Trump: il pacificatore inatteso tra conflitti e mediazioni globali

“Non c’è mai stata una buona guerra o una cattiva pace.” — Benjamin Franklin Quando si parla di Donald Trump, le opinioni sono generalmente polarizzate: da un lato, chi lo considera un presidente controverso, la cui retorica e politiche aggressive hanno alimentato tensioni e conflitti. Dall’altro, c’è chi vede nella sua azione internazionale un tentativo di rinnovare il ruolo degli Stati Uniti nel mondo, rifiutando le convenzioni tradizionali per inseguire soluzioni uniche e dirette. Tuttavia, un aspetto sorprendente della sua seconda campagna presidenziale è stato il suo impegno nel cercare di risolvere conflitti globali e promuovere la pace, in particolare con iniziative che coinvolgono le grandi potenze mondiali e zone di conflitto come il Medio Oriente e l’Ucraina. Una delle mosse più clamorose del suo ritorno sulla scena politica è l’imminente vertice in Turchia tra Vladimir Putin e Volodymyr Zelensky, che Trump sta organizzando per cercare di mediare la pace tra la Russia e l’Ucraina. Questo incontro, che potrebbe segnare un punto di svolta nel conflitto, arriva in un momento in cui Trump sta minacciando di riconoscere la Palestina come Stato indipendente, se non ci saranno progressi nei negoziati di pace con Israele. Trump ha fatto sapere che non esiterà a raffreddare i rapporti con il governo israeliano di Netanyahu, in un chiaro messaggio a Gerusalemme: è ora di negoziare per la pace. Questo tentativo di Trump di porsi come mediatore globale va al di là delle consuete critiche che spesso lo descrivono come un presidente aggressivo, soprattutto nel campo commerciale e militare. La sua visione è quella di un uomo deciso a risolvere le crisi mondiali senza passare attraverso il lungo e spesso infruttuoso processo diplomatico tradizionale. Trump ha il coraggio di rompere gli schemi, proponendo soluzioni dirette, rapide e senza compromessi. Gli Accordi di Abramo: la normalizzazione in Medio Oriente Una delle iniziative più significative della sua prima presidenza è stata la conclusione degli Accordi di Abramo nel 2020, un accordo storico che ha visto la normalizzazione delle relazioni tra Israele e alcuni Paesi arabi, tra cui gli Emirati Arabi Uniti (EAU), il Bahrain, il Marocco e successivamente il Sudan. Questo accordo ha modificato radicalmente il panorama geopolitico del Medio Oriente, dando a Israele il riconoscimento ufficiale da parte di alcuni Stati arabi, con l’intento di promuovere la cooperazione economica, tecnologica e la difesa comune contro le minacce regionali, in particolare quella rappresentata dall’Iran. Gli Accordi di Abramo sono stati un successo diplomatico per Trump, ma non sono stati esenti da critiche. Molti sostengono che questi accordi abbiano ignorato la questione palestinese, concentrandosi invece sugli interessi strategici di Israele e degli Stati arabi, che vedevano in Israele un alleato importante per contrastare l’influenza iraniana. Nonostante ciò, questi accordi sono un esempio tangibile della volontà di Trump di aggirare le tradizionali vie diplomatiche, spesso lente e farraginose, per ottenere risultati concreti e rapidi. Il paradosso dell’industria bellica Un aspetto che merita attenzione è il paradosso che Trump rappresenta nella sua politica estera e nella sua connessione con l’industria delle armi. Da un lato, il suo governo è stato sostenuto da grandi produttori di armamenti, che hanno visto un aumento delle vendite durante il suo mandato, a causa della sua politica di rafforzamento della difesa e di sostegno a regimi militari. Dall’altro, Trump si sta ora proponendo come un pacificatore, cercando di risolvere conflitti con soluzioni diplomatiche dirette, come nel caso dell’Ucraina e della Palestina. Questo aspetto crea una tensione interna nelle sue politiche: se da una parte Trump è stato un grande sostenitore della potenza militare e della forza economica degli Stati Uniti, dall’altra sta cercando di imporsi come un leader della pace, tentando di risolvere i conflitti attraverso trattative e minacce di isolamento per coloro che rifiutano la diplomazia. Trump e la mentalità da cowboy Un altro elemento che definisce la figura di Trump è la sua mentalità da cowboy, una visione pragmatica e talvolta brutale che lo spinge ad affrontare i problemi senza mezze misure, simile al vecchio stile del “Far West” americano. Questo approccio si è manifestato non solo nelle sue politiche interne, ma anche nel suo approccio alla politica estera, dove Trump ha mostrato una volontà di rompere con le tradizioni diplomatiche. A differenza di altri presidenti, che si sono affidati a complesse alleanze multilaterali e trattative indirette, Trump ha scelto un approccio più diretto, in cui la forza e la decisione prevalevano sulla negoziazione tradizionale. Questo stile “da cowboy” ha avuto i suoi vantaggi, almeno dal punto di vista della sua base elettorale, che apprezza un leader che non teme di sfidare le convenzioni per perseguire i propri obiettivi. Allo stesso tempo, però, ha sollevato preoccupazioni, soprattutto tra gli alleati storici degli Stati Uniti, che hanno visto in lui un presidente pronto a abbandonare le alleanze tradizionali e a prendere decisioni unilaterali. Paragoni con altri presidenti americani Nonostante le differenze di stile, l’approccio di Trump in politica estera non è senza precedenti nella storia degli Stati Uniti. Prendiamo ad esempio Richard Nixon, che, pur essendo stato un presidente con una forte inclinazione bellicista, ha dimostrato di saper adattarsi ai cambiamenti, portando alla distensione con la Cina nel 1972. Anche Jimmy Carter, pur venendo da un contesto politico diverso, ha mediato gli Accordi di Camp David, che hanno portato alla pace tra Israele e l’Egitto. In entrambi i casi, come in quello di Trump, c’è una costante tensione tra l’uso della forza e la ricerca di soluzioni pacifiche, un equilibrio difficile da mantenere. Conclusioni Il panorama geopolitico globale continua a evolversi, e Donald Trump, pur restando una figura controversa, sta cercando di farsi strada come un mediator globale, spingendo per la pace in scenari difficili come quello ucraino e mediorientale. La sua mentalità da cowboy lo rende un presidente imprevedibile, che non ha paura di sfidare le convenzioni e di spingere per soluzioni audaci, anche a costo di contraddire i suoi stessi alleati. Nonostante le critiche per le sue politiche aggressive e il suo legame con l’industria bellica, Trump sembra determinato a lasciare un

