Il pensiero di Palmerini sul 6 aprile di 17 anni fa

  Una Riflessione sul 6 aprile, 17 anni dopo il terremoto dell´Aquia L’AQUILA – Scrivo questa nota in una mattinata di sole, con il cielo terso e d’un azzurro intenso tutto aquilano. All’orizzonte alto l’azzurro combacia con il bianco splendente della cospicua coltre di neve che ricopre sua Maestà, il Gran Sasso d’Italia, fedele custode della nostra terra. È un giorno particolare, come dal 2009 ogni 6 aprile. È il giorno della memoria, del dolore per le 309 vittime del terremoto, ma anche il giorno della riflessione sulla rinascita della nostra indomita città. Quest’anno, il diciassettesimo dalla sciagura, il giorno cade in pieno periodo pasquale, il Lunedì dell’Angelo, che ricorda l’angelo apparso alle donne nel sepolcro, come racconta il Vangelo di Marco   “Maria di Magdala, Maria madre di Giacomo e Giuseppe, e Salomè andarono al sepolcro, dove Gesù era stato sepolto, con degli oli aromatici per imbalsamarne il corpo. Vi trovarono il grande masso che chiudeva l’accesso alla tomba spostato; le tre donne erano smarrite e preoccupate e cercavano di capire cosa fosse successo, quando videro un giovane vestito di bianco che disse loro: “Non abbiate paura! Voi cercate Gesù Nazareno, il crocifisso. È risorto, non è qui. Ecco il luogo dove l’avevano deposto.” E aggiunse: “Ora andate ad annunciare questa notizia agli Apostoli“, ed esse si precipitarono a raccontare l’accaduto agli altri.”   Questa coincidenza è anche una buona notizia per la nostra città. L’Aquila, nei quasi otto secoli della sua storia, è sempre risorta dai terremoti che l’hanno più volte duramente colpita. Rinata ogni volta più bella di prima, grazie al coraggio e alla determinazione dei suoi abitanti. Il 6 aprile 2009, per gli Aquilani, distingue non una data, ma il discrimine del prima e del dopo. Il dopo terremoto è un’Era storica nuova per la città e per i suoi abitanti.   Un’Era che chiama tutti gli Aquilani a nuove responsabilità nel progettare e costruire il futuro, anche in memoria di coloro che in quella tragica notte di 17 anni fa persero la vita. Abbiamo il dovere dell’impegno, generoso e solidale, per il Bene comune, per assicurare alla nostra città, oltre la rinascita materiale, una forte rinascita immateriale e morale, sui valori civili e sui valori universali che hanno finora connotato, e devono ancora connotare, la nostra storia civica. È questa l’indole degli Aquilani, è questo il segreto della resilienza aquilana.   Noi Aquilani abbiamo il privilegio straordinario di custodire la Bolla della Perdonanza, recante il messaggio universale di perdono che 732 anni fa Celestino V affidò alla città il 29 agosto 1294 nel giorno in cui fu incoronato pontefice. E di rinnovarlo ogni anno all’intera umanità celebrando la Perdonanza. L’Aquila è “Capitale del Perdono, della Riconciliazione e della Pace”, come papa Francesco la definì il 28 agosto 2022 quando venne ad aprire la Porta Santa della Basilica di Collemaggio. È il prezioso lascito di Celestino, denso di valori più che mai attuali specie per quanto il mondo sta drammaticamente vivendo. Proprio noi Aquilani abbiamo il dovere di proclamarlo e riaffermarlo con forza, sempre, ancor più nell’anno che vede L’Aquila Capitale italiana della Cultura   Quanto mai attuale il bisogno di Pace in questo tempo martoriato da terribili guerre, immani distruzioni e innumerevoli vittime innocenti, nei conflitti alle porte dell’Europa – Ucraina, Gaza, Cisgiordania, Libano, Iran e paesi del Golfo -, ma anche negli altri cinquanta conflitti disseminati nel mondo che papa Francesco chiamava “terza Guerra mondiale a pezzi”. L’umanità sta vivendo uno dei periodi più bui ed incerti della sua storia, per le brutalità e i massacri nelle aree di guerra, ma anche per lo strame che si sta facendo del diritto internazionale e delle organizzazioni sovranazionali. Sono messi in discussione, ed elusi nella loro funzione, gli Organismi mondiali di garanzia che per 80 anni hanno presieduto all’ordinato procedere dell’umanità, mentre vanno crescendo autoritarismi, autocrazie e “democrature”, con la tendenza alla predilezione del “capo”, al posto delle democrazie liberali.   Gravi le responsabilità di Putin e Netanyahu, che la Corte Penale internazionale ha accusato di crimini contro l’umanità. Altrettanto gravi sono le responsabilità di Trump per la sua politica bellicista, sfociata nella guerra all’Iran accanto a Israele, che sta portando a una pericolosissima destabilizzazione dell’area mediorientale, ma non solo, e di una perniciosa crisi dell’economia e dell’ordine mondiale. Tutto questo mentre alla Casa Bianca, in un rito blasfemo, Dio viene arruolato agli esiti della guerra, mentre il primo Papa americano denuncia incessantemente le guerre. Nella via crucis del Venerdì santo al Colosseo papa Leone, portando la croce carica “di tutte le sofferenze del mondo”, ricorda che ogni autorità dovrà rispondere davanti a Dio del potere ricevuto: il potere di giudicare ma anche il potere di avviare una guerra o di terminarla. C’è da sperare, proprio coltivando la cristiana “Speranza che non delude”, in una cessazione delle ostilità e nel faticoso ritorno della Pace. Una missione affidata a tutti gli uomini di buona volontà.     Goffredo Palmerini

Read More »

