Prossima l’uscita di “Intrecci di memoria”,

  Il nuovo libro di Goffredo Palmerini    L’AQUILA – È prossima l’uscita di “Intrecci di memoria”, il nuovo libro del giornalista e scrittore Goffredo Palmerini, pubblicato dalle Edizioni One Group. Il volume, in corso di stampa, sarà disponibile per inizio luglio nelle librerie e sulle principali agenzie di vendita online. Questo sedicesimo libro di Palmerini si apre con due notevoli contributi: la PRESENTAZIONE di Sonia Cancian, docente, saggista e storica della McGill University di Montreal (Canada), e la PREFAZIONE di Giovanna Di Lello, docente e scrittrice, direttrice artistica del John Fante Festival di Torricella Peligna. Con l’assenso dell’editore One Group, se può essere d’interesse, quale anticipazione all’imminente uscita del libro, qui di seguito la Presentazione di Sonia Cancian.   ***   PRESENTAZIONE di Sonia Cancian    Nel 1936, il filosofo tedesco Walter Benjamin descrisse il narratore come qualcuno che era “già diventato qualcosa di remoto da noi e qualcosa che sta diventando ancora più distante.” Ciò che era ovvio per Benjamin è che man mano che l’industrializzazione e il capitalismo arrivavano a definire e determinare gradualmente le nostre vite, l’esperienza e la conoscenza sarebbero diventate sempre meno apprezzate. Oggi, la narrazione, quell’antica pratica di raccontare storie attraverso immagini, suoni, segni e gesti rimane in tutte le arti e la cultura. Tuttavia, non c’è dubbio, sta diventando più distante.   Fortunatamente, ci sono delle resistenze a questa tendenza. Una di queste resistenze è lo straordinario lavoro dell’illustre giornalista e scrittore Goffredo Palmerini, un lavoro immerso in un’intensa attività di relazioni intrecciate, testimoniate momento per momento nelle nostre comunità dalla penisola all’estero. In questa grande sensibilizzazione culturale di Palmerini emerge, niente di meno, che il suo 16° libro. Accurando una notevole passione di vita e un omaggio alla vita culturale, in questo volume, edito da One Group, Palmerini riserva uno sguardo acuto alla memoria collettiva e a quella singolare lungo un intero anno, da giugno 2023 allo stesso mese del 2024.   Insieme ai 15 volumi precedenti, Goffredo da lunga data fa onore alla rilevanza della memoria come ponte così come trasmissione tra italiani all’interno e all’esterno dei confini della penisola. In questo cammino evenemenziale, Goffredo Palmerini, cittadino italiano del mondo, ci invita a riflettere sulla nostra italianità storica e contemporanea in Italia e nel mondo. La migrazione, tema tuttora molto dibattuto nella politica locale e internazionale, è un argomento su cui Palmerini richiama affettuosamente la nostra attenzione.   Infatti, Palmerini ci invita a considerare “una delle più grandi diaspore della storia dell’umanità qual è stata l’emigrazione italiana. Abbiamo ora un’altra Italia oltre confine di 80 milioni di oriundi che amano l’Italia più di noi.” Palmerini insiste sulla migrazione italiana come “vera risorsa per la promozione del Belpaese, se appunto si volesse mettere a sistema le nostre comunità nel mondo. Sarebbero i nostri migliori ambasciatori. I nostri connazionali non sono più quelli partiti con la valigia di cartone, descritti negli stereotipi. Hanno sofferto pregiudizi e stigmi nella prima generazione dell’emigrazione. Poi i loro figli si sono man mano integrati nelle società d’accoglienza, si sono fatti apprezzare.   La cartografia caleidoscopica tessuta da Palmerini si snoda allora e oggi, attraverso un rizoma di testimonianze, corrispondenze, cronache, omaggi, interviste, resoconti storici attraverso l’Italia e la diaspora italiana, iniziando dalla città di Bovisio-Masciago, in Lombardia, e spostandosi tra L’Aquila, Chieti, Roma, Napoli, Firenze, Milano, Torino, Parigi, Bruxelles, New York, Montreal, Ottawa, Hamilton, Toronto, Cordoba, permettendoci inoltre di viaggiare da casa nostra in diversi Paesi del mondo, tra cui l’India, l’Australia, il Sud America, l’Africa, ecc.   In questo libro, Palmerini dimostra la straordinaria ampiezza e profondità del nostro patrimonio culturale e le sue risonanze diasporiche nel XXI secolo, in frequenti casi, molto tempo dopo le ere della migrazione di massa della fine del XIX secolo e del XX secolo. Egli rivela l’orizzonte di sfumature della cultura italiana in un contesto in cui l’insistenza per l’omogeneità culturale preme sul mondo. La testimonianza di Palmerini si legge come un polilogo, concetto teorico definito dalla filosofa franco-ungherese Julia Kristeva caratterizzato da molteplici logiche, discorsi ed esistenze, solitamente identificati nella letteratura, nell’arte visiva, nel linguaggio e nel discorso.   Il lavoro appassionante di lunga data di Palmerini sulla cultura italiana oltre confine, e questo libro non fa eccezione, è un omaggio alla sua grande sensibilità, all’importanza della cultura, della memoria e del racconto come incontro solare all’oscurità che infligge i nostri universi. Nel suo libro, Palmerini non solo fa un appello alla cultura, si impegna in una resistenza che si aggancia alla promessa della cultura come veicolo essenziale per soccorrere l’umanità con una maggior empatia e sensibilità. Il libro di Goffredo Palmerini porta a considerare quanto la memoria appartenga all’oggi e ieri, e quanto sia fondamentale per il futuro.   *** Sonia Cancian, nata in Canada da famiglia di origine italiana, è docente universitaria, storica, ricercatrice, scrittrice, traduttrice, editrice e psicanalista. Ha conseguito il PhD in Storia alla Concordia University di Montreal, un Master of Arts in Lingua e Letteratura italiana alla McGill University di Montreal, una Laurea in Lingua Francese e Traduzione alla Concordia University e, più recentemente, il Master of Arts in Psicanalisi alla Université Paul-Valéry di Montpellier (Francia). Studiosa del fenomeno migratorio, ha sviluppato, come ricercatrice post-dottorale in collaborazione con la Prof. Donna Gabaccia, il progetto di ricerca The Digitizing Immigrant Letters Project, dedicato alla storia dell’immigrazione e alla corrispondenza dal 1850 al 1970, presso l’Immigration History Research Center dell’Università del Minnesota. Come docente ha insegnato Storia contemporanea del Canada e del Québec, storia di genere, storia dell’immigrazione alla Concordia University, alla McGill University, all’Université de Montréal e alla University of Minnesota. Docente alla Zayed University di Dubai, negli Emirati Arabi Uniti, ha insegnato Geografia umana e Storia contemporanea. Ha partecipato a diverse conferenze internazionali in Europa, Asia e nelle Americhe, come relatrice in materie di sua competenza, incluse la storia dell’emigrazione contemporanea, la storia delle donne e del genere, la storia delle emozioni, e nelle migrazioni la corrispondenza e le storie di vita, la lingua e la cultura, l’esilio e la psicanalisi. Attualmente, oltre all’impegno di scrittura di due libri centrati sul tema della migrazione