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La rivincita dei pacifisti seri

È presto per dirlo, ma se i due leader confermeranno l’incontro, significa che già esiste almeno una bozza di accordo percorribile per entrambi Alessandro Sallusti 12 Maggio 2025 – 10:00 Quello che per le sinistre sarebbe il pericolo mondiale numero uno, Donald Trump, nelle ultime 48 ore ha bloccato sul nascere l’ennesima guerra tra India e Pakistan, convinto gli arcinemici Putin e Zelensky a sedersi allo stesso tavolo (giovedì in Turchia, a meno di ripensamenti dello Zar) per iniziare una vera trattativa di pace, fatto capire di essere pronto a riconoscere uno Stato di Palestina e, come se non bastasse, ha persuaso la Cina, con la minaccia dei dazi, a rivedere la sua spregiudicata politica commerciale. Se ci aggiungiamo che, tramite lo Spirito Santo, l’America ha portato a casa pure il suo primo Papa, beh il curriculum del presidente assomiglia più a quello di un premio Nobel che a quello di un dittatore fuori di testa e fuori controllo. Ma, Trump a parte, un incontro fra Putin e Zelensky premierebbe anche chi in Europa, a partire dal nostro governo, ha sostenuto con coraggio l’Ucraina, convinto che solo una situazione di stallo militare sul campo avrebbe potuto portare a una trattativa per una pace giusta e non punitiva. È presto per dirlo, ma se i due leader confermeranno l’incontro, significa che già esiste almeno una bozza di accordo percorribile per entrambi e che tale soluzione è accettabile anche da chi, con notevoli sforzi economici, ha partecipato indirettamente al conflitto e non vuole darla vinta al dittatore russo. Viceversa, chi ha sempre pontificato che l’Ucraina avrebbe dovuto issare da subito bandiera bianca e l’Occidente ritirarsi dalla scena con la coda tra le gambe – i vari professori, politici e opinionisti filo Putin mascherati da pacifisti -, resta fuori dai giochi e bene farebbe a uscire di scena per manifesta partigianeria e incompetenza. Perché, comunque andrà a finire, la Russia non conquisterà l’Ucraina, tratterà col nemico come deve fare chiunque non possa vantare una vittoria. La linea della fermezza contro i tiranni e in difesa delle libertà occidentali ha già pagato, il resto è nelle mani del popolo ucraino che deciderà se, quante e quali concessioni fare all’invasore. Altro che sinistra: i veri pacifisti, ancora una volta, si sono dimostrati i conservatori. https://www.ilgiornale.it/news/guerra/rivincita-dei-pacifisti-seri-2477539.html

