International Conference on Epistemology of Education

«Entriamo in Messico dalla porta principale: quella della cultura».  Antonio Nesci racconta la nuova stagione internazionale de La Prima Pagina Dalla Città del Vaticano a Roma e Tropea, la International Conference on Epistemology of Education riunisce scienziati, ricercatori e protagonisti dell’educazione. La Prima Pagina sarà media partner dell’appuntamento e seguirà l’evento in quattro lingue, con dirette e speciali audiovisivi. Scienza, educazione, ricerca e cultura. È questo il filo conduttore della International Conference on Epistemology of Education and New Perspectives on Educational Laughter: Successful Educational Practices and Pedagogical Innovation, appuntamento internazionale in programma dal 21 al 23 ottobre 2026 tra Città del Vaticano, Roma e Tropea. Tre giornate dedicate al confronto tra esperienze educative, ricerca scientifica, innovazione pedagogica e nuove prospettive internazionali, con protagonisti provenienti dall’Italia, dal Messico e da altre realtà accademiche e culturali. Il momento centrale della conferenza sarà il 22 ottobre 2026 nell’Aula Magna della Link University di Roma, dove si incontreranno personalità di assoluto rilievo nel mondo della scienza, dell’università, della ricerca e dell’educazione. Tra i Plenary Speakers figura la Professoressa Pia Astone, dell’INFN Roma 1 e della Sapienza University of Rome, insieme a Leonardo Durante, finalista del Global Teacher Prize 2021, e a Jesús Castañeda Rivera e Giuseppe Fiamingo, entrambi finalisti del Global Teacher Prize 2025. Il programma comprende inoltre la presenza della Dra. Miriam Cresta, CEO di Junior Achievement Italy, del Prof. Francesco Rao, sociologo e ricercatore, della Dra. Adele La Rana, fisica e ricercatrice di storia della scienza presso Sapienza University of Rome, del Prof. Raymundo Morado Estrada, dell’Universidad Nacional Autónoma de México, e del Prof. Edgardo Olmedo Sotomayor, di REHDD Universities e CIEM. Un parterre che conferisce all’appuntamento una dimensione internazionale particolarmente significativa, mettendo in dialogo competenze diverse e mondi apparentemente lontani ma uniti dalla stessa domanda: come costruire l’educazione del futuro? Il percorso prenderà il via il 21 ottobre nella Città del Vaticano, proseguirà il giorno successivo a Roma e si concluderà il 23 ottobre a Tropea, presso l’Istituto di Istruzione Superiore “P. Galluppi”. In questo contesto si inserisce la collaborazione con La Prima Pagina, che sarà media partner dell’evento e ne seguirà lo sviluppo attraverso le proprie testate in italiano, inglese, spagnolo e francese. La copertura sarà accompagnata da dirette, interviste e speciali audio-video su Fast News Platform, con l’obiettivo di portare il confronto oltre le sedi fisiche della conferenza e raggiungere un pubblico internazionale. Particolare attenzione sarà dedicata anche alla partecipazione di Leonardo Durante, che collabora con Conosci Roma e Belli e in Salute. Durante sarà protagonista, insieme a Jesús Castañeda Rivera e Giuseppe Fiamingo, di una serie di contenuti in lingua spagnola dedicati alla scienza, alla ricerca e all’educazione. Un progetto che non si limiterà alle giornate della conferenza e che punta a sviluppare contenuti capaci di continuare a circolare anche successivamente, rafforzando il dialogo tra il pubblico italiano e quello internazionale. Durante racconterà inoltre l’udienza papale alla quale saranno presenti i relatori della conferenza, offrendo una testimonianza diretta di uno dei momenti più significativi del programma. La conferenza rappresenta anche un’importante occasione per rafforzare il rapporto con il Messico, Paese con il quale La Prima Pagina intende sviluppare una presenza editoriale e culturale sempre più strutturata. Al centro di questa nuova fase c’è Jesús Castañeda Rivera, attraverso il quale prende forma l’idea di costruire un ponte stabile tra Italia e Messico, partendo non soltanto dall’informazione ma soprattutto da cultura, scienza, educazione e università.«Entriamo in Messico dalla porta principale: quella della cultura», spiega Antonio Nesci, direttore de La Prima Pagina. L’obiettivo è costruire relazioni che possano andare oltre la cronaca dei singoli eventi: mettere in contatto università, ricercatori, insegnanti, intellettuali e realtà culturali, creando occasioni di confronto e collaborazione. Un percorso che si inserisce in una rete internazionale già in crescita. C’è la collaborazione settimanale con l’Argentina, sviluppata attraverso Lilly Di Masi, mentre negli Stati Uniti è presente Attilio Carbone a New York. In Canada, a Vancouver, il gruppo può contare sulla collaborazione di Augusto Oriani e Anna Foschi Ciampolini. A questa rete si aggiungono, in Italia, l’antropologo italocanadese Pino Cinquegrana e lo storico romano di origini calabresi Franco Torchia, mentre in Spagna è attiva la collaborazione con il Profesor José Alonso Ponga. L’obiettivo dichiarato è quello di rafforzare un collegamento permanente tra l’Italia e le Americhe attraverso un giornalismo capace di raccontare non soltanto l’attualità, ma anche le persone, le idee, la ricerca e le esperienze culturali. La conferenza sull’educazione diventa così uno dei primi grandi appuntamenti di questa nuova fase internazionale. Dall’Italia al Messico, dall’Europa alle Americhe, la sfida è trasformare l’informazione in uno strumento di dialogo. Ed è proprio Antonio Nesci, direttore de La Prima Pagina, a raccontare in questa intervista il progetto che accompagna questa nuova stagione. L’intervista integrale ad Antonio Nesci Il direttore de La Prima Pagina racconta la nuova stagione internazionale del gruppo: quattro lingue, dirette e speciali audiovisivi, una rete tra Italia, Messico, Argentina, Stati Uniti, Canada e Spagna e una partnership esclusiva con la International Conference on Epistemology of Education. D. Antonio Nesci, La Prima Pagina sarà media partner della International Conference on Epistemology of Education. Perché considera questa partnership così importante? R. Perché dobbiamo essere molto chiari su una cosa: non stiamo raccontando un piccolo evento. Stiamo entrando, come media partner e con una copertura esclusiva, all’interno di un appuntamento che riunisce personalità di assoluto rilievo internazionale nel mondo della scienza, dell’educazione, della ricerca e della cultura. Il 22 ottobre, nell’Aula Magna della Link University di Roma, il nostro logo sarà accanto a quello di istituzioni e realtà accademiche storiche, all’interno di un evento internazionale che mette in dialogo Italia e Messico. E quando guardiamo il livello dei relatori comprendiamo immediatamente la portata dell’iniziativa. D. Partiamo proprio dai relatori. Chi sarà presente? R. Il programma è di livello straordinario. Ci sono personalità che hanno un profilo internazionale e una reputazione costruita nel mondo della ricerca, della scienza e dell’educazione. Penso innanzitutto alla Professoressa Pia Astone, dell’INFN Roma 1 e di Sapienza University of Rome, che rappresenta una presenza scientifica di grandissimo prestigio. E poi abbiamo Leonardo Durante, finalista del Global Teacher Prize 2021; Jesús

