La gioia di essere stupidi

Quando il Potere pretende di dividere il mondo in schieramenti, la vera rivoluzione consiste nel sottrarsi alla sua logica. Un itinerario tra filosofia, Vangelo e libertà del pensiero. di Mimmo Leonetti A mezzanotte tutti gli agenti e l’equipaggio sovrumano escono e radunano chiunque sappia più di loro. Bob Dylan «Da che parte stai?» È la domanda che il Potere ripete da sempre. Una domanda apparentemente innocua, che riduce il mondo a due schieramenti e pretende una scelta immediata. Io preferisco rispondere con un’altra domanda. Da quale Gerico vieni? Gli “agenti” evocati da Bob Dylan hanno paura. Temono il baratro della desolazione. Per questo, a mezzanotte, escono a cercare chi sa più di loro. Lo radunano, lo allineano, lo mettono a tacere. Non è una scena nuova. Anche Pilato fece lo stesso. Domandò: Quid est Veritas? «Che cos’è la verità?». Ma non rimase ad ascoltare. La risposta avrebbe potuto incrinare il suo potere. Anche Atene conobbe questa paura. Lisia, uno dei più grandi maestri dell’oratoria greca, era un meteco, uno straniero residente ad Atene. Poteva scrivere i discorsi, ma non pronunciarli nell’Assemblea. Aveva il pensiero, ma non il diritto di rappresentarlo pubblicamente. Gerico è questo. È il luogo simbolico dell’uomo ferito lungo la strada. È il Calice infranto. È anche l’immobilità descritta da Zenone di Elea, il filosofo dei celebri paradossi, dove Achille non raggiunge mai la tartaruga e il movimento sembra impossibile. Ma esiste un’altra forma di stupidità. Non quella che nasce dall’ignoranza. Quella che nasce da una scelta. È la gioia di chi rinuncia all’arroganza del sapere. Di chi, invece di giudicare, si china. Zenone di Cizio, fondatore dello Stoicismo, la chiamava assenso: non scegliamo ciò che accade lungo il cammino, ma possiamo scegliere come rispondervi. Il Samaritano attraversa Gerico. Vede l’uomo ferito mentre sacerdoti e leviti passano oltre. Lui si ferma. Versa olio e vino nel Calice spezzato dell’altro. Lo cura. Paga di tasca propria. È questa la logografia del Libero Pensiero. Lisia scriveva per chi non poteva parlare. Non parlava al posto degli altri: restituiva loro la parola. Poi arriva Damasco. Saulo vi si dirigeva con gli agenti, deciso a perseguitare i cristiani. Cadde da cavallo. Perse la vista del Potere e acquistò uno sguardo nuovo. Divenne “stupido” agli occhi della Legge. Ma proprio allora cominciò a scegliere. Damasco non è soltanto una città. È una soglia. È l’istante in cui un uomo pronuncia su sé stesso una sola parola: Libertas. Alla giurisprudenza dell’accusa, che trova in Cicerone il suo massimo interprete, oppongo una giurisprudenza diversa. Non accusa: difende. Non raduna per controllare: restituisce dignità. Non dimostra l’impossibile: torna a riempire il Calice. Gli agenti continuano a evitare il baratro della desolazione per paura di finirci dentro. Io, invece, ci sono passato. Ed è proprio laggiù che ho ritrovato il Calice. Il Potere può infrangerlo. Non potrà mai impedirci di riempirlo ancora. Questa è la gioia di essere stupidi. Non sapere come gli agenti che escono a mezzanotte. Sapere, invece, come l’Uomo che, sulla via di Damasco, ha scoperto finalmente la libertà. Perché il Potere continuerà a cercare uomini intelligenti da mettere ordinatamente in fila. La libertà, invece, continuerà ostinatamente a preferire gli “stupidi”: quelli che sanno fermarsi, chinarsi e rialzare un uomo caduto. Ed è da loro, quasi sempre, che la storia ricomincia. Mimmo Leonetti Studioso dell’Oratoria Antica e del Libero Pensiero. Vive a Roma.

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AQ – Mons. Lorefice ha tenuto la conferenza “La bellezza che resiste.

