Lo straordinario percorso spirituale di San Camillo de Lellis

di Gabriella Izzi Benedetti *     San Francesco d’Assisi, a cui è dedicato il presente anno ricorrendo l’ottavo centenario della morte, non credo abbia eguali nella storia della Chiesa, ma altri grandi ne sono apparsi prima e dopo di lui, simili nella illuminazione repentina, nella capacità di un capovolgimento totale degli obiettivi, che da malvagi, sconvenienti, goderecci, si sono trasformati in appassionata e rigorosa dedizione di vita secondo lo spirito evangelico. Pensiamo a Paolo di Tarso, ma anche a lui Camillo de Lellis, un personaggio fra i più generosi che la Chiesa vanti, proclamato per la carità verso sofferenti e moribondi “celeste patrono di tutti gli infermi e di tutti gli ospedali”, invocato nelle litanie degli agonizzanti. Oltre 40 anni di dedizione assoluta; fondatore dell’Ordine “Ministri degli infermi” (camilliani) il cui distintivo è una Croce rossa. Il 14 luglio, giorno della sua morte, celebrata anche nel calendario liturgico, ne ripercorro nuovamente la vita che ha su di me e credo su molti un fascino enorme, poiché esprime quel tipo di personalità forte, infervorata, capace di scelte tanto determinate quanto difficili e, nonostante, realizzate a dispetto delle indicibili difficoltà e delle inevitabili ostilità. Abruzzese, nacque a Bucchianico il 25 maggio 1550 dai nobili Giovanni de Lellis e Camilla de Compellis. Molte leggende circondano la sua nascita, ma un dato certo è che la madre lo partorì quasi sessantenne, forse 57, e dunque la nascita ebbe del miracoloso anche per alcuni segni premonitori. L’insegnamento di Camilla, donna assai pia, fu di breve durata, Camillo la perse a 13 anni e il padre, capitano dell’esercito di Carlo V, lo prese con sé, sicché adolescente divenne uomo d’arme. Si arruolò sotto le bandiere di Venezia contro i Turchi. Orgoglioso e intollerante, si distinse in molti fatti d’arme e molti duelli, divenne un giocatore d’azzardo, una vita dedita a sregolatezze. Fu al seguito di Giovanni d’Austria, a Zara, a Corfù, sotto il comando del regno di Napoli e di quello di Spagna. In seguito, unitosi a una compagnia di ventura militò in Africa. Al tempo delle lotte contro i Turchi aveva riportato una ferita al piede, molto dolorosa, dalla quale non era mai guarito, e che l’aveva costretto a una lunga degenza presso l’Ospedale San Giacomo in Roma. Il primo slancio di volontariato nacque allora, ma molto contraddittorio: passava dalla dedizione all’insofferenza al litigio; si eclissava per lunghe partite a dadi o carte. Fu proprio la passione per il gioco a ridurlo in povertà. Come rifarsi delle perdite subìte? A quell’epoca un soldato si rifaceva col bottino di guerra, il saccheggio. Si litigava per cause anche pretestuose pur di acciuffare le ricchezze altrui, crudeltà e violenze dilagavano. Era questo il mondo di Camillo. Ma è veramente cambiato qualcosa al giorno d’oggi? La vera crisi avvenne a Manfredonia, ma si radicò in lui a San Giovanni Rotondo; in questi due luoghi il dialogo con dei religiosi sulla carità, lo fece entrare in profonda crisi. A volte in un’anima inquieta, che forse non si rende conto di esserlo, che però sente il limite del proprio vivere, poche parole sono capaci di deflagrare nell’animo scombussolandolo. Pensiamo al personaggio manzoniano dell’Innominato. Improvvisamente srotola le parole del rosario. In Camillo riemerge l’insegnamento materno. E così, come avviene nelle personalità di livello superiore, riesce a convogliare nell’eroico le grandi doti disperse in mille rivoli di umana miseria. Camillo chiede “Dimmi o Signore cosa vuoi da me”. Il giovane bellissimo, alto e forte, il dissoluto, che a 25 anni si trova orfano e povero, supera orgoglio e vanità e raggiunge nell’annullarsi una grandezza che mai avrebbe conquistato con la più grande conquista terrena. La sensibilità di Camillo si è affinata, la piaga maligna che gli dà il metro della sofferenza lo spinge ad affratellarsi con tutto l’umano soffrire. Dalla solitudine interiore arriva all’amore universale. Entra nell’ordine dei cappuccini ma l’asprezza dell’abito monacale rende insopportabile il dolore della ferita al piede. Ciò nonostante, è deciso a lasciare il mondo; e il ritorno al San Giacomo a Roma per curare la ferita, sarà il ritorno decisivo alla vocazione per l’assistentato. Trova una guida spirituale in San Filippo Neri. Si dedica ai malati senza soste. É nominato Maestro di casa, ruolo di molta responsabilità. Cosa fossero gli ospedali a quei tempi non è da noi immaginabile: a stento dietro lauti compensi qualcuno si assoggettava ad assistere i malati; spesso si costringevano i detenuti a scontare la pena occupandosi dei poveri malati al posto dei lavori forzati. Immaginiamo con quale competenza e quale disposizione d’animo. Spesso i malati erano lasciati senza cibo per giorni e morivano d’inedia; spesso persone in coma o deliquio erano prese per morte e sepolte vive. Rari erano i sacerdoti che si occupavano di confortare e assistere. Camillo entrò nel vivo dell’opera di rinnovamento come un ciclone; con il suo carattere rigido e focoso. Regolò il servizio degli infermieri con assistenza continua e sicura; vigilava e spiava perché tutto fosse secondo regolamento; spesso si nascondeva sotto i letti per verificare il comportamento degli infermieri. Ingaggiò lotte indicibili perché i cibi fossero sani e ben cotti; si era reso conto che era facile gioco per gli approvvigionatori inviare cibo avariato, tanto nessuno controllava. Ma fare tutto questo da solo, era troppo arduo. Ebbe la felice intuizione di costituire una Congregazione. E lottò contro la diffidenza dei superiori, l’ostilità dei malevoli, i pregiudizi dei cosiddetti benpensanti. Era un laico, dopotutto. E così, a 32 anni, coraggiosamente tornò a scuola, tra i ragazzi, intraprese studi di latino nel Collegio romano. Tra il 1582 e l’84 riuscì a essere ordinato sacerdote. Due anni dopo, nel 1586, Sisto V approvò la Congregazione e permise il distintivo sull’abito: una Croce rossa. Nel ’91 Gregorio XIV elevò la Congregazione a dignità di Ordine. I Ministri degli infermi emettono oltre ai tre voti comuni a tutti i religiosi, anche quello di assistenza a infermi di qualunque malattia, anche contagiosa. Camillo, divenuto Prefetto generale dell’ordine, a vita, fu modello di magnanimità e abnegazione. Rude, col suo passato di soldato,