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Drammaturgia sacra medievale: origini, evoluzione, decadenza 30 Agosto 2026 di Gabriella Izzi Benedetti Storia Arte Cultura di Gabriella Izzi Benedetti * Il fenomeno della drammaturgia sacra medievale, lungo oltre un millennio, al di là di ogni valutazione di genere letterario, è tra le forme creative di maggior suggestione, supportato da genuina adesione, appartenenza, devozione autentica e coinvolgente. L’avvento del Cristianesimo determina un mutamento profondo delle coscienze. Si modificano sensibilità, obiettivi, senso comunitario, si verifica una rivoluzione globale e irreversibile, che da un lato trova ostilità, dall’altro travolge quanto di decadente era già in atto nel mondo classico, in molteplici aspetti, compresa la formula teatrale. La drammaturgia classica, durante il Medioevo, prosegue in forma ingenua e grezza, lontana dalla eleganza anteriore, e intanto sorge una produzione legata alla nuova liturgia, che si esprime con dignità linguistica e strutturale, capacità teatrale. Il fenomeno è di livello europeo; le varie realtà sono simili nel passaggio dal rito liturgico a rappresentazioni grandiose, in cui alla fine del rito liturgico rimane ben poco. In Italia primeggiano Toscana e Abruzzo in quanto a Sacre rappresentazioni con pari grandiosità, in Toscana con più attenzione al modulo letterario, in Abruzzo con stile più popolare. L’Umbria eccelle per la Lauda. Inizialmente la Chiesa preferì temi di allegrezza, diede spazio alla Resurrezione, al trionfalismo. Divennero quasi due episodi staccati, Passione e Resurrezione. La Passione era antefatto acquisito, con il Cristo vincente, il Pantocrate. La predicazione degli Apostoli si era in prevalenza soffermata sul tema della Resurrezione, quale mistero della incarnazione di Cristo e tangibilità del suo messaggio di redenzione. Anche il Natale nei primi secoli dell’era cristiana è celebrato, ma in forma narrativa. Un discorso a parte merita la liturgia della Messa nella quale già dal II secolo Papa Alessandro I volle Passione e Resurrezione di pari incisività. La Messa è giudicata la prima forma di dramma sacro in cui il celebrante rappresenta Cristo e diaconi, suddiaconi, chierici minori sono parte attiva di riti liturgici, assumono gestualità e timbri vocali adeguati. La teatralità si accentua nella Settimana Santa con la lettura della Passione nella Domenica delle Palme e il Martedì, Giovedì, Venerdì Santo. Inoltre il Mandatum, cerimonia propria del Giovedì santo, era di grande effetto, come di Venerdì il canto delle quattro Passiones, dell’Adoratio Crucis, della Depositio Crucis. Il rituale della Passione si concludeva con l’Uffizio delle tenebre; nell’ istante dell’ultimo respiro si spegneva ogni lume, a indicare l’oscurità che si abbatte sulla terra con la morte di Cristo. Legati alla liturgia della Passione gli Inni del rituale greco-bizantino, gli Encomi, accompagnavano azioni drammatiche, anche se la rievocazione della Passione di penitenziale aveva ben poco, come la liturgia del Mattutino cantata la sera del Venerdì Santo, in uso dal VII secolo, l’inno glorioso Exultet compilato su pergamene arrotolate, i rotoli appunto, ricchi di immagini, didascalie, testo e musica. Il diacono cantore svolgeva la pergamena; il popolo seguiva la descrizione visiva e l’accompagnamento musicale. L’iconografia al contrario evita l’immagine di un Cristo ferito, percosso; il Cristo sulla Croce è vivo e circondato di gloria. Dopo secoli di paganesimo, Dèi vittoriosi e una religione che di penitenziale aveva ben poco, abbracciare un’altra fede con caratteristiche tanto diverse significava accettare una radicalità di visione che aveva bisogno di tempo per essere introiettata in alcune caratteristiche più estreme. Perché la figura di Cristo nel momento della sofferenza e umiliazione, la Crocifissione, acquisti valore redentivo bisogna giungere a Sant’Anselmo (1033-1109) e San Bernardo (1091-1153), che hanno messo in evidenza l’irrinunciabilità di una Cristologia della sofferenza; la loro teoria ha influito decisamente nell’arte pittorica medievale. Le immagini del Cristo sofferente infittirono dal secolo XI, e ne è risultata una figura di grande patos, appassionando i fedeli. La Pasqua, manifestazione di morte e rinascita, veniva a trasformare una festa folkloristica, pagana, in evento cristiano. Alle origini il teatro, sacro o profano, è stato in buona parte la trasposizione del desiderio della società di festeggiare il rinnovarsi dei cicli stagionali, con rituali propiziatori. A prescindere dal Cristianesimo, poiché la sacralità dei festeggiamenti affonda le radici in feste pagane da cui molte delle feste cristiane hanno preso il via; in alcune come Capodanno, Carnevale, in forma evidente, meno nel Natale ed Epifania, che subentrano a feste di rinnovamento, propiziatorie, sovrapposte dalla Chiesa nell’opera di conversione alla cristianità, per oscurare il rito precedente. Il rito pasquale sostituì le feste per la fertilità, molti santi patroni vennero collocati nel calendario in giorni precisi, annullando, con la fastosità dei festeggiamenti, rituali antichi. Dal IV secolo il Natale cadde il 25 dicembre ponendo fine a riti propiziatori di fine anno. E dunque l’arte teatrale ha alla base la sacralità del rito fin dalle origini: forme spettacolari o più semplici, quali la processione che nel Cristianesimo assunse una particolare valenza come demarcazione dello spazio sacro, compartecipazione, benedizione estesa a tutto il mondo. C’erano: musica, Confraternite e Corporazioni, stendardi, figure di angeli e figuranti in abiti d’epoca. La statua del Santo faceva soste, iniziavano momenti dialogici, rievocazioni. Il popolo, in parte, interveniva. Sul territorio da cui è partita l’evoluzione da forme liturgiche a teatrali si è a lungo dibattuto; Francia, Inghilterra, Germania, con una straordinaria fioritura teatrale, relegavano l’Italia a fanalino di coda. Poi, grazie a recuperi di cui dobbiamo essere grati a Vincenzo De Bartholomaeis, si è vista come ricca fosse la nostra produzione. Resta valida l’ipotesi dell’origine greco-bizantina, anche tenendo conto dell’influsso esercitato dall’arte bizantina sulla occidentale, specie nel meridione. Nonostante le conflittualità tra il Patriarcato di Costantinopoli e il Papato, le strette relazioni politiche, tra V e X secolo, favorirono nell’Occidente reciprocità; tra esse quella dei riti religiosi. Nell’VIII secolo la Corte di Costantinopoli donò al re francese Pipino il breve, un organo; così l’organo si propagò in Occidente. Grazie anche a forme musicali più articolate e a un tipo di Omelia sganciata da rito liturgico si crearono due cicli a carattere popolare: Annunciazione, Natività e fuga in Egitto; Battesimo di Cristo, Passione e Resurrezione. In Occidente, e in particolare in Abruzzo, venne a determinarsi dalla Omelia, in forma del tutto indipendente, il Sermone semidrammatico, poiché i predicatori interrompevano la spiegazione del Vangelo e iniziava una sequenza scenica con forte coloritura drammatica; talmente amata che si dovettero costruire palchi sui quali si svolgeva l’azione narrata dal sacerdote.  Un momento di

