Novità librarie: Triveneto migrante

“Triveneto migrante. Il racconto dell’antica migrazione dalle Venezie”: presentato il nuovo libro di Emilio Franzina con Gianpaolo Romanato Nelle 504 pagine del libro (Ronzani Editore, 30 euro) non solo le migrazioni trivenete in Brasile, Argentina e sud America ma anche quelle in regioni italiane come la pianura pontina Di Giovanni Coviello – Direttore responsabile – 22 Novembre 2024, 22:22 “Triveneto migrante. Il racconto dell’antica migrazione dalle Venezie, la presentazione da parte dell’autore Emilio Franzina con Gianpaolo Romanato (foto di Roberto Ortolan per ViPiu.it)   Oggi, nella suggestiva cornice della Sala Stucchi di Palazzo Trissino a Vicenza, affollata da ascoltatori attenti, il professor Emilio Franzina, già professore ordinario di Storia Contemporanea e docente di Storia del Giornalismo e di Storia delle Americhe presso la Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Verona, ha presentato il suo nuovo libro, Triveneto migrante. Il racconto dell’antica migrazione dalle Venezie (504 pagine, Ronzani Editore, 30 euro), un’opera che offre una prospettiva unica sulle dinamiche migratorie storiche del Nordest italiano.   Accanto all’autore c’era il professor Gianpaolo Romanato a “pungolarlo” sul racconto di alcuni passaggi del libro e della storia delle migrazioni venete.   Triveneto migrante, di Emilio Franzina Romanato, già docente di Storia contemporanea nell’Università di Padova e Presidente del Comitato scientifico della Casa-Museo G. Matteotti di Fratta Polesine, ha guidato un dialogo ricco di approfondimenti storici, aneddoti e riflessioni su un fenomeno che ha segnato profondamente il destino del Triveneto e su cui Emilio Franzina (tra le nuove firme illustri anche della testata VicenzaPiù Viva) è stato e sarà, da sempre attento studioso, prolifico di pubblicazioni,  essendo uno dei massimi esperti sui migranti in uscita (e in entrata) dal Veneto e dall’Italia.   Quest’ultima pubblicazione, ricca anche di foto d’epoca, che concentra l’attenzione sul Triveneto, arriva in occasione dei 70 anni di fondazione dei Vicentini del mondo e vicinissima al 150° dell’emigrazione veneta in Brasile, che, però, cadrà storicamente nell’anno prossimo, non nell’attuale come vuole la vulgata, ha chiosato l’accademico “perché nel 1874 i primi ad emigrare furono i trentini mentre solo l’anno dopo cominciò l’emigrazione in massa dei veneti”.   Il libro procede per capitoli raccontando diversi tipi di emigrazioni, legate a diverse ragioni. Di base spesso c’è la necessità di sopravvivere, magari perché la campagna non dà i frutti sperati o il lavoro nel proprio paesino non basta, e non basta nemmeno il lavoro in città; a volte a spingere ad andare altrove è la prospettiva di migliorare la propria situazione, l’occasione di uscire da un mondo che sembra troppo chiuso; altre volte sono situazioni contingenti, situazioni improvvise.   emilio franzina presenta il libro sulle migrazioni dal triveneto   Tutte le migrazioni sono accomunate da una caratteristica: dal Triveneto si emigrava per andare a lavorare. Più o meno duramente, in ambienti più o meno difficili o accoglienti, ma il sogno di trovare una vita migliore poggiava sempre sulle solide basi del lavoro. Il libro accompagna il lettore a conoscere sia le diverse ondate migratorie, verso paesi lontani ma anche vicini (in alcuni casi i Veneti migrarono anche semplicemente verso altre parti d’Italia, come la pianura pontina), sia a scoprire vicende particolari di singoli protagonisti, a ricordare che la Storia con la s maiuscola è sempre fatta di tante piccole storie personali.   La presentazione di “Triveneto migrante”   Ad iniziare l’incontro è stato l’autore stesso, dopo un suo momento di sconcerto perché Franzina si aspettava un “saluto” ufficiale e introduttivo di un rappresentante istituzionale mentre c’era in sala solo il capo di Gabinetto Sandro Pupillo, che, però, si era occupato solo di verificare che la sala fosse fruibile anche per il suo impianto fonico. L’assenza potrebbe essere stata imputabile anche a qualche passaggio mancante di chi ha organizzato l’evento, presumibilmente lo staff dell’Editore Ronzani, che, comunque, Franzina ha convintamente ringraziato per aver pubblicato l’opera.   Un libro che racconta storie di vita e di popoli   “Triveneto migrante” di Franzina, pubblicato da Ronzani Editore, raccoglie 8 saggi che coprono un arco temporale dal XVIII al XX secolo, raccontando i flussi migratori che hanno coinvolto le Venezie, con un’attenzione particolare alle cause, ai percorsi e agli effetti sociali ed economici delle partenze. Attraverso 500 pagine, il libro accompagna il lettore in un viaggio che esplora le diverse ondate migratorie verso mete lontane, come il Brasile e l’Argentina.   Franzina, uno dei massimi esperti di migrazioni italiane, non si limita a una narrazione generale, ma dà voce alle storie individuali, utilizzando lettere, diari e documenti per restituire la complessità e l’umanità del fenomeno. Ha sottolineato che le migrazioni del Triveneto, pur avendo motivazioni diverse – dalla ricerca di lavoro alla fuga dalla povertà, dall’avventura personale al desiderio di una vita migliore – hanno un comune denominatore: il lavoro come fondamento del sogno di una vita migliore.   “Gli uomini non hanno radici, hanno piedi che camminano”, ha dichiarato Franzina in polemica con certe frasi salviniane e ribadendo che il movimento umano non è solo una necessità economica, ma una costante della storia.   La cornice storica e il ruolo del Triveneto   Il dialogo con Romanato ha permesso di contestualizzare storicamente il fenomeno dell’emigrazione “il tema più rilevante della storia italiana dal punto di vista demografico, sociale e politico”. Dal 1876 al 1913, anno di massimo esodo, l’Italia ha visto partire, per lo meno ufficialmente, 26 milioni di persone, un numero impressionante che testimonia l’impatto epocale del fenomeno.   Romanato ha elogiato Franzina come uno dei pionieri dello studio delle migrazioni in Italia. “Quando ci siamo laureati, negli anni Settanta, questo tema era ignorato dalla storiografia ufficiale. Franzina ha avuto il merito di portarlo al centro del dibattito accademico e culturale”, ha dichiarato, mentre l’autore ricordava anche di essersi impegnato anche nella divulgazione di questo argomento attraverso opere teatrali, canzoni e spettacoli.   Tra i punti affrontati, un posto centrale è stato riservato al caso del Brasile, in particolare al Rio Grande do Sul, dove ancora oggi si parla un dialetto veneto influenzato dal portoghese. Franzina ha spiegato come i migranti veneti abbiano