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EDITORIALE MAGGIO 2025

Europa, svegliati o resta spettatrice: tra Trump, draghi cinesi e poker geopolitico Zelensky scopre che il suo futuro dipende da Trump, non da Bruxelles. L’Europa deve svegliarsi: tra il poker geopolitico di Washington e le sirene di Pechino, non c’è più spazio per la retorica. Difesa comune e unione dei risparmi sono l’unica strada per non finire spettatori di un nuovo ordine mondiale scritto da altri. Se l’Europa fosse una persona, in questo momento sarebbe quella che si presenta a una partita di poker mondiale portandosi dietro un manuale degli scacchi. Sul tavolo, Trump rilancia a occhi chiusi, la Cina gioca a Bluff Plus, e Zelensky cerca di non farsi scippare l’ultima fiche: la sopravvivenza. A San Pietro, Zelensky ha avuto il suo personale risveglio amaro: ha capito che i salotti bene dell’Europa non servono più a molto, e che il vero banco della pace si chiama Donald Trump. Non Bruxelles, non l’ONU, non le infinite commissioni con catering. Solo lui, il vecchio sceriffo americano, pronto a riscrivere le regole del gioco come se fosse il regolamento interno del suo golf club. E l’Europa? Ursula von der Leyen ci rassicura: “L’Europa è ancora un progetto di pace”. Splendido! Peccato che, nel frattempo, il mondo abbia cambiato canale e il “progetto” rischi di diventare una rievocazione storica in costume. Perché diciamocelo: l’Occidente come lo conoscevamo è sparito, evaporato tra una crisi bancaria, una pandemia e qualche colpo di dazio lanciato con la grazia di un pianoforte buttato giù da un palazzo. Trump, infatti, gioca su due fronti: quello commerciale — a suon di minacce e dazi — e quello militare — flirtando con l’idea di stracciare l’articolo 5 della NATO come se fosse una multa stradale. In mezzo, l’Europa deve smettere di credere che basti sventolare la bandiera della diplomazia e prepararsi, piuttosto, a correre la maratona sul filo del rasoio. Però, concediamoglielo: l’Unione europea è maestra d’arte nella nobile disciplina del “non sprecare una crisi”. Dal 2008 in poi ha trasformato ogni batosta in una mezza spinta verso un’integrazione federale camuffata da soluzioni tecniche. Oggi la posta è più alta: non basta più reagire. Bisogna giocare d’anticipo. Ecco quindi il piano geniale: un’Unione dei Risparmi, un’Unione della Difesa (SafeEU, per chi ama gli acronimi rassicuranti), e un bel brindisi franco-tedesco al federalismo funzionale. In pratica, si costruiscono due nuove punte federali: una per proteggere i soldi, l’altra per proteggere le frontiere. Una bella evoluzione: da custodi della pace a cassieri e bodyguard del continente. In altre parole, due mosse geniali, da manuale di diplomazia antica: quando non puoi vincere sul tavolo che ti apparecchiano, porti il gioco su un altro tavolo. Intanto, i dazi? Robetta. Fastidi da affrontare con un po’ di tattica e nervi saldi: cambiare rotte, aggiustare catene di fornitura, raddrizzare qualche bilancia commerciale sbilenca. Se ci riesce anche un supermercato durante i saldi, ce la farà pure l’Europa. Il vero match, invece, è tutto sulla capacità di posizionarsi tra USA e Cina come una potenza matura. E magari, per una volta, non solo sopravvivere, ma vincere. Non sarà facile, certo. Ma, come diceva qualcuno, “non bisogna mai sprecare una buona crisi”. Quindi Europa, prepara il mazzo: questa volta non si bluffa. G.& G. ARNÒ

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Le minacce di Trump alle università: Harvard resiste