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Goffredo Palmerini non finisce di stupirci…

Mario Fratti e 99 Personaggi e Persone nella memoria di Goffredo Palmerini   di Gabriella Izzi Benedetti *   Non finisce di stupirci Goffredo Palmerini per la capacità tutta particolare di comporre una sorta di spartito in cui volti, figure, situazioni vivono quasi all’unisono, seppur in formule differenti, entro ritmi e figurazioni proprie, accomunate però da una identità che l’autore sente quale valore primario, conducendolo alla ricerca di legami virtuali ma indissolubili fra le varie realtà soprattutto culturali, perché non vengano disperse, si riconoscano, si potenzino ritrovino l’orgoglio di appartenenza.   I due volumi Ricordando Mario Fratti (One Group Edizioni, aprile 2026) e Personaggi e Persone – 99 profili, un patrimonio di memoria (One Group Edizioni, giugno 2026) appartengono a questo legame con la terra natia, in particolare L’Aquila, ma l’Abruzzo e in sostanza l’Italia, nazione che ha subìto una emorragia di genialità che altri paesi hanno raccolto e valorizzato. E non sempre l’inclusione è stata facile e gratuita. Eternamente attuali i versi di Dante Alighieri: “Tu proverai sì come sa di sale lo pane altrui, e com’è duro calle lo scendere e ‘l salir per l’altrui scale” (Paradiso canto XVII)   Eppure la genialità italiana ha trovato spazi e riscontri. E non sempre per effetto di un esodo imposto da necessità di vita, ma per libera scelta dovuta al senso dell’avventura e della conoscenza; soprattutto all’apertura che in altre realtà si riscontra verso il talento, e che purtroppo la nostra nazione non sempre dimostra; spesso manca la lungimiranza che si riscontra altrove, nella capacità di apprezzare e promuovere talenti, non sempre perché da noi non riconosciuti, ma per una sorta di disinteresse, o negligenza, o preclusioni anche ideologiche.   Un caso emblematico è quello relativo a Mario Fratti, autentico genio aquilano, del quale il Palmerini offre un resoconto di vita. L’amicizia che ha legato a lungo l’autore con Mario Fratti già in altri volumi gli ha dettato pagine intense. In questo, intende soprattutto dare voce ai tanti che l’hanno amato e apprezzato. E ovviamente a lui, Mario Fratti, che racconta come le sue prime opere, nonostante un buon giudizio di critica siano state emarginate in quanto “l’Italia di allora non accettava testi teatrali dove era palese la denuncia dei problemi sociali, le forti differenze fra le classi, l’ispirazione politica di sinistra che li animava”. Anche un suo romanzo non fu accettato per la pubblicazione.   Comunque qualcosa si muoveva grazie alla valutazione positiva della critica, sicché nel ’62 il testo teatrale Suicidio partecipò al Festival dei due Mondi di Spoleto e qui avvenne il miracolo, poiché visto e apprezzato dall’attore e regista statunitense Lee Strasberg, decise di mettere in scena l’opera a New York. Il trasferimento temporaneo dell’autore divenne definitivo, a New York il Fratti si sentì a casa. Oggi viene considerato uno dei maggiori drammaturghi. In Italia ce lo siamo perso. E ciò nonostante continua ad essere, in Patria, non sufficientemente conosciuto.   Riferire seppure in sintesi le tante testimonianze di cui è corredato il testo, è impossibile. Quella di Rosemary Serra ha per titolo “Tutti matti per Fratti”, belle le testimonianze, fra le altre, di Liliana Biondi, Gabriele Lucci, Mino Sferra. Mi soffermo su quella di Monia Manzo del 2025 che conobbe Mario Fratti grazie a un amico comune che “decise di concedermi l’onore di poterlo incontrare … Mi occupavo già di storia di teatro e drammaturgia e stavo per laurearmi una seconda volta in materie umanistiche… Pensai [che] avevo la possibilità di poter interagire con un personaggio di enorme levatura intellettuale e umana. Queste caratteristiche si sono sempre confermate … Tutto ciò che lo riguarda … lo fa distinguere per il suo peculiare e prezioso contributo alla società attraverso temi che vanno dall’impegno politico fino a quello unicamente umano, sotteso da temi di tipo psicologico”.   Molto sentita è la narrazione di un suo grande amico, Piero Picozzi “Mario, una persona davvero speciale”: “Di Mario ho ricordi intensi ed emozionanti. Aveva una generosità impareggiabile, un senso dell’accoglienza e dell’ospitalità spiccatissimo, specie verso i giovani che si avvicinavano al teatro, aspirando a diventare autori e attori, o anche per preparare un esame universitario o una tesi di laurea sul teatro. A tutti egli dava consigli… incoraggiava tutti invitandoli a non mollare mai … era la bontà fatta persona, specie verso i poveri che purtroppo riempiono le strade e la Metropolitana di New York … si fermava qualche minuto a parlare con parole di fraternità e con l’aggiunta di qualche dollaro … Insomma non ho mai incontrato una persona che possa minimamente competere con lui per gentilezza, generosità, saggezza e soprattutto rispetto per gli ultimi”.   Un altro prezioso contributo Goffredo offre con il volume Personaggi e Persone, 99 profili, un patrimonio di memoria, suggestiva rievocazione, opera corale e documentaria contro l’oblio che annebbia ed esclude, restituendo ai 99 personaggi citati, inseriti in una sorta di rete virtuale, un’identità che durerà nel tempo, e non verrà alterata dalla inevitabile approssimazione che il trascorrere degli anni produce. Tributo doveroso verso chi ha partecipato attivamente alla crescita culturale, civile, umana di un’epoca come la nostra avviata verso una involuzione culturale ed etica preoccupante e che da questi esempi di vita può trovare spunti di ripresa. Il mondo attuale, con una morale dalle maglie sempre più larghe, dalla banalizzazione riguardo a tematiche esistenziali, travolta da social e da un edonismo dilagante, ha più che mai bisogno di rintracciare attraverso storie esemplari un recupero qualitativo, una pausa di riflessione.   La globalità della ricerca rende questo testo raro e pregevole; volti, espressioni sorridenti o pensosi che siano creano immediata empatia; di alcuni, pochi, ho memoria: di Anna Ventura, la cui amicizia e stima mi è stata cara, e di cui l’autore sottolinea “la finezza, l’eleganza, la signorilità e la grande cultura umanistica”. David Sassoli ho avuto modo di seguirlo nei suoi interessi politici, persona di rara gentilezza e simpatia, così come molto simpatico riuscì a me e mio marito Michel Piccoli, incontrato a Venezia dov’eravamo per il premio Campiello e lui