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I diritti civili: Newsom prepara la difesa da Trump

“Se Trump attacca i vostri diritti, io sarò pronto a difendervi”. Così Bob Bonta, il procuratore generale della California, reagendo all’elezione di Donald Trump. Anche il governatore del Golden State, Gavin Newsom, ha espresso simili parole, reagendo anche con fatti. All’indomani della vittoria di Trump, Newsom ha annunciato la convocazione di una sessione speciale della legislatura del suo Stato per il 2 dicembre con il proposito di arginare le politiche anti-progressiste del presidente eletto. Newsom è particolarmente preoccupato per le questioni fondamentali: il diritto all’aborto, i diritti della comunità LBJTQ+, gli immigrati e le questioni ambientali. Si prevedono sfide legali che Newsom intraprenderà per contrastare azioni del governo federale. Il procuratore generale Bonta ha già preparato delle bozze legali che sfiderebbero inevitabili azioni dell’amministrazione Trump che inizierà il 20 gennaio dopo l’insediamento del presidente eletto. Queste preparazioni sono basate in buona parte da contenuti del manuale Progetto 2025 che cercherebbe di riportare gli Stati Uniti verso il passato ma allo stesso tempo avvicinerebbe Trump a mettere in atto le sue aspirazioni autoritarie. La California si trova in una buona posizione per contrastare Trump. Con una popolazione di quasi 39 milioni di abitanti, equivalente a quelle di 22 piccoli stati dell’Unione, il Golden State ha anche un’economia invidiabile. Se la California fosse una nazione indipendente avrebbe un Pil (Prodotto Interno Lordo) tra i primi 6 Paesi più ricchi al mondo. Il suo governo è uno dei più progressisti negli Usa con governatore e ambedue Camere legislative del Partito Democratico. Durante la campagna elettorale per la presidenza Trump ha attaccato ferocemente la California e ovviamente anche Newsom a livello personale. Il neo eletto presidente aveva giocato con il cognome del governatore democratico etichettandolo offensivamente “NewScum” (scum=feccia), come ha fatto con i suoi avversari politici. Trump aveva accusato Newsom di voler distruggere “il bellissimo Stato della California”. Trump e Newsom si sono già scontrati durante il primo mandato del neo eletto presidente tra il 2017 e il 2021. Agenzie del Golden State, incluse le pattuglie della polizia stradale, si erano rifiutate di cooperare con l’agenzia federale sull’immigrazione, ICE, nelle retate di migranti. Inoltre parecchie zone dello Stato si erano dichiarate “sanctuaries” (santuari) per proteggere i migranti dalle grinfie di ICE. Questa resistenza non si manifestò dappertutto poiché nelle contee conservatrici fuori dalla costa alcuni sceriffi cooperarono con le retate. Anche questa volta la protezione dei migranti da azioni abusive da parte del governo federale è preoccupante specialmente data la nomina di Tom Homan a zar della frontiera. Homan in un’intervista al programma 60 Minutes della Cbs ha indicato che si possono deportare famiglie intere anche se alcuni di loro potrebbero avere il diritto legale di essere nel Paese. Da ricordare anche che in campagna elettorale Trump ha minacciato deportazioni di massa dei migranti. Il suo vice, JD Vance, ha anche detto che gli stimati undici milioni di immigrati senza diritto di residenza legale dovrebbero prepararsi ad abbandonare il Paese. Le deportazioni dei migranti sarebbero una grande macchia morale considerando il fatto che gli Usa sono un Paese di immigrati. Si tratterebbe anche di un grosso colpo all’economia della California specialmente nel settore agricolo. Il Golden State produce frutta e verdura che viene esportata a tutti gli altri Stati. Ci sarebbe poi il costo di deportare tutti questi individui. Si stima che costerebbe più di 300 miliardi di dollari. Nel primo mandato Trump si circondò di individui conservatori ma molti di loro facevano parte dell’establishment che ha imposto paletti ai suoi impulsi più estremisti. Questa volta il neo eletto presidente ha dato segnali che le sue nomine sono individui la cui più grande qualità è la fedeltà al capo. Alcuni di loro come Matt Gaetz, parlamentare della Florida nominato da Trump a procuratore generale, hanno fatto scalpore. Gaetz è stato indagato per possibili rapporti sessuali con giovani minorili. Pete Hegseth, nominato da Trump a segretario della Difesa, ha anche lui pagato una donna che lo aveva accusato di abusi sessuali. C’è poi il caso di Elon Musk, l’uomo più ricco al mondo, nominato da Trump a ministro dell’efficienza al governo. Musk sarebbe propenso a licenziamenti di massa simili a quelli apportati a X (già Twitter). Le ultimissime notizie, però, suggeriscono l’emergenza di dissapori tra Musk e Trump. Il neo eletto presidente, però, sembra dunque non avere nessuna intenzione di seguire le regole. Si vedrà se questi ed altri individui estremisti verranno confermati dal Senato dove i repubblicani hanno già iniziato a suggerire che alcuni di loro non gli consentirebbero di formare la squadra che lui vuole. Trump starà cercando di fare in fretta perché in uno strano senso è già “anatra zoppa” poiché questo è il secondo e ultimo mandato, come richiede la costituzione americana. Difatti, per i primi due anni il suo partito controllerà ambedue le Camere legislative ma le maggioranze non sono schiaccianti. Alla Camera dei rappresentanti i repubblicani avrebbero una maggioranza risicata e al Senato potrebbero vincere 53 seggi su 100. Ci vorrebbe solo una manciata di legislatori repubblicani a prendere le distanze da Trump e mettergli i bastoni tra le ruote. Newsom però sa benissimo che per difendere i suoi cittadini da un presidente spaccatutto dovrà darsi da fare. Le sfide legislative saranno un’arma a disposizione come spesso avviene in un sistema federale dove gli Stati hanno una forte autonomia. Newsom, da cavaliere dei diritti californiani, in un certo senso si sta preparando per le presidenziali del 2028. ============= Domenico Maceri, PhD, è professore emerito all’Allan Hancock College, Santa Maria, California. Alcuni dei suoi articoli hanno vinto premi della  National Association of Hispanic Publications.