Sessant’anni dei Pooh

Dall’Arena di Verona l’incipit ai quattro venti de “La nostra storia”   Servizio e foto di Claudio Beccalossi        Verona – I Pooh, ormai leggendaria band che ha rivoluzionato il pop rock italiano in un viaggio musicale tra più generazioni di fedeli fans, tornano nel magico e prestigioso catino d’epoca romana dell’Arena. Dopo i loro due ultimi concerti, quelli del 29 e del 30 settembre 2023 (sette anni dopo la precedente venuta live, l’8 settembre 2016, con un concerto-evento nell’ambito del tour “Reunion – L’ultima notte insieme”), il 14, il 16 (ambedue già sold out) ed il 17 maggio prossimi, rimetteranno professionalità, strumenti, tecnologie e multimedialità all’avanguardia tra le pietre bimillenarie dell’anfiteatro (risalente al primo secolo d. C.). Un appuntamento cronologico per scandire ai quattro venti il sessantennale del gruppo dalla prestigiosa carriera e dagli oltre cento milioni di supporti venduti nel mondo, con uno spettacolo intitolato, appunto, “Pooh 60 – La nostra storia in Arena”. Una sorta di lanterna magica di tanto, tantissimo ieri dall’allestimento del tutto inedito, accompagnato, per la prima volta in Arena, dall’Orchestra Ritmico Sinfonica Italiana di 45 elementi, diretta dal maestro Diego Basso (Castelfranco Veneto, Treviso, 15 luglio 1964). Il bagno di pubblico scaligero di Riccardo Fogli (Pontedera, Pisa, 21 ottobre 1947, cantautore e bassista), Roby Facchinetti (Camillo Facchinetti, detto Roby, Bergamo, 1° maggio 1944, cantautore, compositore e tastierista), Dodi Battaglia (Donato Battaglia, in arte Dodi, Bologna, 1° giugno 1951, chitarrista, cantautore e compositore) e Red Canzian (Bruno Canzian, soprannominato Red, Quinto di Treviso, 30 novembre 1951, cantautore, compositore e polistrumentista) costituirà il preludio dell’itinerario estivo denominato “Pooh 60 – La nostra storia – Estate” in una ventina di attraenti e blasonate locations italiane all’aperto, dal 13 luglio al 9 settembre. E dei successivi capitoli di “Pooh 60 – La nostra storia – Palasport”, dal 25 settembre al 31 ottobre e di esibizioni anche all’estero (Canada, Stati Uniti). In contemporanea con la serie di concerti uscirà la raccolta “Pooh 60: La nostra storia”,  cioè 5 CD con 75 brani selezionati dal quartetto, impreziositi da 4 cover-tributo inedite dei Negramaro (“Uomini soli”), Modà (“Tanta voglia di lei”), Finley (“Piccola Katy”) e Le Vibrazioni (“Noi due nel mondo e nell’anima”). Le date veronesi (ed il promemoria delle seguenti altrove) sono state illustrate in un’affollata conferenza stampa a Palazzo Barbieri (sede del municipio dal 1874), con la partecipazione degli interpreti diretti e del sindaco Damiano Tommasi a fare gli onori di casa. Un incontro con giornalisti ed operatori televisivi nel ricordo anche di chi, della formazione “classica”, non c’è più: Valerio Negrini (Bologna, 4 maggio 1946 – Trento, 3 gennaio 2013, batterista, cantante e paroliere, considerato il fondatore dei Pooh e, comunque, l’autore di gran parte dei testi delle canzoni portate al successo) e Stefano D’Orazio (Roma, 12 settembre 1948 – Roma, 6 novembre 2020, batterista e percussionista in sostituzione di Negrini, nonché, a sua volta, paroliere e cantante). Nei loro interventi, i sempreverdi dei Pooh hanno nostalgicamente rievocato passati momenti musicali ed emozioni personali vissuti in Arena, definendola «la loro casa, il palcoscenico più bello e straordinario a livello internazionale, il miglior posto da cui partire per un girovago sessantennale». Red Canzian, infine, ha voluto sottolineare che, alla batteria, ci sarà il suo figliastro Phil Mer (Philipp Mersa, Vipiteno, Bolzano, 13 ottobre 1982, batterista e compositore, nato a Beatrix, Bea, Niederwieser, seconda moglie del cantante e musicista). Sulla scia di Stefano D’Orazio. «Un passaggio indolore, forse l’unico passaggio possibile. Phil era molto amato da Stefano e aveva cominciato a suonare da piccino alla batteria perché proprio Stefano gli aveva regalato un paio di bacchette. E questo è un altro dei piccoli miracoli che hanno accompagnato la storia dei Pooh…».        

Read More »

