindacati compresi, dove talvolta la forza dei numeri sembra prevalere sull’efficacia delle idee. Per manifestare un dissenso non occorre riempire chilometri di cortei: bastano persone credibili, argomenti solidi e obiettivi chiari. Il resto è spesso coreografia. Naturalmente nessuno auspica una democrazia in miniatura o un potere concentrato in poche mani. La rappresentanza rimane un pilastro irrinunciabile. Ma una domanda continua a ronzare come una zanzara nelle sere d’estate: siamo proprio sicuri che una macchina pubblica sempre più grande produca automaticamente risultati migliori? La storia insegna quasi il contrario. Le organizzazioni efficienti premiano il merito, non il numero. Le aziende funzionano quando eliminano le inutili duplicazioni. Le famiglie sopravvivono grazie a chi fa, non a chi discute. E persino le orchestre hanno bisogno di pochi direttori e di molti musicisti che sappiano leggere lo spartito. Alla fine il nostro improvvisato Parlamento di piazza è arrivato, senza votazioni elettroniche né fiducia, a un’unica conclusione: la qualità vale infinitamente più della quantità. Avere valore significa assumersi responsabilità. George Bernard Shaw sosteneva che «il valore di una persona dipende dal numero di cose delle quali si vergogna». A quel punto uno degli amici, con il cinismo che solo l’età sa rendere elegante, ha sussurrato: «Bella frase… ma siamo sicuri che esista ancora qualcuno disposto a vergognarsi?» Forse la risposta l’aveva già data Daniel Defoe: «L’uomo non si vergogna di peccare, ma si vergogna di pentirsi.» Ecco il vero problema. Non quanti siano i parlamentari, i consiglieri, i funzionari o i dirigenti. Ma quanti, tra loro, conservino ancora il coraggio di riconoscere un errore e il pudore di correggerlo. Montanelli avrebbe probabilmente sorriso davanti a questa nostra agorà di provincia. Poi avrebbe annotato, con la sua consueta perfidia, che le democrazie non soffrono per la scarsità degli eletti, ma per l’abbondanza degli inutili. E gli inutili, purtroppo, hanno una straordinaria capacità: riescono sempre a votare l’aumento delle sedie prima ancora di dimostrare di meritarsene una. *

Read More »

Campioni si nasce o si diventa? Forse entrambe le cose. E Domenico Coco lo sta dimostrando