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Fare cultura parlando di vini

L’Avventura nel Cesanese dei Produttori di felicità     Il sogno di Stefano e Gabriella che diventa realtà passeggiando tra le campagne della Ciociaria Il sogno di Stefano Matturro e Gabriella Grassi inizia a prendere forma quando acquistano i primi 3,5 ettari nella zona del Piglio, area benedetta per la produzione del Cesanese, vitigno capace di sviluppare grande qualità e che grazie alle nuove leve di produttori già da tempo non è più una sorpresa per gli appassionati. A guidarli nel 2015 è la passione per il vino ed il ritorno alle origini di Stefano nato nei dintorni del Piglio, che nel 2016 porta già ad integrare la superficie vitata con nuovi terreni nei Comuni di La Forma e Gavignano in cui oltre ad esplorare le potenzialità del Cesanese, viene dato spazio anche alla Passerina per interpretare in bianco la ricchezza dei suoli. Ai due produttori il nome L’Avventura sembra proprio la scelta appropriata a cui affiancare il claim “Produttori di Felicità”, e il loro entusiasmo è tanto coinvolgente da trascinare da subito amici e familiari a prendere parte alle attività dell’Azienda. La prima vinificazione è del 2017 con il Picchiatello primo Cesanese affiancato da Saxa Passerina Igt, a questi seguiranno Campanino, Amor e Camere Pinte, nuove declinazioni espressive del Cesanese nel proprio territorio.  I vini conquistano da subito gli appassionati e il favore delle guide, spingendo l’Avventura nella sperimentazione con vini come Arringo Cesanese vinificato col metodo del Governo all’uso Toscano, o Gabinius la scommessa del Pinot Nero, oppure Sciamante Rosé metodo classico 24 mesi a base di Cesanese d’Affile che coniuga l’eleganza al carattere del vitigno. La qualità dei vini passa anche dalla sostenibilità mediate agricoltura rigenerativa, elemento fondamentale della filosofia aziendale così come l’impegno sociale che l’Avventura porta avanti favorendo l’inclusione sociale nei suoi progetti. L’obiettivo di Stefano e Gabriella non è solo un elevato livello qualitativo, ma creare un prodotto che susciti emozioni, e per fare questo è necessario rendersi un tutt’uno con il territorio per saper cogliere nei vini le sfumature pedoclimatiche arrivando ad esprimerlo a pieno. Una realtà apprezzabile anche attraverso Casale Verdeluna, Wine Resort che integra Il progetto dei “Produttori di Felicità” completando un sogno realizzato in pochi anni e di cui abbiamo avuto il piacere di parlare con Stefano: Provenendo da tutt’altro ambiente lavorativo, la vite e l’uva sono state una folgorazione improvvisa o un sogno nel cassetto che a un certo punto ha deciso di aprire? Più che una folgorazione è stata una chiamata… con una buona dose di follia. La campagna mi attirava da anni, ma la mia vita professionale era – ed è tuttora – nel mondo dell’informatica, con un’azienda che continuo a portare avanti. Non ho abbandonato il mio mondo storico: l’ho integrato. Iniziare a fare vino quasi a cinquant’anni è stata una scelta che molti definirebbero irrazionale, ma è proprio quella vena di sana incoscienza che ti fa ascoltare un desiderio rimasto in silenzio troppo a lungo. Entrare in vigna è stato un atto di verità: nessuna scorciatoia, nessun alibi. Solo il dialogo quotidiano con la terra. Ed è diventato la parte più autentica del mio percorso. Ho trasformato una passione in un progetto di produzione reale. La prima bottiglia è del 2017, ma etichette come Campanino, Picchiatello e Amor hanno impiegato pochissimo tempo a entrare nelle grazie degli appassionati di Cesanese, seguite poi dalle altre etichette. Come si riesce in così poco tempo a fare vini così apprezzati? Non si fa in fretta: si fa bene. Ogni etichetta è un progetto: nasce da un’idea precisa di vino — un’energia, un’emozione, una traiettoria — e poi si costruisce passo dopo passo il percorso per raggiungerla. Significa scegliere la particella giusta, capire il suolo, trovare i tempi, definire i dettagli, scegliere le tecniche di cantina più adatte a quella voce. Non è il vino che si deve adattare a me: sono io che devo costruire la strada per far emergere ciò che quel vino vuole essere. La mia appartenenza alla FIVI rafforza questa responsabilità: un vignaiolo indipendente segue tutto, dalla pianta alla bottiglia. L’idea non si delega: si accompagna fino in fondo. Forse è proprio questa coerenza ad aver permesso ad alcune etichette di trovare rapidamente il loro pubblico. Gli ultimi 10–15 anni hanno visto il Cesanese innalzare esponenzialmente la sua qualità rimanendo fedele a sé stesso. Quali sono stati gli elementi chiave di questa ascesa? Identità, cura e un nuovo sguardo del mercato. Il Cesanese è cresciuto quando ha smesso di inseguire modelli esterni e ha iniziato a credere nella propria unicità. L’investimento agronomico — suoli, rese, maturazioni — è stato decisivo. Negli ultimi anni i consumatori sono molto più curiosi, meno attratti dai soliti internazionali prodotti in larga scala, e più interessati all’autenticità. E il Cesanese, autoctono rosso del Lazio e di Roma, era lì, pronto. Roma, con il suo enorme mercato interno, sta riscoprendo “il suo” rosso, e questo ha creato una nuova attenzione e una nuova energia attorno al vitigno. Qual è il vostro modello di conduzione del vigneto e come interpretate il concetto di sostenibilità? Il nostro modello è fondato sull’agricoltura organico-rigenerativa: restituire fertilità, non consumarla. Un vino buono nasce da un’uva sana, che viene da una pianta sana che cresce su un terreno sano. Sin dalla nascita dell’azienda abbiamo intrapreso il percorso della certificazione biologica, e dal 2020 siamo ufficialmente un’azienda Bio certificata. Per me la sostenibilità è un triangolo di: visione agronomica, visione economica, sensibilità umana. Un vigneto è sostenibile solo se può essere tramandato. Cosa pensa di una eventuale Doc unica tra i due territori del Piglio e di Olevano? Sarebbe un’opportunità oppure una limitazione all’espressione territoriale di questi vini? Credo che la Doc unica possa essere un’opportunità e al tempo stesso una strada obbligata, che avrà la difficoltà di essere governata in una strategia unica pur mantenendo le giuste ed opportune differenziazioni. In realtà penso che si debba guardare ancora più lontano: a una grande Doc regionale. Non per semplificare a scapito dei territori, ma per tre motivi