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Si chiude la XXVI rassegna della Lettera d’Amore

  Sabato 9 agosto alle 20 presso il Palazzo Valignani di Torrevecchia Teatina si chiude la XXVI rassegna della Lettera d’Amore, con il patrocinio di Regione Abruzzo, Comune di Torrevecchia Teatina, del Ministero della Cultura – Soprintendenza Archeologia Belle Arti e Paesaggio per le province di Chieti e Pescara, “Piano di Valorizzazione 2026″, di AIGU Giovani per l’UNESCO sezione Abruzzo e Pro Loco Lettera d’Amore. Nel ricordare la tragedia di Marcinelle, sarà inaugurata la mostra “Lettere e storie di emigrazione” presentata dalla demoantropologa Mariantonia Crudo, con esposizione di lettere e documenti in possesso del Museo della Lettera d’Amore, tra cui un ricco epistolario tra emigrati in Argentina e i familiari di Salerno e lettere di emigranti risalenti al 1912, seguirà la premiazione degli studenti partecipanti al concorso, tra i quali Giovanna Anna Ferrante, Danila Natale, Gemma Pagliarella, Alice Passamonti, Michele Passeri, Chiara Passeri, Grazia Sinagra e dei gruppi di lettura del CIM della ASL di Roma. Interverranno le docenti Angela Franchella, Monica Ferri, Marzia Morrone. È prevista inoltre la presentazione dei libri: “Abruzzo: i campioni siamo noi”, con gli interventi di Generoso D’Agnese, Geremia Mancini e Duilio Rabottini; “Padre Simone – l’abruzzese che difese i guarani”, con Antonio Di Donato, “Tutte le lettere del cuore” con Angela Franchella. Alle 22 lo spettacolo di fine comicità di Max Elia, “Ma chi me l’ha fatt’fà?”. [email protected]

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Palmerini – Le più belle recensioni

1 agosto 2026   L’atleta della vita di Vincenzo Di Michele, recensione Il romanzo vero di una donna che non ha mai smesso di credere nel domani   di Goffredo Palmerini     Conosco Vincenzo Di Michele da anni. Ho letto e recensito molte delle sue opere, spesso dedicate alla memoria storica, alle verità taciute della guerra, ai reduci che hanno attraversato la storia con la stessa dignità silenziosa dei grandi protagonisti. Di Michele è uno scrittore che ha sempre saputo ascoltare. Ascoltare i documenti, le testimonianze, le voci che rischiavano di perdersi. Tuttavia con il suo primo romanzo compie qualcosa di diverso, di nuovo, di sorprendente: entra nella vita vera di una donna e la racconta con una delicatezza che non avevo ancora visto così pienamente nella sua scrittura. Ci sono libri che non si limitano a raccontare una storia, invece la custodiscono. L’atleta della vita, il romanzo di Vincenzo Di Michele, appartiene a questa categoria rara. È un’opera che nasce da un diario reale, da una voce che ha attraversato la vita con intensità, disciplina, amore e dolore. Una voce che l’autore ha saputo ascoltare e trasformare in un racconto limpido, rispettoso, profondamente umano. Anna – questo il nome scelto per tutelarne la privacy – non è solo la protagonista del romanzo, è una presenza che rimane. Una donna che ha vissuto intensamente, in ogni ruolo che la vita le ha affidato: atleta di livello internazionale, medico appassionato, madre e moglie, professionista rigorosa, anima luminosa di una famiglia che la amava profondamente. E poi paziente oncologica. E poi testimone. E infine voce.  Di Michele non la racconta come un personaggio, la accompagna, quasi con pudore. Chi conosce l’autore sa quanto la sua prosa sia abituata a muoversi tra archivi, documenti, ricostruzioni storiche. Qui invece la parola si fa più intima, più raccolta, più rispettosa. C’è la volontà di custodire una vita e di offrirla agli altri come un dono. Di Michele, autore noto per i suoi saggi storici dedicati alle vicende di guerra, ai reduci, alle verità nascoste del Novecento, compie qui un passaggio decisivo, di grande significato anche sul piano della qualità letteraria. Passa, infatti, dalla storia collettiva alla storia intima di una persona. E lo fa con una scrittura che sorprende per misura, delicatezza e profondità emotiva. Non c’è retorica, non c’è compiacimento nel dolore. C’è invece la volontà di accompagnare il lettore dentro un percorso che riguarda tutti, perché tutti, in un modo o nell’altro, abbiamo incrociato in qualche modo il tornante del cancro nel mondo delle nostre amicizie e talvolta direttamente. L’atleta della vita è un libro che va letto con calma, distillato parola per parola, frase per frase, per coglierne l’essenza progressiva della storia ma anche il bagaglio di emozioni che reca con sé. Inoltre, c’è l’insegnamento profondo di una donna che, colpita dal tumore al seno, da medico lo studia, lo propone come esempio di “terapia” aggiuntiva a quella farmacologica, quali per lei sono lo sport, la meditazione spirituale, l’intensità della relazione in famiglia (con il marito, medico anch’egli e docente universitario, con i due figli). Non infrangerò la regola che postula di non entrare nei dettagli di una storia narrata, che invece va letta e scoperta man mano. E tuttavia qualche flash è necessario per inquadrare la vicenda e la sua evoluzione narrativa. Il libro si apre con una nota dell’Autore che già è una dichiarazione di trasparenza. La storia narrata non è una biografia, ma un cammino. Non una sequenza di date, ma un respiro. Anna, la protagonista, inizia ad annotare nel suo diario dal novembre 2024, perché non sa quale evoluzione avrà la sua malattia fino al congresso medico del marzo 2025. Scrive perché teme che le emozioni possano impedirle di parlare. Scrive perché la malattia, che lei non vuole esibire, le chiede invece di essere raccontata per diventare testimonianza, per essere un’esperienza d’aiuto verso tutte le donne che si trovino a vivere la medesima condizione. Il capitolo del congresso medico è uno dei più intensi dell’intero libro. Anna sale sul palco, ferma, asciutta, illuminata da luci che sembrano crude. Stringe il microfono con una mano sola, prende fiato e pronuncia due parole che attraversano la sala come un’onda: «Sono piena di metastasi in tutte le parti del mio corpo.» Non c’è enfasi, non c’è dramma: c’è verità. Una verità detta con una lucidità che immobilizza la platea. Medici, studenti, fisioterapisti, pazienti, tutti si ritrovano uniti da un silenzio che non è assenza di suono, ma presenza di ascolto. In quel momento, Anna non è solo una paziente, è un medico che parla ai medici, un’atleta che parla agli atleti, una donna che parla alla vita. E lo fa con la sincerità, richiamando l’importanza terapeutica di continuare a vivere le proprie passioni, nel suo caso lo sport, la professione medica anche durante il Covid, la vita spirituale, il mondo delle relazioni di amicizia e familiari. Una “terapia integrativa” personale, utile a contenere all’essenziale le necessarie cure farmacologiche. La narrazione segue Anna nel suo percorso: la paura iniziale, la disciplina dello sport che diventa terapia, il sostegno delle terapie integrate, la volontà di mantenere autonomia, lucidità, equilibrio psicofisico. La sua storia non è mai raccontata come una battaglia – Di Michele evita con cura la retorica bellica – ma come un cammino. Un cammino fatto di scelte, di consapevolezza, di amore per l’esistenza. Accanto alla malattia, il libro restituisce la vita nella sua quotidianità, nel suo divenire: la Basilicata dell’infanzia, la campagna, gli animali, la transumanza; la corsa che nasce come gioco e diventa vocazione; gli allenatori che preparano e guidano Anna, le gare, le medaglie, la disciplina; Roma, l’università, la medicina, il lavoro; la famiglia, i figli, gli affetti che la accompagnano fino all’ultimo. Di Michele riesce a dare voce a questa complessità con una scrittura che alterna momenti di intensa partecipazione emotiva a pagine di grande sobrietà. Il lettore avverte la presenza dell’autore, ma mai in modo invadente. È infatti un narratore che osserva, ascolta, restituisce. Un

