La legge del contrappasso per contrasto?

 

Mentre il calcio azzurro continua a smarrire identità e coraggio, il nuoto e l’atletica restituiscono all’Italia il gusto della fatica, del merito e della vittoria. Forse il contrappasso, ogni tanto, sa essere persino benevolo. E se riuscisse a contagiare anche la politica e i signori della guerra, l’umanità potrebbe ancora concedersi un futuro.

Dall’alto di una nuvola di buon tabacco, il nostro nume protettore Indro Montanelli accenna un sorriso: «Finalmente un Paese che, almeno nello sport, corre invece di raccontarsi favole.»

Delusi dalla Nazionale di calcio, ci rifacciamo nel nuoto e nell’atletica.

La Nazionale rimane un capitolo chiuso. Né possiamo piangere sotto l’epitaffio «Mancò la fortuna, non il coraggio». Perché, in realtà, è accaduto esattamente il contrario: la fortuna, nel calcio, si può anche invocare, ma il coraggio bisogna averlo. E troppo spesso è rimasto negli spogliatoi.

Per fortuna esiste un’altra Italia. Quella che non vive di proclami, ma di allenamenti. Che non promette miracoli, ma costruisce risultati. Negli Europei di atletica continuano ad arrivare medaglie azzurre: argento nella maratona per Pietro Riva e argento per la squadra femminile. Il bottino sale a diciannove medaglie – otto ori, sei argenti e cinque bronzi – in un appassionante testa a testa con la Gran Bretagna. Comunque finisca, è già una delle pagine più luminose dell’atletica italiana in oltre novant’anni di storia della manifestazione.

È il bello dello sport: quando il talento incontra il sacrificio, il cronometro diventa galantuomo.

Viene allora da pensare che la vecchia legge del contrappasso stia esercitando i suoi effetti, ma per contrasto. Da una parte la delusione di uno sport che pare aver perso la bussola; dall’altra la soddisfazione di discipline che, lontane dai riflettori quotidiani, continuano a coltivare il merito con ostinazione. Come se la sorte, ogni tanto, decidesse di riequilibrare i conti.

Chissà se questo curioso contrappasso potrà estendersi anche ad altri campi, perché di sventure ne registriamo fin troppe e qualche piacevole sorpresa non guasterebbe affatto.

Potremmo assistere, ad esempio, a una puntata di Report dedicata a rivalutare qualcuno dei personaggi già messi alla gogna mediatica. Oppure vedere una sinistra parlamentare capace di dire qualche volta “sì”, non soltanto ai referendum, ma anche a qualche provvedimento della maggioranza quando il buon senso lo suggerisca. Sarebbe già una piccola rivoluzione.

E, perché fermarsi qui? Potremmo immaginare un sacerdote zoroastriano che riesca nell’impresa impossibile: far sedere alla stessa tavola Putin, Zelensky, Trump, Xi Jinping, Netanyahu e perfino un ayatollah. Davanti a un piatto fumante di strozzapreti al sugo di stufato – il nome della pasta, per l’occasione, avrebbe persino un sapore simbolico – potrebbero finalmente scoprire che il dialogo costa infinitamente meno di una guerra.

Al termine del pranzo, magari senza brindisi solenni ma con un minimo di saggezza ritrovata, potrebbero perfino aderire alla rete di preghiera per la pace invocata dal Papa. Una pace, come auspica Leone XIV, «disarmata e disarmante, umile e perseverante».

Sembra un’utopia. Ma tutte le grandi conquiste dell’umanità sono nate come utopie prima di diventare storia.

Del resto, i potenti della Terra sembrano aver dimenticato una verità elementare: le guerre possono cambiare i confini, ma non migliorano mai la condizione dell’uomo. Producono vincitori provvisori e sconfitte permanenti, soprattutto per chi non ha deciso nulla e paga tutto.

Vale allora la pena chiudere con le parole di Gino Strada, che dovrebbero campeggiare non soltanto nelle scuole, ma anche nelle sale dove si decidono le sorti del mondo:

«Se la guerra non viene buttata fuori dalla storia dagli uomini, sarà la guerra a buttare fuori gli uomini dalla storia.»

Non è una minaccia. È una constatazione. E forse è il contrappasso più terribile che l’umanità possa infliggersi da sola.

Giuseppe Arnò

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