  A L’Aquila, nella festività del Santo Patrono, la conferenza di Mons. Corrado Lorefice, Arcivescovo di Palermo         L’AQUILA – La vigilia della festività del Santo Patrono San Massimo, invitato dalla Chiesa aquilana, Mons. Corrado Lorefice, Arcivescovo di Palermo, è tornato a L’Aquila consolidando un’amicizia nata dopo il terremoto del 2009. Nell’Aula magna dell’Istituto Superiore di Scienze Religiose “Fides et Ratio”, dopo il saluto dell’Arcivescovo dell’Aquila, Mons. Antonio d’Angelo, e l’introduzione di Don Artur Sidor, direttore dell’Ufficio Beni Culturali della diocesi, Mons. Lorefice ha tenuto la conferenza “La bellezza che resiste. Cultura, arte e comunità come risposta all’illegalità e alla violenza del nostro tempo”. Al cronista il compito di resocontare l’evento, i numerosi e forti spunti venuti dalla conversazione proposta da Mons. Lorefice. Un compito che, per quanto fatto con la debita cura, mai renderebbe adeguatamente lo straordinario contributo che il presule ha donato alla comunità aquilana, e non solo. Chi scrive ha quindi chiesto a Mons. Lorefice il testo del suo intervento e l’autorizzazione a pubblicarlo, autorizzazione che volentieri egli ha concesso. Nella serata Mons. Lorefice è stato poi a Paganica, ospite della comunità della Parrocchia di Santa Maria Assunta, con la quale ha un rapporto di fraternità ed amicizia da quando egli era parroco di San Pietro Apostolo a Modica e tra le due parrocchie nacque un gemellaggio spirituale, dopo il sisma del 2009. Qui di seguito il testo integrale dell’intervento di Mons. Lorefice, recentemente eletto dalla CEI alla presidenza della Commissione Episcopale per le Migrazioni.  (Goffredo Palmerini)   ***   La bellezza che resiste Cultura, arte e comunità come risposta all’illegalità e alla violenza nel nostro tempo L’Aquila 10 giugno 2026 Delle cattedrali dei poveri che si innalzano / invisibili nella nebbia nessuno parla. Sono in cerca delle tue città segrete. / Il tuo regno è qui, nascosto nelle cattedrali dei poveri. Mosca Mondadori   Care Amiche e Cari Amici, un caro saluto a tutti voi. Vi ringrazio di cuore per l’invito. Ritornare a L’Aquila è sempre una gioia profonda.  Rivolgo un ringraziamento speciale a Sua Eminenza Giuseppe Petrocchi e all’Arcivescovo Antonio D’Angelo. Un saluto particolare ai Servitori delle Istituzioni Accademiche Civili e Militari. Una premessa: «avviare processi di bene e lasciarli maturare» A quale titolo oggi possiamo trattare di un tema come il nostro: «La bellezza che resiste. Cultura, arte e comunità come risposta all’illegalità e alla violenza nel nostro tempo»? Non posso esimermi dal fare riferimento alla Lettera Enciclica Magnifica Humanitas del Santo Padre Leone XIV sulla custodia della persona umana nel tempo dell’Intelligenza Artificiale, del 15 maggio 2026. Al n. 25 il Santo Padre scrive: «… ho ribadito che la Chiesa “non vuole alzare la bandiera del possesso della verità”, perché la verità non è un territorio da difendere, ma un bene da condividere. Questa stessa prospettiva è stata riassunta da Papa Francesco nelle note parole secondo cui “il tempo è superiore allo spazio”: non conta anzitutto occupare spazi di potere o presidiare roccaforti culturali, ma avviare processi di bene e lasciarli maturare; così la verità del Vangelo non si impone dall’alto, ma cresce nel tempo, dentro l’intreccio concreto delle vite, delle comunità e delle culture. È una verità che non teme la diversità, ma la accoglie e la ordina; che non elimina i conflitti, ma li trasfigura; che ricompone ciò che la storia tende a disperdere». Un incontro come il nostro si colloca all’interno della maturazione dei processi di bene che anche la nostra generazione deve avviare e portare avanti in questo nostro tempo con le sue tante sfide antropologiche, culturali e sociali. Abitare la Casa comune come casa giusta, fraterna e pacifica, è il compito e la sfida di ogni generazione umana, delle comunità e delle culture. Di questa nostra generazione. Delle nostre Chiese dentro il travaglio di questo cambiamento d’epoca. Un travaglio che le tocca dal di dentro – siamo nel mondo, ma non del mondo (cfr Gv 17,14-18) –, le provoca e le invia a dare voce al gemito della creazione che «attende con impazienza la rivelazione dei figli di Dio» (Rm 8,19). Ma che cos’è il Vangelo? L’Evangelo, cioè la Bella Notizia? La bellezza per noi cristiani è una Notizia Bella, un Racconto Meraviglioso che vuole continuare la sua corsa. Credo che su questo punto si giochi il senso stesso della presenza ecclesiale nella città degli uomini, per come la teologia del Vaticano II l’ha intesa e interpretata. Il Vangelo infatti non è una dottrina, non è un insieme di norme né la fonte immediata di una morale, tanto meno l’ispirazione diretta di una politica. Il Vangelo non è un possesso da conquistare né un’arma da brandire. Il Vangelo non separa, non distingue, non discerne il grano dalla zizzania, non è il vessillo di nessuna battaglia e di nessuna identità. Il Vangelo non è un libro per i puri, né una parola per i sicuri di sé. Non è una verità da sistematizzare né una logica riconducibile alla ragione naturale. Non è un sistema filosofico né può essere la sorgente di un monolite dogmatico senza storia. Questo perché il Vangelo è un racconto. È il racconto della fede (G. Ruggieri) di Gesù di Nazareth, un giovane uomo nato in Galilea e morto in croce a Gerusalemme, un uomo che è stato bambino, ha avuto due genitori e una grande famiglia, ha scoperto il senso di una presenza speciale di Dio nella sua esistenza, fino a farglielo chiamare ‘Papà’ (Abbà), e per questo ha intrapreso un cammino nella Palestina del tempo, dopo essere stato discepolo di Giovanni Battista. Lungo le strade della sua terra ha annunciato la prossimità di Dio agli uomini e in particolare agli ultimi e ai disperati, portando in giro una buona notizia – la notizia del Regno di Dio –, che grazie a un’audace donna cananea (una sorta di Antigone dei Vangeli) ha capito, un giorno, essere rivolta non solo ai Giudei ma a tutti gli uomini, a quelli che erano ritenuti cani, pagani, i goîm, il popolo delle genti (cfr Mt 15,21-28). Su questa fede

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Geopolitica in miniatura: da Hormuz a Messina, il mondo si stringe… ma non sempre per le stesse ragioni

