“L’INCANTO: emozioni e riflessioni” di Ada Rizzo

    Una silloge poetica tra impegno civile e bellezza interiore   di Pier Carlo Lava *   Con grande piacere, e profonda ammirazione, desidero dedicare un pensiero speciale a Cinzia Rota, editor, grafica e ideatrice del progetto di copertina del libro “L’INCANTO: emozioni e riflessioni” di Ada Rizzo. In questa straordinaria opera poetica, che ho avuto l’onore di recensire, emerge non solo la voce potente e sensibile di un’autrice impegnata, ma anche la forza della collaborazione femminile quando si trasforma in vera alchimia creativa.   Il lavoro di Cinzia Rota non è solo tecnico o funzionale: è profondamente ispirato. La copertina, così evocativa ed elegante, riesce a tradurre visivamente l’intimità emotiva, la delicatezza e la forza dei versi di Ada Rizzo. Ogni dettaglio – dallo sguardo abbassato della figura femminile, alla scelta cromatica che contrappone il bianco e nero all’intenso rosso del fiore – racconta un mondo interiore che palpita di poesia, dignità e speranza. È il perfetto specchio dell’anima del libro.   Ma ciò che più colpisce è la sinergia creatasi tra due donne straordinarie, due sensibilità che si incontrano e si potenziano a vicenda: una poetessa e una creativa, unite da una visione comune. In tempi in cui la competizione spesso offusca il valore della collaborazione, questo progetto editoriale dimostra che quando le donne si sostengono, si ascoltano e costruiscono insieme, possono generare opere capaci di lasciare un segno profondo, nel cuore dei lettori e nella cultura.   L’incanto non è solo un titolo: è anche la sintesi di ciò che questa collaborazione ha saputo generare, un libro bello dentro e fuori, curato con amore, talento e intelligenza. Grazie, Cinzia, per aver donato a questa silloge una veste visiva all’altezza dei suoi contenuti. E grazie ad Ada per averci offerto, ancora una volta, parole che nutrono la mente e l’anima.   Quando le donne si uniscono con rispetto e creatività, accade qualcosa di potente: nascono opere che parlano all’universale, ma portano impressa l’unicità dello sguardo femminile. Questo libro ne è la prova vivente. La voce autentica dell’anima che si fa poesia per risvegliare coscienze e seminare speranza   Con “L’INCANTO: emozioni e riflessioni”, pubblicato il 5 maggio 2025 da Ada Rizzo, l’autrice – preziosa collaboratrice della redazione di Alessandria today – ci dona una raccolta di versi che coniugano lirismo puro e responsabilità sociale, dove la parola poetica diventa specchio delle sfide del nostro tempo e al tempo stesso invito al risveglio spirituale. Il titolo non è casuale: l’“incanto” evocato da Ada Rizzo è quello della vita, dei sentimenti veri, del contatto profondo con sé stessi e con l’altro. In un mondo segnato da violenza, solitudine e disumanizzazione, la poesia di Rizzo si erge come atto di resistenza interiore, un gesto gentile ma deciso per ricordarci la bellezza del qui e ora, della fratellanza, dell’umanità.   Ogni poesia si sviluppa come un frammento di luce, in cui l’autrice affronta temi come la violenza di genere, l’ingiustizia sociale, la libertà negata, senza mai cadere nella retorica. Al contrario, i suoi versi nascono da un dolore lucido e consapevole, trasformato in parole capaci di unire il lettore a un’eco universale. In particolare, l’amore per la figlia e per i bambini – definiti poeticamente “piccole galassie di stelle racchiuse in corpi in miniatura” – diventa il motore dell’intera opera, come invito alla cura, alla protezione, alla speranza. Non mancano in “L’incanto” riferimenti fortemente evocativi a paesaggi africani, mari e distese senza confine, che fanno da sfondo alla riflessione su pace, dialogo interculturale e diritto alla felicità. Si tratta di immagini vive, mai decorative, che rafforzano l’autenticità del messaggio.   Dal punto di vista stilistico, Ada Rizzo adotta una scrittura pulita, musicale e coinvolgente, capace di fondere lirismo e denuncia sociale con un equilibrio raro. Ogni verso è cesellato con cura, lasciando spazio al lettore per riflettere e sentire, per immedesimarsi e magari, cambiare.   Questa silloge non è soltanto un atto poetico, ma un dono civile: un’ode alla dignità umana e al coraggio delle donne, una carezza rivolta agli ultimi, una preghiera laica rivolta al futuro. È anche un invito profondo alla lentezza, all’osservazione, alla rinascita attraverso lo sguardo verso l’essenziale. Ada Rizzo con “L’incanto” ci ricorda che la poesia può essere strumento di trasformazione personale e collettiva, e che le emozioni, quando raccontate con verità, sanno indicare la strada verso un mondo più giusto, più umano e più poetico.   Riflessione conclusiva In un’epoca che spesso ci travolge con superficialità e indifferenza, “L’incanto” di Ada Rizzo è un richiamo potente alla profondità. Leggere questa silloge significa rallentare, ascoltare, ricordare che ogni emozione ha un valore, ogni parola un peso, ogni gesto una risonanza. È un libro che tocca, accoglie e insegna. E lo fa con grazia e coraggio. Proprio come Ada, poetessa e donna che, attraverso i suoi versi, ci invita ogni giorno a credere che la poesia – se autentica – può ancora cambiare il mondo. *direttore Alessandria today e italianewsmedia.com   Fonte: G. Palmerini

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Conservatorio di Stato di Musica Alessandro Scarlatti di Palermo