“Le università sono il nemico”. Lo ha detto J.D. Vance in un discorso alla National Conservative Conference nel 2019 quando l’attuale vice presidente era senatore dell’Ohio. In quell’occasione Vance lodò anche la saggezza di Richard Nixon che aveva anche lui attaccato “i professori come i nemici”. Nixon nel 1972 era arrabbiatissimo con il mondo accademico per le manifestazioni contro la guerra del Viet Nam. Per vendicarsi l’allora presidente ordinò al personale dell’Office of Budget and Management di tagliare i fondi al Massachusetts Institute of Technology (MIT), uno degli atenei più prestigiosi in America, che però non furono messi in pratica. Nixon fu un dilettante in comparazione agli attacchi sferrati dal presidente attuale alle università. Donald Trump ha minacciato di tagliare i fondi del governo a quelle università che non seguiranno le sue direttive di smantellare quello che lui vede antisemitismo nel mondo accademico. Inoltre ha insistito che gli atenei devono modificare le loro assunzioni e cambiare i loro programmi per riflettere valori che lui considera appropriati. Alcune università minacciate da Trump, come la Columbia University di New York, si sono piegate e hanno promesso di accedere ai desideri del presidente per non perdere milioni di dollari dal governo federale. La Columbia ha accettato la maggioranza delle richieste incluso il bando all’uso della maschere nel campus, concedere il potere alle forze di sicurezza di rimuovere o arrestare studenti e modificare il dipartimento di Studi del Medio Oriente che era stato fonte di proteste a favore della causa palestinese. Harvard University invece ha preso la strada della resistenza a Trump reiterando legittimamente la sua libertà di gestire i suoi programmi secondo i principi tradizionali della libertà di espressione storica del mondo accademico. In una lettera pubblica, il rettore di Harvard, Alan M. Garber, ha ribadito l’autonomia e indipendenza della cultura e dell’Università. Garber ha continuato sostenendo che l’Università non rinuncerà alla propria indipendenza né rinuncerà ai propri diritti costituzionali. Continuerà a mantenere i valori come istituzione privata dedita alla ricerca, alla produzione e alla diffusione della conoscenza. La posizione di Harvard è ammirevole anche se alcuni critici hanno rilevato che l’ateneo, con un patrimonio di 53 miliardi di dollari, potrebbe permettersi la perdita dei 2 miliardi minacciati da Trump. Ci sarebbero però altri pericoli per l’università poiché Trump ha minacciato di revocare lo status fiscale di ente no profit e limitare il visto a studenti stranieri. Lo status fiscale sarebbe sfidato legalmente ma quello dei visti agli studenti stranieri, il 27 percento degli studenti di Harvard, sarebbe difficile da mitigare. Inoltre la minaccia potrebbe fare cambiare idea a studenti stranieri di venire a studiare in America non solo a Harvard ma anche in altre università del Paese. Da rilevare che gli studenti stranieri sono anche un business per le università americane poiché pagano la totalità delle rette che a Harvard si avvicinano a 60 mila dollari annui. Il costo delle università in America è alto ma anche qui Harvard ha recentemente dimostrato una buona dose di sensibilità offrendo di coprire rette e altre spese agli studenti le cui famiglie hanno redditi inferiori a 200 mila dollari annui. La reazione di Harvard è importante per molte ragioni. A cominciare dal fatto che l’ateneo si trova nei ranking mondiali fra i primi cinque. In effetti quando si dice Harvard si pensa alle conoscenze dell’università per eccellenza. Non sorprende dunque che la presa di posizione di Harvard sia stata adottata anche da quasi 200 altre università che hanno firmato una lettera rilasciata dalla American Association of Colleges and Universities. La missiva, firmata dai rispettivi rettori, obietta “l’interferenza senza precedenti” del governo di Trump nella libertà degli atenei di svolgere le loro tradizionali attività. Le minacce di Trump funzionano quando lui riesce ad incutere la paura. Poi quando si scontrano con muri il 47esimo presidente si trova spesso costretto a fare marcia indietro com’è avvenuto con i dazi e la minaccia di licenziare Jerome Powell, il presidente della Federal Reserve. L’annuncio dei dazi ha causato i mercati borsistici a crollare e sollevare la paura di una possibile recessione. Proprio in questi giorni Trump ha fatto marcia indietro suggerendo che per ora Powell terrà il suo posto e che ridurrà i dazi alla Cina. Le minacce di Trump quando generano resistenza alla fine ci rivelano le debolezze dell’uomo ma soprattutto il fatto che negoziare con lui ha poco valore perché con ogni probabilità cambierà idea. L’inaffidabilità del presidente crea insicurezza non solo nel mondo accademico ma anche nell’economia e mina anche la stabilità mondiale, suggerendo che la leadership americana è una cosa del passato. ============= Domenico Maceri, PhD, è professore emerito all’Allan Hancock College, Santa Maria, California. Alcuni dei suoi articoli hanno vinto premi della National Association of Hispanic Publications.