Tra crisi energetica globale e proteste locali, il governo naviga a vista: misure provvisorie per tempi imprevedibili, mentre qualcuno sogna di fare il Pasdaran sullo Stretto di casa C’è un vecchio adagio che ammonisce: “Al giorno d’oggi, in ogni campo, gli imitatori rubano la scena ai maestri”. A giudicare dalle cronache recenti, l’imitazione gode di ottima salute, anche se, come spesso accade, il risultato somiglia più a una caricatura che a un capolavoro. Da una parte c’è lo Stretto di Hormuz, dove le tensioni internazionali fanno tremare il mercato globale: da lì passa circa un terzo del petrolio mondiale, e basta un singhiozzo per far salire i prezzi come un soufflé mal sorvegliato. Dall’altra, più modestamente ma non meno rumorosamente, c’è lo Stretto di Messina, dove gli armatori siculo-calabresi minacciano il blocco per protestare contro il caro carburanti. Il movente, sia chiaro, è lo stesso: il carburante. Ma la scena madre resta altrove. Hormuz è il crocevia strategico del mondo; Messina, con tutto il rispetto, è il crocevia delle nostre contraddizioni. Fabio Micalizzi, presidente della Federazione armatori siciliani, alza la voce contro il governo, accusandolo di aver dimenticato promesse e accise. Qualcuno, tra gli associati, valuta persino il cambio di bandiera verso lidi più convenienti, come Malta o Tunisia, dove il carburante costa meno. È il mercato, bellezza, ma anche la geografia fiscale. E qui si arriva al punto serio, che merita meno ironia e più lucidità: cosa può fare davvero il governo? In una crisi globale di offerta, dove i prezzi sono determinati da tensioni geopolitiche e non da capricci della domanda, le misure nazionali sono, per definizione, provvisorie. Necessarie, talvolta inevitabili, ma pur sempre temporanee. Tagliare le accise può offrire un sollievo immediato, certo. Ma è un cerotto su una frattura: se il prezzo dell’energia continua a salire, sostenere artificialmente i consumi rischia di alimentare il problema, oltre a pesare sui conti pubblici. In altre parole, si guadagna tempo,  ma non si cambia la partita. Gli analisti lo ripetono con crescente insistenza: finché lo scenario resta dominato dall’incertezza, tra minacce, tregue fragili e riaperture parziali, non esiste una soluzione strutturale a portata di mano. Si può solo navigare a vista, cercando rotte alternative e preparando, con maggiore lungimiranza, il futuro. Il resto è contorno, a tratti pittoresco. Perché mentre qualcuno immagina blocchi nello Stretto di Messina, viene quasi da aspettarsi che anche Madrid si unisca al coro, con un ipotetico blocco di Gibilterra. A quel punto il quadro sarebbe completo: la geopolitica trasformata in teatro itinerante, dove ogni porto vuole il suo momento di gloria. Ma la realtà, purtroppo o per fortuna, resta meno teatrale e più ostinata. Le crisi energetiche non si risolvono per decreto, né per protesta simbolica. E l’esperienza,  come ricordava Aldous Huxley, non è ciò che accade, ma ciò che facciamo di ciò che accade. E qui, forse, un vecchio Indro Montanelli avrebbe sorriso sotto i baffi, annotando con la sua consueta ironia che in Italia si riesce sempre a trasformare un problema mondiale in una questione condominiale. Con assemblea accesa, toni alti e, alla fine, la sensazione che il riscaldamento resti comunque spento. di Redazione * Foto by Canva

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Affetti in saldo

Quando anche i sentimenti finiscono in vetrina: all’Università della Calabria una riflessione necessaria sui legami nell’epoca dei social x x C’era un tempo in cui gli affetti si custodivano come argenteria di famiglia: con cura, con rispetto, persino con un certo pudore. Oggi, invece, sembrano talvolta esposti come merce di stagione, tra una notifica luminosa e l’ansia di un messaggio lasciato in sospeso. Si acquistano illusioni di vicinanza in tempo reale, si consumano attenzioni rapide, si confonde il calore umano con il riflesso freddo di uno schermo. È forse questa la fotografia più sincera del nostro tempo: una società capace di mettere tutto in vetrina, persino ciò che, per sua natura, dovrebbe sottrarsi al prezzo, al conteggio e al consumo. Da qui il titolo, tanto efficace quanto provocatorio: “Affetti in saldo”, espressione che accosta con felice forza evocativa due universi apparentemente inconciliabili, quello dell’intimità emotiva e quello del mercato. Gli affetti, per definizione, dovrebbero appartenere alla sfera di ciò che non si vende e non si compra. Eppure, nella civiltà dell’immagine e della connessione permanente, anche i rapporti umani rischiano di essere trattati come prodotti: si scelgono, si mostrano, si usano e, all’occorrenza, si sostituiscono. Il valore di una persona finisce così, spesso inconsapevolmente, per essere misurato in termini di disponibilità immediata, utilità emotiva o capacità di restituirci una rassicurante conferma di noi stessi. È il tempo del “visualizzato” che ferisce più di una parola brusca, del “like” scambiato per vicinanza autentica, del silenzio digitale elevato a forma di congedo sentimentale. Non è colpa soltanto della tecnologia, sarebbe troppo semplice e persino ingeneroso sostenerlo. Il nodo è più profondo: è mutato il nostro modo di interpretare la presenza dell’altro, il senso dell’attesa, la durata stessa dei legami. Gli affetti diventano davvero “in saldo” quando cessano di essere esperienza profonda per ridursi a conferma rapida, quasi un bene di consumo emotivo. In questo scenario si inserisce con grande attualità e spessore culturale la presentazione del volume “Affetti in saldo. Educazione, social media e crisi dei legami emotivi”, in programma giovedì 9 aprile 2026, alle ore 10:30, presso l’Aula Solano, Cubo 19B, dell’Università della Calabria. L’iniziativa, ben oltre la semplice presentazione di un libro, si propone come un momento di riflessione pubblica e accademica su uno dei temi più urgenti del nostro tempo: la trasformazione delle relazioni affettive nell’epoca dei social media e dell’esposizione continua.   X Il volume nasce all’interno dei corsi di Pedagogia sociale, sotto la curatela del Prof. Giovanbattista Trebisacce, docente di Pedagogia generale e sociale, e prende forma attraverso il contributo diretto delle studentesse, protagoniste di un percorso laboratoriale che ha saputo trasformare vissuti personali, osservazioni sul presente e riflessioni teoriche in una narrazione corale, lucida e profondamente contemporanea. Al centro dell’opera si staglia una domanda tanto semplice nella forma quanto decisiva nella sostanza: che cosa accade ai sentimenti, alla durata dei rapporti, al senso dell’incontro e della presenza reciproca in una società dominata dalla velocità, dalla visibilità e dalla sostituibilità dei legami? È proprio qui che la pedagogia si riappropria del suo ruolo più alto: non quello di impartire lezioni morali, ma di restituire profondità a ciò che la fretta moderna tende a rendere superficiale. Attesa, reciprocità, responsabilità, limite e durata tornano a essere parole chiave di una riflessione educativa che riguarda non solo gli studenti, ma l’intera comunità. Ad aprire l’incontro saranno i saluti istituzionali dell’On. Giusy Princi, dell’On. Rosaria Succurro, della Prof.ssa Maria Mirabelli, del Prof. Berardino Sciunzi, della Dott.ssa Loredana Giannicola e del Prof. Peppino Sapia, Delegato del Rettore. Seguiranno gli interventi delle autrici — Chiara Chiaravalloti, Federica Salineto, Gaia Tocci, Serena Spezzano, Miriam Aurora Cetera, Loredana Mazzaferro, Annamaria Carola Fusaro ed Erica Spadafora — che daranno voce alle pagine del volume e al percorso umano e formativo che ne ha accompagnato la nascita. Interverranno inoltre la Prof.ssa Angela Costabile, la Prof.ssa Rossana Adele Rossi e la Prof.ssa Simona Perfetti, a testimonianza del carattere interdisciplinare dell’incontro, sospeso tra pedagogia, psicologia e riflessione sulla formazione delle nuove generazioni. L’introduzione e le conclusioni saranno affidate al Prof. Giovanbattista Trebisacce, mentre la conduzione dell’evento sarà curata dalla Dott.ssa Carmela Formoso. E forse, in fondo, il senso più profondo di questo appuntamento sta proprio qui: ricordarci che non tutto può essere ridotto a consumo immediato. Non i sentimenti, non la presenza dell’altro, non il tempo necessario perché un legame diventi davvero tale. Perché una civiltà che mette in saldo i propri affetti, prima o poi, finisce per svendere anche sé stessa. E allora non resteranno che cuori in vetrina, splendenti sotto le luci del mercato, ma vuoti come quei negozi eleganti dove nessuno entra più. Un finale, questo, che qualche buon giornalista, vecchio stampo, avrebbe forse liquidato con un sorriso amaro: siamo diventati modernissimi nel comunicare, e terribilmente antiquati nel sentire. Mimmo Leonetti