Aperte le Audizioni del Coro di Voci Bianche       Un’eccellenza didattica e artistica tra tradizione secolare e respiro internazionale Il Conservatorio “Alessandro Scarlatti” di Palermo apre le porte ai giovani talenti con il bando di partecipazione alle audizioni per il Corso di Canto Corale – Voci Bianche, diretto dal M° Antonio Sottile. Le selezioni si svolgeranno il 30 settembre, 17 ottobre e 28 ottobre 2025, alle ore 15:30, presso la sede del Conservatorio. Destinato a bambini e ragazzi dagli 8 ai 14 anni, alunni delle scuole elementari e medie il corso rappresenta un’opportunità unica di formazione musicale e crescita personale, offrendo ai partecipanti l’esperienza corale all’interno di una delle istituzioni musicali più antiche d’Europa. Un cammino educativo lungo oltre 400 anni L’origine del Coro di Voci Bianche affonda le radici nella storia stessa del Conservatorio palermitano, nato nel 1617 come “Casa dei Fanciulli Spersi del Buon Pastore”, luogo in cui venivano accolti ed educati al canto i giovani più bisognosi della città. Questo spirito inclusivo e formativo è oggi più che mai vivo nel progetto del Coro, che unisce rigore artistico, passione educativa e valorizzazione del talento giovanile. Un’esperienza musicale di respiro internazionale Fondato nel 1991, il Coro ha raggiunto il 35° anno di attività, diventando un riferimento nazionale e internazionale nel panorama della coralità infantile. Vincitore del Premio Nazionale delle Arti (MIUR AFAM), si è esibito in centinaia di concerti in Italia e all’ estero (Francia, Germania, Austria, Russia), partecipando a prestigiosi festival in ogni latitudine e  e collaborando con numerose e importanti istituzioni musicali. Il Coro si è esibito alla presenza dei Capi di Stato, Oscar Luigi Scalfaro e Sergio Mattarella. Obiettivi formativi e inclusivi Il corso ha la duplice finalità di: Avvicinare i giovanissimi alla pratica musicale e corale, in un contesto altamente qualificato; Favorire la collaborazione tra il Conservatorio e le scuole di primo grado di Palermo e provincia, promuovendo la cultura musicale come strumento di crescita e coesione sociale. Gli allievi selezionati parteciperanno non solo alle lezioni settimanali, ma anche ai concerti, eventi istituzionali e produzioni artistiche del Conservatorio, vivendo un’esperienza musicale completa e profondamente formativa. Audizioni e iscrizioni L’accesso al Corso è subordinato a un’audizione, in cui saranno valutate le attitudini musicali e vocali. Scadenza per l’invio delle domande: entro le ore 10:00 dei giorni precedenti ad ogni audizione all’indirizzo mail: [email protected]  Oggetto: “Progetto Voci Bianche” Audizioni straordinarie potranno essere indette nei mesi successivi, in base alla disponibilità dei posti. Il M° Antonio Sottile Pianista e direttore, figura di riferimento della didattica musicale italiana, Antonio Sottile ha guidato il Coro fin dalla sua fondazione. La sua visione unisce eccellenza artistica e sensibilità pedagogica, portando il Coro a livelli di riconoscimento internazionale e facendo del progetto una delle realtà educative più significative del Conservatorio. Per ulteriori informazioni e aggiornamenti: www.conservatoriopalermo.it  Sezione News → Coro di Voci Bianche – Audizioni Rosanna Minafò addetto stampa Conservatorio Alessandro Scarlatti di Palermo

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Novità librarie – Cinzia Rota

“Trasparenti Opposizioni Libere” di Cinzia Rota, viaggio nell’anima autentica di una narratrice potente     Con “Trasparenti Opposizioni Libere” (Amazon KDP, 2025) Cinzia Rota, autrice raffinata e già ampiamente apprezzata nel panorama poetico contemporaneo, firma un’opera di narrativa che segna un cambio di passo deciso e ispirato. Questa raccolta di racconti, intensa e sorprendente, incarna una maturità letteraria profonda, un’espressione compiuta di pensiero, emozione e coscienza. Un volume che non chiede il permesso per esistere: si impone, vive, pulsa, sussurra e grida. Le parole non chiedono… volano.   Sin dalle prime pagine emerge la voce inconfondibile di una donna che scrive con coraggio, sincerità e tensione interiore. I racconti si susseguono come specchi frammentati dell’anima, riflettendo la complessità dell’esperienza umana: ci parlano di autodeterminazione, intuizione, libertà, ma anche di radici, dolore, trasformazione. La scrittura è poetica ma concreta, tagliente come vetro eppure accogliente come un abbraccio.   Ogni storia è un atto di opposizione consapevole contro l’omologazione, il silenzio imposto, l’ipocrisia del quotidiano. Rota non cerca scorciatoie, né si rifugia in tecnicismi letterari: la sua prosa è elegante e viva, animata da un lirismo sottile che non appesantisce ma eleva, da una profonda spiritualità che si fonde con la realtà psicologica dei personaggi. C’è il simbolismo, c’è il mito, c’è la luna e il sangue, la ciclicità femminile e la vulnerabilità come forza. Un’opera che abbraccia l’umano, con tutte le sue contraddizioni.   Come scrive con passione e chiarezza la stessa autrice: «Trasparenti Opposizioni Libere è una raccolta di racconti intensa, evocativa, radicata nella verità emotiva e nella bellezza dell’anima autentica. Un viaggio letterario che fonde introspezione, psicologia del profondo e spiritualità in una prosa elegante, poetica e tagliente… Non è solo un libro: è una dichiarazione d’identità. Un inno alla libertà, alla coscienza, alla bellezza di chi osa essere se stesso senza chiedere il permesso.»   Fondamentale è anche il contributo di Maggiorina Tassi, Presidente Italia della CIESART, che nella Prefazione offre una chiave di lettura intensa e autorevole, illuminando il significato profondo della raccolta. Le sue parole potenziano e amplificano il messaggio dell’opera, evidenziandone la forza visionaria e l’urgenza comunicativa.   Particolarmente lucida e preziosa anche l’analisi di Armando Ferrara Santocerma, che afferma: «È l’opera della maturità umana ed artistica di Cinzia, sia perché la svolta verso la prosa del racconto apre gli orizzonti della scrittura… sia perché, come recita il titolo, è un cambio di marcia e direzione nel lirismo dell’artista… È una raccolta magica, perché sfiora con leggerezza il mito, la leggenda, e affascina definendone un’etica precisa, sensibile, d’umana comprensione e tolleranza.»   La sua riflessione va oltre la semplice critica letteraria: è una lettura partecipata e affettuosa dell’evoluzione artistica dell’autrice, che con questa raccolta si emancipa da ogni costrizione stilistica e tematica, dando piena voce a una narrativa libera, etica, autenticamente femminile. “Trasparenti Opposizioni Libere” è un libro che resta. Resta nel cuore e nella mente. Perché chi legge con l’anima non dimentica ciò che ha scosso le sue fondamenta più intime. E in queste pagine, Cinzia Rota riesce in un’impresa rara: far vibrare la parola, renderla corpo vivo, trasparente, opposizione consapevole, libertà luminosa.   Pier Carlo Lava – direttore Alessandria today e italianewsmedia.com   Cinzia Rota è un’autrice milanese, già nota e apprezzata per la sua intensa produzione poetica e per la sua voce letteraria autentica e non convenzionale. Collabora con Alessandria today dove ha pubblicato testi di grande profondità e sensibilità, distinguendosi per una scrittura capace di coniugare lirismo e introspezione. Con “Trasparenti Opposizioni Libere” firma la sua prima raccolta di racconti, segnando un passaggio fondamentale nel suo percorso artistico e umano. [1] [1] >  Pier Carlo Lava, “Trasparenti Opposizioni Libere” di Cinzia Rota. Viaggio nell’anima autentica di una narratrice potente. Recensione di Alessandria today”, Alessandria Today, 7 agosto 2025. Disponibile al link: https://alessandria.today/2025/08/07/trasparenti-opposizioni-libere-di-cinzia-rota-viaggio-nellanima-autentica-di-una-narratrice-potente-recensione-di-pier-carlo-lava-per-alessandria-today/ Fonte Goffredio Palmerini