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FRANCESCO

    Ogni guerra, crudele e insensata, rappresenta una sconfitta per tutti noi. C’è bisogno di ripudiare la guerra, luogo di morte dove i padri e le madri seppelliscono i figli, dove gli uomini uccidono i loro fratelli senza averli nemmeno visti, dove i potenti decidono e i poveri muoiono. Se da questa vicenda (l’inizio della guerra in Ucraina) usciremo come prima saremo in ogni modo tutti colpevoli. Di fronte al pericolo di autodistruggersi l’umanità comprenda che è giunto il momento di abolire la guerra, di cancellarla dalla storia dell’uomo prima che sia lei a cancellare l’uomo dalla storia. Rinnovo il mio appello: basta, ci si fermi, tacciano le armi, si tratti seriamente per la pace. (Francesco, Angelus 27 marzo 2022) Papa Francesco è morto. Si chiude così un capitolo straordinario nella storia della Chiesa, ma anche nella storia dell’umanità contemporanea. Anche attraverso la lente dell’ateismo, è impossibile non riconoscere la profonda e rivoluzionaria umanità che ha contraddistinto il suo pontificato, un’umanità che brilla con particolare intensità nelle sue ultime parole pubbliche. La lettera inviata al Corriere della Sera dal Policlinico Gemelli, dove ha trascorso le ultime settimane della sua vita, rappresenta il distillato perfetto del suo pensiero. In quelle righe meditate nel silenzio della malattia, troviamo l’essenza di un uomo che, perfino nell’abbraccio della fragilità fisica, ha mantenuto cristallina la sua voce in favore della pace in un mondo dilaniato da conflitti. “Dobbiamo disarmare le parole, per disarmare le menti e disarmare la Terra,” scrisse con quella semplicità tagliente che lo ha sempre caratterizzato. Una frase che condensa una verità profondissima: la violenza germoglia prima nel linguaggio, nelle parole che plasmano o devastano gli “ambienti umani”. Il suo è stato un appello universale, che oltrepassa i confini della fede per raggiungere l’umanità intera. La grandezza di Francesco risiedeva nella sua capacità unica di trasformare la vulnerabilità in sorgente di saggezza. “La fragilità umana ha il potere di renderci più lucidi rispetto a ciò che dura e a ciò che passa, a ciò che fa vivere e a ciò che uccide,” affermava con lucidità sorprendente. Una riflessione che trascende ogni barriera confessionale per toccare il cuore dell’esperienza umana nella sua essenza più autentica. In questi tempi dominati da polarizzazioni estreme e semplificazioni brutali, Francesco ci ha costantemente richiamato al “grande bisogno di riflessione, di pacatezza, di senso della complessità “. Non ha mai invitato a fuggire dalla vulnerabilità, ma a riconoscerla come preziosa maestra di vita e fonte di comprensione reciproca. Come osservatori del nostro tempo, non possiamo che essere profondamente toccati da questo approccio radicalmente umano. Francesco ha saputo articolare un linguaggio che abbatte le divisioni tra credenti e non credenti, parlando il linguaggio universale della fratellanza, della giustizia sociale, della responsabilità ecologica condivisa. La sua voce mancherà tremendamente, non solo ai fedeli cattolici, ma a chiunque creda nel potere trasformativo del dialogo, della diplomazia e della solidarietà come strumenti essenziali per costruire un futuro migliore. Una voce che ci ha sempre ricordato, con fermezza e compassione, che “la guerra non fa che devastare le comunità e l’ambiente, senza offrire soluzioni ai conflitti“. Le sue parole continueranno a risuonare come testimonianza luminosa di un uomo che ha saputo guardare ben oltre i confini della propria tradizione religiosa per abbracciare l’umanità nella sua totalità, con le sue contraddizioni e speranze, con le sue oscurità e le sue possibilità di redenzione. In un’epoca di muri e divisioni, Francesco ha costruito ponti. La sua eredità più preziosa non è legata a dogmi o dottrine, ma a questa capacità di dialogo autentico che ha toccato credenti e non credenti, uniti nel riconoscimento della sua straordinaria umanità. Il Direttore Sergio Mario Illuminato