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Um Napolitano é o Grande Vencedor do Festival de Sanremo 2026

Sal Da Vinci: a ponte musical entre Nápoles e o Brasil A música tem uma força única: ela consegue atravessar fronteiras, unir culturas diferentes e aproximar pessoas que talvez nunca se encontrassem de outra forma. Um exemplo vivo desse poder é a trajetória do cantor napolitano Sal Da Vinci, artista que ao longo de sua carreira levou ao mundo a emoção profunda da canção napolitana. Um artista com raízes profundas Sal Da Vinci, nome artístico de Salvatore Michael Sorrentino, nasceu em 7 de abril de 1969, em Nova York. Filho de italianos de origem napolitana, cresceu entre duas culturas, mas foi em Nápoles que encontrou a sua verdadeira casa artística e espiritual. A música estava literalmente em seu sangue. Seu pai, o famoso cantor e ator Mario Da Vinci, foi uma figura muito importante da tradição musical napolitana. Crescendo entre palcos, camarins e espetáculos, Sal respirava arte desde pequeno. Apenas com sete anos de idade, em 1976, gravou seu primeiro single, “Miracolo ’e Natale”. Ainda criança participou das tradicionais sceneggiate napolitanas, espetáculos populares que misturam música, teatro e drama. Foi nesse ambiente que aprendeu não apenas a cantar, mas principalmente a transmitir emoções e contar histórias através da música. Entre música, cinema e teatro Durante os anos 1980 e 1990, Sal Da Vinci construiu uma carreira artística completa. Atuou no cinema e participou também do filme Troppo forte (1986), ao lado do ator e diretor Carlo Verdone. Ao mesmo tempo, continuou desenvolvendo sua carreira musical. Em 1994, venceu o Festival Italiano com a canção “Vera”, consolidando sua presença no cenário musical italiano. No teatro musical alcançou grande sucesso com “C’era una volta… Scugnizzi”, espetáculo apresentado entre 2002 e 2006 e vencedor do prêmio ETI de melhor musical. A obra tornou-se um símbolo da cultura popular napolitana contemporânea. Em 2009, voltou aos grandes palcos da música italiana participando do prestigiado Festival di Sanremo com a canção “Non riesco a farti innamorare”, conquistando o terceiro lugar e ampliando ainda mais sua popularidade. Um reencontro com o sucesso A década de 2020 trouxe uma nova fase para o artista. A música “Rossetto e caffè”, lançada em 2024, tornou-se um verdadeiro fenômeno nas plataformas digitais, ultrapassando centenas de milhões de reproduções e conquistando duplo disco de platina. Esse sucesso aproximou Sal Da Vinci de uma nova geração de ouvintes, que passou a descobrir sua história e sua voz intensa e apaixonada. O momento culminou com uma vitória histórica no Festival di Sanremo de 2026, com a canção “Per sempre sì”, dedicada à sua esposa, Paola Pugliese. Uma música profundamente emotiva que fala de amor, fidelidade e dos valores da família. Graças a esse triunfo, Sal Da Vinci tornou-se também representante da Itália no Eurovision Song Contest 2026, levando ao palco internacional a força da tradição musical napolitana. Um vínculo especial com o Brasil Mas a história de Sal Da Vinci não se limita à Itália. O artista sempre demonstrou um carinho especial pelo Brasil. Durante uma de suas visitas ao país nasceu uma colaboração musical marcante com a cantora brasileira Ana Carolina. Juntos gravaram a música “Coisas (Cose)”, uma versão bilíngue em português e italiano de uma canção originalmente interpretada por Sal Da Vinci. A gravação aconteceu por volta de 2012, quando Ana Carolina recebeu o cantor em seu estúdio no Rio de Janeiro. A parceria nasceu graças a amigos em comum e rapidamente se transformou em um encontro musical cheio de emoção, unindo duas culturas apaixonadas: a brasileira e a napolitana. Foi também nesse período que Sal Da Vinci criou um vínculo especial com a comunidade italiana no Brasil. Sua simpatia, simplicidade e proximidade com o público conquistaram muitos admiradores. Entre as amizades que nasceram nesse contexto está a com o Mestre de Karate Alfredo Apicella, delegado do Comite Olimpico Italiano no Brasil ,figura conhecida no meio esportivo e cultural ítalo-brasileiro.     Um encontro especial em Nápoles Essa amizade continuou também na Itália. Em uma ocasião muito significativa, Sal Da Vinci participou do evento “Ricominciano con lo Sport”, realizado no Palasport de Ponticelli, em Nápoles. O encontro reuniu numerosos mestres e faixas pretas, convidados pelo Mestre Alfredo Apicella para celebrar simbolicamente a retomada das atividades esportivas após o período difícil da pandemia. Na ocasião, também foi comemorado um momento importante: os 55 anos de dedicação ao Karate do Mestre Apicella, em uma atmosfera de união, esperança e renascimento através do esporte. Uma inspiração que atravessa o oceano Hoje são muitos os fãs de Sal Da Vinci no Brasil. Sua carreira representa um verdadeiro exemplo de embaixador da canção e da cultura napolitana no mundo, levando consigo valores profundos como a família, o amor e a fé. Sua recente vitória no Festival di Sanremo emocionou o público não apenas pela música, mas também pela magnífica coreografia que acompanhou sua apresentação. Essa performance acabou inspirando também jovens brasileiros. Um grupo de meninos da Orquestra de Itaguaí, impressionado pela energia e pela beleza da apresentação, decidiu criar uma coreografia especial em homenagem ao artista. O projeto da orquestra conta também com o apoio do Comitê Olímpico Nacional Italiano no Brasil, desenvolvendo iniciativas culturais e educativas que unem música, esporte e intercâmbio entre Brasil e Itália. Existe inclusive a perspectiva de que esse grupo realize no futuro uma viagem à Itália. E certamente um dos maiores sonhos desses jovens músicos será poder encontrar pessoalmente Sal Da Vinci, o artista que inspirou sua homenagem. A voz de Nápoles no mundo Histórias como essa mostram que a música não conhece fronteiras. Ela nasce em um lugar, mas pode tocar corações em qualquer parte do planeta. E artistas como Sal Da Vinci continuam a construir pontes entre culturas, aproximando povos e despertando sonhos. Talvez seja justamente sua autenticidade, sua humildade e seu amor pela tradição que fazem dele um artista tão especial. Uma voz que carrega, em cada nota, o verdadeiro coração de Nápoles. Obrigado Sal! Alfredo Apicella   Web Azzurra Foto di archivio CONI – Brasile