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Erasmus, il complotto del secolo (secondo qualcuno)

Quando un soggiorno studio diventa una cospirazione planetaria per smarrire i poveri studenti europei Eccoci, l’Erasmus. Quel programma nato per far incontrare culture, lingue e, inutile negarlo, anche qualche flirt internazionale. Ma per alcuni non è altro che un oscuro progetto di ingegneria sociale: un piano ordito dalle segrete stanze di Bruxelles per strappare i giovani dalle loro radici e trasformarli in vagabondi cosmopoliti, con tanto di zaino in spalla e birra in mano. Il teorema è chiaro: dietro un biglietto low cost per Barcellona non c’è un’esperienza universitaria, ma la “ortopedizzazione delle menti” e lo “spaesamento generalizzato”. Insomma, ti iscrivi a un corso di lingue e ti ritrovi a essere agente inconsapevole di un nuovo ordine mondiale. Più o meno la trama di un film di fantascienza di serie B, con la differenza che qui i cattivi non hanno nemmeno il gusto di indossare un mantello nero. La realtà, purtroppo per i dietrologi, è assai meno spettacolare. L’Erasmus è un banale scambio studentesco: si presenta la domanda, si fa la graduatoria, si parte se si viene selezionati. Nessuno ti infila di nascosto in un pullman diretto a Varsavia per lavarti il cervello. Se uno studente non vuole partecipare, resta a casa, libero di seguire il corso di “Diritto Romano” per la terza volta. E poi, parliamoci chiaro: di scambi ce ne sono sempre stati. Artisti, ricercatori, volontari, persino i missionari. Oggi c’è puranco lo scambio di coppia. Ma guai, invece, a mandare un ragazzo a fare un semestre a Lisbona: quello sì che dev’essere il segreto piano per distruggere l’identità nazionale! I fondi? Ci sono, e non sono esattamente il bottino del secolo: qualche centinaio di euro al mese che, tra affitti, trasporti e caffè, bastano giusto a insegnare la nobile arte del sopravvivere. Altro che indottrinamento: è un addestramento alla resilienza economica! Dunque, cari amanti della cospirazione, respirate profondamente. Non tutto è un piano massonico. L’Erasmus non vi ruberà i figli né li trasformerà in globetrotter senza patria. Al massimo, li renderà capaci di dire “buongiorno” in tre lingue diverse e di cucinare una paella decente. E se questo è il prezzo della “sradicalizzazione”, direi che possiamo anche correre il rischio. di Redazione

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Una stella brilla con l’Orchestra della Magna Grecia