The Legacy of Cavaliere Angelo D. Siciliano

  Jennifer Adriana LaDelfa   Funeral Services Dignitymemorial.com/obituaries/brooklyn-ny/cav-angelo-siciliano-12748281 Cavaliere Angelo D. Siciliano was born January 2, 1933, in Aidone, a town and comune in the province of Enna, in the region of Sicily, Italy. Throughout his childhood, he often visited Valguarnera Caropepe in the same province of Enna, where Graziella (Grace) LaDelfa, the love of his life, resided. In 1952, at the age of seventeen, Angelo Siciliano set sail for a new life in Puerto La Cruz, Venezuela. But he never forgot Grace, and he never forgot his beloved Italy.   In Venezuela, Angelo continued to strike a balance between a rich social life and a strong character that valued hard work. On the weekends, he would play the clarinet at live shows with his band. During the week, he worked as an architectural wood designer and entrepreneur. He co-founded Carpenteria Etna, alongside his brother Gino. Together, they were in business from 1954 until the brothers decided to embark on a new journey that landed them in New York in 1961.   Upon migrating to the United States, they opened A&G Kitchens, located on 75th Street and 18th Avenue in the heart of Bensonhurst, Brooklyn’s Little Italy. They stayed in business until 1986. In the same year, Angelo, a trilingual immigrant from Sicily, embarked on yet another prestigious new chapter of his life. He was appointed by Governor Mario Cuomo to the New York State Department of Racing and Wagering, where he served as a State Inspector. He held this title until his retirement in 2004.   In these years, Angelo’s family life was very rich, mirroring his professional and social life. Upon arriving in America in 1961, his heart grew fuller as he knew Grace was living in Brooklyn. He came in search of his love, and when he found her again, from that day forward, he never left her side. By 1962, Angelo married Grace. Together, they had two children: Filippo (Phil) and Nunzia Maria (Nancy). Phil, an accomplished oil broker, married Marie with whom they share three daughters: Jenna Marie and twins Marissa and Sophia. Nancy, who worked in Italian imports at Ferrero Rocher, married Angelo Spena with whom they share two daughters: Loredana and Isabella. Angelo was proud of his family. He was a devoted family man, always showing they were his first priority.   As the Stoic philosopher Epictetus taught, a person’s character is revealed in times of adversity. Cav. Siciliano showed exactly who he was when it came time to care for his mother-in-law, my Nonna Josina, and more importantly, to honor his vows to my dear Aunt Grace. He cared for my Aunt Grace for years until her passing in 2018. He was so patient, loving her as she needed to be loved, which is a rarity. It was in those moments that my admiration for him grew deeper and our bond grew stronger. I witnessed his profound inner strength and self-mastery. He chose love, discipline, and presence every day, even in the midst of hardship. Their love embodied protection, loyalty, and unwavering support, allowing both Grace and Angelo to self-actualize to their fullest potential throughout their lives. This reflects what Plato described as a love that transforms the soul. They shared an elevated eros—a passionate, once-in-a-lifetime kind of love.   How the world saw Angelo was exactly who he presented to be behind closed doors. As a child, I sensed the presence of something extraordinary about him. I was always seated at the table listening as he would speak. He commanded the room effortlessly. He carried himself with quiet strength—stoic, patient, kind, highly intelligent, deeply empathic, and authentic. He created beautiful memories through his organization, the Aidone Social Club, planning galas, social club events and traveling experiences that fostered a sense of belonging and connection within our family and throughout the community. He had a way of making people feel seen and heard; he was special.   At home, he was simply Zio Angelo, but to the world he was Cavaliere Angelo Siciliano. One would never assume such a humble man was such a pillar of society as I myself learned later in life.   On February 13, 2026, surrounded by an abundance of love at his home in Commack, Long Island, where he had moved a few years earlier from Brooklyn to live with his daughter, Cav. Siciliano passed peacefully. He entered the gates of heaven to be reunited with his beloved Grace just in time for Valentine’s Day. Such a special way for us to remember him each year, as his presence was synonymous with unconditional love and kindness—something he showed us all. Although his physical presence has left us, he leaves a legacy that will forever be imprinted in the foundation of the New York Italian community and the hearts of all that knew him.   Rest in peace, Zio, knowing you are loved. Ti amo. Until we meet again.   Remembering the Accomplishments of Cavaliere Angelo Siciliano   Community Leadership   Aidone Social Cultural Association Founder, 1973 President, 1973–2004   Federation of Italian-American Organizations of Brooklyn (FIAO Il Centro) Founding Member, 1976 Member of the Board of Directors, 1977–1992 President, 1979, 1983–1991 President, Financial Committee, Brooklyn Columbus Day Parade, 1985–1992   Italian Heritage and Culture Committee of New York Organization responsible for founding Italian Heritage Month in New York Board Member, circa mid-1980s Remained a Trusted Advisory Board Member until his passing   Community Board of the New York City Planning Commission, District 11 Appointed by Brooklyn Borough President Howard Golden, 1986 Elected First Vice President, 1992   CONI Centro Sport New York (Italian National Olympic Committee) Member of the Executive Board, 1990–1994   Brooklyn Committee for Social and Racial Affairs Advisory Member, appointed by NYS Lieutenant Gov. Lundine, 1990–1993 Advisor for Ethnic and Racial Affairs   Advisor for Ethnic and Racial Affairs Appointed, 1990   COM.IT.ES (Committees of Italians Abroad) Elected to the Executive Committee of NY & CT, 1991–1997   Consultant for the Region of

Read More »

Nasce l ‘intergruppo parlamentare trasversale “AI, Empowerment e Mercati Emergenti”

    Nasce l ‘intergruppo parlamentare trasversale “AI, Empowerment e Mercati Emergenti”     Baldelli ( Fdi) :” l’ intelligenza artificiale va governata non subita” ROMA — Nasce l’Intergruppo parlamentare “AI, Empowerment e Mercati Emergenti”, iniziativa trasversale dedicata al governo dell’innovazione tecnologica e dell’intelligenza artificiale a tutela della sicurezza nazionale, delle istituzioni e dei cittadini. A presiederlo è l’On. Antonio Baldelli, che ha definito la nascita dell’organismo “un atto di responsabilità politica e istituzionale” in una fase storica in cui “la tecnologia avanza più velocemente delle leggi e della capacità di comprenderne l’impatto”. Nel suo intervento, Baldelli ha richiamato i rischi legati alla cybersicurezza e alla manipolazione digitale, sottolineando che “basta un clic per spegnere un Paese” e che l’intelligenza artificiale “non è il problema, ma lo diventa se non viene governata”. L’obiettivo, ha spiegato, è fare dell’AI “uno scudo a difesa della verità, delle persone e delle istituzioni”. L’Intergruppo riunisce dieci parlamentari appartenenti a diverse forze politiche, dal centrodestra ad Azione e Italia Viva, con una composizione paritaria di genere: cinque uomini e cinque donne. Ne fanno parte: Cristina Almici (FdI), Antonio Trevisi (FI), Elena Murelli (Lega), Stefano Maullu (FdI), Giulia Pastorella (Azione), Giovanni Arruzzolo (FI), Lavinia Mennuni (FdI), Annamaria Furlan (Italia Viva), Giorgio Lo Vecchio (FI), oltre allo stesso Baldelli (FdI). Accanto all’attività parlamentare opererà un Comitato tecnico-scientifico composto da esperti provenienti dal mondo accademico, scientifico e industriale: Rosa Alfaro Guevara, Anna Iole Arena, Elisabetta Falcone, Angelica Bianco, Maria Brunetti, Massimo Calearo Ciman, Giancarlo Cremonesi, Silvia Gambadoro, Raimondo Carlo Maria Grassi, Achille Lucio Gaspari, Giuseppe Ghisolfi, Loretta Kajon, Ubaldo Livolsi e Vincenzo Romano Spica. Nel suo intervento Baldelli ha inoltre evidenziato il tema dell’inclusione, ricordando che oggi solo il 16% delle professioni tecnologiche è occupato da donne: “Non esiste vera innovazione senza inclusione”. L’attività dell’Intergruppo si articolerà in cinque aree: etica e legislazione, energia sostenibile e aerospace, finanza e sistema bancario, sanità, mercati emergenti e innovazione industriale. “La tecnologia non è un destino inevitabile ma una scelta politica”, ha concluso Baldelli. “Noi scegliamo di governarla con competenza, responsabilità e umanità”.   Fonte: Goffredo Palmerini