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Madrid, ammissione dei nuovi Maestranti

LA MAESTRANZA DI CAVALLERIA DI CASTIGLIA A MADRID Nel pomeriggio di sabato 25 aprile 2026, si è svolta a Madrid, nella splendida Chiesa dell’Immacolata Concezione di Calatrava, la cerimonia di ammissione dei nuovi Maestranti. Un centinaio di membri hanno partecipato, accompagnati dalle loro famiglie e dagli ospiti. La messa solenne è stata officiata da Don Feliciano Rodríguez, Rettore della chiesa, insieme a Don Ignacio Ruiz Moldes, Cappellano della Maestranza. L’omelia, quanto mai opportuna, si è incentrata sul Buon Pastore, la cui festività è commemorata proprio la domenica seguente. Dopo la Messa, il Duca di Veragua, Deputato Decano, ha presieduto la cerimonia di giuramento dei nuovi membri, coadiuvato dal Marchese de La Floresta, Vicedecano, da Jorge Bernaldo de Quirós, Segretario, dal Conte di Giraldeli, che ha fatto da maestro di cerimonie e da Rafael Feria, relatore. Dopo l’invocazione dello Spirito Santo, hanno prestato giuramento: S.E. Donna Olivia di Borbone, la cui madrina è stata S.A.R. la P.ssa Anna Maria al-Senussi; Enrique Salvia Alonso Sagrera, padrino Fernando Martínez de Larrañaga; Manuel de la Vega y Recio-Mensque, padrino Javier García-Bernal de la Cuesta; Reverendo D. Ignacio Ruiz Moldes, padrino Daniel San Martín Viscasillas; José Miguel Pecos Egea, padrino il Marchese de La Floresta; José Fernández García, padrino José María Amar Vela; Francesco Saverio Francica Pignone del Carretto, padrino il Conte di Giraldeli; Julián Porras-Figueroa y Toledano, padrino Jorge Bernaldo de Quirós y Trillas; José Caro de Aladrén, padrino S.E. il P.pe D. Carlo Ruspoli, Duca di Morignano; Daniel Hecht von Saldern, padrino il Conte di Giraldeli e Alejandro Riestra Martínez, padrino Jorge Bernaldo de Quirós y Trillas. Dopo il giuramento, è stata recitata una preghiera per i membri defunti recentemente: S.E. D. Francisco di Borbone y Escasany, Duca di Siviglia; il Balivo D. Fernando Gómez de Olea y de la Peña; il P.pe D. Alessandrojacopo Boncompagni Ludovisi ed Emmanuele Emanuele, Barone di Culcasi. Al termine della cerimonia, è stata letta la Benedizione Apostolica di Sua Santità Papa Leone XIV, la quale esortava i membri a proseguire la loro fruttuosa opera, assicurando loro le ferventi preghiere per il raggiungimento della santità – la più alta misura della vita cristiana – e invocando su ciascuno di loro e sulle loro famiglie l’intercessione celeste della Madonna della Fuencisla, per la quale è stata recitata con devozione la Salve Regina. In seguito, i maestranti e gli ospiti si sono trasferiti al vicino Centro Culturale dell’Esercito, dove è stato servito un aperitivo, durante il quale sono state conferite le Medaglie d’Onore al Sottotenente Michael Frank, dell’Esercito tedesco e al Sergente Noguera, dell’Aeronautica spagnola, per i loro meriti. È seguito il pranzo. Giunti al dessert, il Duca di Veragua si è rivolto ai commensali con parole di affetto e offrendo un brindisi, come da tradizione, alla Spagna e a Sua Maestà il Re. Sono intervenuti rappresentanti ufficiali del Sacro Militare Ordine Costantiniano di San Giorgio, dell’Ordine Equestre del Santo Sepolcro di Gerusalemme, della Casa Troncal dei Dodici Lignaggi di Soria e del Corpo della Nobiltà del Principato delle Asturie, nonché numerosi cavalieri e dame del Sovrano Militare Ordine di Malta, dell’Ordine Teutonico, dell’Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro, del Reale Corpo della Nobiltà di Madrid, di Catalogna, della Maestranza di Cavalleria di San Fernando, della Reale Confraternita di Cavalieri di San Fernando, dell’Ordine Spagnolo Umanitario della Santa Croce e delle Vittime del 2 Maggio e di altri illustri Ordini e Corporazioni. Fra gli ospiti vi erano S.E. Anabella Machuca, Ambasciatore di El Salvador presso Sua Maestà il Re Felipe, con il consorte David Lavin; D. Antonio de Castro y García de Tejada, Falconiere Maggiore del Regno di Spagna; le LL.AA.RR. i P.pi di Libia; il Marchese Marco de Guadamillas y Cortés, Gran Cancelliere della Casa Imperiale del Brasile e tanti altri ospiti venuti da vari paesi. Prima della mezzanotte, gli intervenuti si sono recati nella sala da ballo del Circolo, dove, al suono della stupenda orchestra jazz di Benjamín Rosado, hanno ballato fino a tardi. Una giornata davvero memorabile. Laus Deo!   Fonte: Paolo Trotta

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Il pensiero di Palmerini sul 6 aprile di 17 anni fa