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INTERVISTA A ENZO BARBIERI

Lo chef Enzo Barbieri, un demiurgo del proprio tempo.     Altomonte, un incantevole borgo medievale in Calabria, ospita l’Hotel Barbieri, un’affascinante struttura arroccata su una collina tra il Parco del Pollino e il mar Ionio. Qui, l’enogastronomia diventa un’esperienza artistica, grazie all’opera dell´agrichef Enzo Barbieri, che ha saputo trasformare la tradizione culinaria calabrese in un’arte da gustare con tutti i sensi. Altomonte è altresì noto per  l´apertura, con nuovi concetti espositivi,  del Civico Museo di Santa Maria della Consolazione, custode di pregiati manufatti artistici e di rari dipinti sacri.   Altomonte panorama   Altomonte Museo – Mimmo Bloise, direttore del museo (terzo da sin.)   Altomonte –  Don Paolo Baratta al museo   Hotel Barbieri Progettato negli anni ’60 da Italo Barbieri (padre di Enzo n.d.r.), il ristorante-hotel è oggi un vero e proprio “santuario” del gusto, portato avanti da Enzo con sua moglie Patrizia e dai figli Michele, Laura e Alessandra. L’hotel è molto più che un luogo per alloggiare: è una destinazione che incarna l’ospitalità e le tradizioni calabresi, e rappresenta un punto di riferimento per il turismo enogastronomico, attirando viaggiatori alla ricerca di esperienze autentiche e sapori genuini.   Sin.: Giuseppe Arnò ed Enzo Barbieri   Barbieri-Altomonte Un binomio vincente ovvero gourmet e turismo. «Il nuovo modo di viaggiare oggi è etichettato turismo enogastronomico ed esso ammalia numeri sempre più crescenti di viaggiatori decisamente interessati a destinare i propri viaggi alle esperienze, degustazioni, sapori e saperi delle tradizioni genuine e delle culture locali». È quanto ci precisa l´agrichef stellato Enzo Barbieri. Seduti tranquillamente in un angolo confortevole del ristorante dell’omonimo hotel, Barbieri ci concede una piacevole intervista per soddisfare alcune domande che ci eravamo posti, nel soggiornare in questo meraviglioso complesso alberghiero, alla cui entrata ci potremmo immaginare un’insegna «Benvenuti in paradiso». Ristorazione, un negozio di famiglia La famiglia Barbieri è un esempio di come la ristorazione italiana possa coinvolgere più generazioni, mantenendo salde le radici locali. Una formula vincente adottata prima da Italo e ora da Enzo Barbieri, punto di riferimento enogastronomico del turismo esperienziale calabrese e non solo. L’hotel è diventato anche la location ideale per eventi importanti come matrimoni, convegni e celebrazioni (turismo scolastico, pranzo dei 100 giorni degli studenti e quant’altro) consolidando il legame tra la cultura locale e i visitatori. Non a caso, Enzo e Patrizia sono stati insigniti dell’onorificenza dell’Ordine “al Merito del Lavoro” per il loro contributo all’economia locale e alla promozione del patrimonio culturale calabrese.   Famiglia Barbieri (foto: https://hotelbarbieri.it/) Proporre Enzo Barbieri come rappresentante dell’Italia per la Settimana della Cucina Italiana nel Mondo 2025 in Brasile sarebbe una splendida opportunità per valorizzare l’enogastronomia italiana. La sua partecipazione celebrerebbe i prodotti italiani di qualità e offrirebbe agli italiani all’estero un assaggio di autenticità, consolidando il ruolo della cucina calabrese nella promozione del Made in Italy. di Redazione