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Lucio Presta, l´uragano che torna a casa

A Roseto Capo Spulico il 2 agosto la presentazione del libro «L’uragano. Sole, fulmini e saette» e il conferimento dell’onorificenza «Calabria che lavora»     C’è chi parte dalla Calabria per conquistare il mondo e chi, prima o poi, sente il bisogno di tornarvi per raccontarsi. Lucio Presta appartiene alla seconda categoria. E lo farà il prossimo 2 agosto, alle ore 22, al Parco Qualità della Vita di Roseto Capo Spulico, dove presenterà il suo libro L’uragano. Sole, fulmini e saette, in una serata che intreccia cultura, spettacolo, memoria e identità territoriale. Un titolo che è già una dichiarazione d’intenti. Perché nella vita professionale e personale di Presta non sembrano essere mancati né il sole né i fulmini, né tantomeno le saette. Il libro diventa così l’occasione per ripercorrere una storia fatta di incontri, passioni, scelte, successi e retroscena, con il linguaggio di chi decide di mettere a nudo, senza troppi filtri, il proprio percorso umano e professionale. Ma quella di Roseto Capo Spulico non sarà soltanto una presentazione editoriale. Nel corso della serata, infatti, la Commissione Cultura, Scienza e Pensiero, su gentile segnalazione del professor Giovanbattista Trebisacce, conferirà a Lucio Presta l’onorificenza «Calabria che lavora», attribuita quale riconoscimento per il prestigio conferito con la sua attività al mondo della cultura e dello spettacolo italiano. La motivazione mette in evidenza il carisma, la perseveranza e la capacità di Presta di muoversi nel difficile universo dello spettacolo come un autentico «mercante di stelle»: un uomo capace di individuare il talento, accompagnarlo e costruire un ponte tra chi ha qualcosa da dire e un pubblico disposto ad ascoltare. Un riconoscimento che guarda anche alla Calabria e al rapporto mai interrotto con la terra d’origine. A Cosenza, Presta ha dedicato attenzione, impegno e una parte significativa della propria esperienza, fino ad assumere anche una responsabilità diretta nella vita pubblica con la candidatura a sindaco. Una scelta che, al di là degli esiti politici, resta la testimonianza di un legame con la propria comunità e di un’idea di partecipazione civica che merita di essere ricordata. E poi ci sono i giovani. Tra le iniziative che accompagnano il suo percorso figura «Nextv», un laboratorio gratuito articolato in quindici incontri con alcuni dei più importanti professionisti della televisione italiana. Un progetto pensato per trasmettere alle nuove generazioni non soltanto competenze, ma soprattutto una parola che oggi sembra aver perso qualche estimatore: merito. E insieme al merito, il valore della preparazione, della gavetta e dello spirito di sacrificio. Non è dunque casuale la frase scelta per accompagnare l’onorificenza: «La generosità, l’onestà e l’etica: per queste mi faccio ammazzare». Parole forti, forse persino provocatorie, ma coerenti con il ritratto di un uomo che ha fatto della determinazione una delle cifre della propria carriera e che, attraverso il libro, sceglie ora di raccontare anche il lato meno visibile di una lunga esperienza nel mondo dello spettacolo. La serata di Roseto Capo Spulico si inserisce nel calendario delle iniziative culturali che animano l’Alto Ionio Cosentino e rappresenta anche un’occasione per rinsaldare quel filo, spesso sottile ma mai spezzato, che lega una terra ai suoi figli più conosciuti. Il 2 agosto, dunque, l’uragano torna metaforicamente a casa. E questa volta, più che sole, fulmini e saette, porta con sé una storia da raccontare e un riconoscimento da ricevere. Del resto, avrebbe probabilmente osservato Indro Montanelli, nella vita non basta aver avuto successo: prima o poi bisogna anche tornare nel luogo da cui si è partiti. Perché è lì che, spesso, il successo viene sottoposto all’esame più severo: quello della memoria. Mimmo Leonetti