Tribute to Burt Bacharach, con Lucy Garsia in una produzione del Brass realizzata in collaborazione della ICO pugliese   Dal 1 al 5 agosto 2025 in tournée       Palermo 31 luglio 2025. La Fondazione Orchestra Jazz Siciliana – The Brass Group, dopo i successi registrati continuamente grazie alle programmazioni inedite ed originali, annuncia una straordinaria collaborazione con l’Orchestra della Magna Grecia, che vede protagonista assoluta Lucy Garsia in un viaggio musicale dedicato all’immenso repertorio di Burt Bacharach per una serie di concerti che si terranno il 1° agosto a Matera, il 2 agosto a Irsina e il 4 agosto a Taranto. “Ho sempre cercato di scrivere musica che fosse bella e senza tempo.”: questa frase riflette il desiderio di Bacharach di creare brani che potessero essere apprezzati anche a distanza di anni. Ed è con questo spirito che Lucy Garsia interpreta una delle icone mondiali del Novecento, un innovatore che amava esplorare nuove sonorità.   Sotto la direzione del Maestro Domenico Riina, il programma prevede un mix affascinante di standard jazz e celebri brani di Bacharach, tra cui hit iconiche come “I Love You Porgy”, “The Man I Love”, “But Not For Me”, “Mr. Paganini”, “Honeysuckle Rose”, e “That’s All”. Ogni concerto rappresenterà un’occasione per immergersi nella bellezza e nella profondità della musica jazz, reinterpretata da una delle voci più raffinate del panorama contemporaneo. Lucia Garsia, figlia d’arte, ha iniziato a sei anni il suo percorso musicale e di danza classica. Si è diplomata in Canto Lirico presso il Conservatorio “Vincenzo Bellini” e ha da subito intrapreso un’intensa carriera didattica, divenendo docente di “Canto e Tecnica Vocale” presso la Scuola Popolare di Musica della Fondazione Orchestra Jazz Siciliana – The Brass Group. In questa istituzione, ha formato molte delle realtà musicali più significative nell’ambito del canto jazz e pop. Dal 2011, Lucia Garsia insegna Canto Jazz nei Conservatori di Stato, partendo da Palermo e proseguendo a Cosenza, Reggio Calabria e Trapani. La sua carriera concertistica è costellata di apparizioni con importanti orchestre e eventi prestigiosi, tra cui la partecipazione con i Solisti della Scala e l’Orchestra Sinfonica “Vincenzo Bellini”. Nel 2012, ha portato la sua arte alla “Svetlanov Concert Hall” di Mosca, interpretando le melodie senza tempo di Burt Bacharach. Recentemente, ha reso omaggio a Whitney Houston in concerti jazz al Real Teatro Santa Cecilia e al Teatro Antico di Taormina. Il suo approccio innovativo e la capacità di reinterpretare i classici della musica jazz hanno fatto di lei una delle figure più apprezzate del panorama musicale italiano, rendendola perfetta per questo progetto ambizioso.   “Sono entusiasta – dichiara Lucy Garsia – di poter collaborare con l’Orchestra della Magna Grecia per queste performance dedicate a Burt Bacharach, un compositore che ha saputo toccare il cuore di milioni di persone nel mondo. La possibilità di eseguire i suoi brani iconici insieme a musicisti di così alto calibro è un onore e un’opportunità unica. La musica di Bacharach non solo rappresenta una ricca tradizione, ma continua anche a ispirare nuove generazioni di artisti. Spero che il pubblico possa emozionarsi insieme a noi in questi concerti e scoprire la bellezza senza tempo di queste melodie.”   Infoline Fondazione The Brass Group: 091 778 2860 – 334.7391972, [email protected], www.thebrassgroup.it, fb fondazionethebrassgroup.   Rosanna Minafò Addetto Stampa Fondazione Orchestra Jazz Siciliana – The Brass Group PR Consulting Giornalista mob. 3484009298 Email [email protected][email protected] Linkedin: https://www.linkedin.com/in/rosanna-minafo Instagram: https://instagram.com/minaforosanna   Photo credits Arturo Di Vita

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Nick Cave a Pompei

BOP – BEATS OF POMPEII 2025: LA MUSICA È CULTURA NEL SUGGESTIVO PARCO ARCHEOLOGICO DI POMPEI Sabato 19 luglio Nick Cave – per l’ottavo appuntamento di BOP. “Re Inchiostro” torna in Campania affiancato dal bassista dei Radiohead Colin Greewood. Dopo i primi sette appuntamenti, che hanno visto protagonisti nel suggestivo scenario notturno dell’Anfiteatro del parco Archeologico di Pompei Gianna Nannini, Dream Theater, Antonello Venditti, Jean-Michel Jarre, Stefano Bollani, Ben Harper e Jimmy Sax è la volta di Re Inchiostro, l’australiano, ex Birthday Party, singer songwriter tra i più influenti al mondo, colonna portante del gruppo Bad Seeds: Nick Cave. L’artista, che per l’occasione non sarà affiancato dal gruppo Bad Seeds, farò un solo-concert al pianoforte ma sostenuto dal basso di Colin Greewood del gruppo inglese Radiohead. Il concerto, già sold out da mesi, si svolgerà sabato 19 Luglio (inizio ore 21:15). Cave torna ad esibirsi in Campania dopo vent’anni dal suo unico solo-concert a Napoli all’epoca per il Neapolis Festival. Nick Cave, icona indiscussa della musica contemporanea promette di essere un evento memorabile per intensità emotiva. Il sessantasettenne australiano, musicista, poeta, attore e regista; ha influenzato generazioni di musicisti con la sua voce ipnotica, i testi profondi e la capacità di fondere rock, blues e poetiche oscure. La sua presenza scenica e la sua arte visionaria lo rendono un punto di riferimento nel panorama musicale globale. L’Anfiteatro di Pompei, quindi, si prepara ad accogliere un nuovo, straordinario capitolo di BOP – Beats of Pompeii, tra musica, storia e emozioni senza tempo. Dopo le indimenticabili performance di artisti internazionali come Jean-Michel Jarre e Ben Harper, è ora la volta di un artista iconico, capace di unire intensità poetica e potenza scenica. La sua voce ipnotica e il suo carisma magnetico echeggeranno sul palco più suggestivo del mondo, dove la musica diventa storia e l’archeologia si trasforma in palcoscenico. Un concerto attesissimo, che si inserisce nel solco tracciato dai Pink Floyd nel 1971 e proseguito con BOP, la rassegna che fa vibrare Pompei al ritmo dei grandi nomi internazionali, sotto il claim “Dove la musica è Cultura”. I prossimi appuntamenti targati BOP sono: il 24 luglio con il Maestro Riccardo Muti, il 25 luglio il canadese Bryan Adams (il grande classico rock in versione unplugged); il 29 luglio con Serena Rossi (voce versatile tra pop e teatro) e il 5 agosto con i norvegesi Wardruna (suggestioni nordiche e pagane). Un viaggio sonoro che attraversa generi ed emozioni, tra artisti che hanno fatto la storia della musica e nuovi protagonisti della scena globale. UN PROGETTO CULTURALE SOSTENUTO DALLE ISTITUZIONI Patrocinato dal Ministero della Cultura e dal Parco Archeologico di Pompei, in collaborazione con il Comune di Pompei e la Regione Campania, BOP unisce arte, spettacolo e valorizzazione del patrimonio storico. La direzione artistica è affidata a Giuseppe Gomez, mentre l’organizzazione tecnica è curata da Blackstar Entertainment e Fast Forward. Info, Official web & Social net: https://www.instagram.com/beats_of_pompeii/ https://blackstarconcerti.com/ https://pompeiisites.org/events-calendar/   Ufficio Stampa BOP 2025 per Blackstar Entertainment: Giulio Di Donna +39 3395840777 [email protected]