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I fallimenti della COP16

La COP 16 si è conclusa con qualche accordo, ma nessun obbligo a rispettare i diritti e le terre dei popoli indigeni, e una prevedibile spinta verso una maggiore finanziarizzazione del mondo naturale. Se molte importanti decisioni sono state posticipate a causa del fatto che alcuni delegati hanno dovuto lasciare la conferenza per prendere il loro volo, è stato creato un organo sussidiario per i popoli indigeni nell’ambito dell’articolo 8J della convenzione[1]. Secondo l’ONU, questo diventerà uno spazio permanente che permetterà a popoli indigeni e comunità locali di prendere parte alle decisioni che riguardano la biodiversità. Tuttavia, a dispetto dell’importanza di rafforzare il coinvolgimento dei popoli indigeni nelle decisioni che riguardano i loro territori (in cui si trova la maggior parte della biodiversità del mondo), resta da vedere se questo organismo migliorerà il rispetto dei diritti indigeni. Non si è raggiunto invece un accordo sul meccanismo di finanziamento, né sul monitoraggio, del Global Biodiversity Framework (GBF) – soprattutto il Target 3 – che oggi è la più grande minaccia alle terre e alla vita dei popoli indigeni. Nel complesso, lo status quo – il furto di terre indigene nel nome della conservazione e l’appropriazione dei fondi per la biodiversità da parte dell’industria della conservazione – resta incontrastato. Ecco alcuni dei fallimenti della COP16 Implementazione: i delegati non sono riusciti ad accordarsi neppure sui colloqui per finanziare l’implementazione del Global Biodiversity Framework (GBF) Finanza: i delegati del Sud del mondo sono arrabbiati perché non sono stati stanziati abbastanza soldi per l’implementazione del GBF. Distribuzione: i delegati dal Sud del mondo sono comprensibilmente arrabbiati per il fatto che grandi istituzioni con sede nel nord mondiale (come il WWF) si stiano accaparrando i pochi fondi messi a disposizione attraverso il Global Biodiversity Framework Fund (GBFF), istituito nell’ambito del Fondo Mondiale per l’Ambiente nel 2022 (a questo proposito, leggi qui il briefing di Survival) Ignorati i bisogni delle nazioni biodiverse: molti dei paesi che ospitano la maggior parte della biodiversità mondiale chiedevano la creazione di un nuovo fondo dedicato. Un gruppo di governi del nord del mondo ha offerto 160 milioni di dollari ma ha insistito che la somma venisse distribuita attraverso il GBFF, nonostante l’ampia opposizione a questo meccanismo. Mancata protezione dei diritti umani: Non è ancora stato raggiunto un accordo su un piano per monitorare i progetti finanziati dal GBF. Le proposte sul tavolo non includono alcuna misura per garantire che i diritti dei popoli indigeni siano rispettati. La protezione dei diritti umani dei popoli indigeni è essenziale se si considerano gli sforzi per raddoppiare (quasi) la superficie di Aree Protette per la Conservazione a livello globale. Troppo spesso, in molte parti del mondo, le aree di conservazione sono militarizzare e i popoli indigeni vengono sfrattati dalla loro terra, in aperta violazione dei loro diritti umani. “Questa COP16 mostra ancora una volta il potere di governi e industria della conservazione rispetto ai reali bisogni del nostro pianeta. L’urgenza di intervenire per proteggere la nostra biodiversità è reale, ma questi attori continuano a proporre false soluzioni e impedire un cambiamento reale” ha commentato Fiore Longo, responsabile della campagna di Survival International per decolonizzare la conservazione. “Se vogliamo salvare il nostro pianeta non ci serve aumentare il ‘business as usual’, la finanziarizzazione o il potere delle multinazionali… ma l’esatto contrario!” “In particolare, abbiamo bisogno di rispettare e riconoscere i diritti territoriali dei popoli indigeni.” Crediti di biodiversità  Com’era prevedibile, la COP16 si è svolta per i promotori della privatizzazione e della finanziarizzazione delle politiche di conservazione. La potente coalizione di International Advisory Panel on Biodiversity Credits, Biodiversity Credits Alliance e World Economic Forum ha presentato dei “principi ad alta integrità” la cui alta integrità era solo nel nome. Includeva invece molti aspetti problematici. In pratica, i principi della coalizione consentono la compensazione e la vendita di crediti prima che siano registrati impatti positivi di alcun tipo. Sebbene le organizzazioni della società civile abbiano espresso le loro forti preoccupazioni per questa iniziativa destinata all’insuccesso, non sono riusciti a fermarla. Questo significa che ci sarà molto lavoro da fare per richiamare l’attenzione sulle conseguenze pericolose che questi schemi avranno per le terre e sulle vite indigene (a questo proposito, si legga il rapporto di Survival sui fallimenti del Fondo per la Biodiversità, in inglese). [1] Questo articolo afferma che ogni firmatario deve “rispettare, preservare e mantenere conoscenze, innovazioni e pratiche di comunità indigene e locali che incarnano stili di vita tradizionali importanti per la conservazione e l’uso sostenibile della diversità biologica (…).” Per ulteriori informazioni o interviste, puoi scrivere a [email protected]