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Pochi, ma buoni

Quando la politica scambia la quantità per qualità, il conto lo pagano sempre i cittadini. di Giuseppe Arnò Ci sono appuntamenti che non hanno bisogno di convocazioni ufficiali. Bastano un orologio, una piazza e qualche sedia all’ombra. Così, puntualmente, alle cinque della sera – senza alcun riferimento al celebre lamento di García Lorca – ci ritroviamo nell’agorà del paese che mi ospita. È il nostro piccolo Parlamento all’aria aperta: nessun usciere, nessun ordine del giorno, nessuna votazione elettronica. Solo caffè, buon senso e quella libertà di parola che, paradossalmente, fuori dai palazzi sembra respirare meglio. Il gruppo è composto da persone avanti negli anni. I più fortunati sfoggiano ancora una dignitosa chioma bianca; gli altri compensano con una lucida calvizie, segno che i capelli, come certe illusioni, a un certo punto decidono di andarsene. Nell’antica Grecia l’agorà era il cuore della polis, il luogo dove si discutevano i destini della città. La nostra ambizione è infinitamente più modesta: cerchiamo di capire perché il mondo sembri aver perso il libretto d’istruzioni. Talvolta la discussione prende spunto da qualche mio articolo. Altre volte basta una notizia per accendere il dibattito. Stavolta il fiammifero lo ha acceso Yiannis, vecchio amico di origine greca e politologo per passione, uno di quelli che prima di parlare riflette e, proprio per questo, parla poco. Tra un espresso e l’altro ha lanciato una provocazione destinata a far discutere. «Per governare un Paese servono davvero centinaia di parlamentari?» Domanda semplice. Risposta complicata. Yiannis ricordava che nell’antica Roma il potere fu affidato, in diverse occasioni, a triumvirati. Tre persone, non trecento. Da lì il salto ai giorni nostri è stato inevitabile. Dal 2022 il Parlamento italiano conta 400 deputati e 200 senatori elettivi, ai quali si aggiungono i senatori a vita e gli ex Presidenti della Repubblica. Una riduzione rispetto al passato, certamente. Ma, osservava lui con l’aria di chi ha già fatto i conti, perché non osare di più? «Riduciamoli del novanta per cento.» Silenzio. Poi qualche sorriso. La provocazione, tuttavia, aveva una sua logica. Meno persone significano, almeno in teoria, meno sovrapposizioni, meno interminabili discussioni, meno sedute trasformate in spettacolo televisivo e, soprattutto, meno costi a carico dei contribuenti. Del resto, nelle grandi assemblee succede spesso una curiosa magia matematica: parlano sempre gli stessi, protestano sempre gli stessi, litigano sempre gli stessi. Gli altri, con encomiabile compostezza, completano la scenografia. Una sorta di coro greco, ma con stipendio. Il ragionamento si è poi allargato ad altri organismi, sindacati compresi, dove talvolta la forza dei numeri sembra prevalere sull’efficacia delle idee. Per manifestare un dissenso non occorre riempire chilometri di cortei: bastano persone credibili, argomenti solidi e obiettivi chiari. Il resto è spesso coreografia. Naturalmente nessuno auspica una democrazia in miniatura o un potere concentrato in poche mani. La rappresentanza rimane un pilastro irrinunciabile. Ma una domanda continua a ronzare come una zanzara nelle sere d’estate: siamo proprio sicuri che una macchina pubblica sempre più grande produca automaticamente risultati migliori? La storia insegna quasi il contrario. Le organizzazioni efficienti premiano il merito, non il numero. Le aziende funzionano quando eliminano le inutili duplicazioni. Le famiglie sopravvivono grazie a chi fa, non a chi discute. E persino le orchestre hanno bisogno di pochi direttori e di molti musicisti che sappiano leggere lo spartito. Alla fine il nostro improvvisato Parlamento di piazza è arrivato, senza votazioni elettroniche né fiducia, a un’unica conclusione: la qualità vale infinitamente più della quantità. Avere valore significa assumersi responsabilità. George Bernard Shaw sosteneva che «il valore di una persona dipende dal numero di cose delle quali si vergogna». A quel punto uno degli amici, con il cinismo che solo l’età sa rendere elegante, ha sussurrato: «Bella frase… ma siamo sicuri che esista ancora qualcuno disposto a vergognarsi?» Forse la risposta l’aveva già data Daniel Defoe: «L’uomo non si vergogna di peccare, ma si vergogna di pentirsi.» Ecco il vero problema. Non quanti siano i parlamentari, i consiglieri, i funzionari o i dirigenti. Ma quanti, tra loro, conservino ancora il coraggio di riconoscere un errore e il pudore di correggerlo. Montanelli avrebbe probabilmente sorriso davanti a questa nostra agorà di provincia. Poi avrebbe annotato, con la sua consueta perfidia, che le democrazie non soffrono per la scarsità degli eletti, ma per l’abbondanza degli inutili. E gli inutili, purtroppo, hanno una straordinaria capacità: riescono sempre a votare l’aumento delle sedie prima ancora di dimostrare di meritarsene una. *

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L’intuizione lirica di Dominika Zamara

L’incontro segreto tra Bellini e Chopin: l’intuizione lirica di Dominika Zamara   Un’unione artistica e spirituale tra due colossi della musica romantica, nata da un’intuizione del soprano di fama internazionale Dominika Zamara. Il progetto “Bellini e Chopin, due Geni a confronto” mette in luce il legame tra questi due maestri dell’Ottocento, ispirandosi alla profonda amicizia e alle affinità stilistiche testimoniate dai loro epistolari.   Il pubblico viene guidato alla scoperta di una sorprendente simbiosi: se nei Lieder di Fryderyk Chopin emerge la linea vocale del “belcanto” belliniano, nelle pagine pianistiche delle Arie da concerto di Vincenzo Bellini si percepisce chiaramente l’influenza del compositore polacco.   L’idea è nata anni fa, come racconta la stessa Dominika Zamara: “Stavo studiando contemporaneamente i Lieder di Chopin e le Arie da concerto di Bellini. Mi accorsi che la linea vocale di Chopin sembrava puro Bel Canto e che, passando a Bellini, la fluidità del canto era la medesima. Le mie successive ricerche storiche confermarono questa impressione, dando il via al progetto”.   Il progetto ha già superato i confini spazio-temporali, venendo accolto come una vera e propria opera in Italia, Messico, Polonia, Francia, Spagna, Canada e Stati Uniti. Tra le location più prestigiose che hanno ospitato l’evento spiccano la Toronto Sinfonia con la direzione del Maestro Nurhan Arman, Palacio de Bellas Artes a Città del Messico, l’Istituto Italiano di Cultura di New York e la prestigiosa Accademia del Teatro alla Scala di Milano.   Oltre alle affinità musicali, il repertorio mette a confronto la cultura italiana e quella polacca, trovando nella Francia il loro naturale punto d’incontro. Fu proprio nella Parigi dell’epoca, straordinario crocevia artistico che i due geni si incrociarono. Questa dualità si riflette anche nella scelta poetica di cantare in due lingue, offrendo al pubblico la possibilità di cogliere appieno ogni sfumatura emotiva, grazie anche a una narrazione guidata durante i concerti.   Proprio all’Accademia del Teatro alla Scala è stato presentato il disco di Dominika Zamara “Chopin Lieder op. 74” oggi conservato nella biblioteca dell’istituzione milanese. L’album, registrato nel 2018, ha sancito il primo passo di questo viaggio culturale, in attesa del prossimo volume dedicato interamente alle Arie da concerto di Bellini.   L’opus 74 di Chopin raccoglie 17 canti per voce e pianoforte, in origine 16, scelti e organizzati postumi nel 1852 da Julian Fontana e pubblicati poi nel 1857 dall’editore Schlesinger. All’interno della collezione si trovano brani composti da Chopin in un arco di tempo molto ampio, che va dal 1829 al 1847. Tra i canti più celebri e rappresentativi inclusi in quest’opera figurano Życzenie (Desiderio di fanciulla) e Wiosna (Primavera).   Goffredo Palmerini  