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Novità librarie, Gaetano Cortese

“La Residenza d’Italia a Bucarest, Villa Stolojan” il nuovo libro dell’Ambasciatore Gaetano Cortese     ROMA – L’Ambasciatore Gaetano Cortese aggiunge una nuova opera alla preziosa Collana dedicata alle Ambasciate e Residenze italiane nel mondo, con il volume “La Residenza d’Italia a Bucarest nel 145 anniversario delle relazioni diplomatiche tra l’Italia e la Romania”, Carlo Colombo Editore. La pubblicazione, oltre a ripercorrere la storia della Residenza sotto il profilo architettonico-artistico e diplomatico, ricostruisce la storia delle relazioni diplomatiche tra i due Paesi.   Il libro si apre con una prefazione dell’ambasciatore d’Italia a Bucarest, Alfredo Maria Durante Mangoni e con un indirizzo di saluto dell’ambasciatore di Romania a Roma, Gabriela Dancau, seguiti dai contributi dei diplomatici Stefano Ronca, con un’esaustiva disamina su “Le relazioni tra l’Italia e la Romania nella storia dei due Paesi”, e Anna Blefari Melazzi, con un bel ricordo dal titolo “La mia Bucarest”, entrambi già Ambasciatori d’Italia in Romania.   L’Ambasciatore e Consigliere di Stato Rocco Cangelosi nel suo contributo al testo offre al lettore una brillante ed interessante ricostruzione storica su “La politica estera della Romania ed il ruolo svolto nell’Unione Europea”. La pubblicazione, come detto, rientra nella Collana dell’Editore Carlo Colombo di Roma, dedicata alla valorizzazione del patrimonio architettonico ed artistico delle rappresentanze diplomatiche italiane all’estero, fondata e curata dall’ambasciatore Gaetano Cortese sin dal 1999. Con la nuova pubblicazione la Collana si arricchisce fino ai 56 volumi finora pubblicati, sia in versione italiana che in altre lingue straniere: araba, francese, finlandese, inglese, olandese, norvegese e tedesco.   Gaetano Cortese è stato dal 2006 al 2009 Ambasciatore d’Italia nel Regno dei Paesi Bassi e Rappresentante Permanente d’Italia presso l’Organizzazione per la Proibizione delle Armi Chimiche (OPAC) a L’Aja e dal 1999 al 2003 Ambasciatore d’Italia nel Regno del Belgio. In precedenza ha prestato servizio presso le sedi diplomatiche d’Italia di Zagabria, Berna, L’Avana, Washington e alla Rappresentanza Permanente d’Italia presso l’Unione Europea di Bruxelles, in qualità di Ministro Consigliere. Dal 1992 al 1999 ha ricoperto l’incarico di Consigliere aggiunto per la Informazione e la Stampa del Presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro.   Gaetano Cortese è autore di testi giuridici e di numerosi articoli di diritto comunitario e internazionale, pubblicati a Parigi quando alla Sorbona era “Docteur de l’Université de Paris en Droit International” nella Facoltà di Giurisprudenza con il Professore Charles Rousseau, e a Roma, all’Università degli Studi La Sapienza, Assistente di Organizzazione Internazionale e di Diritto Internazionale alla Facoltà di Scienze Politiche retta dal Professore Riccardo Monaco.   Gaetano Cortese, La Residenza d’Italia a Bucarest,Villa Stolojan, Servizi Tecnologici Carlo Colombo, Roma, 2025 ,pp.176.

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“Intrecci di memoria” di Goffredo Palmerini