Read More »

Per non dimenticare – Vallecorsa

Vallecorsa, “Per non dimenticare”: il sacrificio di Valentino Antonetti diventa impegno civile “In memoria di Valentino”. Non un titolo qualunque, ma una promessa.       Lunedì 2 marzo, Vallecorsa ha scelto di fermarsi per ricordare Valentino Antonetti, paracadutista della Folgore, vittima del dovere a soli 43 anni. Una giornata intensa, articolata in due momenti distinti ma profondamente uniti dallo stesso filo conduttore: la memoria come responsabilità. Il programma ha preso avvio alle ore 10.00, presso il Centro Culturale Merlini, dove gli alunni della scuola Santa Maria De Mattias hanno incontrato il dottor Carlo Calcagni, Colonnello del Ruolo d’Onore dell’Esercito Italiano, anche lui vittima del dovere, ferito e mutilato per servizio, campione paralimpico e militare encomiato per il servizio svolto durante la missione nei Balcani del 1996. Nel pomeriggio, alle ore 15.30, nella Chiesa di San Martino, la conferenza “Vittime del dovere – Il ruolo dei militari nella difesa del paese”, con l’intervento del Col. Carlo Calcagni e di Jessica Cervetto, i saluti del Sindaco Anelio Ferracci e la partecipazione delle Autorità civili e militari e dell’intera cittadinanza. IL MATTINO CON I RAGAZZI «Agli studenti dico: custodite i vostri sogni con disciplina e coraggio. Non misurate il vostro valore dalle cadute, ma dalla forza con cui vi rialzate. Le difficoltà non sono muri, sono gradini. Studiate, allenate la mente e il cuore, siate curiosi, siate affamati di conoscenza e soprattutto siate persone perbene. Il futuro non si aspetta: si costruisce, giorno dopo giorno, con impegno e responsabilità.» «Al personale docente rivolgo un pensiero di profonda gratitudine. Voi non trasmettete soltanto nozioni: formate coscienze, accendete passioni, create fondamenta solide su cui questi ragazzi potranno edificare la propria vita. Il vostro lavoro è silenzioso ma decisivo, e lascia un segno che dura nel tempo. Insieme, scuola e studenti, siete una comunità che educa alla resilienza, al rispetto e al servizio verso gli altri. Continuate a credere nella forza dell’esempio, perché è l’esempio che cambia il mondo.» LA CERIMONIA IN CHIESA «Oggi non siamo qui solo per ricordare un nome. Siamo qui per custodire una storia. Una vita. Un sacrificio. Siamo qui per Valentino Antonetti.» «Quando un militare parte per una missione, non porta con sé soltanto l’uniforme. Porta il volto della propria moglie. Il sorriso dei figli. Le mani dei genitori. Porta il proprio paese nel cuore. E parte senza chiedere nulla. Parte perché ha giurato. Parte perché crede nell’onore. Parte perché sa che qualcuno deve farlo.» «Non si vedeva. Non faceva rumore. Non esplodeva davanti agli occhi. Ma entrava nei polmoni. Nel sangue. Nelle cellule. E anni dopo presentava il conto.» «Non possiamo permettere che il sacrificio di uomini come Valentino venga dimenticato. La memoria non è un gesto formale. Non è una targa. Non è una cerimonia. La memoria è responsabilità.» «Jessica, tu non sei sola. Questa comunità non deve lasciarti sola. Lo Stato non deve lasciarti sola. Perché l’onore non finisce con una bara avvolta nel tricolore. L’onore continua nella giustizia.» «Non dimenticate. Non dimenticate il nome. Non dimenticate il volto. Non dimenticate il sacrificio. Perché un Paese che dimentica i suoi servitori perde la propria anima. La dignità e l’onore non sono mai negoziabili. Mai.» Vallecorsa non ha organizzato solo una commemorazione. Ha compiuto una scelta. Ha scelto di trasformare il dolore in consapevolezza. Ha scelto di difendere la memoria come si difende un valore. Perché finché qualcuno continuerà a pronunciare il nome di Valentino Antonetti, il suo sacrificio non sarà vano. E finché una comunità saprà ricordare, la sua anima resterà viva. Maurizio Compagnone Analista Geopolitico Foto: Maurizio Compagnone

Read More »

Bolca, eden dei fossili.