A tredici anni è l’unico pilota italiano scelto da ACI Sport per rappresentare il Tricolore nel FIA World Karting Academy Trophy 2026. A Sarno conquista uno splendido secondo posto, ricordando che il talento è un dono, ma il carattere resta un mestiere.     Ci sono domande che l’umanità continua a porsi da secoli senza trovare una risposta definitiva. È nato prima l’uovo o la gallina? Esiste davvero il libero arbitrio? E, nel mondo dello sport, i campioni si nasce o si diventa? Naturalmente, non manca mai chi sostiene che basti un corso motivazionale, un personal trainer e qualche frase motivazionale pubblicata sui social per trasformare chiunque nel nuovo fenomeno dello sport mondiale. Sarebbe magnifico, se non fosse che la realtà, ostinatamente, continua a raccontare un’altra storia. La scienza, del resto, invita alla prudenza. Genetisti, psicologi e studiosi delle scienze motorie concordano nel ritenere che il successo sportivo sia il risultato di una complessa combinazione di predisposizione biologica, allenamento, ambiente, educazione e forza mentale. Nessun fattore, preso singolarmente, basta a spiegare il fenomeno. Eppure, gli studi sul talento ricordano anche un’altra verità spesso dimenticata: esistono caratteristiche innate che rendono alcuni giovani naturalmente più predisposti a eccellere in uno specifico ambito. Il talento, insomma, non garantisce il successo, ma rappresenta quel vantaggio iniziale che il lavoro quotidiano può trasformare in eccellenza. In altre parole, il seme può essere un dono della natura; il raccolto, invece, dipende dalla pazienza del contadino. Se così non fosse, ogni palestra produrrebbe campioni olimpici e ogni kartodromo sfornerebbe futuri campioni del mondo. Per fortuna dello sport – e purtroppo dei venditori di illusioni – non funziona così. Tra quei ragazzi nei quali il talento sembra essersi presentato con largo anticipo c’è certamente Domenico Coco, tredicenne calabrese, che continua a bruciare le tappe con una naturalezza sorprendente. La sua storia comincia prestissimo. Sale su un kart a cinque anni e mezzo e, da quel momento, non ne scende praticamente più. Da semplice passione infantile, quella per le corse si trasforma rapidamente in un percorso di crescita costellato di sacrifici, studio della guida e risultati sempre più prestigiosi. Le sue qualità vengono notate molto presto dai migliori addetti ai lavori. Dopo le esperienze con team di assoluto prestigio come Modena Kart, CRG e Kali Kart – dove ricopre anche il delicato ruolo di tester per una delle principali aziende costruttrici del settore – arriva la maturità sportiva con il team romano KGT Motorsport. Elegante nella guida, veloce sul giro secco e sorprendentemente lucido nella gestione delle gare, Coco costruisce il proprio curriculum conquistando numerosi podi sia nel Campionato Italiano ACI sia nella Coppa Italia. Ma, soprattutto, convince per quella qualità che non compare nelle classifiche cronometriche: la capacità di mantenere sangue freddo quando gli altri perdono la testa. Non stupisce, dunque, che ACI Sport Italia lo abbia selezionato quale unico rappresentante italiano al FIA World Karting Academy Trophy 2026, la più prestigiosa rassegna internazionale dedicata ai giovani talenti del karting, con cinquantaquattro piloti provenienti da altrettante federazioni nazionali. Un’investitura che vale molto più di una semplice convocazione: significa che l’Italia ha individuato in lui il giovane più adatto a portare il Tricolore nelle competizioni internazionali. E il ragazzo ha risposto nel modo migliore: con i fatti. Sul Circuito Internazionale di Napoli, a Sarno, nel secondo appuntamento della stagione, Domenico Coco ha conquistato un prestigioso secondo posto al termine di una gara combattutissima, confermando di poter competere stabilmente con i migliori giovani piloti del pianeta. Un risultato che va ben oltre la medaglia d’argento. È la dimostrazione che il talento iniziale, quando incontra disciplina, preparazione atletica, competenza tecnica e una squadra capace di valorizzarlo, può trasformarsi in qualcosa di molto più grande di una semplice promessa. Naturalmente nessuno può sapere se Domenico Coco diventerà un futuro campione del mondo. Lo sport, fortunatamente, non concede certificati anticipati. Ma una cosa appare già evidente: alcuni ragazzi sembrano possedere quella rara miscela di istinto, sensibilità e velocità che non si insegna sui libri né si acquista con qualche tutorial online. Sono qualità che la natura distribuisce con estrema parsimonia e che soltanto il lavoro quotidiano riesce a raffinare. Forse è proprio qui la risposta al nostro interrogativo iniziale. I campioni non nascono soltanto. E nemmeno si costruiscono soltanto. Nascono con qualcosa che gli altri non hanno. Diventano grandi perché hanno l’intelligenza e l’umiltà di non accontentarsi mai di quel dono. Se il futuro continuerà a parlare la lingua delle curve affrontate da Domenico Coco, il karting italiano potrebbe aver trovato non soltanto un eccellente pilota, ma uno di quei talenti che, ogni tanto, ricordano come il merito abbia bisogno del lavoro, ma il lavoro, senza talento, difficilmente riesca a scrivere la storia. Giuseppe Arnò * Foto Mondokart

Read More »

Memorabile serata a Firenze per il Premium International Florence Seven Stars 2026