  Una Riflessione sul 6 aprile, 17 anni dopo il terremoto dell´Aquia L’AQUILA – Scrivo questa nota in una mattinata di sole, con il cielo terso e d’un azzurro intenso tutto aquilano. All’orizzonte alto l’azzurro combacia con il bianco splendente della cospicua coltre di neve che ricopre sua Maestà, il Gran Sasso d’Italia, fedele custode della nostra terra. È un giorno particolare, come dal 2009 ogni 6 aprile. È il giorno della memoria, del dolore per le 309 vittime del terremoto, ma anche il giorno della riflessione sulla rinascita della nostra indomita città. Quest’anno, il diciassettesimo dalla sciagura, il giorno cade in pieno periodo pasquale, il Lunedì dell’Angelo, che ricorda l’angelo apparso alle donne nel sepolcro, come racconta il Vangelo di Marco   “Maria di Magdala, Maria madre di Giacomo e Giuseppe, e Salomè andarono al sepolcro, dove Gesù era stato sepolto, con degli oli aromatici per imbalsamarne il corpo. Vi trovarono il grande masso che chiudeva l’accesso alla tomba spostato; le tre donne erano smarrite e preoccupate e cercavano di capire cosa fosse successo, quando videro un giovane vestito di bianco che disse loro: “Non abbiate paura! Voi cercate Gesù Nazareno, il crocifisso. È risorto, non è qui. Ecco il luogo dove l’avevano deposto.” E aggiunse: “Ora andate ad annunciare questa notizia agli Apostoli“, ed esse si precipitarono a raccontare l’accaduto agli altri.”   Questa coincidenza è anche una buona notizia per la nostra città. L’Aquila, nei quasi otto secoli della sua storia, è sempre risorta dai terremoti che l’hanno più volte duramente colpita. Rinata ogni volta più bella di prima, grazie al coraggio e alla determinazione dei suoi abitanti. Il 6 aprile 2009, per gli Aquilani, distingue non una data, ma il discrimine del prima e del dopo. Il dopo terremoto è un’Era storica nuova per la città e per i suoi abitanti.   Un’Era che chiama tutti gli Aquilani a nuove responsabilità nel progettare e costruire il futuro, anche in memoria di coloro che in quella tragica notte di 17 anni fa persero la vita. Abbiamo il dovere dell’impegno, generoso e solidale, per il Bene comune, per assicurare alla nostra città, oltre la rinascita materiale, una forte rinascita immateriale e morale, sui valori civili e sui valori universali che hanno finora connotato, e devono ancora connotare, la nostra storia civica. È questa l’indole degli Aquilani, è questo il segreto della resilienza aquilana.   Noi Aquilani abbiamo il privilegio straordinario di custodire la Bolla della Perdonanza, recante il messaggio universale di perdono che 732 anni fa Celestino V affidò alla città il 29 agosto 1294 nel giorno in cui fu incoronato pontefice. E di rinnovarlo ogni anno all’intera umanità celebrando la Perdonanza. L’Aquila è “Capitale del Perdono, della Riconciliazione e della Pace”, come papa Francesco la definì il 28 agosto 2022 quando venne ad aprire la Porta Santa della Basilica di Collemaggio. È il prezioso lascito di Celestino, denso di valori più che mai attuali specie per quanto il mondo sta drammaticamente vivendo. Proprio noi Aquilani abbiamo il dovere di proclamarlo e riaffermarlo con forza, sempre, ancor più nell’anno che vede L’Aquila Capitale italiana della Cultura   Quanto mai attuale il bisogno di Pace in questo tempo martoriato da terribili guerre, immani distruzioni e innumerevoli vittime innocenti, nei conflitti alle porte dell’Europa – Ucraina, Gaza, Cisgiordania, Libano, Iran e paesi del Golfo -, ma anche negli altri cinquanta conflitti disseminati nel mondo che papa Francesco chiamava “terza Guerra mondiale a pezzi”. L’umanità sta vivendo uno dei periodi più bui ed incerti della sua storia, per le brutalità e i massacri nelle aree di guerra, ma anche per lo strame che si sta facendo del diritto internazionale e delle organizzazioni sovranazionali. Sono messi in discussione, ed elusi nella loro funzione, gli Organismi mondiali di garanzia che per 80 anni hanno presieduto all’ordinato procedere dell’umanità, mentre vanno crescendo autoritarismi, autocrazie e “democrature”, con la tendenza alla predilezione del “capo”, al posto delle democrazie liberali.   Gravi le responsabilità di Putin e Netanyahu, che la Corte Penale internazionale ha accusato di crimini contro l’umanità. Altrettanto gravi sono le responsabilità di Trump per la sua politica bellicista, sfociata nella guerra all’Iran accanto a Israele, che sta portando a una pericolosissima destabilizzazione dell’area mediorientale, ma non solo, e di una perniciosa crisi dell’economia e dell’ordine mondiale. Tutto questo mentre alla Casa Bianca, in un rito blasfemo, Dio viene arruolato agli esiti della guerra, mentre il primo Papa americano denuncia incessantemente le guerre. Nella via crucis del Venerdì santo al Colosseo papa Leone, portando la croce carica “di tutte le sofferenze del mondo”, ricorda che ogni autorità dovrà rispondere davanti a Dio del potere ricevuto: il potere di giudicare ma anche il potere di avviare una guerra o di terminarla. C’è da sperare, proprio coltivando la cristiana “Speranza che non delude”, in una cessazione delle ostilità e nel faticoso ritorno della Pace. Una missione affidata a tutti gli uomini di buona volontà.     Goffredo Palmerini