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Recensione al libro “Personaggi e Persone”

23 giugno 2026   “Personaggi e Persone”, Goffredo Palmerini e la memoria che non svanisce Recensione   “La memoria è il solo paradiso dal quale non possiamo essere cacciati.” John Milton   In un’epoca in cui la velocità consuma nomi, storie e presenze con la stessa rapidità con cui vengono generate, l’ultimo lavoro di Goffredo Palmerini si impone come un gesto controcorrente, quasi un atto di resistenza culturale. Personaggi e persone – 99 profili, un patrimonio di memoria non è soltanto un libro: è un archivio umano, una raccolta di esistenze che diventano racconto, testimonianza, traccia viva di un tempo che rischierebbe altrimenti di dissolversi.   Il numero 99, scelto dall’autore, non ha nulla di casuale. È un numero “aperto”, incompiuto, che suggerisce la natura stessa della memoria: mai definitiva, mai chiusa, sempre pronta ad accogliere nuove presenze o a lasciare spazio al ritorno di quelle già incontrate. In questo senso il libro non si presenta come un’opera conclusa, ma come un organismo vivo, in continua espansione ideale.   Proprio il 99 assume anche un valore profondamente identitario legato a L’Aquila, città che porta nel suo immaginario storico e simbolico questo numero come cifra distintiva. La tradizione delle “99” torna infatti in molte espressioni del patrimonio aquilano, dalla celebre Fontana delle 99 Cannelle, fino al richiamo antico dei 99 castelli che, secondo la leggenda, avrebbero partecipato alla fondazione della città. È un simbolo che attraversa i secoli e che identifica la comunità come insieme di molteplici identità unite in un’unica storia. In questo senso, i 99 profili del libro dialogano idealmente con la stessa struttura simbolica della città: una pluralità che diventa unità, una somma di voci che costruisce un’identità collettiva.   Il cuore pulsante del libro resta L’Aquila, città simbolo che non è solo sfondo geografico ma vera e propria matrice identitaria e affettiva. Dopo le ferite del terremoto e le fatiche della ricostruzione, il richiamo alla memoria assume qui un valore ancora più forte: ricordare diventa un modo per ricostruire, non solo edifici ma legami, storie, continuità. Tuttavia, l’opera non rimane mai confinata in un orizzonte locale: i profili si allargano, si intrecciano con l’Italia intera e spesso oltrepassano i confini nazionali, restituendo una rete di relazioni umane e culturali più ampia.   La scrittura di Palmerini si distingue per una qualità rara: la capacità di unire partecipazione e misura. Non c’è mai compiacimento, né enfasi ridondante, ma una tensione costante verso l’essenziale. Ogni profilo sembra costruito come un incontro diretto, quasi una conversazione trattenuta sulla soglia del ricordo. L’autore non si pone mai come semplice osservatore esterno: entra nelle storie con discrezione, lasciando che siano le persone stesse a parlare attraverso i frammenti della loro vita.   Ciò che rende il libro particolarmente significativo è la sua struttura corale. I 99 profili non sono isolati, ma dialogano tra loro, creando una sorta di rete invisibile di rimandi, affinità, contrasti e continuità. La lettura procede così su più livelli: da un lato l’interesse per la singola figura, dall’altro la percezione progressiva di un disegno più ampio, quasi una geografia della memoria collettiva.   In questo senso, l’opera assume anche un valore civile. Non si limita a celebrare, ma restituisce dignità alla memoria come funzione sociale. In un tempo in cui l’oblio è spesso accelerato dalla sovrabbondanza di informazioni, ricordare diventa un atto di responsabilità. Palmerini sembra suggerire che ogni vita raccontata è un frammento di storia condivisa, e che perdere queste tracce significa impoverire la nostra comprensione del presente.   Particolarmente intensa è la capacità dell’autore di far emergere l’umanità nascosta dietro i ruoli pubblici. Le figure non vengono mai ridotte alla loro notorietà o al loro ruolo istituzionale: emergono invece nelle loro fragilità, nei loro slanci, nelle loro contraddizioni. È proprio questa dimensione a rendere il libro profondamente umano e accessibile, anche quando affronta personalità di grande rilievo. Il tono dell’opera alterna registri diversi: dal narrativo al riflessivo, dal memoriale al quasi giornalistico, senza mai perdere coerenza. In alcuni passaggi la scrittura si fa più lirica, soprattutto quando il ricordo si intreccia alla perdita o quando la distanza temporale trasforma la biografia in testimonianza. Tuttavia, anche nei momenti più emotivi, Palmerini mantiene una sobrietà che rafforza la credibilità del racconto.   Un altro elemento centrale è il rapporto tra memoria individuale e memoria collettiva. Il libro sembra suggerire che non esiste una separazione netta tra le due: ogni storia personale contribuisce a costruire un patrimonio condiviso, e ogni frammento di vita privata si riflette, in modo più o meno evidente, nella storia di una comunità. È un’idea forte, quasi etica, che attraversa l’intera opera.   La lettura di Personaggi e Persone diventa così anche un esercizio di attenzione. Richiede tempo, ascolto, disponibilità a entrare nelle storie senza fretta. Non è un libro da consumo rapido, ma un testo da attraversare con calma, lasciando che i profili si sedimentino nella memoria del lettore. Il valore dell’opera risiede anche nella sua funzione di ponte tra generazioni. Molti dei personaggi raccontati appartengono a epoche diverse, e il libro diventa così un luogo di incontro tra passato recente e presente, tra ciò che è stato e ciò che ancora influenza il nostro oggi. In questo senso, la memoria non è mai nostalgia, ma strumento di comprensione.   Goffredo Palmerini conferma, con questo lavoro, una vocazione ormai consolidata: quella di narratore della memoria civile e culturale, attento non solo ai grandi eventi ma soprattutto alle persone che li hanno attraversati. Il suo sguardo è insieme giornalistico e umano, capace di registrare i fatti senza perdere la sensibilità per le storie. Alla fine della lettura, ciò che resta non è soltanto la somma dei 99 profili, ma una sensazione più ampia: quella di aver attraversato un territorio umano ricco, complesso, stratificato. Un territorio in cui ogni vita ha lasciato una traccia e in cui ogni traccia contribuisce a costruire un senso. Personaggi e Persone – 99 profili, un patrimonio di memoria si presenta così come un’opera necessaria. Non perché imponga una verità, ma