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Tassi di interesse più bassi: lode di Biden, attacchi di Trump

“Buona notizia per i consumatori. Ciò vuol dire che il costo di comprare una casa, una macchina e molto altro scenderà anche”. Così il presidente Joe Biden mentre commentava l’annuncio della Federal Reserve Bank, la Banca Centrale, di ridurre i tassi di interesse di 0,5 punti percentuali. Un segnale che l’inflazione è scesa abbastanza e quindi bisogna cominciare a preoccuparsi di mantenere stabile la crescita economica. Si crede dunque che l’economia americana farà un “atterraggio morbido” mantenendo i prezzi a bada senza un calo economico che potrebbe condurre alla recessione. Donald Trump ha reagito al taglio degli interessi attaccando la decisione, asserendo che l’economia era in “pessimo stato” o che la banca centrale stava “facendo giochetti politici”. Attaccare la Federal Reserve è quasi uno sport perché i due partiti non vedono i dati allo stesso modo. I numeri però non mentono. Biden aveva ereditato da Trump un’economia a pezzi, dovuta in grande misura alla pandemia. Dopo quasi quattro anni l’economia è rimbalzata e difatti ha sorpassato quella di molti Paesi occidentali e della Cina. Sedici milioni di posti di lavoro sono stati creati dal 2021 da quando Biden entrò nella Casa Bianca. La creazione di posti di lavoro negli ultimi mesi è scesa ma rimane tuttavia in territorio positivo. Un punto poco promettente dell’economia di Biden è stato l’aumento dell’inflazione dovuto alle spese incoraggiate dagli investimenti del governo attuale e anche al fatto che durante la pandemia poca gente spendeva per comprare nuove macchine, case, e altri acquisti di valore. I prezzi dei generi alimentari sono aumentati in parte dovuti a problemi alla catena di approvvigionamento causati dal covid e dalla guerra in Ucraina. Adesso però l’inflazione è scesa al 2,5 percento e la disoccupazione è al 4,2 percento. La crescita economica degli Usa è superiore a quella dei Paesi occidentali. La riduzione dei tassi di interesse manda un chiaro segnale che gli Stati Uniti continuano a rimanere avanti degli altri Paesi economicamente. Nonostante questi successi esiste una percezione che l’economia non stia andando bene. Ciò si deve in buona parte alla campagna retorica di Trump che continua a ripetere baggianate sull’inflazione che lui dice essere la più alta nella storia americana. Ripetendo le stesse falsità Trump è riuscito a fabbricare una visione della realtà che non combacia con i fatti. La più grande delle sue balle è ovviamente la sua asserzione dell’elezione del 2020 che continua a dire gli sia stata rubata. Una falsità creduta da buona parte dei suoi sostenitori. Questa capacità di Trump di convincere i suoi sostenitori usando falsità o esagerazioni, ripetute costantemente, si applica anche all’economia. I fattori economici obiettivi non entrano nel vocabolario del candidato repubblicano che accusa costantemente l’amministrazione di Biden e negli ultimi mesi la sua nuova avversaria, la vice presidente Kamala Harris. I democratici non sono riusciti a convincere la maggioranza degli americani del quadro più o meno roseo dello stato economico. Preoccupano soprattutto alcuni aspetti che toccano direttamente le tasche degli americani: il costo dei generi alimentari e la benzina. Questi due erano aumentati ma da quasi un anno i costi sono in discesa. Ciononostante la percezione dei consumatori è falsa. Gli americani credono che i costi dei generi alimentari siano aumentati del 17 percento mentre la cifra esatta secondo l’US Bureau of Labor Statistics è 7,4%. La media di un gallone di benzina equivale a 3,27 dollari (81 centesimi al litro), 50 centesimi meno dell’anno scorso. In alcuni Stati come la California il costo è più alto per le tasse dello Stato che ovviamente si traducono in servizi per la strade. I democratici non sono bravi a comunicare i loro successi mentre Trump, da uomo di televisione e propagandista, ha molto più successo a manipolare l’opinione pubblica. Ecco come si spiega il suo mito che quando era presidente tutto andava alla perfezione. Negli ultimi mesi però qualcosa sta cambiando. Dal ritiro di Biden e l’entrata in campo di Harris per la presidenza si è creato molto entusiasmo e una nuova energia che fa sperare gli elettori democratici. Trump però continua ad essere visto dagli americani come più capace nelle questioni economiche ma la Harris è riuscita a ridurre il divario. Un recente sondaggio della della Reuters/Ipsos ci informa che Trump continua a essere considerato più competente per la questione economica di 2 punti (43 a 41), ma nel mese precedente il divario era più ampio di 11 punti per l’ex presidente. Questo stesso sondaggio ci informa che nell’elezione presidenziale la Harris sarebbe in vantaggio a livello nazionale di 7 punti (47 a 40 percento). Questi sondaggi non sono completamente rassicuranti per la candidata democratica la quale ha sfidato Trump a un altro dibattito. Il candidato repubblicano però ha rifiutato, anche se, considerando la sua volubilità, potrebbe da un giorno all’altro cambiare idea. ============= Domenico Maceri, PhD, è professore emerito all’Allan Hancock College, Santa Maria, California. Alcuni dei suoi articoli hanno vinto premi della  National Association of Hispanic Publications.