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L’INGEGNO MULTIFORME DI KRISHAN CHAND SETHI

L’intellettuale indiano nella Poesia, nell’Arte, nella Filosofia, nella Psicologia e nell’Editoria   Krishan Chand Sethi è un intellettuale di straordinario eclettismo, con un ingegno multiforme che spazia dalla Poesia all’Arte, dalla Filosofia alla Psicologia, dall’Editoria al Management. Nello sterminato campo del pensiero moderno, dove l’Intelligenza Artificiale regna sovrana e l’intelligenza emotiva procede a rilento, il dr. Sethi si distingue per essere un’autorevole voce di saggezza contemplativa e di pensiero filosofico. Poeta dell’anima, egli è uno psicologo della mente e un filosofo del difficile tempo che viviamo. La sua ricerca incessante è richiamo prezioso, un invito all’umanità ad avventurarsi nel campo inesplorato della coscienza interiore più profonda.   Da alcuni anni, avendolo conosciuto in un evento culturale nel Salento dove presentava sue opere di Poesia pittorica durante un suo viaggio in Italia, seguo con attenzione la feconda attività intellettuale del dr. Sethi, anche attraverso le sue riflessioni che affida a numerosi articoli, che mi curo di diffondere attraverso la rete di contatti stampa sia in Italia che all’estero. È un’occasione preziosa anche per me leggere in anteprima il distillato del suo pensiero e della sua saggezza. La sua filosofia di fondo è semplice, chiara, potente: vedere gli altri inizia anzitutto nel vedere dentro sé stessi. Sethi sostiene fortemente l’uso della consapevolezza di sé come strumento potente della psicologia e ritiene che il cambiamento più duraturo derivi non da modifiche esterne, ma dall’armonia interiore della persona.   Egli propone un modello multidimensionale di introspezione, che integra la pratica meditativa orientale con la comprensione psicologica occidentale. Per lui l’introspezione non è passività, ma un esercizio attivo nell’osservare, giudicare e modificare i propri pensieri, sentimenti e motivazioni. Attraverso i suoi scritti egli esorta i lettori a rendere il proprio mondo interiore terreno sacro sul quale devono germogliare guarigione, trasformazione e autenticità. La riflessione su sé stessi non è un lusso, ma una necessità in un’epoca così tanto distratta.   Krishan Chand Sethi ha seguito il suo percorso accademico studiando la psicologia, ponendo una solida base per quella che sarebbe stata la sua ricerca d’una vita nello studio della mente umana. La sua introduzione precoce alla filosofia, alla letteratura e alla spiritualità ha inoltre plasmato la sua visione del mondo. Egli ha tratto ispirazione dalle trasformazioni sociali e culturali che osservava attorno a sé, oltre che dalle opere di pensatori come Carl Jung, Rabindranath Tagore, e Jiddu Krishnamurti. Per Sethi il vero apprendimento non finisce mai. Ogni giorno è una opportunità di evoluzione intellettuale.   Sethi è inoltre comunicatore assai fecondo. La sua attività pubblicistica conta finora più di 60 articoli filosofici, molti dei quali pubblicati su importanti riviste internazionali in Europa, Asia e Sud America. I suoi scritti non solo esplorano il comportamento umano, ma elevano anche la coscienza, fondendo psicologia, etica, estetica e spiritualità. Un’analisi sintetica dei temi filosofici più significativi nei suoi scritti porta a rilevare alcune questioni chiave affrontate: La dualità dell’identità: Persona esteriore vs. psiche interiore; Il paradosso del pesce assetato nello stagno: Desiderio vs. abbondanza; La guerra silenziosa sui Social media: L’ego alla ricerca di approvazione; Vivere in ananda: Uno stile di vita di gioia mentale e spirituale; Ruolo e mentalità: Le aspettative sociali che formano (o deformano) il sé; Scoprire sé stessi attraverso la Psicologia comportamentale L’evoluzione della Poesia: Come la poesia può guidare la psicologia collettiva. Tre principi eterni formano il nucleo degli scritti del dr. Sethi e segnalano le sue fondamentali convinzioni filisofiche:   La mente come Specchio: La chiarezza interiore si riflette nel mondo esterno; Essenza dopo l’Esistenza: L’uomo crea significato solo dopo essersi trovato: Armonia tra Pensiero e Sentimento: L’equilibrio tra logica e sensibilità guida la saggezza.   Altro importante campo di attività per Krishan Chand Sethi è la Letteratura, dove ha portato innovazioni davvero pionieristiche. Il dr. Sethi è infatti l’ideatore della Poesia Pittorica, introdotta nel 2011: una fusione di parole e immagini che comunica più efficacemente a livello visivo e filosofico. Questa forma d’arte letteraria si è diffusa in tutto il mondo, trasformando la scrittura poetica contemporanea. Ha inoltre creato la Feel Poetry, dove il sentimento è il nucleo espressivo della poesia, e la Poesia a Singola Linea, che racchiude profonde verità in una sola frase, dimostrando che la brevità può avere un impatto immediato e duraturo. Sua moglie, Sunita Sethi, ha avuto un ruolo fondamentale nel sostenere e sviluppare queste innovazioni. Il loro lavoro congiunto ha creato una Scuola letteraria che unisce filosofia, immaginazione e psicologia.   Tra le numerose sue opere letterarie sono particolarmente attesi tre nuovi libri “rivoluzionari”, di imminente pubblicazione:   “Essere Filosofici”: Guida meditativa e trasformativa che esplora le verità profonde della vita. “Imparare a scrivere Poesia”: Manuale completo che integra psicologia, sensibilità letteraria e tecniche poetiche, primo nel suo genere al mondo. “Anand Mein Jeena” (Vivere con gioia): Un invito a una vita armoniosa, spirituale e psicologicamente sana.   Il dr. Sethi riversa nella sua intensa attività intellettuale quasi un senso di missione a beneficio dell’umanità, favorendo la fraternità, la pace con sé stessi e con gli altri, il dialogo libero da pregiudizi. Egli non scrive solo per essere letto, ma per risvegliare le coscienze. Il suo impatto è riscontrabile non solo nelle parole che ha scritto, ma nelle anime che ha toccata nel profondo.   Il suo contributo al mondo della letteratura, della filosofia e della psicologia umana è davvero incalcolabile. In un mondo dove molti corrono per adattarsi, Krishan Chand Sethi cammina per comprendere. Le sue opere ci ricordano che la mente umana è soprattutto un universo da esplorare, non un problema da risolvere. Con pensiero profondo e cuore aperto egli contribuisce a guidare generazioni di persone verso la luce della consapevolezza e dell’introspezione del proprio essere.   Krishan Chand Sethi è nato nel 1952 in Punjab, regione all’estremo nord dell’India confinante con il Pakistan. Due lauree e un master (Letteratura inglese, Scienze delle Assicurazioni) in tre distinte università indiane, Sethi è stato poi per 35 anni manager e vice direttore generale della United India Insurance Co. Ltd, fino al 2012. Poeta finissimo,