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La buona lettura

    L’Ambasciatore Boris Biancheri: il diplomatico e lo scrittore. Un ritratto in mosaico   di Pietro Antonini     Perché dedicare oggi un libro a Boris Biancheri, un ambasciatore scomparso quindici anni fa? La risposta è suggerita nel sottotitolo del volume curato da Stefano Baldi per l’Editoriale Scientifica, dodicesimo titolo della collana “Memorie e studi diplomatici”: Il diplomatico e lo scrittore. È proprio questa doppia personalità dell’Ambasciatore Boris Biancheri il cuore del libro. Ma il volume non vuole essere, e non è, un ricordo sterile o un’agiografia; al contrario: è un esempio molto significativo per chi voglia capire che cosa significhi davvero fare il diplomatico. Il volume nasce da una giornata di studio organizzata dal Ministero degli Affari esteri e della cooperazione internazionale e tenutasi il 26 giugno 2025 al Casale di Villa Madama, a Roma, e raccoglie le voci di chi Biancheri lo ha conosciuto da vicino: colleghi, collaboratori, amici, la moglie Flavia Arzeni Biancheri. Ne esce non un ritratto ufficiale. Ogni testimone porta la propria tessera; il soggetto prende forma nell’insieme. E l’insieme restituisce uno dei diplomatici più interessanti della fine del secolo scorso. Capace di leggere la realtà Ambasciatore a Tokyo, Londra e Washington, Segretario Generale della Farnesina, poi Presidente dell’ANSA e dell’ISPI, Biancheri ha attraversato un’epoca di cambiamenti profondi: la guerra fredda e la sua fine, l’ascesa economica del Giappone, la ridefinizione del rapporto transatlantico, la trasformazione dell’informazione globale. In ognuno di questi passaggi ha lasciato un’impronta profonda, non con il clamore ma con il metodo. Proprio il suo metodo è il filo rosso che attraversa tutte le testimonianze del libro: la doppia dimensione di azione e riflessione. Biancheri sapeva agire, negoziare, decidere; ma sapeva anche fare un passo indietro per leggere la realtà, osservarla con il distacco necessario a comprenderla. Non a caso il volume ripubblica, nella sua quarta parte, il rapporto di fine missione dal Giappone del 1983: un documento che si legge ancora oggi come un manuale di metodo diplomatico, dove l’analisi precede e fonda l’azione. Autorevole, non autoritario Dai contributi raccolti nella prima parte emerge la figura di un capo che non aveva bisogno di alzare la voce. Autorevole, mai autoritario: la sua leadership nasceva dalla competenza e da una naturale capacità di attrazione, quella qualità che fa sì che i collaboratori non eseguano soltanto, ma vogliano dare il meglio. Non è un caso che dalle pagine del volume traspaia tanto affetto: Biancheri non è ricordato solo con stima, ma con un calore che le carriere brillanti, da sole, non bastano a spiegare. A questa autorevolezza si accompagnavano due virtù che il mestiere diplomatico esige e che Biancheri possedeva in misura non comune: la curiosità e la discrezione. Curiosità verso i Paesi, le culture, le persone. Discrezione nel maneggiare informazioni, rapporti, confidenze. Insieme, le due qualità disegnano l’equilibrio perfetto del diplomatico: sapere molto, mostrare il necessario.     L’uomo oltre la Farnesina La seconda parte esplora l’uomo oltre la professione. La terza propone una selezione ragionata dei suoi scritti: narrativa e saggistica. Insieme, restituiscono lo scrittore. Chi era, dunque, Biancheri scrittore? Nipote di Giuseppe Tomasi di Lampedusa. Autore di romanzi e di riflessioni sulla diplomazia nell’età globale. Qui il mosaico si completa. Biancheri era una persona con una visione non solo della politica estera italiana, ma anche del mondo che cambiava e del posto che l’Italia poteva occuparvi. Una visione che non si irrigidiva mai in dogma: sensibile alla modernità, sapeva essere flessibile quando serviva, senza per questo smarrire la coerenza di fondo che tutti gli riconoscono. C’è infine, in molte testimonianze, un altro esempio della sua capacità di saper combinare levitas e serietà. La leggerezza del tratto, l’ironia, il gusto della conversazione e della pagina ben scritta non erano mai frivolezza, così come la serietà dell’impegno non era mai pesantezza. Tokyo, lo specchio perfetto Non è un caso, allora, che il volume si chiuda con la quarta parte, dedicata alla sua esperienza di ambasciatore in Giappone. Perché nessun Paese poteva raccontare Biancheri meglio del Giappone: l’elegante discrezione, la nobiltà d’animo, la sovrapposizione costante di forma e sostanza sono i tratti stessi dell’uomo e del diplomatico. E lui, a sua volta, capì in profondità il Paese che lo ospitava, leggendone l’ascesa e le logiche interne con una lucidità che il suo rapporto di fine missione documenta ancora oggi. Non un cavaliere del passato Il rischio di questo tipo di libro era di presentarsi come un’agiografia, un rimpianto per una diplomazia che non esiste più. Il volume non è niente di tutto ciò. Biancheri non viene presentato come un cavaliere di un mondo scomparso, ma come un modello per i nuovi diplomatici. La sua lezione non appartiene a un’epoca conclusa, ma resta una possibilità concreta per chi voglia servire lo Stato con competenza e dignità. Una lezione fatta di unità di pensiero e azione, di autorevolezza senza esser autoritari, di curiosità unita a discrezione, di levitas personale e serietà lavorativa. È questa, in fondo, la scommessa del curatore e della collana in cui compare il libro: trasformare la memoria in strumento. Il volume, che è anche disponibile gratuitamente in versione digitale (https://diplosor.wordpress.com/collana-di-libri), andrebbe quindi letto dai giovani che si affacciano alla carriera diplomatica e da tutti coloro che si interessano di Relazioni internazionali. Boris Biancheri. Il diplomatico e lo scrittore, a cura di Stefano Baldi, Napoli, Editoriale Scientifica, collana “Memorie e studi diplomatici”, n. 12, 2026, pp. 184, 14,00 €, ISBN 979-12-235-0626-4.

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