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“Dona Flor e Seus Dois Maridos”

Casino Lisboa estreou no Auditório dos Oceanos “Dona Flor e Seus Dois Maridos” x Bruno Cabrerizo, Sofia Ribeiro e Vítor Hugo estiveram em destaque   O Casino Lisboa estreou, no passado dia 19, a peça “Dona Flor e Seus Dois Maridos”, baseada no romance de Jorge Amado. Bruno Cabrerizo, Sofia Ribeiro e Vítor Hugo iniciaram um ciclo de representações de uma das histórias mais conhecidas da literatura brasileira. Os espectáculos renovam-se de quinta-feira a sábado, às 21h00; e aos domingos, às 17h00, no Auditório dos Oceanos. Foram muitas as personalidades de relevo, nomeadamente da área do espectáculo e dos media, que marcaram presença na estreia de “Dona Flor e Seus Dois Maridos” que esgotou o Auditório dos Oceanos. A peça distingue-se, desde logo, por dissecar um conflito emocional de Dona Flor com a paixão, a estabilidade e o desejo. Durante uma hora e meia, “Dona Flor e Seus Dois Maridos” convidou os espectadores a viajar até ao calor do Brasil, mergulhando no icónico Carnaval da Bahia e nos seus ritmos e melodias mais conhecidos. Uma história de amor arrebatadora. Às vezes desequilibrada, mas sempre carregada de paixão. Assim era a vida de Flor e do seu marido, Vadinho, um mulherengo e jogador inveterado, até ao dia em que ele morre repentinamente. Algum tempo passado, Flor volta a casar. Com Teodoro, um marido exemplar, um farmacêutico metódico, dedicado e muito respeitador da sua amada mulher. Flor conhece então os dias mais tranquilos e estáveis de um casamento. Mas também os mais tediosos. Até ao dia em que o fantasma de Vadinho aparece na sua cama! A incomparável obra de Jorge Amado, uma das mais sensuais histórias de sempre da televisão, chega agora ao palco do Auditório dos Oceanos. As temperaturas vão subir!! O corpo vai pedir para dançar! E os corações vão bater mais depressa, apaixonados pela história de Flor, e os seus dois maridos.     Ficha Técnica de “Dona Flor e Seus Dois Maridos”: Baseado no romance de Jorge Amado | Elenco: Bruno Cabrerizo, Sofia Ribeiro e Vítor Hugo | Encenação: Sérgio Modena | Adaptação: Vítor Rocha | Promotor: Plano 6 O Auditório dos Oceanos do Casino Lisboa acolhe “Dona Flor e Seus Dois Maridos”. O ciclo de representações decorre de quinta-feira a sábado às 21h00 e aos domingos às 17h00. M/16. Preços: De 23€ a 25€.   As reservas podem ser efectuadas: https://www.ticketline.pt/evento/dona-flor-e-seus-dois-maridos-99658   O Casino Lisboa abre às 15h00 e encerra às 03h00. O acesso é livre, sendo que a partir das 22 horas, é para maiores de 14 anos, e maiores de 10 anos acompanhados pelos pais. Nas áreas de Jogo é para maiores de 18 anos.   Gabinete de imprensa da Estoril Sol III Tel: 214667700 * fax: 214667970 [email protected]

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Tutela delle vittime dell’amianto e delle esposizioni nocive