27 giugno 2025     In libreria e sugli store online il volume “Intrecci di memoria”, di Goffredo Palmerini, One Group Edizioni   L’AQUILA – Uscito in questi primi giorni di luglio “Intrecci di memoria” di Goffredo Palmerini, pubblicato dalle Edizioni One Group. Il nuovo libro del fecondo giornalista e scrittore abruzzese è disponibile nelle librerie e sui principali store di vendita online (Lafeltrinelli, IBS, Libreria Universitaria, Librerie Coop, Amazon, Mondadoristore) e presso l’editore ([email protected]). Il volume “Intrecci di memoria – Trame di vita, territori, sguardi in cammino”, con una preziosa veste grafica, 332 pagine arricchite da oltre 300 immagini, è dedicato nel centenario della nascita al prof. Serafino Patrizio, insigne matematico dell’Università dell’Aquila, amministratore pubblico e operatore culturale, scomparso 5 anni fa. Il libro è un caleidoscopio di storie di vita, racconti di viaggio, eventi culturali rilevanti, personaggi emeriti, che hanno tratteggiato il corso di un intero anno, da giugno 2023 a giugno 2024. Questo sedicesimo libro di Palmerini è corredato dai significativi contributi di Sonia Cancian, docente, saggista e storica della McGill University di Montreal (PRESENTAZIONE) e di Giovanna Di Lello, docente e scrittrice, direttrice artistica del John Fante Festival, che ha scritto la PREFAZIONE. Con il consenso dell’editore One Group, se può essere d’interesse, qui di seguito si propone il testo della PREFAZIONE di Giovanna Di Lello.   *** PREFAZIONE di Giovanna Di Lello  In questa sua sedicesima pubblicazione, Goffredo Palmerini, figura di spicco del giornalismo abruzzese e scrittore di talento dalla prosa raffinata, nonché promotore della cultura italiana nel mondo, ci offre uno spaccato di un anno particolarmente intenso del suo instancabile lavoro. Questa nuova raccolta, che abbraccia articoli, riflessioni e testimonianze pubbliche, documenta il periodo compreso tra giugno 2023 e giugno 2024, facendo immergere il lettore nell’universo di interessi che animano l’autore. L’opera si distingue per la sua capacità di coniugare l’analisi acuta e documentata dell’emigrazione italiana, fenomeno che Palmerini conosce benissimo, grazie alla sua lunga esperienza in questo campo e al contatto diretto con i suoi protagonisti.   Prima però d’inoltrarci nei temi del libro, vorrei dedicare alcune parole al suo autore. Innanzitutto desidero ricordare che la carriera giornalistica di Palmerini è costellata di successi e premi, ma spicca un risultato davvero eccezionale che riguarda il suo articolo “Dopo Celestino V, è di Papa Francesco il dono più grande all’Aquila”, pubblicato il 17 agosto 2022. È apparso su ben 52 testate, di cui 42 in Italia e 10 all’estero. Questo primato, riconosciuto in India dal Gems Book of World Records nel febbraio 2024, già di per sé eccezionale, non dimostra solo l’importanza dell’argomento, ma anche la qualità della scrittura dell’autore e la sua autorevolezza nel settore dell’informazione.     La poliedrica personalità di Palmerini, dalle molte sfaccettature, con un passato di successo anche come dirigente in un’azienda di Stato e amministratore comunale, non deve farci perdere di vista ciò che lo caratterizza maggiormente: la sua immensa generosità, che ho tra l’altro avuto modo di sperimentare personalmente con il mio John Fante Festival. A questa sua qualità si aggiungono un profondo senso dell’amicizia e una sincera curiosità verso il lavoro altrui, soprattutto verso quelle eccellenze che Palmerini ha contribuito a far emergere negli anni. Credo che sia tutto questo ad alimentare la sua passione per la narrazione giornalistica, in particolare quando racconta le storie degli italiani all’estero.   In questa sua meritoria attenzione verso il fenomeno migratorio italiano, spesso trascurato, trovo un’autentica affinità elettiva, anch’io studiosa della materia. Volentieri segnalo il piacere d’essere stata, insieme a Goffredo Palmerini e Antonio Bini, relatrice in un convegno sull’emigrazione abruzzese e sul turismo delle radici, lodevolmente promosso dai Padri Passionisti e tenutosi presso il Santuario di San Gabriele nell’agosto 2024. Una giornata di riflessione molto feconda e ricca di spunti. Un’attenzione sul tema migratorio che anche il John Fante Festival ha fortemente coltivato, fino a farlo diventare anche una sezione letteraria dedicata agli scrittori italiani all’estero attraverso il Premio Italia Radici nel Mondo, che nel 2024 ha tenuto la sua prima edizione. E non a caso questo nuovo libro di Palmerini rappresenta un prezioso contributo alla comprensione dell’emigrazione abruzzese e un tributo alla sua città, L’Aquila. Egli, infatti, racconta con entusiasmo le vicende degli abruzzesi che hanno esportato il loro talento all’estero, svelando al contempo i paesaggi culturali che nascono dall’incontro di mondi diversi.   Spicca allora il sentito omaggio a Mario Fratti, aquilano, noto drammaturgo italoamericano partito nel 1963 dall’Italia per emigrare negli Stati Uniti, dove è venuto a mancare il 15 aprile 2023 lasciando un grande vuoto nel panorama della cultura internazionale. Per rendere un omaggio a Mario Fratti, scomparso a New York all’età di quasi 96 anni, Palmerini ha raccolto tutti gli articoli che negli anni ha scritto sul grande autore di teatro, e ne ha fatto un libro, “Il mondo di Mario Fratti”, pubblicato a tre mesi dalla morte del drammaturgo.   Il volume, presentato a L’Aquila nell’Aula magna del Gran Sasso Science Institute il 12 luglio 2023, è stata occasione per un commovente Memorial dedicato al celebre autore del musical “Nine” nella sua città natale, con numerose testimonianze dall’Italia e dall’estero, che ne hanno esaltato il talento e la profonda umanità. Questo volume riporta tutti quei contributi in ricordo di Mario Fratti, espressi da personalità del mondo istituzionale, teatrale e dell’informazione. Negli anni Mario Fratti era diventato un amico fraterno di Palmerini, che quasi ogni anno andava a trovarlo a New York. Questa profonda amicizia era probabilmente il frutto della condivisione di radici comuni, creando una speciale connessione tra chi emigra, i “partiti” di Vito Teti, e chi rimane, l’altra faccia della medaglia, “i restati”. E a Palmerini va sicuramente il grande merito di aver contribuito a mantenere vivo il legame del famoso commediografo con la sua terra d’origine.    D’altronde Palmerini è uno straordinario costruttore di ponti tra l’Italia e l’altra Italia, verso gli italiani che vivono all’estero. Posso esserne testimone, per le strette mie relazioni che ho con i figli di John Fante, del rapporto d’amicizia che Goffredo aveva stabilito

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Fare cultura parlando di vini