Premiazione dei vincitori e raduno dell’intellettualità italiana        FIRENZE- Nella bella cornice della Gran Terrazza Belvedere del Plus Florence si è tenuta anche quest’anno la serata del Premium International Florence Seven Stars 2026, evento culturale di prestigio internazionale giunto ormai alla XXVI edizione. La manifestazione ha preso il via con i brani del duo di flauto e pianoforte dell’Accademia Fiorentina MusicArea, che ha eseguito musiche del repertorio classico e famose arie d’opera che hanno privilegiato Puccini, in omaggio al compositore toscano di cui quest’anno si celebra il centenario della morte. Durante la cerimonia di premiazione, il Professore Carlo Franza, già Professore Ordinario di Storia dell’Arte Moderna e Contemporanea, illustre intellettuale, giornalista e firma del quotidiano Il Giornale,  e Presidente della Giuria, ha tenuto una lectio magistralis su “La Mediazione nelle dispute artistiche e peritali”, nel corso della quale tra l’altro, ha richiamato l’eccellenza del premio, la cura nella selezione rigorosa degli insigniti tra le molte decine di candidature valutate dalla giuria internazionale, affinché il prestigio costruito nei 26 anni del premio possa di anno in anno confermarsi ed accrescersi. Ha quindi sottolineato gli approfondimenti sull’arte moderna e contemporanea, che tuttavia deve evitare commistioni poco affini con altre discipline, rispettabili ma incompatibili con essa.   La cerimonia di premiazione è avvenuta nel corso del Gran Concerto d’Estate fiorentina tenuto da valenti professionisti dell’Accademia Fiorentina MusicArea sul “Belvedere” del Plus Florence. Il Premio, sicuro vanto della Città di Firenze, con la sua internazionalità, vive destinazioni colte, mirate, professionali, è andata alle migliori figure delle Arti, della Diplomazia, del Giornalismo, della Cultura e della Scienza, alle Imprese Innovative, a quel Made in Italy con capacità tali di generare significative ricadute positive negli ambiti sociali, culturali, ambientali e produttivi;  sicché è l’assegnazione del Premium International Florence Seven Stars ad accreditarne il valore, e ad esserne degna testimonianza. Al tavolo d’onore oltre al Presidente di Giuria Prof. Carlo Franza, l’Ambasciatore d’Italia Massimo Spinetti, poi in collegamento da Roma l’illustre Ambasciatore Gaetano Cortese che ha salutato i presenti e i premiati dell’edizione 2026, il Prof. Bruno Montanari già Ordinario di Filosofia del Diritto all’Università Cattolica di Milano, la Professoressa Marisa Settembrini docente di chiara fama del Liceo e dell’Accademia di Brera a Milano, la direttrice del Plus Florence Alexandra Geiger e altre personalità che hanno allietato l’evento della convention intellettuale. La Giuria internazionale, composta da giurati internazionali e presieduta dal Prof. Dott. Carlo Franza, intellettuale di chiara fama, attraverso più sessioni di lavoro ha proceduto anche quest’anno alla rosa dei vincitori. Questi nell’ordine i riconoscimenti e le motivazioni per il 2026 consegnati nel corso della serata fiorentina.   Premium International Florence Seven Stars – Grand Prix Absolute   CASA DELL’ARTE SPAGNA BELLORA – Milano   L’ambito riconoscimento internazionale Grand Prix Absolute del Premium International Florence Seven Stars per il 2026 viene assegnato alla Casa dell’Arte Spagna Bellora, a motivo dell’alta testimonianza, del ricordo, della passione, del contributo forte che Gianfranco Bellora prima e Anna Spagna sua moglie, poi, hanno dato alla scelta dell’arte (poesia visiva e arte del segno e del gesto). La Casa D’Arte Spagna Bellora di Milano è un campionario coltissimo di collezionismo e di cultura artistica contemporanea di rilievo internazionale che oggi vive e si perpetua come centro propulsivo di innovazione e neoavanguardia.    