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Sessant’anni dei Pooh

Dall’Arena di Verona l’incipit ai quattro venti de “La nostra storia”   Servizio e foto di Claudio Beccalossi        Verona – I Pooh, ormai leggendaria band che ha rivoluzionato il pop rock italiano in un viaggio musicale tra più generazioni di fedeli fans, tornano nel magico e prestigioso catino d’epoca romana dell’Arena. Dopo i loro due ultimi concerti, quelli del 29 e del 30 settembre 2023 (sette anni dopo la precedente venuta live, l’8 settembre 2016, con un concerto-evento nell’ambito del tour “Reunion – L’ultima notte insieme”), il 14, il 16 (ambedue già sold out) ed il 17 maggio prossimi, rimetteranno professionalità, strumenti, tecnologie e multimedialità all’avanguardia tra le pietre bimillenarie dell’anfiteatro (risalente al primo secolo d. C.). Un appuntamento cronologico per scandire ai quattro venti il sessantennale del gruppo dalla prestigiosa carriera e dagli oltre cento milioni di supporti venduti nel mondo, con uno spettacolo intitolato, appunto, “Pooh 60 – La nostra storia in Arena”. Una sorta di lanterna magica di tanto, tantissimo ieri dall’allestimento del tutto inedito, accompagnato, per la prima volta in Arena, dall’Orchestra Ritmico Sinfonica Italiana di 45 elementi, diretta dal maestro Diego Basso (Castelfranco Veneto, Treviso, 15 luglio 1964). Il bagno di pubblico scaligero di Riccardo Fogli (Pontedera, Pisa, 21 ottobre 1947, cantautore e bassista), Roby Facchinetti (Camillo Facchinetti, detto Roby, Bergamo, 1° maggio 1944, cantautore, compositore e tastierista), Dodi Battaglia (Donato Battaglia, in arte Dodi, Bologna, 1° giugno 1951, chitarrista, cantautore e compositore) e Red Canzian (Bruno Canzian, soprannominato Red, Quinto di Treviso, 30 novembre 1951, cantautore, compositore e polistrumentista) costituirà il preludio dell’itinerario estivo denominato “Pooh 60 – La nostra storia – Estate” in una ventina di attraenti e blasonate locations italiane all’aperto, dal 13 luglio al 9 settembre. E dei successivi capitoli di “Pooh 60 – La nostra storia – Palasport”, dal 25 settembre al 31 ottobre e di esibizioni anche all’estero (Canada, Stati Uniti). In contemporanea con la serie di concerti uscirà la raccolta “Pooh 60: La nostra storia”,  cioè 5 CD con 75 brani selezionati dal quartetto, impreziositi da 4 cover-tributo inedite dei Negramaro (“Uomini soli”), Modà (“Tanta voglia di lei”), Finley (“Piccola Katy”) e Le Vibrazioni (“Noi due nel mondo e nell’anima”). Le date veronesi (ed il promemoria delle seguenti altrove) sono state illustrate in un’affollata conferenza stampa a Palazzo Barbieri (sede del municipio dal 1874), con la partecipazione degli interpreti diretti e del sindaco Damiano Tommasi a fare gli onori di casa. Un incontro con giornalisti ed operatori televisivi nel ricordo anche di chi, della formazione “classica”, non c’è più: Valerio Negrini (Bologna, 4 maggio 1946 – Trento, 3 gennaio 2013, batterista, cantante e paroliere, considerato il fondatore dei Pooh e, comunque, l’autore di gran parte dei testi delle canzoni portate al successo) e Stefano D’Orazio (Roma, 12 settembre 1948 – Roma, 6 novembre 2020, batterista e percussionista in sostituzione di Negrini, nonché, a sua volta, paroliere e cantante). Nei loro interventi, i sempreverdi dei Pooh hanno nostalgicamente rievocato passati momenti musicali ed emozioni personali vissuti in Arena, definendola «la loro casa, il palcoscenico più bello e straordinario a livello internazionale, il miglior posto da cui partire per un girovago sessantennale». Red Canzian, infine, ha voluto sottolineare che, alla batteria, ci sarà il suo figliastro Phil Mer (Philipp Mersa, Vipiteno, Bolzano, 13 ottobre 1982, batterista e compositore, nato a Beatrix, Bea, Niederwieser, seconda moglie del cantante e musicista). Sulla scia di Stefano D’Orazio. «Un passaggio indolore, forse l’unico passaggio possibile. Phil era molto amato da Stefano e aveva cominciato a suonare da piccino alla batteria perché proprio Stefano gli aveva regalato un paio di bacchette. E questo è un altro dei piccoli miracoli che hanno accompagnato la storia dei Pooh…».        

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The Legacy of Cavaliere Angelo D. Siciliano

  Jennifer Adriana LaDelfa   Funeral Services Dignitymemorial.com/obituaries/brooklyn-ny/cav-angelo-siciliano-12748281 Cavaliere Angelo D. Siciliano was born January 2, 1933, in Aidone, a town and comune in the province of Enna, in the region of Sicily, Italy. Throughout his childhood, he often visited Valguarnera Caropepe in the same province of Enna, where Graziella (Grace) LaDelfa, the love of his life, resided. In 1952, at the age of seventeen, Angelo Siciliano set sail for a new life in Puerto La Cruz, Venezuela. But he never forgot Grace, and he never forgot his beloved Italy.   In Venezuela, Angelo continued to strike a balance between a rich social life and a strong character that valued hard work. On the weekends, he would play the clarinet at live shows with his band. During the week, he worked as an architectural wood designer and entrepreneur. He co-founded Carpenteria Etna, alongside his brother Gino. Together, they were in business from 1954 until the brothers decided to embark on a new journey that landed them in New York in 1961.   Upon migrating to the United States, they opened A&G Kitchens, located on 75th Street and 18th Avenue in the heart of Bensonhurst, Brooklyn’s Little Italy. They stayed in business until 1986. In the same year, Angelo, a trilingual immigrant from Sicily, embarked on yet another prestigious new chapter of his life. He was appointed by Governor Mario Cuomo to the New York State Department of Racing and Wagering, where he served as a State Inspector. He held this title until his retirement in 2004.   In these years, Angelo’s family life was very rich, mirroring his professional and social life. Upon arriving in America in 1961, his heart grew fuller as he knew Grace was living in Brooklyn. He came in search of his love, and when he found her again, from that day forward, he never left her side. By 1962, Angelo married Grace. Together, they had two children: Filippo (Phil) and Nunzia Maria (Nancy). Phil, an accomplished oil broker, married Marie with whom they share three daughters: Jenna Marie and twins Marissa and Sophia. Nancy, who worked in Italian imports at Ferrero Rocher, married Angelo Spena with whom they share two daughters: Loredana and Isabella. Angelo was proud of his family. He was a devoted family man, always showing they were his first priority.   As the Stoic philosopher Epictetus taught, a person’s character is revealed in times of adversity. Cav. Siciliano showed exactly who he was when it came time to care for his mother-in-law, my Nonna Josina, and more importantly, to honor his vows to my dear Aunt Grace. He cared for my Aunt Grace for years until her passing in 2018. He was so patient, loving her as she needed to be loved, which is a rarity. It was in those moments that my admiration for him grew deeper and our bond grew stronger. I witnessed his profound inner strength and self-mastery. He chose love, discipline, and presence every day, even in the midst of hardship. Their love embodied protection, loyalty, and unwavering support, allowing both Grace and Angelo to self-actualize to their fullest potential throughout their lives. This reflects what Plato described as a love that transforms the soul. They shared an elevated eros—a passionate, once-in-a-lifetime kind of love.   How the world saw Angelo was exactly who he presented to be behind closed doors. As a child, I sensed the presence of something extraordinary about him. I was always seated at the table listening as he would speak. He commanded the room effortlessly. He carried himself with quiet strength—stoic, patient, kind, highly intelligent, deeply empathic, and authentic. He created beautiful memories through his organization, the Aidone Social Club, planning galas, social club events and traveling experiences that fostered a sense of belonging and connection within our family and throughout the community. He had a way of making people feel seen and heard; he was special.   At home, he was simply Zio Angelo, but to the world he was Cavaliere Angelo Siciliano. One would never assume such a humble man was such a pillar of society as I myself learned later in life.   On February 13, 2026, surrounded by an abundance of love at his home in Commack, Long Island, where he had moved a few years earlier from Brooklyn to live with his daughter, Cav. Siciliano passed peacefully. He entered the gates of heaven to be reunited with his beloved Grace just in time for Valentine’s Day. Such a special way for us to remember him each year, as his presence was synonymous with unconditional love and kindness—something he showed us all. Although his physical presence has left us, he leaves a legacy that will forever be imprinted in the foundation of the New York Italian community and the hearts of all that knew him.   Rest in peace, Zio, knowing you are loved. Ti amo. Until we meet again.   Remembering the Accomplishments of Cavaliere Angelo Siciliano   Community Leadership   Aidone Social Cultural Association Founder, 1973 President, 1973–2004   Federation of Italian-American Organizations of Brooklyn (FIAO Il Centro) Founding Member, 1976 Member of the Board of Directors, 1977–1992 President, 1979, 1983–1991 President, Financial Committee, Brooklyn Columbus Day Parade, 1985–1992   Italian Heritage and Culture Committee of New York Organization responsible for founding Italian Heritage Month in New York Board Member, circa mid-1980s Remained a Trusted Advisory Board Member until his passing   Community Board of the New York City Planning Commission, District 11 Appointed by Brooklyn Borough President Howard Golden, 1986 Elected First Vice President, 1992   CONI Centro Sport New York (Italian National Olympic Committee) Member of the Executive Board, 1990–1994   Brooklyn Committee for Social and Racial Affairs Advisory Member, appointed by NYS Lieutenant Gov. Lundine, 1990–1993 Advisor for Ethnic and Racial Affairs   Advisor for Ethnic and Racial Affairs Appointed, 1990   COM.IT.ES (Committees of Italians Abroad) Elected to the Executive Committee of NY & CT, 1991–1997   Consultant for the Region of