Verso il  riconoscimento come Patrimonio Mondiale dell’UNESCO. Peccato per la mancata considerazione della famiglia Cerato, pioniera nei rinvenimenti lungo sette generazioni      Bolca (Vestenanova, Verona) – Un paesino della Lessinia (Prealpi veronesi) ad 803 m s. l. m., dai trascorsi cimbri (per loro chiamata Bulk), disposta sulla valle percorsa del torrente Alpone che scaturisce proprio lì, in località Scaronsi e, scorrendo su rocce di natura vulcanica, confluisce nel fiume Adige, nei pressi d’Albaredo d’Adige.    Qui è stata accolta con un “Finalmente!” la notizia del via libera alla candidatura ufficiale degli affioramenti fossiliferi di Bolca e della val d’Alpone (San Giovanni Ilarione e Roncà), nel 2027, a Patrimonio dell’Umanità, più propriamente Patrimonio Mondiale, dell’UNESCO (United Nations Educational, Scientific and Cultural Organization, Organizzazione delle Nazioni Unite per l’Educazione, la Scienza e la Cultura), con sede centrale a Parigi.    Il 22 gennaio scorso, infatti, s’è riunito da remoto a Roma, presso il ministero degli Affari esteri e della Cooperazione internazionale, il Consiglio direttivo della Commissione Nazionale per l’UNESCO stabilendo, come proposta italiana alla Lista del Patrimonio Mondiale per il 2027, “Gli ecosistemi marini dell’Eocene a Bolca e nella Val d’Alpone”.    Il comunicato diffuso dal Palazzo della Farnesina ha sottolineato l’importanza paleontologica internazionale dei 15 siti fossiliferi di Bolca, San Giovanni Ilarione e Roncà, esaminati fin dal XVI secolo, che evidenziano l’evoluzione di fauna e flora marine (in litorali ed acque poco profonde) nel Medio e Basso Eocene (suddivisioni geologiche tra i 56 ed i 38 milioni di anni fa).    La candidatura è stata sostenuta dall’Associazione Temporaria di Scopo (ATS) “Val d’Alpone – Faune, flore e rocce del Cenozoico” (del quale fa parte l’Eocene), con il supporto dei ministeri dell’Ambiente e della Sicurezza energetica e della Cultura. Successivamente, entro il 30 gennaio, la designazione ha preso la strada del Centro del Patrimonio Mondiale, nella capitale francese, tramite il ministero degli Affari esteri e della Cooperazione internazionale e la Rappresentanza Permanente d’Italia presso l’UNESCO.    Gli organismi consultivi hanno il compito di verificare i requisiti per poi presentare l’istanza d’iscrizione all’illustre Lista nel 2027, durante la seduta del Comitato della Convenzione sulla Protezione del Patrimonio Mondiale Culturale e Naturale dell’Umanità, adottata dall’UNESCO nel 1972 e ratificata dall’Italia nel 1977.    L’orgoglio per il decisivo passaggio burocratico, però, ha lasciato una punta d’amaro negli abitanti della Val d’Alpone, soprattutto tra i bolchesi più anziani ed attaccati alle proprie radici, che hanno visto proseguire e consolidarsi il plurisecolare “miracolo” autoctono di patrimonio e ricerca paleontologici. Parzialmente delusi perché, a parte l’ennesima evidenza pubblica globale del valore scientifico della loro località-madre, hanno constatato che i media si sono “dimenticati” di citare la famiglia Cerato, presente a Bolca da ben sette generazioni, i cui componenti, in epoca lontana lavoratori nell’estrazione di lignite, scoprirono e scoprono tuttora “gioielli” ittici e vegetali fossili, esposti in importanti musei ed appetiti da collezionisti, ambedue anche all’estero.    In particolare, non è andata giù l’omissione della figura di Massimiliano Cerato, il Pescatore della laguna pietrificata, come venne romanticamente definito, che trasmise ai figli Achille, Erminio e Massimo (operativi tuttora) la quasi obbligata passione per scavi nelle stratificazioni geologiche dove si celano reperti rari, spesso unici, per quantità, specie e stati di conservazione.    I giacimenti fossiliferi di Bolca, noti in tutto il mondo, sono ubicati nei siti della Pesciara (“Pesciaia”, un tempo Lastrara, proprietà della famiglia Cerato soprannominata Busi per la spiccata predilezione, tramandata di padre in figlio, ad infilarsi in gallerie e cunicoli alla ricerca di fossili e minerali) nel monte Purga (vulcano attivo una cinquantina di milioni di anni addietro), oltre a quelli dello Spilecco e del Postale.    Eccezionali resti fossili di pesci (squali inclusi, oltre a quelli di crostacei, cefalopodi, meduse, policheti, foraminiferi, molluschi, coralli, echinidi, carapaci di tartarughe ecc.), di piante tropicali terrestri ed acquatiche (palme, alghe, fanerogame marine) e perfino di coccodrilli, serpenti, insetti e piume di uccelli, sono stati rinvenuti e continuano a… riaffiorare dall’arcaico passato, testimoniando la considerevole biodiversità d’un habitat marino-costiero di tipo lagunare.    Massimiliano Cerato, scomparso il 22 settembre 2012 ad 86 anni d’età, fu il “papà” degli splendidi esemplari di pesce angelo (Eoplatax papilio) da lui scoperti nel 1972, nel cuore… ittico della Pesciara e nel 1989, nelle viscere del monte Postale. “Colpi grossi” tra molti altrettanto prestigiosi andati a segno nella sua lunga carriera di Sherlock Holmes dei fossili, “corteggiato” da illustri geologi e paleontologi, come Günther  Viohl, direttore dello Jura-Museum (Museo del Giura), situato nell’ala nord del castello di Willibaldsburg, ad Eichstätt, in Baviera, noto per i suoi fossili del Giurassico (rettili marini, pterosauri, pesci predatori, gamberi, limuli, squali ecc.), per lo scheletro quasi completo del piccolo dinosauro teropode predatore carnivoro Juravenator, per l’esemplare d’uccello primordiale, l’Archaeopteryx, ritrovati nelle cave di calcare litografico di Solnhofen. Eichstätt è gemellata dal 1973 con Bolca.    Cavaliere (per meriti paleontologici), con titolo assegnato il 27 dicembre 1979 dal presidente della Repubblica Sandro Pertini, Massimiliano visse nella spaziosa abitazione di famiglia a fianco del Museo dei fossili di Bolca (https://museodeifossili.it). Delle stanze sempre affollate, a pianterreno, furono adibite ad ulteriore esposizione di reperti e vendita alla buona di fossili e minerali.    In sua memoria sono state dedicate la scuola secondaria di primo grado a Vestenanova, in piazza Roma 9 e la rinnovata sala al piano superiore dello stesso Museo dei fossili, nella “sua” Bolca. La moglie, Rosetta Franchetto, è deceduta nel novembre 2014, ad 81 anni.   Claudio Beccalossi