Premio per la Cultura – S.E. MASSIMO SPINETTI, Ambasciatore d’Italia, Ministero Affari Esteri     L’Ambasciatore Massimo Spinetti, brillante diplomatico italiano, è figura internazionalmente nota per essere stato attore illuminato nelle sedi e nelle missioni diplomatiche italiane sparse nel mondo, unitamente a una grande passione per la scrittura e la saggistica, ed essere oggi tra gli scrittori italiani di storia e costume, presenza certificata per la sua manifesta esperienza, professionalità e signorilità. E per aver portato avanti la professione scrittoria con fervore, interesse, qualità e impegno a largo raggio oggi gli viene tributato il Premium International Florence Seven Stars 2026 per la Cultura, i cui volumi spaziano sul mondo globale e sui mille volti della contemporaneità.    Premio per la Saggistica – EVA LENA FEHLMANN e SARA GISONDI   Il libro “La forza della sensibilità” (Franco Angeli editore) di Eva-Lena Fehlmann e Sara Gisondi conquista il Premio per la Saggistica per essere una sorta di guida capace di mappare la sensibilità ed essere l’ago di una bussola “sensibile” per il saper vivere.   Al testo scientifico e profondo, mosso a raggiungere la consapevolezza di sé, delle proprie idee e delle proprie azioni, il Premium International Florence Seven Stars 2026.  Il libro inoltre è un lungo viaggio affascinante, educativo, scientifico e relazionale per unire con l’arte, la poesia, la cultura e la letteratura, un filo invisibile che collega persone e culture.   Premio La Regina dei Poeti – EUGENIA SERAFINI   Eugenia Serafini conquista per il 2026 il Premio che la incorona “Regina dei Poeti” per la sua devozione alla poesia, con i testi impegnati fra tradizione e modernità, e innervato a una scrittura impegnata a raccontare in un ampio sguardo nel tempo, passato e presente, storia privata e storia pubblica.  I suoi libri e i suoi versi ruotano attorno a temi centrali per la poetessa, come il dolore, l’esistenza e il coraggio del racconto giornaliero. Plaquette memoriale, profonda, e a tratti difficile, che racchiude in sé una e più storie che la svelano tutta avvolta nel nostro tempo, ed esempio per ognuno, come preghiera laica cui affidare le proprie insicurezze e fragilità.   Premio il Nobel dell’Arte italiana – GIANNI BUCHER SCHENKER    Gianni Bucher Schenker corona e incorona il suo percorso artistico nel lavoro scultoreo che lo trova imposto tra più significativi artisti europei, con le diverse tappe e stazioni incorniciate da umanità, stile e tensione, sempre alternando diverse materie trattate, dal legno al bronzo, dal marmo alla terracotta, in una ritualità non comune di mostre in più parti d’Italia e d’Europa, e conseguendo premi di altissimo livello.  Un traguardo il suo instancabile che ha da sempre attirata sia l’attenzione di una critica magistrale che un sorvegliato interesse di mercato. A motivo di tutto ciò, per quanto raggiunto ad oggi e per quanto darà ancora lustro alla sua colta attività, a Gianni Bucher Schenker questo premio Nobel internazionale nella sua più alta testimonianza.      Premio il