Collaborazione tra ONA Cosenza e lo Studio Legale Coschignano & Runco In un contesto in cui le patologie professionali legate all’esposizione a sostanze nocive continuano a produrre effetti drammatici su lavoratori e famiglie, nasce una collaborazione orientata a offrire assistenza legale qualificata e concreta alle vittime dell’amianto e ai loro eredi. L’iniziativa vede il coinvolgimento dell’ONA – Osservatorio Nazionale Amianto, sezione di Cosenza, e dello Studio Legale Coschignano & Runco, realtà professionale attiva da anni nella tutela dei diritti dei soggetti colpiti da gravi malattie professionali e da responsabilità sanitarie. Al centro di questo impegno vi è l’avv. Elena Runco, avvocato cassazionista del Foro di Cosenza, che mette a disposizione competenza, esperienza e rigore professionale in materia di risarcimento danni da esposizione ad amianto, antiblastici, formaldeide, benzene, nonché nei casi di malasanità ed errore medico. Ambiti di intervento L’attività legale si rivolge, in particolare, alle vittime e ai familiari colpiti da: Mesotelioma pleurico Tumore del polmone Asbestosi Leucemia mieloide Tumori della laringe e delle ovaie Tumori professionali con azioni giudiziali mirate al riconoscimento della malattia professionale e al conseguente risarcimento del danno. Categorie maggiormente esposte L’assistenza è rivolta a lavoratori e operatori appartenenti a categorie storicamente esposte a sostanze nocive, tra cui: Ferrovieri Vigili del Fuoco Militari e pubblici ufficiali (anche per esposizione a uranio impoverito) Lavoratori dell’edilizia Addetti all’industria chimica, petrolchimica, dei carburanti e delle calzature Operatori del settore sanitario (esposti ad antiblastici e formaldeide) Un impegno concreto Numerose pronunce giudiziarie confermano l’importanza di un’azione legale competente e determinata, come dimostra anche la recente sentenza del Tribunale di Cosenza che ha condannato le Ferrovie della Calabria al risarcimento degli eredi di una vittima dell’amianto (Cosenza Channel, 7 dicembre 2022). Questa collaborazione nasce con l’obiettivo di unire competenze e responsabilità, offrendo alle vittime non solo assistenza legale, ma anche ascolto, orientamento e tutela effettiva dei diritti. Con rinnovata gratitudine, Il Presidente CEI   Leonetti Mimmo

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Schegge di pensiero

Quando l’opinione pubblica si compra già pronta: si sciopera per sentimento o perché lo dice la tv? E mentre si replica, i cieli si riempiono di intrusi. C’è un nuovo mestiere in voga: il cittadino-ripetitore. Funziona così: la mattina una radiolina suggerisce un’emozione, il pomeriggio la televisione la confeziona in sassolini da lanciare sui social, la sera il bar la convalida con una pacca sulla spalla. Risultato? Opinioni confezionate, credenze in offerta speciale e una massa che pensa in pilota automatico. Se oggi ti dicono che lo sciopero per Gaza è “profondamente sentito”, domani ti firmano il certificato di partecipazione anche i più scettici. Se invece qualcuno ipotizza che si tratti di una scampagnata con slogan, trovi gli stessi azzeccagarbugli a fare la stessa figura, questa volta con il berretto da polemica. Non è soltanto pigrizia: è un’industria dell’eco. I mezzi, di destra o di sinistra, poco importa, ripetono, riverberano, modulano. La folla prende. Così una menzogna timida diventa verità popolare: la ripetizione muta la probabilità in certezza. È il vecchio trucco che la réclame usa per vendere colluttori e ideali: se lo senti abbastanza, prima o poi lo compri. Eppure il Paese non è fatto di masse anonime soltanto: ci sono persone in buona fede che credono di scegliere, e invece scelgono la versione che gli è servita più comoda. Così si passa con disinvoltura dal biasimo per il “divanismo” alimentato da sussidi vari, che qualcuno definisce stile di vita, alla convinzione che chi protesta la faccia solo per far baldoria. Stile di vita, opinione, propaganda: tutto sullo stesso piano, a seconda di quale canale ha il megafono più grande. Ma tagliamo la testa al ragionamento e voliamo, appunto, più in alto: i droni. Quegli intrusi che passano come fantasmi sopra i confini NATO hanno un che di grottesco e di serio insieme. Grottesco perché l’idea di abbattere “e punto” è irresistibile nella sua semplicità: problema, soluzione, applauso. Serio perché il mondo non è un fumetto e ogni colpo sparato in cielo potrebbe avere conseguenze che si chiamano escalation, crisi diplomatiche e, chissà, un raccolto amaro per tutti. La posizione “da bagarre”, abbattere, mostrare le carte, far vedere chi comanda, suona bene al bar e nelle assemblee infuocate. La posizione “da ragioneria”, prudenza, analisi, linee guida non esposte ma ben custodite, suona noiosa ai titolisti e rassicurante ai ministri con il quaderno delle emergenze. Nel mezzo c’è la NATO, che gira la frittata con frasi vaghe, lasciando la scelta ai Paesi di prima linea che preferiscono la spada alla filosofia e agli altri, più rilassati, che temono l’effetto domino. Non si tratta soltanto di tecnicismi: è questione di narrazione. Il Cremlino nega, l’Occidente sospetta, i caffè decidono. Ma la narrazione è quel filo che tiene insieme lo schema del potere e quello della piazza: se il giornale mormora “minaccia”, la gente stringe i nervi; se si racconta “provocazione”, la gente alza le spalle. Intanto, i droni passano e qualcuno conta: venti, tre, decine, a seconda di chi conta e di come conta. Cosa fare, dunque? La risposta che piace al popolo è rapida e pulita. La risposta che piace ai generali è misurata e calibrata. La soluzione che invece funzionerebbe davvero è una miscela di tecnologia, regole chiare e, questo sì, una opinione pubblica meno incline al copia-incolla. Difendere i cieli è un mestiere che richiede strumenti, scelte condivise e, soprattutto, nervi saldi, non slogan da weekend. Però, ammettiamolo: anche la diplomazia ha i suoi momenti di rara comicità. Le linee guida segrete della NATO, raccontate come fossero il manuale per non sbagliare a montare un mobile Ikea, servono a mantenere opacità strategica. Tradotto: diciamo quel che serve per non far impazzire il consenso, senza però spiegare come si agisce nel concreto. Il risultato è una scena teatrale dove tutti recitano: i Paesi indignati, i Paesi prudenti, i commentatori che fanno da coro. E il pubblico? Applaude, sbadiglia, ricomincia domani. Alla fine, resta un’amara lezione: non è soltanto il drone che infrange il cielo, è anche l’informazione che infrange il pensiero collettivo. Fino a quando non impareremo a mettere in quarantena la verità gridata dal megafono di turno, continueremo a vivere sotto un cielo popolato da presenze che tutti vedono ma che pochi sanno davvero interpretare. E allora chiudiamo con l’unica cosa che forse vale più di mille proclami: pensare. Non in streaming, non in riproduzione automatica. Pensare come atto di lavoro, scomodo e solitario, che non si compra in edicola. Senza quell’esercizio, il futuro non sarà scritto nei cieli ma solo nei titoli: tanti, ripetitivi, e già pronti per il prossimo replay. Il popolo che rinuncia a interrogare le proprie certezze si trasforma in un coro. E un coro, per quanto numeroso, non ha memoria: ha solo un’eco. di Redazione