Read More »

I 4 Gianni

  In libreria il 15 gennaio   I 4 Gianni Brera, Clerici, Minà, Mura e lo Sport di Repubblica di Giuseppe Smorto   Bologna, 8 gennaio – C’è stato un momento nella storia del giornalismo italiano in cui lo sport ha smesso di essere semplice cronaca per diventare linguaggio, visione, racconto del Paese. I quattro Gianni (235 pp, 18€) pubblicato da Edizioni Minerva, ricostruisce quella stagione straordinaria attraverso le figure di quattro protagonisti assoluti: Gianni Brera, Gianni Mura, Gianni Clerici e Gianni Minà. Quattro firme diverse per stile, temperamento e sguardo sul mondo, unite però da un’idea comune: lo sport come chiave per leggere la società, la politica, la cultura e l’animo umano.   Il libro racconta, in occasione del cinquantesimo anniversario de la Repubblica, la nascita e l’affermazione dello sport sulle pagine del giornale, che all’inizio dichiara apertamente di non volersene occupare. Nel giro di un paio d’anni il fondatore Eugenio Scalfari si convince dell’importanza dello sport nella società italiana e chiama al giornale molte grandi firme, tra cui i quattro Gianni. Gianni Brera è il grande patriarca, il maestro riconosciuto. Con la sua prosa ricca, inventiva e inconfondibile, Brera porta nello sport la letteratura, la storia, la lingua italiana reinventata. È lui a dimostrare che una partita può essere raccontata come un poema epico. Il suo arrivo a Repubblica segna una svolta irreversibile: lo sport non è più un genere minore, ma uno spazio di interpretazione alta del presente.   Diverso, elegante, colto fino alla raffinatezza è Gianni Clerici, che porta nello sport il gusto del racconto lungo, della digressione colta, dell’ironia british. Clerici trasforma il tennis – e non solo – in una narrazione letteraria, popolata di fantasmi, memorie e ossessioni. Nei suoi articoli lo sport diventa teatro dell’anima, luogo di solitudine e grandezza, di vittorie che somigliano spesso a sconfitte interiori.   Gianni Minà è una figura unica nel panorama giornalistico italiano. Porta nello sport uno sguardo internazionale e politico, raccontando i grandi campioni come uomini immersi nella storia. Da Maradona a Muhammad Alì, dai pugili ai rivoluzionari, il suo racconto supera i confini del campo e diventa reportage umano, empatico, dalla parte degli ultimi. Con Minà, lo sport si intreccia definitivamente con i diritti, le contraddizioni del potere e la dignità degli ultimi.   Gianni Mura è una voce libera e ironica, con rubriche diventate leggendarie.  Usa lo sport per parlare di potere, ipocrisie, conformismi. I suoi “Sette giorni di cattivi pensieri” ogni domenica non sono solo pagelle, ma un osservatorio puntuale sull’Italia che cambia e spesso torna indietro. Il suo giornalismo è fatto di curiosità, indignazione civile e amore per i dettagli, capace di far convivere leggerezza e profondità.   I quattro Gianni non è soltanto un libro sul giornalismo sportivo, ma una vera e propria storia culturale dell’Italia contemporanea. È il racconto di una redazione che diventa laboratorio di idee, di un mestiere vissuto come missione civile, di un’epoca in cui la scrittura contava quanto la notizia. Un volume che restituisce voce, atmosfera e tensione di anni irripetibili, ricordandoci che il giornalismo migliore nasce quando intelligenza, libertà e responsabilità camminano insieme.   L’AUTORE Giuseppe Smorto Ha fatto sempre il giornalista, anche se sognava una vita da psicanalista. Invece ha vinto una borsa di studio ed è salito sull’astronave “Repubblica”. È stato caporedattore allo Sport, al “Venerdì”, alla cronaca di Torino, poi responsabile e direttore del sito “repubblica.it” e vicedirettore del giornale. Ha scritto vari libri sulla Calabria (dove è nato), è stato co-autore di Semidei, un docufilm sui Bronzi di Riace. Ha firmato due podcast: Dimmi chi era Gianni Brera e Chiamami Mister (insieme ad Aligi Pontani), su un’esperienza di calcio per ragazzi autistici.   Ufficio Stampa Minerva Korina Sheremet 380 3835997 | [email protected] Benedetta Dalla Rovere 335 5230658 | [email protected]

Read More »