Read More »

Eleonora Pieroni, tra New York e Roma 

Eleonora Pieroni attrice nata in Italia ma “Made in America”, vive e lavora da anni tra New York e Roma. Nell’ultimo periodo diversi sono i progetti girati in Italia che includono Eleonora Pieroni nelle pellicole cinematografiche e nelle serie per il piccolo schermo. La Pieroni è tra i protagonisti del film ‘*A Pranzo la Domenica’* scritto e diretto da Mariella Sellitti, attualmente in programmazione nelle sale UCI cinema di tutta Italia e altri cinema. ‘A pranzo la domenica’ è una commedia agrodolce su una donna a cui la vita concede, attraverso strade inimmaginate, un’altra possibilità, sullo sfondo di una commedia umana corale. Nel film Eleonora Pieroni interpreta Barbara la cognata di Adele (Lorenza Indovina), proprietaria di un negozio di abbigliamento, mamma devota alle figlie (due gemelle avute con difficoltà) e alla sua vita sociale, egoista e vanagloriosa emula la cognata ancor più cinica, trascurando così i sentimenti più umani e la relazione coniugale con il marito Luigi (Tony Laudadio).  Nel film un cast di grande rilievo: Lorenza Indovina, Tony Laudadio, Fabrizia Sacchi, Antonio Serrano, e la partecipazione di Cesare Bocci e  Patrizia Loreti. ‘A Pranzo la Domenica’ opera prima di Mariella Sellitti, è una commedia umana e amara, ispirata con umiltà e affetto al cinema di Germi e Pietrangeli, dove alla lacrima che non scende segue un sorriso discreto, ironico, affettuoso — e al teatro di Eduardo de Filippo che mescola di continuo tragedia e commedia. Del resto in provincia si fa clamore, ma senza mai far rumore. Martedì 9 giugno h 18:30 presso il Cinema degli Scipioni a Roma si è tenuta la proiezione patrocinata dall’Associazione Angeli di Noonan. Una delle attrici della storia interpretata da Valentina Acca (L’amica geniale) è infatti affetta dalla sindrome di Noonan, sindrome rara. Tra gli ultimi lavori della Pieroni si annovera ‘*Un Posto al Sole’ la soap della RAI più longeva d’Italia che l’ha resa famosa al pubblico con il ruolo di Kate Wilson l’assistente personale del premio Oscar Whoopi Goldberg (Mrs Price). “Whoopi è un artista eccellente una delle pochissime attrici al mondo ad aver conquistato i quattro principali riconoscimenti dell’intrattenimento americano: Emmy, Grammy, Oscar e Tony Award (EGOT). Da sempre è impegnata come me nelle battaglie civili legate ai diritti umani dei più deboli, e questa è una cosa che ci accomuna. Ho conosciuto Whoopi proprio a New York città dove vivo da dieci anni, esattamente ci incontrammo un anno fa a Brooklyn sul set della serie ‘The Godfather of Harlem’ con il caro amico premio Oscar Forest Withaker protagonista della indiscussa serie di MGM+ ‘Il Padrino di Harlem’ e poi ancora al gala della ‘Withaker Foundation’ la fondazione sulla pace che da anni sosteniamo in difesa dei diritti dei bambini che vivono nelle aree più svantaggiate” afferma Eleonora Pieroni. La Pieroni è al cinema da fine maggio anche con il film ‘*L’Oratore*’ scritto e diretto da Marco Pollini e girato interamente in Calabria. È una storia di musica e coraggio, una storia di riscatto di un ragazzo del sud. Nel cast Giorgio Colangeli (C’è Ancora Domani) , Marcello Fonte (Dogman), Paola Lavini, Manuel Nucera, Sofia Fici produzione Ahora Film. C’è attesa anche per l’uscita negli States e Nord America del film  ‘*The Contract’* con il premio Oscar Kevin Spacey che torna sul grande schermo dopo un lungo periodo, nel cast anche Vincent Spano ed Eric Roberts (fratello di Julia Roberts). Ha inoltre recitato nella serie tv di grande successo per Rai 1 ‘Costanza’, nella serie ‘Stucky’, nel grande schermo per ‘State of Consciousness’ con l’attore di Hollywood Emile Hirsch, e nel film ‘Dante’ con Sergio Castellitto diretto dal maestro Pupi Avati. La Pieroni ha appena girato un programma TV a New York e nei prossimi giorni prenderà parte alla nuova serie per la Rai ‘Gotico Padano’ diretta da *Pupi Avati*. Eleonora Pieroni è anche Madrina internazionale della Quintana e sfilerà come da tradizione alla Giostra della Quintana di Foligno di venerdì 12 e sabato 13 giugno in occasione dell’anniversario di 80 anni dalla nascita della Quintana. I festeggiamenti continueranno a New York per il Columbus Day ad ottobre dove la Pieroni sara’ l’organizzatrice del grande evento di promozione Quintana e Umbria. Per gli impegni di promozione culturale e turistica la Pieroni è stata insignita dal Sindaco di New York Eric Adams del titolo ‘Ambasciatrice del Made in Italy e cultura italiana a New York’.   Fonte: Goffredo Palmerini

Read More »