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La ‘Corsa di San Gabriele’

………………………………………………………………………………………………………………………………… Sabato 20 settembre si svolgerà la seconda edizione della “Corsa di San Gabriele”. L’evento è una corsa su strada valida anche come camminata non competitiva e come gara per ragazzi, su un percorso di 10,4 km.  La corsa, che combina sport, natura, fede e passione, passando per il santuario e le frazioni del territorio, partirà alle ore 16 dal Parco palestra APD di Isola del Gran Sasso (TE) e si concluderà al santuario di San Gabriele, dove si terranno le premiazioni. In occasione della corsa le strade intorno al santuario subiranno una chiusura al traffico dalle 15 alle 18, ma si potrà comunque utilizzare il grande parcheggio comunale e da lì salire a piedi al santuario. Anniversario consacrazione del nuovo santuario Domenica 21 settembre ricorre l’undicesimo anniversario della consacrazione del nuovo santuario di San Gabriele. Per commemorare l’anniversario in questo anno giubilare è stato invitato monsignor Antonio D’Angelo, arcivescovo metropolita de L’Aquila, che presiederà la solenne celebrazione alle ore 11. Un santuario per il terzo millennio. La costruzione del nuovo santuario, dedicato a San Gabriele dell’Addolorata, iniziò il 26 febbraio 1970, sulla base di un progetto elaborato nella seconda metà degli anni Sessanta dagli Studi Associati di Milano, sotto la direzione dell’ingegner Rino Rossi di Bologna. A partire dagli anni Ottanta l’architetto Eugenio Abruzzini di Roma realizzò numerosi interventi di adeguamento liturgico. Nelle intenzioni dei professionisti milanesi si trattava di “un progetto semplice e felice, come semplici e felici furono i giorni del giovane San Gabriele dell’Addolorata, come i luoghi dei suoi ultimi anni. Il santuario vuole esser un’isola di serenità nella serenità di questi luoghi, un grande giardino, un modo per stare insieme, una collina che sale lenta, a gradoni, quasi un invito per una passeggiata tra il verde, una passeggiata che concorre e ripropone il luogo della preghiera”. Le dimensioni dell’opera si annunciarono gigantesche: il nuovo santuario sarà nel complesso venti volte più grande della prima basilica. Il nuovo santuario (a forma di croce greca), lungo 90 metri e largo 30, è stato realizzato in cemento bianco, vetro, policarbonato, alluminio e acciaio cor-ten. Può contenere circa 10 mila persone, di cui 4/5 mila nelle navate. E’ uno dei santuari moderni più grandi d’Europa. Al centro della basilica è collocato il grande presbiterio. Al di sotto è stata ricavata la grande e accogliente cripta del santo che venne solennemente benedetta da Papa San Giovanni Paolo II, durante la storica visita al santuario, il 30 giugno 1985. Il Papa inaugurò anche l’innovativa Cappella della riconciliazione (che dispone di 30 moderni confessionali) dove, compiaciuto, si complimentò con l’architetto Abruzzini e i padri del santuario: ”Così voi ci aiutate a salvare il sacramento della riconciliazione!”. Numerosi sono stati gli artisti, molti dei quali di fama internazionale, che hanno abbellito negli anni con varie opere il nuovo santuario (Mimmo Paladino, Omar Galliani, Guido Strazza, Ugolino da Belluno, Oliviero Rainaldi, Pietro Cascella, Tito,  Paolo Annibali, Loreno Sguanci, Carlo Previtali, Santo Tomaino, Nino Di Simone, Vincenzo Di Giosaffatte, Angelo Casciello, suor Agar Loche, Renato Coccia). La costruzione del nuovo santuario è durata più di un quarantennio. Non è stato facile portare avanti una simile gigantesca opera, ma grazie all’impegno economico del santuario, al contributo di numerosissimi devoti di san Gabriele (tra i quali spiccano per generosità le varie associazioni di emigrati abruzzesi sparse in tutti i continenti), degli abbonati al mensile del santuario L’Eco di san Gabriele, di alcuni grandi benefattori e di qualche ente pubblico, si arrivò alla conclusione, pressoché totale, della costruzione del nuovo santuario. Molti di coloro che negli anni Sessanta si chiedevano perplessi a cosa sarebbe servita una così gigantesca costruzione, visto che già si intravvedevano i segni di quella crisi religiosa che avrebbe portato a svuotare le chiese e alla secolarizzazione, si sono dovuti presto ricredere. Vedere il nuovo santuario affollato in molti periodi dell’anno, e in più occasioni pieno come un uovo, induce anche i più scettici alla riflessione e dimostra che i progettisti avevano ragione, quando si auguravano di creare “un’opera destinata all’uomo di oggi e ancora più a quello di domani, perché nel silenzio e nella serenità l’uomo possa riaprire un colloquio con se stesso e con Dio per darsi ragione dei suoi giorni, per amare e credere ancora”. Il rito di consacrazione del nuovo santuario, il 21 settembre 2014, venne presieduto dall’inviato speciale di Papa Francesco, il cardinale Ennio Antonelli, già arcivescovo di Firenze e presidente emerito del pontificio Consiglio per la famiglia. In occasione della consacrazione del nuovo santuario Papa Francesco inviò al santuario una lettera speciale, nella quale, tra l’altro, scriveva: “Si tratta, lo sappiamo, di un luogo di culto tra i più celebri dell’Italia e dell’Europa, nel quale ogni anno numerosi fedeli si raccolgono in preghiera molto devotamente chiedendo per sé e per i loro cari i favori divini, confessano i propri peccati ottenendo la misericordia del Signore e partecipano con grande devozione all’Eucaristia. Inoltre molti giovani e malati arrivano al santuario per implorare umilmente aiuto, protezione e conforto spirituale”. SANTUARIO DI SAN GABRIELE 64048 S. GABRIELE   (TE) tel. 0861 97721 e-mail: [email protected] internet: www.sangabriele.org Ufficio Stampa responsabile: VINCENZO FABRI                                                                                                                                                             3484755206 e-mail: [email protected]