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Continua il braccio di ferro tra Harvard e Trump

“Vedere Harvard che prende una posizione per la difesa della libertà causa ispirazione”. Queste le parole di Kareem Abdul-Jabbar, l’ex cestista e allenatore di pallacanestro americano, in un recente discorso. L’ex stella della NBA ha continuato spiegando che la posizione di Harvard forma un grande contrasto con tutti i miliardari, le aziende legali, i media, i politici e altre università che si sono piegati davanti agli attacchi di Donald Trump. Lo scontro fra Trump e il prestigioso ateneo dura da quasi due mesi. L’inquilino alla Casa Bianca le sta provando tutte ma la Harvard University continua a resistere nonostante le ovvie difficoltà considerando le leve del potere presidenziale che rasentano quelle di un regime autoritario. Gli attacchi di Trump a Harvard, iniziati nel mese di aprile, furono inclusi in una lettera in cui la Casa Bianca esigeva notevoli cambiamenti nelle operazioni dell’ateneo. Con una risposta negativa da Harvard, il 47esimo presidente impose il congelamento di fondi per 2 miliardi di dollari che poi furono aumentati a 3 miliardi. Secondo Stephen Miller, l’ultra conservativo consigliere di Trump, Harvard è da anni responsabile di attività “illegali basate sulla discriminazione razziale contro i cittadini americani”. Inoltre Trump ha accusato Harvard di dare precedenza a studenti stranieri invece di ammettere studenti americani. La Casa Bianca ha persino accusato Harvard di essere antisemita e ha minacciato di togliere fondi alla prestigiosa università per darli a scuole tecniche che attirano studenti alla ricerca di programmi per lavori specializzati invece di lauree accademiche. Harvard, a differenza di altre università come la Columbia University di New York, ha deciso di non obbedire alle minacce del presidente e di sfidarlo con denunce. Fino adesso sembra che l’ateneo numero 1 in America e anche a livello mondiale, secondo il Center for World University Ranking (CWUR), stia avendo successi con i giudici. Trump però continua i suoi attacchi e sta minacciando di negare visti a studenti stranieri che desiderano studiare a Harvard. Le minacce sono potenzialmente pericolose. Il 31 percento degli studenti a Harvard sono stranieri. Questi individui contribuiscono in moltissimi modi, a cominciare dall’aspetto economico poiché pagano le rette complete, parti delle quali vengono poi usate per borse di studio per studenti americani. Inoltre gli studenti stranieri contribuiscono notevolmente all’economia americana. Il numero di studenti stranieri nelle università americane ha raggiunto 1,1 milioni di unità, contribuendo 44 miliardi di dollari all’economia americana, generando 378 mila posti di lavoro. I contributi degli studenti stranieri vanno al di là delle finanze poiché non poche delle aziende note a tutti sono state influenzate da contributi vitali di studenti stranieri. Alcune di queste includono Google, Tesla, SpaceX, Nvidia,WhatsApp, Instagram, Moderna ecc. Queste aziende sarebbero probabilmente state fondate in altri Paesi se le politiche anti-studenti stranieri di Trump fossero esistite in passato. La presenza di questi studenti e ricercatori stranieri in America contribuisce anche a migliorare le ricerche condotte dalle università americane in tanti campi come medicina, tecnologia, e difesa. I fondi del governo che Trump vuole tagliare a Harvard e altri atenei non sono dunque carità ma notevoli investimenti che migliorano la qualità della vita e la sicurezza del Paese. Le ricerche richiedono molto tempo e non generano profitti immediati richiesti dalle corporation. La collaborazione tra governo e università è dunque indispensabile. Trump non riesce a capire non solo le cose basiche sui