Geopolitica in miniatura: da Hormuz a Messina, il mondo si stringe… ma non sempre per le stesse ragioni

Tra crisi energetica globale e proteste locali, il governo naviga a vista: misure provvisorie per tempi imprevedibili, mentre qualcuno sogna di fare il Pasdaran sullo Stretto di casa


C’è un vecchio adagio che ammonisce: “Al giorno d’oggi, in ogni campo, gli imitatori rubano la scena ai maestri”. A giudicare dalle cronache recenti, l’imitazione gode di ottima salute, anche se, come spesso accade, il risultato somiglia più a una caricatura che a un capolavoro.

Da una parte c’è lo Stretto di Hormuz, dove le tensioni internazionali fanno tremare il mercato globale: da lì passa circa un terzo del petrolio mondiale, e basta un singhiozzo per far salire i prezzi come un soufflé mal sorvegliato. Dall’altra, più modestamente ma non meno rumorosamente, c’è lo Stretto di Messina, dove gli armatori siculo-calabresi minacciano il blocco per protestare contro il caro carburanti.

Il movente, sia chiaro, è lo stesso: il carburante. Ma la scena madre resta altrove. Hormuz è il crocevia strategico del mondo; Messina, con tutto il rispetto, è il crocevia delle nostre contraddizioni.

Fabio Micalizzi, presidente della Federazione armatori siciliani, alza la voce contro il governo, accusandolo di aver dimenticato promesse e accise. Qualcuno, tra gli associati, valuta persino il cambio di bandiera verso lidi più convenienti, come Malta o Tunisia, dove il carburante costa meno. È il mercato, bellezza, ma anche la geografia fiscale.

E qui si arriva al punto serio, che merita meno ironia e più lucidità: cosa può fare davvero il governo? In una crisi globale di offerta, dove i prezzi sono determinati da tensioni geopolitiche e non da capricci della domanda, le misure nazionali sono, per definizione, provvisorie. Necessarie, talvolta inevitabili, ma pur sempre temporanee.

Tagliare le accise può offrire un sollievo immediato, certo. Ma è un cerotto su una frattura: se il prezzo dell’energia continua a salire, sostenere artificialmente i consumi rischia di alimentare il problema, oltre a pesare sui conti pubblici. In altre parole, si guadagna tempo,  ma non si cambia la partita.

Gli analisti lo ripetono con crescente insistenza: finché lo scenario resta dominato dall’incertezza, tra minacce, tregue fragili e riaperture parziali, non esiste una soluzione strutturale a portata di mano. Si può solo navigare a vista, cercando rotte alternative e preparando, con maggiore lungimiranza, il futuro.

Il resto è contorno, a tratti pittoresco. Perché mentre qualcuno immagina blocchi nello Stretto di Messina, viene quasi da aspettarsi che anche Madrid si unisca al coro, con un ipotetico blocco di Gibilterra. A quel punto il quadro sarebbe completo: la geopolitica trasformata in teatro itinerante, dove ogni porto vuole il suo momento di gloria.

Ma la realtà, purtroppo o per fortuna, resta meno teatrale e più ostinata. Le crisi energetiche non si risolvono per decreto, né per protesta simbolica. E l’esperienza,  come ricordava Aldous Huxley, non è ciò che accade, ma ciò che facciamo di ciò che accade.

E qui, forse, un vecchio Indro Montanelli avrebbe sorriso sotto i baffi, annotando con la sua consueta ironia che in Italia si riesce sempre a trasformare un problema mondiale in una questione condominiale. Con assemblea accesa, toni alti e, alla fine, la sensazione che il riscaldamento resti comunque spento.

di Redazione

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