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Open Arms

Oggi a Palermo si è svolta una delle udienze del processo Open Arms, che vede imputato Matteo Salvini, all’epoca dei fatti ministro dell’Interno. Le accuse a suo carico sono di sequestro di persona e di rifiuto di atti d’ufficio, per avere impedito l’attracco della ong spagnola Open Arms nel 2019. “Rischio fino a quindici anni di carcere per aver mantenuto la parola data agli elettori. Rifarei tutto: la difesa dei confini dai clandestini non è reato. Avanti tutta, senza paura“, ha dichiarato il vicepremier e leader della Lega. Alla rine della requisitoria, la richiesta dei pm: “Condannate Matteo Salvini a 6 anni di reclusione per aver sequestrato i 147 migranti a bordo dell’Open Arms e per tutti i capi di imputazione“. Il pizzino di “Repubblica”: Salvini va fatto fuori   La requisitoria del procuratore aggiunto All’inizio della sua requisitoria, il procuratore aggiunto di Palermo, Marzia Sabella, ha sostenuto che il governo Conte Uno, in carica dal 2018, “con il suo contratto di governo prevedeva di sensibilizzare l’Europa per ottenere una equa distribuzione dei migranti“. Il titolare del Viminale di quell’esecutivo, oggi ministro dei Trasporti, “ha ritenuto di potere squilibrare l’unità di misura dei beni giuridici in questione, in favore dei porti chiusi, quale strumento di pressione degli Stati membri“. Sabella, ha proseguito nel portare avanti la sua tesi d’accusa, sostenendo che dal pool difensivo del ministro “si è prospettato che un natante di legno, in alto mare, navigasse in sicurezza, come se il capriccio di un’onda non avesse potuta farla ribaltare“. Nell’ultima parte della requisitoria, Sabella, ha dichiarato, aprendo a diversi scenari: “Il ministro Salvini aveva l’obbligo o no di dare il pos alla nave? Su questa domanda verte il processo. Per le norme del mare la risposta è scontata, ovvero sì aveva l’obbligo di dare terra ai naufraghi. La situazione sarebbe dunque semplice, ma in realtà è molto più complessa“. Sabella ha poi aggiunto che, a differenza di quanto dichiarato dal ministro, “era infondato il rischio che a bordo della Open Arms, fra i naufraghi non identificati, ci fosse la presenza di terroristi, intanto perché nessuno era andato a controllare se avessero documenti e in secondo luogo è discriminante perché il rischio che vi fossero terroristi derivava solo dalla nazionalità dei migranti“. Per il procuratore aggiunto di Palermo, “le posizioni e le scelte del ministro Matteo Salvini diedero luogo a un caos istituzionale, una situazione che avrebbe portato ad approntare soluzioni di fortuna. A ritrovarsi in una condizione di estrema difficoltà fu la Guardia costiera che non poteva premere su un ministero da cui non dipendeva“. Nel richiedere la condanna a 6 anni di reclusione, Sabella ha sottolineato che al processo “è mancata la presenza della gran parte delle persone offese, perchè anche per poter essere persona offesa bisogna nascere fortunati. La maggiorparte di loro è irreperibile che in questo caso non significa fuggitive, criminale e nemmeno che siano rimaste illese dai giorni di restrizione sulla Open Arms: significa essere senza casa e senza altri elementi“. E poi ha concluso: “La loro assenza fisica, così come il fatto di considerarli un insieme di migranti o peggio di clandestini, potrebbe non fare percepire l’esatto disvalore del fatto. Leggeremmo uno dopo l’altro i nomi di queste persone per ricordarle nella loro individualità, perchè è anche per ciascuna di queste persone che chiediamo la condanna dell’imputato, oltre che per difendere i confini del diritto“. I pm lo vogliono in carcere. Salvini ora rischia 6 anni   La requisitoria del pm Il pm Calogero Ferrara, invece, ha sostenuto la tesi secondo la quale l’oggetto della disamina odierna, atta a ricostruire il quadro giuridico internazionale e interno, “è quello dei Sar, Search and rescue, ogni altro inquadramento giuridico che si è tentato, a partire dal favoreggiamento dell’immigrazione clandestina, non ha nulla a che vedere“. Procedendo nella sua requisitoria, Ferrara ha aggiunto che il tema del processo in corso sono i diritti dell’uomo, “la salute e la libertà personale che prevalgono sul diritto a difendere i confini“. Per Ferrara, “solo la terraferma a essere un pos, cioè il place of safety, in altre parole il posto più sicuro. E questo lo ha ribadito anche la Corte di cassazione“. Quindi, aggiunge Ferrara, il governo “aveva l’obbligo di rilasciare il pos” perché “svolge una funzione pubblica interviene anche a tutelare i diritti di chi è sotto il suo controllo“. E in quel momento i migranti, ha dichiarato il pubblico ministero, “erano sotto il controllo dello Stato“. Nella tesi di Ferrara, i migranti “prima si fanno scendere e poi si redistribuiscono, altrimenti si rischia di fare politica su persone che stanno soffrendo“. La risoluzione Msc, prosegue il pm, “dice che la nave non viene considerata un luogo in sicurezza, anche se è luogo temporaneo di sicurezza, e dovrebbe essere sollevata. Pertanto la nave può esser considerato solo un pos temporaneo“. E quindi, per sostenere la sua accusa, e chiedere la condanna per l’ex titolare del Viminale, Ferrara, ricorda che “anche i terroristi, i criminali se in pericolo in mare hanno il diritto di essere salvati. Uno Stato, che non è un criminale, li salva e poi li processa“. Quindi, smontando la tesi del porto di bandiera, ha aggiunto: “Ma se la nave avesse battuto bandiera panamense l’avrebbero mandata a Panama? Lo ha chiesto il comandante De Falco durante il dibattimento per smontare la tesi che la nazione della nave dovesse accogliere l’imbarcazione. Ogni Stato che viene informato della situazione di pericolo ha l’obbligo di emettere il Pos. Non c’entra nulla il Paese della nave“. Poi, ha proseguito Ferrara, “Salvini, per limitare lo sbarco, decide che qualunque nave che opera salvataggi in mare commette il cosiddetto ‘passaggio non inoffensivo’ perchè pregiudizievole della sicurezza dello Stato. Ma occorrono degli elementi concreti per attuare questa norma“. E i teste, a suo avviso, non “hanno confermato tale dato. Siamo in presenza di persone in difficoltà in mare, uomini, donne e minori, che soffrono a cui sono stati negati i loro diritti fondamentali“. E all’accusa mossa da più parti di portare avanti un processo politico, il pm si è difeso sostenendo che “è pacifico che qui di atto politico non c’è nulla. Sono stati compiuti atti amministrativi, il rilascio di un pos