La sfida di Migrante per un grande Cesanese a Olevano Romano Sul palcoscenico del vino Laziale sempre più in fermento, nel corso degli anni  e sulla scia dei risultati ottenuti dalla Docg Cesanese del Piglio anche i vini di Olevano Romano hanno guadagnato la loro luce. Siamo nella provincia Romana tra i monti Prenestino-Lepino-Ernici ad un’altitudine di m.570 s.l.m. immersi tra vigneti ed uliveti in un territorio abitato sin dai tempi dell’antica Roma che del vino ha sempre fatto una delle sue prerogative maggiori, ma che nel tempo ha saputo operare una trasformazione straordinaria uscendo dall’ambito locale per andare a ritagliarsi il suo posto sulle piazze italiane e all’estero. Su questi terreni collinari viene coltivato prevalentemente il Cesanese, uno dei pochissimi autoctoni a bacca rossa del Lazio. Esattamente il Cesanese di Olevano derivante dalla varietà di Affile, una volta vinificato dolce ed abboccato  e tanto caro ai nonni di tutti i romani di oggi, ma decisamente fuori dai radar per gli appassionati di vino delle ultime generazioni. Ad oggi il disciplinare di produzione per il Cesanese di Olevano prevede la possibilità di piccole quote di uve a bacca bianca per aumentare il tenore di acidità. Lorenzo Migrante e sua moglie Luciana sono tra le migliori espressioni della nuova generazione di viticoltori, che facendo tesoro della lunga tradizione locale ha traghettato il Cesanese di Olevano nei tempi moderni sviluppandone il potenziale. Sempre presenti ad ogni evento e degustazione in prima persona, per spiegare con passione i loro vini e il contesto in cui nascono. La loro produzione si attesta sugli 80 quintali per ettaro per una resa massima del 65%. I vigneti si estendono su un territorio collinare di origine vulcanica di composizione mista limoso e argilloso con quote calcaree, che insieme alle costanti escursioni termiche fornisce un clima favorevole al profilo organolettico dei vini. A Lorenzo Migrante abbiamo avuto il piacere di rivolgere qualche domanda: Nel 2000 la grande decisione insieme alla Signora Luciana di dedicarsi anima e corpo al vino. Venivate già da questo mondo oppure è stata una scelta improvvisa e cosa vi ha spinto ad un certo punto nel tentare questa strada? Si venivamo già da questo mondo. La nostra famiglia e il nostro territorio in generale ha sempre avuto una grande tradizione contadina. La vigna ha sempre fatto parte della nostra quotidianità e la vendemmia è sempre stata vissuta come una festa. Nel 2000 abbiamo deciso di trasformare questa passione in lavoro con la missione di far emergere le potenzialità enogastronomiche che il nostro territorio aveva conservato per secoli. All’attività oggi prende parte anche suo figlio; in questa convivenza generazionale le vostre visioni di viticoltura vanno d’accordo o creano occasioni di dibattito? Sicuramente viviamo attimi di incomprensioni e di dibattito, ma sono sempre costruttivi e necessari un confronto tra generazioni. La nostra visione di viticoltura è comunque la stessa, ovvero il rispetto della natura e il minimo intervento in cantina. Quest’anno sono 25 anni di attività, una data importante. Tracciando un primo bilancio di questa avventura cosa direbbe? E quale sono stati i momenti più importanti? Sicuramente il bilancio è positivo. Ad oggi abbiamo una clientela stabile che ci permette di avere sicurezze economiche e finanziarie. Non saprei riconoscere momenti più importanti di altri. È stato frutto di tante piccole decisioni e avvenimenti che ci hanno portato a dove siamo oggi. E a questo punto nella corsa ai prossimi 25 anni di attività è d’obbligo chiederle, come si immagina la Società Agricola Migrante? Sicuramente in crescita date le nuove opportunità che il mondo ci offre. Sia dal punto di vista tecnologico che dal punto di vista di come il vino viene percepito. Non più come un alimento ma come un’esperienza sensoriale in cui immergersi. Dal 2000 ad oggi quali progressi ha fatto Il Cesanese di Olevano e quali secondo lei sono le prospettive future per questa Doc? Partivamo da un momento storico in cui il Cesanese era visto come un vino da tavola di medio-bassa qualità. Grazie al nostro impegno e di tutte le altre aziende che hanno deciso di imbattersi nella nostra stessa missione ci troviamo oggi con una Doc che comincia a farsi conoscere. Il Cesanese è un vitigno di qualità che sa esprimere un grande potenziale. Un vitigno che ha già espresso un grande potenziale, si può aiutare a spingersi ancora oltre oppure ha già toccato il massimo del suo livello qualitativo possibile? Io penso che si potrà solo migliorare grazie alle nuove filosofie vitivinicole che stanno emergendo sempre più improntate al rispetto della natura e alla sostenibilità. Per non parlare poi delle novità tecnologiche che il nostro momento storico ci offre. Oggi “sostenibilità” è una delle parole chiave anche nel mondo del vino. Come si sposa con tecnologia e tradizione? Cercando di prendere questa parola chiave e trasformarla in un punto fisso nella nostra mente. Il mondo è la nostra casa e dobbiamo prendercene cura, oggi giorno qualsiasi progetto che non si preoccupi del concetto di sostenibilità ambientale è destinato all’autodistruzione. Il Sigillum è l’unico in cui viene impiegato il legno ricercando una maggior eleganza e complessità, Consilium invece regala un Cesanese tutto frutto e sorso gustoso. In comune condividono il livello qualitativo ma quale secondo lei rappresenta maggiormente l’anima del Cesanese? Beh sicuramente direi che la vinificazione solo in acciaio esprime le qualità più pure del Cesanese in quanto l’acciaio non rilascia alcun sapore lasciando quindi inalterate le qualità organolettiche. Con il legno si cercano di esaltare queste qualità ottenendo un vino più complesso. Il Cesanese del Piglio ha indicato una direzione qualitativa che Il Cesanese di Olevano ha saputo seguire. Cosa ne pensa della possibilità di una doc unica tra i due territori? Sarebbe un’opportunità, oppure una limitazione dell’espressione territoriale? Mah, io penso che l’unione faccia la forza e potrebbe essere un buon obiettivo per le nuove generazioni. Senza trascurare la Doc di Affile. Fantasticando, se non avesse fatto il viticoltore ad Olevano Romano, dove le sarebbe piaciuto farlo e con quale vitigno avrebbe voluto cimentarsi? Mi affascina molto la cosiddetta

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Novità librarie: Annina Vallarino