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ADDIO MARIO NANNI

2 aprile 2025   MORTO A ROMA IL GIORNALISTA PARLAMENTARE MARIO NANNI     È morto oggi a Roma, dopo un lungo periodo di malattia, il giornalista parlamentare Mario Nanni, grande cronista e direttore dell’Agenzia ANSA. Ricoprì, tra l’altro, la carica di Presidente del Comitato Tecnico Scientifico del Centro Studi Federico II negli anni 2022 e 2023. Pugliese, originario di Nardò (Lecce), aveva 78 anni.   Abbiamo ricevuto la triste notizia dai nostri amici di Roma. Ricordiamo con affetto l’amico Mario con il quale, tra l’altro, abbiamo realizzato insieme due progetti di altissimo livello culturale.   Ricordiamo, in particolare, il Convegno dedicato a Federico II svoltosi con grande successo a Roma il 30 maggio 2022 presso la Sala Zuccari del Senato della Repubblica e il Convegno sulle religioni monoteiste realizzato l’11 maggio 2023 in Vaticano.   Alla sua famiglia la nostra vicinanza e il più sentito cordoglio, in particolare da parte del Presidente del Centro Studi Federico II, Dott. Giuseppe Di Franco, e dal Presidente del Comitato Scientifico, Dott. Goffredo Palmerini, come da tutti i componenti del Consiglio Direttivo e del Comitato scientifico.   Fonte: G. Palmerini

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ELEZIONI DELL’ORDINE DEI GIORNALISTI DEL LAZIO- BALLOTTAGGIO

ORDINE DEI GIORNALISTI DEL LAZIO IL GRUPPO GINO FALLERI IMPEGNATO PER UN GIORNALISMO INDIPENDENTE, EQUO E PROIETTATO VERSO IL FUTURO     Anche la mitica Maria Giovanna Elmi è con il Gruppo. Clicca sul link: https://www.youtube.com/watch?v=zeArs87RylY&feature=youtu.be   Nel panorama giornalistico italiano, caratterizzato da sfide sempre più complesse, il Gruppo Gino Falleri è un mix perfetto di tradizione e innovazione, un po` come una radio d’altri tempi che trasmette il futuro!   Ci guidano valori forti come correttezza, trasparenza e onestà intellettuale perché crediamo che il giornalismo debba essere serio, ma con un pizzico di cuore ed entusiasmo, per costruire un domani migliore e per promuovere una professione di alto livello, tutelando chi ogni giorno si impegna nel raccontare la realtà.   Da sempre il Gruppo si batte per ottenere l’approvazione della riforma della legge n. 69/1963 dell’Ordine dei giornalisti (ormai non più adeguata alle esigenze del giornalismo contemporaneo) anche per ripristinare il diritto sacrosanto dei Pubblicisti al ricongiungimento, affinché possano nuovamente accedere all’esame di Stato per diventare Professionisti.   Il Gruppo si impegna inoltre per il riconoscimento e la valorizzazione del lavoro giornalistico, contrastando lo sfruttamento e chiedendo una riforma dell’accesso alla professione. Accanto a questi temi, si aggiunge la necessità di una previdenza adeguata e di una maggiore formazione online che permetta ai Pubblicisti di partecipare ai corsi per restare competitivi in un mercato in continua evoluzione.   In un’epoca di profondi cambiamenti per il settore dell’informazione, il Gruppo Gino Falleri ribadisce il suo impegno per un giornalismo indipendente, equo e proiettato verso il futuro. Con le sue varie iniziative il Gruppo dimostra che tradizione e innovazione possono andare di pari passo, offrendo ai Pubblicisti strumenti concreti per affrontare le sfide del domani.   Compatto per il futuro del giornalismo, il Gruppo Gino Falleri è arrivato a pieni voti  al ballottaggio. Si vota il 2 e 3 aprile ONLINE collegandosi al sito www.odg.it  e domenica 6 aprile IN PRESENZA presso il CPO a Largo Giulio Onesti.   Noi candidati del Gruppo, chiediamo gentilmente agli elettori che ci hanno sempre sostenuti, di rinnovare la loro PREZIOSA FIDUCIA votando la lista in blocco, per riuscire finalmente ad apportare concreti cambiamenti e riconoscimenti alla nostra categoria.   Per qualsiasi informazione potete contattarci ai seguenti numeri: 339-1192478, 338-3853740, 339-2150677   CON LA MENTE PENSA, CON LA MANO SCRIVI, CON IL CUORE REALIZZA!   di Redazione