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Nasce l ‘intergruppo parlamentare trasversale “AI, Empowerment e Mercati Emergenti”

    Nasce l ‘intergruppo parlamentare trasversale “AI, Empowerment e Mercati Emergenti”     Baldelli ( Fdi) :” l’ intelligenza artificiale va governata non subita” ROMA — Nasce l’Intergruppo parlamentare “AI, Empowerment e Mercati Emergenti”, iniziativa trasversale dedicata al governo dell’innovazione tecnologica e dell’intelligenza artificiale a tutela della sicurezza nazionale, delle istituzioni e dei cittadini. A presiederlo è l’On. Antonio Baldelli, che ha definito la nascita dell’organismo “un atto di responsabilità politica e istituzionale” in una fase storica in cui “la tecnologia avanza più velocemente delle leggi e della capacità di comprenderne l’impatto”. Nel suo intervento, Baldelli ha richiamato i rischi legati alla cybersicurezza e alla manipolazione digitale, sottolineando che “basta un clic per spegnere un Paese” e che l’intelligenza artificiale “non è il problema, ma lo diventa se non viene governata”. L’obiettivo, ha spiegato, è fare dell’AI “uno scudo a difesa della verità, delle persone e delle istituzioni”. L’Intergruppo riunisce dieci parlamentari appartenenti a diverse forze politiche, dal centrodestra ad Azione e Italia Viva, con una composizione paritaria di genere: cinque uomini e cinque donne. Ne fanno parte: Cristina Almici (FdI), Antonio Trevisi (FI), Elena Murelli (Lega), Stefano Maullu (FdI), Giulia Pastorella (Azione), Giovanni Arruzzolo (FI), Lavinia Mennuni (FdI), Annamaria Furlan (Italia Viva), Giorgio Lo Vecchio (FI), oltre allo stesso Baldelli (FdI). Accanto all’attività parlamentare opererà un Comitato tecnico-scientifico composto da esperti provenienti dal mondo accademico, scientifico e industriale: Rosa Alfaro Guevara, Anna Iole Arena, Elisabetta Falcone, Angelica Bianco, Maria Brunetti, Massimo Calearo Ciman, Giancarlo Cremonesi, Silvia Gambadoro, Raimondo Carlo Maria Grassi, Achille Lucio Gaspari, Giuseppe Ghisolfi, Loretta Kajon, Ubaldo Livolsi e Vincenzo Romano Spica. Nel suo intervento Baldelli ha inoltre evidenziato il tema dell’inclusione, ricordando che oggi solo il 16% delle professioni tecnologiche è occupato da donne: “Non esiste vera innovazione senza inclusione”. L’attività dell’Intergruppo si articolerà in cinque aree: etica e legislazione, energia sostenibile e aerospace, finanza e sistema bancario, sanità, mercati emergenti e innovazione industriale. “La tecnologia non è un destino inevitabile ma una scelta politica”, ha concluso Baldelli. “Noi scegliamo di governarla con competenza, responsabilità e umanità”.   Fonte: Goffredo Palmerini

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Per non dimenticare – Vallecorsa

Vallecorsa, “Per non dimenticare”: il sacrificio di Valentino Antonetti diventa impegno civile “In memoria di Valentino”. Non un titolo qualunque, ma una promessa.       Lunedì 2 marzo, Vallecorsa ha scelto di fermarsi per ricordare Valentino Antonetti, paracadutista della Folgore, vittima del dovere a soli 43 anni. Una giornata intensa, articolata in due momenti distinti ma profondamente uniti dallo stesso filo conduttore: la memoria come responsabilità. Il programma ha preso avvio alle ore 10.00, presso il Centro Culturale Merlini, dove gli alunni della scuola Santa Maria De Mattias hanno incontrato il dottor Carlo Calcagni, Colonnello del Ruolo d’Onore dell’Esercito Italiano, anche lui vittima del dovere, ferito e mutilato per servizio, campione paralimpico e militare encomiato per il servizio svolto durante la missione nei Balcani del 1996. Nel pomeriggio, alle ore 15.30, nella Chiesa di San Martino, la conferenza “Vittime del dovere – Il ruolo dei militari nella difesa del paese”, con l’intervento del Col. Carlo Calcagni e di Jessica Cervetto, i saluti del Sindaco Anelio Ferracci e la partecipazione delle Autorità civili e militari e dell’intera cittadinanza. IL MATTINO CON I RAGAZZI «Agli studenti dico: custodite i vostri sogni con disciplina e coraggio. Non misurate il vostro valore dalle cadute, ma dalla forza con cui vi rialzate. Le difficoltà non sono muri, sono gradini. Studiate, allenate la mente e il cuore, siate curiosi, siate affamati di conoscenza e soprattutto siate persone perbene. Il futuro non si aspetta: si costruisce, giorno dopo giorno, con impegno e responsabilità.» «Al personale docente rivolgo un pensiero di profonda gratitudine. Voi non trasmettete soltanto nozioni: formate coscienze, accendete passioni, create fondamenta solide su cui questi ragazzi potranno edificare la propria vita. Il vostro lavoro è silenzioso ma decisivo, e lascia un segno che dura nel tempo. Insieme, scuola e studenti, siete una comunità che educa alla resilienza, al rispetto e al servizio verso gli altri. Continuate a credere nella forza dell’esempio, perché è l’esempio che cambia il mondo.» LA CERIMONIA IN CHIESA «Oggi non siamo qui solo per ricordare un nome. Siamo qui per custodire una storia. Una vita. Un sacrificio. Siamo qui per Valentino Antonetti.» «Quando un militare parte per una missione, non porta con sé soltanto l’uniforme. Porta il volto della propria moglie. Il sorriso dei figli. Le mani dei genitori. Porta il proprio paese nel cuore. E parte senza chiedere nulla. Parte perché ha giurato. Parte perché crede nell’onore. Parte perché sa che qualcuno deve farlo.» «Non si vedeva. Non faceva rumore. Non esplodeva davanti agli occhi. Ma entrava nei polmoni. Nel sangue. Nelle cellule. E anni dopo presentava il conto.» «Non possiamo permettere che il sacrificio di uomini come Valentino venga dimenticato. La memoria non è un gesto formale. Non è una targa. Non è una cerimonia. La memoria è responsabilità.» «Jessica, tu non sei sola. Questa comunità non deve lasciarti sola. Lo Stato non deve lasciarti sola. Perché l’onore non finisce con una bara avvolta nel tricolore. L’onore continua nella giustizia.» «Non dimenticate. Non dimenticate il nome. Non dimenticate il volto. Non dimenticate il sacrificio. Perché un Paese che dimentica i suoi servitori perde la propria anima. La dignità e l’onore non sono mai negoziabili. Mai.» Vallecorsa non ha organizzato solo una commemorazione. Ha compiuto una scelta. Ha scelto di trasformare il dolore in consapevolezza. Ha scelto di difendere la memoria come si difende un valore. Perché finché qualcuno continuerà a pronunciare il nome di Valentino Antonetti, il suo sacrificio non sarà vano. E finché una comunità saprà ricordare, la sua anima resterà viva. Maurizio Compagnone Analista Geopolitico Foto: Maurizio Compagnone