Docu-video dedicato a Bianca Garufi a 20 anni dalla morte

Sulle sponde della Magna Grecia: un docu-video in memoria di Garufi per il Maggio dei Libri   La Grecità di Bianca Garufi   Il 26 maggio del 2006 moriva Bianca Garufi. Precisamente venti anni fa. Una data tristemente dimenticata dalla stampa e da una parte della critica che in lei, evidentemente, stenta ancora a riconoscere una delle intellettuali che ha contribuito a formare la letteratura italiana del Novecento, facendosene perfino ‘ambasciatrice’ all’estero.   Con il fine di ridestarne la memoria, allora, Sulle sponde della Magna Grecia ha voluto realizzare un breve docu-video, disponibile su YouTube dal 31 maggio alle ore 11:00 e selezionato per la rassegna ‘Il maggio dei libri’ sostenuta dal MIC e dal Cepell.   Il docu-video La grecità di Bianca Garufi A vent’anni dalla sua scomparsa, questo breve docu-video restituisce voce e identità a Bianca Garufi (1918-2006), intellettuale, scrittrice e psicanalista, troppo a lungo ridotta a solo a musa ispiratrice di Cesare Pavese. Nata a Roma da una famiglia aristocratica siciliana, Garufi attraversa il cuore della cultura italiana del Novecento: lavora per Einaudi dal 1944 al 1958, stringe un intenso legame intellettuale ed esistenziale con Pavese, coltiva una passione profonda per il mito, la grecità e la cultura della Magna Grecia. Per Garufi il mito classico non è un riferimento letterario tra tanti, ma una chiave di comprensione del mondo e dell’esistenza. La grecità diventa allora una chiave di accesso all’animo e di lettura del contesto socio-culturale in cui è immersa. Attraverso lettere, testimonianze e interventi si esplorerà il legame con Pavese, non come un riconoscimento passivo, ma come un dialogo tra pari; il mito e la grecità come strumenti per leggere il Novecento e il meridione contemporaneo. Il docu-video sarà consultabile su YouTube in modalità premiere a partire dalle ore 11:00 del 31 maggio al seguente link: https://youtu.be/bpWY55ce-yA Un progetto di: Sulle sponde della Magna Grecia Sostenuto da: Ass. Centro Studi e Ricerche “Francesco Grisi” In occasione della rassegna: Il maggio dei Libri (Cepell & MIC) nel filone “creature del nostro tempo” Link dell’iniziativa sul sito del Cepell: https://www.ilmaggiodeilibri.cepell.it/edizione/gestore.php?var0=appuntamenti&uniquecode=202604679 Ma che cos’è il Maggio dei Libri? Nata nel 2011 con l’obiettivo di sottolineare il valore sociale dei libri quale elemento chiave della crescita personale, culturale e civile, Il Maggio dei Libri è una campagna nazionale che invita a portare i libri e la lettura anche in contesti diversi da quelli tradizionali, per intercettare coloro che solitamente non leggono ma che possono essere incuriositi se stimolati nel modo giusto. Tutti possono contribuire organizzando iniziative che si svolgano fra il 23 aprile e il 31 maggio e registrandole nella banca dati della campagna, su questo sito. Nella sua missione, Il Maggio dei Libri coinvolge in modo capillare enti locali, scuole, biblioteche, librerie, festival, editori, associazioni culturali e i più diversi soggetti pubblici e privati. In Italia ma non solo: ogni anno, infatti, la campagna varca i confini nazionali unendo nella comune passione per la lettura diverse realtà, come le scuole italiane all’estero. Grazie alla collaborazione del Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale, nel corso delle edizioni si sono svolti appuntamenti in numerosi Paesi tra cui: Argentina (Buenos Aires e Morón), Belgio (Bruxelles, Liegi e il sito UNESCO Blegny-Mine), Brasile (San Paolo), Canada (Toronto), Croazia (Albona e Zara), Francia (Lione e Parigi), Germania (Berlino e Monaco di Baviera), Grecia (Atene), Perù (Lima), Romania (Bucarest), Slovenia (Koper e Pirano), Spagna (Barcellona e Sitges), Svizzera (Basilea, Lugano e Poschiavo) e Turchia (Smirne), oltre a iniziative organizzate da numerosi Istituti Italiani di Cultura, Ambasciate e Consolati all’estero di tutto il mondo. Sulle sponde della Magna Grecia Il progetto mira a colmare una lacuna significativa: la quasi totale assenza nei manuali scolastici e accademici degli scrittori e delle scrittrici del sud Italia che hanno dato un contributo fondamentale alla produzione letteraria del Novecento. “Sulle sponde della Magna Grecia” è quindi una risposta concreta a questa esigenza. Gli autori (Pierfranco Bruni, Micol Bruni e Marilena Cavallo) e la curatrice (Rosaria Scialpi) mirano a offrire contenuti inediti e prospettive alternative per un approccio realmente unitario alla letteratura nazionale. “Sulle sponde della Magna Grecia” è allora un invito alla scoperta, un ponte tra passato e presente, tra tradizione e innovazione, che promuove una rilettura dinamica e accessibile del Novecento meridionale. Preparatevi a riconsiderare ciò che pensavate di sapere sulla letteratura italiana. Umanisticamente Comunicazione