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I PATTI DI ABRAMO

Si è tenuta, a Siracusa, la I edizione mondiale della Giornata Internazionale dei Patti di Abramo. L’associazione internazionale “KR solutions”, presieduta dall’ avv. Carola Parano, ha organizzato l’evento proprio lo stesso giorno della prima sottoscrizione dei Patti, avvenuta il 15 settembre 2020. “A Distanza di 4 anni esatti da allora – dice l’avv. Parano – si continua a credere ancor di più nell’importanza culturale e giuridica degli accordi. Abbiamo voluto celebrarli con un grande evento ricco di relatori, proprio a Siracusa quale culla di civiltà eterna, decidendo di costituire in Sicilia il comitato permanente dei patti di Abramo all’interno dell’associazione che presiedo e costituito da alcuni dei relatori e da altri illustri componenti.” Importanti le dichiarazioni rese da Emanuel Segre Amar, presidente del Gruppo Sionistico del Piemonte e di Riccardo Pacifici, vice presidente della European Jewish Association: “La soluzione a due Stati è rifiutata prima di tutto dagli stessi arabi-palestinesi come Arafat, Abu Mazen e tanti imam che parlano anche dentro al-Aqsa – spiega Emanuel Segre Amar – Lo stato è visto come una soluzione colonialista che non funziona in una cultura tribale come la loro. Lo stesso ministro degli Esteri ripete sempre che dobbiamo smettere di cercare una soluzione con la mentalità di noi occidentali”. “Loro stanno bene solo dove c’è un’unica tribù, come negli emirati (che sono ricchi anche dove, come a Dubai, non c’è il petrolio) – continua Emanuel Segre Amar – Nei territori ci sono 8 diverse tribù (Ramallah, Jenin, Tulkarem ecc.), a Gaza ce ne sono 5; creare degli emirati palestinesi come nel golfo è l’unica soluzione che funzionerebbe, come spiega bene Mordechai Kedar. Non dimentichiamo che i palestinesi non si sposano tra membri di tribù diverse e non abitano nelle città di altre tribù, anche se magari vi si recano a lavorare.” “Credo che la Sicilia possa essere un ponte naturale per sostenere il patto dei figli di Abramo per la sua posizione geografica e per la sua storia   – aggiunge Riccardo Pacifici – Non vi è angolo della regione in cui non si respiri il passaggio delle culture abramitiche. Il mio auspicio è che la Regione Siciliana si renda disponibile, nel quadro di un accordo internazionale di pace, in cui un futuro Stato palestinese possa nascere su principi di civiltà e democrazia, a fianco dello stato di Israele ed in una visione di ricostruzione di Gaza con il contestuale smantellamento dei tunnel del terrore. Si restituirà, così, ai giovani palestinesi la visione della cultura della vita, per sanare una bieca educazione alla morte che Hamas ha costruito, dal 2015 ad oggi, in un terreno quale quello di Gaza in cui non vi è, secondo il diritto internazionale, nemmeno un centimetro quadrato di contenzioso. Per questo bisogna già immaginare luoghi di accoglienza e di recupero per questi ragazzi”. CGP Alan Davìd [email protected]