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Bolca, eden dei fossili.

Verso il  riconoscimento come Patrimonio Mondiale dell’UNESCO. Peccato per la mancata considerazione della famiglia Cerato, pioniera nei rinvenimenti lungo sette generazioni      Bolca (Vestenanova, Verona) – Un paesino della Lessinia (Prealpi veronesi) ad 803 m s. l. m., dai trascorsi cimbri (per loro chiamata Bulk), disposta sulla valle percorsa del torrente Alpone che scaturisce proprio lì, in località Scaronsi e, scorrendo su rocce di natura vulcanica, confluisce nel fiume Adige, nei pressi d’Albaredo d’Adige.    Qui è stata accolta con un “Finalmente!” la notizia del via libera alla candidatura ufficiale degli affioramenti fossiliferi di Bolca e della val d’Alpone (San Giovanni Ilarione e Roncà), nel 2027, a Patrimonio dell’Umanità, più propriamente Patrimonio Mondiale, dell’UNESCO (United Nations Educational, Scientific and Cultural Organization, Organizzazione delle Nazioni Unite per l’Educazione, la Scienza e la Cultura), con sede centrale a Parigi.    Il 22 gennaio scorso, infatti, s’è riunito da remoto a Roma, presso il ministero degli Affari esteri e della Cooperazione internazionale, il Consiglio direttivo della Commissione Nazionale per l’UNESCO stabilendo, come proposta italiana alla Lista del Patrimonio Mondiale per il 2027, “Gli ecosistemi marini dell’Eocene a Bolca e nella Val d’Alpone”.    Il comunicato diffuso dal Palazzo della Farnesina ha sottolineato l’importanza paleontologica internazionale dei 15 siti fossiliferi di Bolca, San Giovanni Ilarione e Roncà, esaminati fin dal XVI secolo, che evidenziano l’evoluzione di fauna e flora marine (in litorali ed acque poco profonde) nel Medio e Basso Eocene (suddivisioni geologiche tra i 56 ed i 38 milioni di anni fa).    La candidatura è stata sostenuta dall’Associazione Temporaria di Scopo (ATS) “Val d’Alpone – Faune, flore e rocce del Cenozoico” (del quale fa parte l’Eocene), con il supporto dei ministeri dell’Ambiente e della Sicurezza energetica e della Cultura. Successivamente, entro il 30 gennaio, la designazione ha preso la strada del Centro del Patrimonio Mondiale, nella capitale francese, tramite il ministero degli Affari esteri e della Cooperazione internazionale e la Rappresentanza Permanente d’Italia presso l’UNESCO.    Gli organismi consultivi hanno il compito di verificare i requisiti per poi presentare l’istanza d’iscrizione all’illustre Lista nel 2027, durante la seduta del Comitato della Convenzione sulla Protezione del Patrimonio Mondiale Culturale e Naturale dell’Umanità, adottata dall’UNESCO nel 1972 e ratificata dall’Italia nel 1977.    L’orgoglio per il decisivo passaggio burocratico, però, ha lasciato una punta d’amaro negli abitanti della Val d’Alpone, soprattutto tra i bolchesi più anziani ed attaccati alle proprie radici, che hanno visto proseguire e consolidarsi il plurisecolare “miracolo” autoctono di patrimonio e ricerca paleontologici. Parzialmente delusi perché, a parte l’ennesima evidenza pubblica globale del valore scientifico della loro località-madre, hanno constatato che i media si sono “dimenticati” di citare la famiglia Cerato, presente a Bolca da ben sette generazioni, i cui componenti, in epoca lontana lavoratori nell’estrazione di lignite, scoprirono e scoprono tuttora “gioielli” ittici e vegetali fossili, esposti in importanti musei ed appetiti da collezionisti, ambedue anche all’estero.    In particolare, non è andata giù l’omissione della figura di Massimiliano Cerato, il Pescatore della laguna pietrificata, come venne romanticamente definito, che trasmise ai figli Achille, Erminio e Massimo (operativi tuttora) la quasi obbligata passione per scavi nelle stratificazioni geologiche dove si celano reperti rari, spesso unici, per quantità, specie e stati di conservazione.    I giacimenti fossiliferi di Bolca, noti in tutto il mondo, sono ubicati nei siti della Pesciara (“Pesciaia”, un tempo Lastrara, proprietà della famiglia Cerato soprannominata Busi per la spiccata predilezione, tramandata di padre in figlio, ad infilarsi in gallerie e cunicoli alla ricerca di fossili e minerali) nel monte Purga (vulcano attivo una cinquantina di milioni di anni addietro), oltre a quelli dello Spilecco e del Postale.    Eccezionali resti fossili di pesci (squali inclusi, oltre a quelli di crostacei, cefalopodi, meduse, policheti, foraminiferi, molluschi, coralli, echinidi, carapaci di tartarughe ecc.), di piante tropicali terrestri ed acquatiche (palme, alghe, fanerogame marine) e perfino di coccodrilli, serpenti, insetti e piume di uccelli, sono stati rinvenuti e continuano a… riaffiorare dall’arcaico passato, testimoniando la considerevole biodiversità d’un habitat marino-costiero di tipo lagunare.    Massimiliano Cerato, scomparso il 22 settembre 2012 ad 86 anni d’età, fu il “papà” degli splendidi esemplari di pesce angelo (Eoplatax papilio) da lui scoperti nel 1972, nel cuore… ittico della Pesciara e nel 1989, nelle viscere del monte Postale. “Colpi grossi” tra molti altrettanto prestigiosi andati a segno nella sua lunga carriera di Sherlock Holmes dei fossili, “corteggiato” da illustri geologi e paleontologi, come Günther  Viohl, direttore dello Jura-Museum (Museo del Giura), situato nell’ala nord del castello di Willibaldsburg, ad Eichstätt, in Baviera, noto per i suoi fossili del Giurassico (rettili marini, pterosauri, pesci predatori, gamberi, limuli, squali ecc.), per lo scheletro quasi completo del piccolo dinosauro teropode predatore carnivoro Juravenator, per l’esemplare d’uccello primordiale, l’Archaeopteryx, ritrovati nelle cave di calcare litografico di Solnhofen. Eichstätt è gemellata dal 1973 con Bolca.    Cavaliere (per meriti paleontologici), con titolo assegnato il 27 dicembre 1979 dal presidente della Repubblica Sandro Pertini, Massimiliano visse nella spaziosa abitazione di famiglia a fianco del Museo dei fossili di Bolca (https://museodeifossili.it). Delle stanze sempre affollate, a pianterreno, furono adibite ad ulteriore esposizione di reperti e vendita alla buona di fossili e minerali.    In sua memoria sono state dedicate la scuola secondaria di primo grado a Vestenanova, in piazza Roma 9 e la rinnovata sala al piano superiore dello stesso Museo dei fossili, nella “sua” Bolca. La moglie, Rosetta Franchetto, è deceduta nel novembre 2014, ad 81 anni.   Claudio Beccalossi