Camarda – Magia del presepe vivente

A CAMARDA SI RIPETE LA MAGIA DEL PRESEPE VIVENTE (XXXIV EDIZIONE)   di Giuseppe Lalli   CAMARDA (L’Aquila) – Domenica 28 dicembre 2025 si è svolta a Camarda, per iniziativa dell’associazione culturale “Il Treo”, la XXXIV edizione del “Presepe Vivente”. Il percorso ha preso le mosse dalla ariosa piazzetta di Piedi la Forma, dove, in un angolo alberato, ad intonare arie natalizie, era la “Corale L’Aquila”, per snodarsi poi, parallelamente alla strada del “Fossato”, lungo via delle Pagliara, via del Colle, via Camardella, quel piccolo dedalo di viuzze che ancora in un passato non lontano costituiva il ventre del grazioso villaggio, il suo cuore pulsante. In questi angoli che sanno di antico e di buono, di fatica e di poesia, all’entrata di piccole incantevoli grotte che un tempo fungevano da cantine, o di stalle che erano parte integrante della stessa abitazione, fantasia e realtà storica sembravano darsi la mano.   Ed ecco figuranti vestiti da briganti, muniti di archibugi, che inveiscono da dietro sbarre di ferro (una figura, quella del brigante, mai scomparsa dall’immaginario del mondo contadino abruzzese); ed ecco uomini e donne vestiti con abiti tradizionali a riproporre antichi e affascinanti mestieri artigianali, quali il fabbro, il funaro, il ciabattino, lo scalpellino, il bastaio, (in dialetto “Ju mmastàro”, colui che fabbricava o aggiustava il basto, “ju mmàʃtu”, la grossa rudimentale sella che veniva posta sulla groppa dell’asino, animale da soma indispensabile ai nostri contadini fino a cinquanta anni fa), lo scrivano (l’ “intellettuale” del paese cui nei tempi andati si ricorreva per farsi scrivere una lettera).   Inoltre scene di attività domestiche, quali la tessitura, la scardatura della lana, la conciatura del grano con un utensile anch’esso rudimentale, “ ju croveju”, consistente in un ampio telaio circolare di latta bucherellato, delimitato da una circonferenza di legno, che appeso tramite una fune al punto di convergenza di tre grossi pali poggiati sul terreno richiedeva mani di donne esperte per vagliare il grano dalle impurità; o la pasta fatta in casa, farina amalgamata con uova fresche, ammassata e poi spianata sulla tavola (la “spianatora”) con il mattarello, come facevano le nostre mamme e, ancor più, le nostre nonne.   In una stanzina due giovani donne si cimentano nella lavorazione del “tombolo d’Abruzzo”, antica stupenda tradizione della nostra terra, mentre in un altro piccolo locale altre donne impagliano corolle, che nei tempi andati servivano in casa per poggiare le conche piene dell’acqua attinta alla pubblica fontana o la caldaie (la “callara” nella denominazione dialettale). Ancora nei primi decenni del secolo scorso nei nostri paesi c’era spesso una donna, per lo più anziana, detta “la cherollara”, specializzata in questa singolare manifattura.   A differenza delle passate edizioni, quest’anno il percorso, dopo averci rituffato nella vita quotidiana delle passate generazioni, ha ripiegato sulla più larga via del Fossato, per poi condurci, attraverso la vezzosa piazzetta del Treo, con la sua monumentale fontana, alla piazza principale, antistante la chiesa parrocchiale.   Qui, come felice epilogo della manifestazione, è andata in scena una realistica rappresentazione del racconto evangelico, con Maria e Giuseppe che conducono un asinello con tanto di basto sulla groppa verso una capanna di legno sapientemente realizzata: una stalla come doveva essere quella di Betlemme, con un bue accosto alla mangiatoia e della paglia fresca pronta ad accogliere il Bambinello (che quest’anno era una bambina); mentre una voce narrante, con una dolce melodia a fare da discreta colonna sonora, rievocava il mistero antico e sempre nuovo di un Dio che si fa carne e sangue.   Anche quest’anno, lungo il cammino, a mitigare il freddo pungente, molti i punti di ristoro, nei quali si sono potute gustare saporite pizze fritte, deliziose ciambelline, e la “joncata”, fresco ed invitante “caseario” ancora allo stato fluido che si ricava da quel che resta nel fondo del recipiente quando le massaie preparavano forme di latticini di bovini o ovini per il consumo domestico. Sempre gradita, alla fine del percorso, la minestra con i tritoli, pasta ammassata con acqua e farina, nonché il piatto di cotiche e fagioli, gustosissimo e piccante al punto giusto. Il tutto innaffiato da ottimo “vin brulé”.   Camarda conserva il suo fascino tutto particolare, con i suoi vicoletti pieni di mistero, dove ad un orecchio attento risuonano voci antiche che non si sono mai spente; e con le sue grotte fiabesche, ove la fantasia può rivedere donne anziane e ragazze in fiore che nelle lunghe sere invernali attendevano con pazienza ai lavori a maglia e uncinetto. Ad ammirarla dall’alto, dolcemente adagiata sulle propaggini del monte Intagliata, Camarda appare un grande incantevole presepe vivente. Anche quando non è Natale. Foto di Antonio Giampaoli  Fonte: Goffredo Palmerini

Read More »

La nave ombra del buon senso

Dalla guerra ai simboli del Natale agli imam fai-da-te, passando per attivisti in cerca di palcoscenico e grazie presidenziali: cronache di una società che spegne le luci e poi si stupisce del buio.     C’è una bella metafora che gira in questi tempi confusi: la società senza fede come una nave ombra. Quelle che solcano i mari con il petrolio nascosto, eludono le regole, non battono bandiera e non rispondono a nessuno. Navigano, sì, ma nell’oscurità. Così fanno le società quando smarriscono i simboli: non affondano subito, ma perdono l’anima. E quando l’anima se ne va, resta il qualunquismo, che è un mare piatto solo in apparenza. In Italia questa navigazione al buio è ormai pratica diffusa. Ogni dicembre, puntuale come l’influenza, riesplode la polemica sui simboli cristiani. Crocifissi da togliere, presepi da archiviare, auguri da sterilizzare. A Cremona, per esempio, si è pensato bene di abolire il “Buon Natale” perché non inclusivo. Testi neutri per bambini di sette anni, come se la neutralità fosse una vitamina e non un anestetico. La secolarizzazione passa ormai dal presepe: prima si toglie la capanna, poi ci si chiede perché la piazza è vuota. Cancellare i simboli, però, non rende la società più moderna. La rende più povera, più fragile, più manipolabile. Una comunità senza memoria è come un esercito senza divisa: obbedisce a chiunque alzi la voce. Difendere l’Avvento non è un atto di integralismo, ma di igiene civile. Augurarsi buon Natale non offende nessuno: semmai consola qualcuno e ricorda a tutti da dove veniamo. Nel frattempo, mentre il cristianesimo viene ridotto a folklore fastidioso, sull’altro fronte regna il caos. L’Islam in Italia non è riconosciuto e il risultato è un far west teologico: chiunque può aprire un garage e proclamarsi imam. Lo dice senza giri di parole Wael Farouq: così si favoriscono gli estremisti e si zittisce la maggioranza silenziosa dei musulmani normali. Il problema non è difendersi dai musulmani, ma difendere i musulmani italiani dall’Islam politico. Ma per farlo servirebbe ciò che oggi manca di più: chiarezza, responsabilità, coraggio istituzionale. Non mancano poi le scene da Travaso delle idee: non quello geniale degli anni Cinquanta, ma la sua caricatura contemporanea. Come la protesta proPal contro la Guardia Costiera, colpevole d’aver scortato la fiamma olimpica. La satira, un tempo, si disegnava; oggi si improvvisa. Qualche nota lieta, per carità, resiste: cinque grazie concesse dal presidente Mattarella, gesto antico e silenzioso in tempi di urla. E qualche massima che suona come uno schiaffo salutare. Tommaso Cerno osserva che se a tredici anni si può cambiare sesso, forse l’Italia ha urgente bisogno di una riforma del cervello. Cruda, ma efficace. E poi la vecchia sentenza latina che non invecchia mai: Si vis pacem, para bellum. Meloni la traduce in prosa governativa: eserciti forti evitano le guerre. Può non piacere, ma la storia, quella vera, non quella riscritta nei laboratori woke, le dà spesso ragione. Così navighiamo, tra simboli rimossi, parole disinnescate e idee fai-da-te. Una nave senza bandiera, convinta che spegnendo le luci si evitino le tempeste. Ma il mare non perdona l’ipocrisia: chi rinuncia alla propria identità per non disturbare nessuno, alla fine disturba solo se stesso. E scopre, troppo tardi, che nell’ombra non si diventa più giusti: si diventa solo invisibili.