Read More »

Malta: un elettrocardiografo per bambini tra scienza, solidarietà e autismo

Mosta (Malta), 24 aprile 2026 — Una donazione concreta, un messaggio universale: prendersi cura dei più fragili. Presso il centro Dar Tgħanniqa ta’ Omm di Mosta, il Kiwanis International ha celebrato la Giornata Mondiale della Consapevolezza sull’Autismo con un’iniziativa che unisce scienza, solidarietà e cooperazione internazionale. Protagonisti dell’evento, tre club — Kiwanis Club Cosenza, Kiwanis Club Malta First e Kiwanis Club Acicastello Riviera dei Ciclopi — che hanno donato un elettrocardiografo alla LifeNetwork Foundation Malta, rafforzando le capacità diagnostiche e di prevenzione sanitaria per i bambini accolti nella struttura. L’iniziativa nasce da un gemellaggio tra i club di Cosenza e Malta, suggellato nel novembre scorso, e rappresenta un esempio concreto di sinergia internazionale trasformata in beneficio reale per la comunità. La consegna ufficiale è avvenuta alla direttrice Miriam Sciberras, alla presenza di autorità e rappresentanti istituzionali. Nel suo intervento, il presidente del Kiwanis Club Cosenza, Paolo Trotta, ha sottolineato il valore simbolico e umano della donazione: non solo uno strumento medico, ma “un atto di ascolto”, coerente con la missione dell’organizzazione — Serving the Children of the World. Nel corso della cerimonia è stato inoltre consegnato il Manifesto per la Pace e i Bambini nel Mondo, a ribadire l’urgenza di un impegno condiviso in un contesto globale sempre più complesso. Momento centrale della giornata, l’incontro diretto con i bambini del centro: una dimensione semplice e autentica, fatta di gesti, sguardi e presenza, che ha dato senso concreto all’intera iniziativa. Accanto alla donazione, spazio anche alla riflessione scientifica con un convegno dedicato all’autismo. Gli interventi della prof.ssa Cristina Tornali e del prof. Ignazio Vecchio hanno affrontato temi chiave come le basi neurobiologiche, i modelli riabilitativi e l’importanza della diagnosi precoce, sottolineando la necessità di un approccio inclusivo e personalizzato: non è il bambino ad adattarsi al modello, ma il contrario. La giornata si è conclusa con i ringraziamenti ai promotori, ai relatori e a tutti i soci coinvolti, suggellando un’iniziativa che va oltre il gesto tecnico: un ponte tra Italia e Malta, tra volontariato e comunità, tra competenza e umanità. In sintesi, a Mosta non è stato donato soltanto un elettrocardiografo. È stato ribadito, con sobrietà e concretezza, che la solidarietà — quando funziona — ha il suono preciso di un battito che continua. Paolo Trotta KIWANIS INTERNATIONAL  •  Serving the Children of the World Kiwanis Club Cosenza  •  Kiwanis Club Malta First  •  Kiwanis Club Acicastello Riviera dei Ciclopi  

Read More »
NOTIZIE CORRELATE

Vedi anche

“QUEL FALSO MITO DELLA LIBERAZIONE DEL DUCE”, IL NUOVO LIBRO DI VINCENZO DI MICHELE La controversa storia dell’operazione Quercia dei.

28/07/2025 19:39   FRIBURGO\ aise\ – Si è svolta nei giorni scorsi la quarta edizione del Premio Consolato, riconoscimento che il Consolato italiano.

  Il Lions Club Castello Aragonese Sibaritide Valle dell’Esaro, guidato dal presidente Paolo Baratta, realizza con successo una raccolta alimentare.