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I 4 Gianni

  In libreria il 15 gennaio   I 4 Gianni Brera, Clerici, Minà, Mura e lo Sport di Repubblica di Giuseppe Smorto   Bologna, 8 gennaio – C’è stato un momento nella storia del giornalismo italiano in cui lo sport ha smesso di essere semplice cronaca per diventare linguaggio, visione, racconto del Paese. I quattro Gianni (235 pp, 18€) pubblicato da Edizioni Minerva, ricostruisce quella stagione straordinaria attraverso le figure di quattro protagonisti assoluti: Gianni Brera, Gianni Mura, Gianni Clerici e Gianni Minà. Quattro firme diverse per stile, temperamento e sguardo sul mondo, unite però da un’idea comune: lo sport come chiave per leggere la società, la politica, la cultura e l’animo umano.   Il libro racconta, in occasione del cinquantesimo anniversario de la Repubblica, la nascita e l’affermazione dello sport sulle pagine del giornale, che all’inizio dichiara apertamente di non volersene occupare. Nel giro di un paio d’anni il fondatore Eugenio Scalfari si convince dell’importanza dello sport nella società italiana e chiama al giornale molte grandi firme, tra cui i quattro Gianni. Gianni Brera è il grande patriarca, il maestro riconosciuto. Con la sua prosa ricca, inventiva e inconfondibile, Brera porta nello sport la letteratura, la storia, la lingua italiana reinventata. È lui a dimostrare che una partita può essere raccontata come un poema epico. Il suo arrivo a Repubblica segna una svolta irreversibile: lo sport non è più un genere minore, ma uno spazio di interpretazione alta del presente.   Diverso, elegante, colto fino alla raffinatezza è Gianni Clerici, che porta nello sport il gusto del racconto lungo, della digressione colta, dell’ironia british. Clerici trasforma il tennis – e non solo – in una narrazione letteraria, popolata di fantasmi, memorie e ossessioni. Nei suoi articoli lo sport diventa teatro dell’anima, luogo di solitudine e grandezza, di vittorie che somigliano spesso a sconfitte interiori.   Gianni Minà è una figura unica nel panorama giornalistico italiano. Porta nello sport uno sguardo internazionale e politico, raccontando i grandi campioni come uomini immersi nella storia. Da Maradona a Muhammad Alì, dai pugili ai rivoluzionari, il suo racconto supera i confini del campo e diventa reportage umano, empatico, dalla parte degli ultimi. Con Minà, lo sport si intreccia definitivamente con i diritti, le contraddizioni del potere e la dignità degli ultimi.   Gianni Mura è una voce libera e ironica, con rubriche diventate leggendarie.  Usa lo sport per parlare di potere, ipocrisie, conformismi. I suoi “Sette giorni di cattivi pensieri” ogni domenica non sono solo pagelle, ma un osservatorio puntuale sull’Italia che cambia e spesso torna indietro. Il suo giornalismo è fatto di curiosità, indignazione civile e amore per i dettagli, capace di far convivere leggerezza e profondità.   I quattro Gianni non è soltanto un libro sul giornalismo sportivo, ma una vera e propria storia culturale dell’Italia contemporanea. È il racconto di una redazione che diventa laboratorio di idee, di un mestiere vissuto come missione civile, di un’epoca in cui la scrittura contava quanto la notizia. Un volume che restituisce voce, atmosfera e tensione di anni irripetibili, ricordandoci che il giornalismo migliore nasce quando intelligenza, libertà e responsabilità camminano insieme.   L’AUTORE Giuseppe Smorto Ha fatto sempre il giornalista, anche se sognava una vita da psicanalista. Invece ha vinto una borsa di studio ed è salito sull’astronave “Repubblica”. È stato caporedattore allo Sport, al “Venerdì”, alla cronaca di Torino, poi responsabile e direttore del sito “repubblica.it” e vicedirettore del giornale. Ha scritto vari libri sulla Calabria (dove è nato), è stato co-autore di Semidei, un docufilm sui Bronzi di Riace. Ha firmato due podcast: Dimmi chi era Gianni Brera e Chiamami Mister (insieme ad Aligi Pontani), su un’esperienza di calcio per ragazzi autistici.   Ufficio Stampa Minerva Korina Sheremet 380 3835997 | [email protected] Benedetta Dalla Rovere 335 5230658 | [email protected]

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