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La Corte d’Appello e l’ombra sulla legalità dei dazi di Trump

“Si tratta della peggior forma di ingiustizia. Dei politici vestiti di toghe nere”. Così Peter Navarro in un’intervista alla Fox News mentre caratterizzava la decisione della Corte di Appello del Distretto Federale di bocciare temporaneamente il potere di Trump di imporre dazi senza l’approvazione del Congresso. Navarro, com’è noto, è il consigliere di Donald Trump sugli scambi commerciali e grande promotore dei dazi imposti dal presidente statunitense. Trump aveva invocato l’International Emergency Economic Powers Act del 1977 per imporre dazi a quasi tutti i Paesi al mondo, persino ad alcune isole disabitate dell’Antartide. La legge permette al presidente americano una certa libertà di rispondere alle eventuali emergenze. La Corte di Appello non ha toccato la questione dell’emergenza limitandosi a imporre freni al potere di Trump che avrebbe avuto bisogno del sostegno del Congresso. La Corte ha chiarito che il Congresso ha delegato al presidente il potere di imporre dazi in settori specifici che potranno rimanere in effetto. I dazi in generale richiedono però indagini commerciali che potrebbero prendere mesi di tempo e non una semplice dichiarazione del presidente in carica. Questa è la seconda sconfitta di Trump sulla questione dei dazi. Nel mese di maggio, infatti, la Corte degli Scambi Internazionali di New York aveva bloccato i dazi di Trump, ma poi la Corte di Appello ha temporaneamente congelato la decisione. Adesso con il recentissimo verdetto di 7 a 4 la Corte di Appello impone un freno anche se non un blocco totale e permanente poiché lascia procedere per 45 giorni invece dei tipici 90 onde dare l’opportunità all’amministrazione Trump di fare ricorso alla Corte Suprema. Il 47esimo presidente ha cantato vittoria perché gli accordi raggiunti con parecchi Paesi rimangono in effetto. Allo stesso tempo la decisione della Corte di Appello crea un’ombra sul potere di Trump di imporre dazi a chi gli pare e piace com’è avvenuto recentemente con il Brasile e l’India. L’ottimismo di Trump sul suo potere di imporre dazi unilateralmente potrebbe emergere dal suo successo con i suoi ricorsi alla Corte Suprema. Secondo un’analisi, il presidente Usa ha perso il 94 percento dei casi con le corti inferiori ma la Corte Suprema ha ribaltato queste decisioni al 93 percento (15 su 16). Quindi lui spera che la Corte Suprema deciderà a suo favore. Ciò non è assolutamente sicuro. La Corte Suprema potrebbe rifiutare di accettare il ricorso e lasciare permanente la decisione alla Corte d’Appello. Potrebbe accettare il ricorso ma anche in questo caso non vuol dire che l’esito gli sarebbe necessariamente favorevole. Una decisione sfavorevole alla Corte Suprema sarebbe “la fine degli Stati Uniti”, ha tuonato Navarro, echeggiando il linguaggio di Trump. Si tratta di un’ovvia esagerazione anche se metterebbe in dubbio i 159 miliardi di dollari già incassati dal Tesoro Usa a causa dei dazi in corso fino al mese di luglio. Se la Corte Suprema dovesse dichiarare illegale l’imposizione dei dazi di Trump il governo Usa potrebbe essere messo nell’imbarazzante situazione di dovere rimborsare questi soldi alle aziende straniere che li hanno pagati. Una sconfitta alla Corte Suprema consisterebbe paradossalmente di una vittoria per l’economia americana e anche per Trump. Fino adesso gli effetti dei dazi sono stati leggeri in parte perché le aziende hanno assorbito gli aumenti dei prodotti invece di passarli ai consumatori. Ciò non è sostenibile a lungo termine perché se Trump e Navarro non si rendono conto i dazi sono una tassa che alla fine dovrà essere coperta dai consumatori americani. In effetti, Trump aumenterebbe il peso fiscale al cittadino medio. Gli aumenti dei prezzi creeranno meno richiesta che si tradurrebbe in una decrescita economica non solo per Paesi esteri ma specialmente per gli americani. I cittadini statunitensi possono perdonare tante cose al presidente ma quando si tratta del loro portafoglio non esitano a punire chi è al comando. Trump non è candidato all’elezione di midterm l’anno prossimo ma la sua politica lo è. Una sconfitta alle prossime elezioni potrebbe fargli perdere la maggioranza in una o forse anche ambedue le Camere. Ci sarebbe dunque un vero contrappeso ai suoi poteri presidenziali dal ramo legislativo che fino adesso è stato inesistente. L’unico contrappeso fino adesso è venuto dai magistrati che non hanno bloccato ma imposto leggeri freni ai poteri presidenziali che Trump, con le buone o con le cattive, si è preso abusivamente. ============= Domenico Maceri, PhD, è professore emerito all’Allan Hancock College, Santa Maria, California. Alcuni dei suoi articoli hanno vinto premi della National Association of Hispanic Publications.

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