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Turismo delle radici, Fediba

A Buenos Aires il Festival delle radici italiane organizzato da Fediba 07/09/2024 16:46 BUENOS AIRES\ aise\ – Nell’anno dedicato al Turismo delle radici, Fediba – la Federazione che riunisce le associazioni italiane a Buenos Aires – organizza il prossimo 29 settembre il “Festival delle radici italiane”. All’incontro – dalle 13.00 alle 18.00 in Plaza Republica Orientale del Uruguay – parteciperanno tutte le associazioni e le federazioni italiane impegnate a valorizzare cultura e gastronomia. Non mancheranno esibizioni e spettacoli che vedranno protagoniste soprattutto le Regioni Marche, Lazio, Sardegna e Puglia, con la partecipazione di artisti della collettività e non solo. (aise) 

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N U O V I S P A Z I M U S I C A L I

  45ª Edizione del Festival   Ada Gentile ASCOLI PICENO – Il Festival “Nuovi Spazi Musicali”, giunto ormai alla sua 45^ edizione sotto la guida della compositrice ADA GENTILE, prende il via il 4 ottobre ad Ascoli Piceno, all’Auditorium Neroni. Si articolerà in 5 concerti di cui 3 dedicati alle “operine tascabili” divenute ormai la caratteristica del Festival che intende con esse far rivivere il genere dell’opera buffa tanto caro al grande compositore marchigiano Gioacchino Rossini.   Sono state perciò commissionate 6 nuove operine ai compositori Marcello Panni, Albino Taggeo, Mauro Porro, Danilo Comitini, Roberta Silvestrini e la giovanissima Martina Cavazza Preta. Di questi compositori due sono marchigiani: la Silvestrini (operante a Senigallia e Comitini (operante a Pesaro).   Tra gli autori dei libretti delle operine spicca il nome del noto storico dell’arte Stefano Papetti, direttore della Pinacoteca comunale di Ascoli, che, per la prima volta, si è fatto piacevolmente coinvolgere in un progetto musicale. L’esecuzione di tutte le operine sarà affidata all’Ensemble “Nuovi Sazi Musicali” coordinato dalla pianista Sabrina Gentili, al soprano Annalisa Di Ciccio, al basso Stefano Stella, al tenore Gianluca Bocchino, al baritono Gianluca Ercoli ed all’attrice Pamela Olivieri.   Nelle altre due serate saranno invece di scena l’ensemble austriaco “Wiener Collage”, che proporrà all’ascolto opere di tre autori austriaci molto noti come Ager, Lauermann e Staàr, e tre italiani altrettanto conosciuti come la stessa Gentile, Gabrio Taglietti e Nicola Sani ed un’eccellente realtà del territorio marchigiano, il Coro femminile “Sibilla Ensemble” che, con la direzione del M° Carmine Leonzi,  proporrà all’ascolto opere di Kodaly, Kocsar, Gjielo, Messore, Ballard, Scattolin e di Franco Battiato. Tutti i concerti saranno ad ingresso libero e verranno registrati da RADIO CEMAT. La rassegna è stata organizzata on il contributo del Comune di Ascoli Piceno, della Regione Marche, della Fondazione Carisap e della Ditta Gabrielli.   Fonte: Goffredo Palmerini

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ASIB NEWS

27.08.2024 – San Paolo L’assemblea ordinaria dell’ASIB (Associazione Stampa Italiana in Brasile) si è tenuta il 27 agosto presso la sede di San Paolo. Nell´occasione è avvenuta la registrazione dei nuovi soci, l’approvazione della relazione previsionale e programmatica, nonché del piano esecutivo della gestione delle attività per il periodo 2024-2025. Le attività future prevedono, tra l´altro, accordi di partenariato con entità pubbliche e private. Giovedì 29 agosto il presidente Giuseppe Arnò, in compagnia della moglie Patricia, ha reso visita al direttore dell’Istituto Italiano di Cultura di San Paolo, Dott. Lillo Teodoro Guarneri, il quale ha fatto gli onori di casa con la cordialità che lo distingue. Tra gli argomenti trattati il direttore Guarneri ha dimostrato particolare sensibilità alla possibilità di cooperare al buon esito di  eventi culturali a sfondo giornalistico. Dal canto suo, la Stampa italiana in Brasile si è messa a disposizione per la divulgazione delle molteplici attività istituzionali dell´IIC. Fare sistema significa guardare tutti nella stessa direzione. E questo é uno degli obiettivi dell´ASIB.   Nella foto sono ritratti in senso orario: Giovanni Manassero, Antonio Spalletta, Venceslao Soligo, Patricia Arno, Anna Lucia Donnini e Giuseppe Arnò.   Alcune delle testate giornalistiche facenti parte del Gruppo Stampa diretto da Ana Lucia Donnini 

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