Chi tardi arriva, male alloggia

Quando pochi uomini armati riescono a mettere sotto scacco il commercio mondiale, forse è arrivato il momento di smettere di chiamare tutto questo “instabilità”

“Chi tardi arriva, male alloggia”. È un antico ammonimento che invita a non perdere tempo, perché gli ultimi arrivati devono accontentarsi di ciò che rimane. E, anche in questo caso, non vale proprio il precetto evangelico secondo cui “gli ultimi saranno i primi”.

Il guaio è che, qualche volta, per gli ultimi arrivati non rimane proprio nulla.

I primi hanno già fatto piazza pulita, mentre gli altri erano impegnati in tutt’altre faccende. Ed eccoci così a osservare gli Houthi, movimento armato sostenuto dall’Iran, avanzare fino a prendere il controllo di posizioni decisive attorno a Bab el-Mandeb, dopo la conquista di Mocha e di altre località strategiche. Il risultato è che uno degli snodi fondamentali tra Oceano Indiano, Mar Rosso e Canale di Suez finisce sotto la minaccia di un gruppo armato.

Hormuz, del resto, aveva già fatto da caposcuola. Adesso Bab el-Mandeb sembra essersi iscritto allo stesso corso accelerato di geopolitica: lezione numero uno, prendere il controllo di uno stretto; lezione numero due, lasciare che il resto del mondo paghi il conto.

Sembra quasi un film della serie di James Bond. Solo che qui manca la musica di sottofondo e, soprattutto, non c’è nessuno che possa permettersi di dire “è soltanto fantasia”.

La domanda sorge spontanea: possibile che le grandi potenze militari e tecnologiche del pianeta arrivino sempre dopo? Con i mezzi di sorveglianza, satellitari e d’intelligence oggi disponibili, appare difficile immaginare che nessuno sappia cosa stia accadendo fino a quando i fatti non sono compiuti. Eppure, a giudicare dai risultati, sembrerebbe proprio così.

Ormai pare che chi si alza prima al mattino possa decidere quale stretto occupare, quale isola conquistare, quale porto bloccare, quale canale minacciare e quale rotta commerciale rendere più lunga e costosa.

Benvenuti nel moderno Far West.

La differenza è che nel vecchio West il problema riguardava una diligenza. Oggi riguarda petrolio, gas, merci, assicurazioni, trasporti, inflazione e, alla fine della catena, il portafoglio di milioni di cittadini che non hanno mai sparato un colpo a nessuno.

È questo, forse, l’aspetto più paradossale della vicenda: poche migliaia di uomini armati possono creare problemi a economie che dispongono di eserciti, flotte, aviazioni, satelliti e arsenali capaci di far tremare il pianeta. Ma quando si tratta di garantire la libera circolazione delle merci, sembra che improvvisamente tutta quella potenza diventi assai più prudente.

E a pagare, naturalmente, sono sempre gli stessi.

Il cittadino che fa il pieno, quello che paga la bolletta, quello che va al supermercato, quello che aspetta che il costo della vita finalmente smetta di correre. Il cittadino che non ha mai visto Bab el-Mandeb, Hormuz o Perim e probabilmente non saprebbe indicarle su una carta geografica, ma che scopre ogni mese quanto costa la geopolitica direttamente nel proprio portafoglio.

Non è lo stile di vita che avevamo immaginato.

Viviamo in una condizione permanente di allarme: guerre dirette e ibride, terrorismo, minacce ideologiche, crisi energetiche, instabilità economica. Una generazione è cresciuta dentro questa normalità e rischia perfino di considerarla normale. Le generazioni più giovani, poi, non hanno conosciuto abbastanza tempi diversi per poterli rimpiangere.

Ma rassegnarsi sarebbe l’errore peggiore.

Una comunità internazionale degna di questo nome dovrebbe trovare il modo di garantire la libertà di navigazione e di circolazione in mare, in cielo e sulla terra. Non per difendere un privilegio commerciale, ma per affermare un principio elementare: le grandi rotte del mondo non possono trasformarsi in feudi privati di chi possiede abbastanza armi per occuparle.

Naturalmente qualcuno dirà che la soluzione è complessa.

Lo è.

Qualcun altro dirà che occorre tempo.

Certamente.

E qui possiamo concederci una piccola digressione filosofica: la pazienza è una virtù, ma non può diventare un alibi per l’inerzia. Perché aspettare che il problema si risolva da solo, mentre altri prendono isole, stretti e rotte commerciali, non è pazienza. È semplicemente arrivare tardi.

E chi tardi arriva, come sappiamo, male alloggia.

Nel frattempo, mentre ci arrovelliamo sulle bravate dei nuovi briganti della libera circolazione, anche le poche cose buone che ci restano sembrano andarsene in punta di piedi.

Oggi è morta Emma Bonino.

Non serve condividere tutte le sue idee per riconoscere ciò che rappresentava: una donna capace di combattere per le proprie convinzioni, di assumersi rischi, di pagare personalmente il prezzo delle proprie battaglie e, soprattutto, di non confondere mai la libertà con la comodità.

Forse è proprio questo che ci manca.

Non altre armi.
Non altre paure.
Non altri uomini forti con il dito sul grilletto.

Ci manca il coraggio di decidere che il mondo non può essere governato da chi arriva per primo con un fucile in mano.

E, se davvero la pazienza dovrà essere la nostra ultima virtù, facciamo almeno in modo che sia la pazienza di chi prepara la soluzione, non quella di chi aspetta il prossimo problema.

Giuseppe Arnò

*

Foto Canva remix

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