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Separazione dei Poteri: Il Grande Gioco della Bilancia Democraticamente Sbilanciata

C’era una volta un certo Montesquieu, un signore dall’aria distinta che, con la sua opera “Lo Spirito delle Leggi”, ebbe la brillante idea di proporre la separazione dei poteri per evitare che uno solo di essi potesse dominare sugli altri. L’idea era semplice: il potere esecutivo governa, il legislativo fa le leggi e il giudiziario le applica. Facile, no? Apparentemente. Perché, in Italia, sembra che la favola abbia preso una piega inaspettata, trasformandosi in una sorta di tragicommedia giudiziaria. Da qualche decennio, infatti, il nostro Paese sembra aver intrapreso un percorso singolare: il graduale avvio verso una repubblica giudiziaria. Una metamorfosi tanto raffinata quanto inquietante, che ha visto la magistratura assumere un ruolo sempre più centrale nella vita politica e sociale, fino a ergersi a vero e proprio arbitro del destino di governi e leader. La politica parla, la magistratura decide. E guai a chi osa mettere in dubbio il nuovo ordine costituito! Di fronte a questa realtà, il Guardasigilli ha deciso di correre ai ripari, proponendo di ripristinare l’illecito disciplinare per i magistrati che ledono “credibilità e decoro” della magistratura. Un concetto che, nella sua semplicità, ha scatenato un putiferio. La sola ipotesi di normare qualche eccesso è stata accolta con “stupore e amarezza” da una parte della magistratura, come se l’intero ordinamento democratico fosse in pericolo. Figuriamoci parlare di separazione delle carriere o semplicemente accennarvi: fibrillazioni e proteste vibranti. Ma la questione di fondo resta: la legge è uguale per tutti o no? O forse esiste un potere dello Stato che, lungi dall’essere un semplice ingranaggio dell’architettura democratica, è divenuto esso stesso il motore che guida e condiziona la vita politica del Paese? Quando ci si trova in una situazione simile, non resta che correre ai ripari, riscoprendo i limiti e i compiti che i poteri istituzionali devono rispettare. La giustizia, come la sanità e l’istruzione, è un servizio pubblico. Ma a differenza degli altri servizi essenziali, essa è peculiarità esclusiva dello Stato, che deve garantirne indipendenza e imparzialità. E qui sta il punto: la magistratura, per essere veramente indipendente, non deve scavalcare il potere legislativo né essere sottomessa all’esecutivo. Deve applicare le leggi esistenti senza reinterpretarle in modo creativo o, peggio ancora, sovvertirne il senso. Ancora più delicata è la distinzione tra magistratura giudicante e inquirente: i pubblici ministeri rappresentano l’accusa e, per loro essenza, non possono essere considerati imparziali. Devono seguire criteri oggettivi nella loro azione, evitando di cadere nella tentazione di usare il proprio potere come un’arma politica. Per questo, stabilire criteri di priorità nell’azione penale non è solo utile, ma necessario, e farlo in cooperazione con il potere esecutivo non significa minare l’indipendenza della magistratura, ma garantire un equilibrio funzionale. E allora, torniamo alla domanda iniziale: chi controlla il controllore? Se la separazione dei poteri è davvero il pilastro della democrazia, allora è necessario che ognuno rimanga nel proprio recinto. Perché, alla fine, il vero pericolo non è tanto chi abbaia troppo, ma chi decide chi può abbaiare e chi no. Di Redazione

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