Read More »

Federico Lauro incanta la patria dei grandi maestri

IL VERO TALENTO È CHI FA CRESCERE SÉ E GLI ALTRI Da Castrovillari all’Austria: il giovane pianista Federico Lauro incanta la patria dei grandi maestri     In Calabria non circoleranno fiumi di denaro, è vero. Ma i talenti sì: quelli brillano come stelle che non chiedono permesso per farsi vedere. Uno di questi è Federico Lauro, giovanissimo pianista di Castrovillari, scelto per rappresentare l’Italia nel prestigioso concerto di beneficenza del Frauenzentrum di St. Pölten, in Austria, il 19 novembre 2025. Un palcoscenico che fa tremare i polsi anche ai veterani, perché da quelle parti la musica non è un ornamento: è un fatto serio. È la patria di Mozart, Schubert, Strauss e Haydn. Un luogo dove si suona sapendo di mettere le mani nella storia. E il nostro Federico, senza tremare, ci mette anche il cuore. Il talento che nasce, cresce e fa crescere C’è chi dice che il talento sia questione di nascita e chi giura che sia solo frutto di studio e disciplina. Nel caso di Federico, viene da dire che siano vere entrambe le cose. Nato e cresciuto nella “capitale del Pollino”, ha mostrato da piccolo una naturalezza musicale che non si insegna: si riconosce. Suona più strumenti, ma il pianoforte è il suo regno. La famiglia lo sostiene, i genitori lo seguono con discrezione, e figura non meno decisiva è quella dello zio mecenate Don Paolo Baratta, Duca di Rugiano, appartenente a una storica famiglia castrovillarese. È in questo clima di affetto, disciplina e raffinata attenzione che nasce l’occasione austriaca. A segnalare Federico è la nota coreografa e cantante Anita Hofmann, che lo invita a esibirsi nel concerto di St. Pölten: un successo annunciato. E infatti arriva, limpido, meritato, pieno. Castrovillari applaude, il Liceo “Galilei” festeggia Il Polo Liceale “G. Galilei”, dove Federico frequenta la terza classico, non ha perso l’occasione di celebrarlo come merita. Lo ha scritto in un comunicato: questo traguardo non è solo suo, ma anche della scuola, della famiglia, dei docenti e di tutti quelli che ne conoscono garbo, sensibilità e passione. Parole piene e giuste. E Castrovillari che fa? Si illumina. L’Accademia “Su un palco” gli dedica addirittura un pannello gigante all’ingresso della città. Non è esagerazione: è riconoscenza per quei figli della Calabria che, invece di lamentarsi, si mettono al lavoro, studiano, crescono e fanno crescere. Il repertorio che ha incantato l’Austria Il concerto ha proposto classici natalizi internazionali e italiani, interpretati con eleganza e sorprendente maturità: da Silent Night ad Adeste Fideles, da White Christmas a Joy to the World, passando per le versioni italiane di Tu scendi dalle stelle, Bianco Natale, A Natale puoi e altri brani iconici. Musica che scalda i cuori, ma che, suonata così, li accende. Un punto di partenza, non di arrivo La Dirigente Scolastica, Dott.ssa Elisabetta D’Elia, parla di “momento significativo” e di “inizio di nuovi palcoscenici”. Non è un auspicio: è una previsione. Perché di Federico, se lo merita, sentiremo parlare ancora. E ancora. E la Calabria, ogni tanto, avrà un buon motivo per sorridere. Per concludere Perciò lasciamolo suonare, lasciamolo crescere, lasciamolo andare. E ricordiamoci che gli stipendi potranno pure arrancare, le strade potranno pure bucare le gomme, ma i talenti, quelli veri, no: quelli trovano sempre la strada. Anche quando parte da Castrovillari e finisce in Austria. Che poi, a guardare bene, non è lui che ha bisogno del mondo. È il mondo che ha bisogno di ragazzi così. Giuseppe Arnò

Read More »
NOTIZIE CORRELATE

Vedi anche

“Vicenza, un luogo centrale”: presentazione del libro il 28 febbraio alle 10.30 nella Sala del CIM. Pozza dialoga con autori.

Articolo di Alex Ziccarelli Presentiamo La Maestra di arte bianca Simona Lauri e i suoi bocconcini all’olio EVO   Oggi.

Al Teatro Italia di Rio de Janeiro, la scrittrice e ricercatrice Antonella Rita Roscilli racconta, attraverso Zélia Gattai, il filo.