Annina Vallarino, “Il femminismo inutile. Vittimismo, narcisismo e mezze verità: i nuovi nemici delle donne”.    Recensione     Il testo di Annina Vallarino che qui si presenta e pubblicato da Rubbettino, si segnala per il suo coraggio. Non la temerità astiosa e rissosa dei social, né l’impudenza verbale e inconcludente, ma il meditato coraggio di chi vuole guardare la realtà senza far sconti e con la tranquilla forza di una ragione che non si arrende alle nebbie delle ideologie. L’autrice è una femminista per la quale il femminismo sembra realizzare il precetto kantiano dell’illuminismo come “uscita dell’uomo (della donna) dallo stato di minorità, imputabile a se stesso”. Cosa significa ciò? Significa che la Vallarino rivendica, giustamente, le conquiste del femminismo storico e le relative lotte che hanno portato le donne a svolgere un nuovo ruolo nella società moderna facendole uscire, certo non totalmente, dallo “stato di minorità” in cui si trovavano confinate. E’ stato un grande processo di emancipazione collettiva in cui un nuovo soggetto sociale, identificato dal sesso di appartenenza, si faceva carico di una promessa di liberazione riguardante non solo le donne ma l’intera società. Era l’autoaffermazione decisa del proprio valore che si realizzava sfidando un mondo maschile ostile e, spesso, sprezzante verso le capacità, le competenze, le possibilità e talvolta, la vera e propria intelligenza, femminile; questa autoaffermazione portava con sé la coscienza che solo un cambiamento radicale delle strutture di potere era in grado di umanizzare e liberare dallo sfruttamento i rapporti tra i sessi e all’interno dei sessi. Questo femminismo storico, ricostruito citando i classici teorici e la vita concreta di molte donne, ha subito una torsione di significato alla fine del millennio e negli anni successivi. Qui il testo, rifiutandosi di sottomettere la realtà alla fantasia, analizza nel dettaglio e con ammirevole acutezza metodologica le caratteristiche del neofemminismo, partendo dal principio che “uomini e donne sono entità complesse e sfaccettate” (pag. 104). Ne esce un quadro desolante. Senza mezzi termini viene rimproverato al neofemminismo un arretramento culturale preoccupante che, a fronte di una radicalizzazione parolaia sempre più estrema, giunge a negare proprio quell’autoaffermazione singola e quella promessa di liberazione collettiva che erano le componenti principali del femminismo: le donne da soggetto della storia che prendono il proprio destino nelle proprie mani sfidando apertamente il pregiudizio e lo sfruttamento, sono tornate ad essere qualcosa di fragile, eterne vittime da difendere in qualsiasi situazione, da un appuntamento andato male a una presunta “cultura dello stupro”; il tutto condito da quella che, icasticamente, Vallarino definisce “lagna” ovvero l’insopportabile tendenza all’autocommiserazione e la sconsiderata abitudine di incolpare continuamente l’altro sesso. Abitudine che alla fine risulta un boomerang perché invocando sempre più fumose idee (patriarcato, cultura dello stupro, mascolinità tossica ecc. ecc.) si giunge proprio a deresponsabilizzare il criminale che agirebbe non tanto per propria scelta ma perché vittima a sua volta di una non ben precisata “cultura”: la responsabilità personale (cardine del nostro sistema giudiziario) annega nelle brume dell’indefinito e sorge lo spettro di una corruzione totale che però, a differenza del peccato originale, colpisce solo i maschi. Un caso per tutti: come è mai possibile parlare di patriarcato (società in cui, per fare un esempio, eredita i beni solo il figlio maschio) in una nazione dove una donna è primo ministro e un’altra donna guida il maggiore partito di opposizione? E’ evidente lo scollamento dalla realtà perché le parole descrivono anche chi le usa oltre che la realtà stessa. Né si salvano dalla refrigerante critica dell’autrice i cosiddetti strumenti statistici di cui si sottolineano i vari limiti che privano del tutto di valore le presunte “prove” a sostegno delle astratte fumoserie di cui sopra. Il neofemminismo, in conclusione, rappresenta per la Vallarino un gigantesco arretramento delle donne e, aspetto particolare, si tratta di un arretramento, kantianamente, “imputabile a se stesse” perché l’errore fondamentale è stato il ripiegamento sulla singola da proteggersi e sempre in pericolo (quasi come un panda in via di estinzione), tralasciando l’aspetto collettivo di “uscita dallo stato di minorità”, di rivendicazione del proprio valore del femminismo storico. Resta una domanda: chi trae vantaggio da tutto ciò? Il testo fa notare come eminenti testate e giornalisti di fama abbiano scelto un adeguamento alla retorica neo femminista, che si segnala come caso particolare del totalitario  “politicamente corretto”, ma sfugge nel libro il motivo. Certo, l’autrice vuole smascherare l’aspetto reazionario del neofemminismo (anche nello scivoloso rapporto con le persone transgender), non descrivere questo lato dell’industria culturale, ma alcuni cenni sono di grande interesse. Sfilano così davanti ai nostri occhi chi su questa retorica costruisce le proprie carriere negli ambiti giornalistici, universitari, politici, “culturali” (sarebbe forse il caso di tornare a ripensare il significato della parola cultura), alle pasdaran social pronte a bacchettare come vergini vestali chi la pensa criticamente (alle quali sarebbe da consigliare il testo di Otto Weininger “Sesso e carattere” così, forse, comprenderebbero meglio il mondo in cui si trovano), alle influencer che, regine della mercificazione, concionano su etica e morale, alle grandi star che da superprivilegiate discettano di inclusività (con tutta la carica di untuoso e perbenistica superiorità del termine) alla rimozione ideologica del fatto che la natura è un dato che si impone al di là dell’artificio (cultura?) umana, a chi nei mass media, in tal modo, può spostare l’interesse su argomenti precisi a scapito di altri, magari più urgenti ma scomodi; il caso di Luana D’Orazio (morta per incidente sul lavoro in un’industria tessile) è significativamente ricordato così come la questione del velo islamico, vera e propria cartina al tornasole di una retorica femminista di facciata che si arrende alla retorica identitaria. Un libro coraggioso di cui si consiglia caldamente la lettura per la precisa analisi che effettua dell’esistente. Nicola F. Pomponio

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