dazi ma investire per il futuro non rientra nei suoi programmi. I suoi bisogni sono immediati e richiedono costanti vittorie per soddisfare le sue esigenze e imporre il suo volere non solo a Harvard ma anche a tante altre istituzioni che abbracciamo i media, la politica, le aziende, il sistema giudiziario e le belle arti. Uno degli attacchi sferrati da Trump è stato di accusare Harvard di essere antisemita per le manifestazioni pro-Palestina avvenute nel campus, qualcosa che ovviamente ha coinvolto tante altre università. Bisogna sempre ricordare che quando Trump accusa si tratta spesso di una proiezione del suo stato d’animo e della sua politica. Un sondaggio di quest’anno condotto dal National Survey of Jewish Voters ci dice infatti che il 52 percento degli elettori di religione ebraica considera Trump anti-semita. Inoltre il 72 percento lo vede come pericoloso e il 64 percento disapprova l’operato dell’attuale presidente. Gli attacchi di Trump a Harvard e le altre università americane recheranno danni specialmente per la questione dei visti agli studenti stranieri che potrebbero essere limitati per possibili post sui social che non siano di gradimento all’attuale inquilino della Casa Bianca. Alla fine però la battaglia con Harvard si risolverà. L’ateneo più prestigioso al mondo esiste da centinaia di anni e continuerà per molti altri. Il suo coraggio di resistenza è, come ha detto Abdul-Jabbar, fonte di ispirazione. Trump, invece, fra qualche anno uscirà dalla scena politica e verrà ricordato per le sue politiche disastrose non solo verso le università ma nel suo ruolo di abbandonare il ruolo di leader del Paese nel mondo. ============= Domenico Maceri, PhD, è professore emerito all’Allan Hancock College, Santa Maria, California. Alcuni dei suoi articoli hanno vinto premi della National Association of Hispanic Publications.

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LA FINESTRA SU ROMA

di Bruno Fulco L’inconsapevole leggerezza dell’essere Finalmente ci siamo, il termometro si appresta a far toccare la soglia della massima a 30°, che a Roma a parte i riferimenti ufficiali del calendario significa che l’estate è arrivata. Anche se si è fatta attendere un pochino, secondo i pareri del meteorologo dovrebbe rivelarsi simile a quelle degli ultimi anni caratterizzate da ondate di caldo Africano interrotto da break temporaleschi. Potenziali fonti di pericolo che speriamo non rivelino ancora una volta l’inadeguatezza del sistema di prevenzione rischio idrogeologico del paese. Un clima che passa da un estremo a un altro senza la gradualità di una volta. Colpa del cambiamento climatico come largamente accettato, però magari un giorno tra 100 anni qualcuno osserverà che poteva trattarsi solo di un momento climatico della terra, per cui un secolo paragonato alla vita di un uomo vale meno di un battito di ciglia. L’assetto climatico estivo è quello ideale per vivere uno dei momenti preferiti dell’anno dall’Italiano medio, quello del calcio mercato. Se prima era l’arrivo dei calciatori nei club oggi il focus è sempre più sugli allenatori. Le società si rendono conto che è più conveniente affidare le sorti di una squadra ad un “Mister” capace, invece che inseguire le bizze degli annoiati calciatori moderni. Questi ultimi, molto più in ansia per un nuovo taglio e la tinta dei capelli che per le sorti del proprio Club. Molto meglio allora spendere per un Coach in grado di tenere assieme tutte le tessere del mosaico che compongono una Società di Calcio, prendendo in mano lo “spogliatoio”  per compensare le lacune caratteriali di campioni lontani anni luce da quelli di un tempo. In questo valzer delle panchine uno dei più grandi di sempre ha deciso di cambiare decisamente palcoscenico trasferendosi oltre oceano. Carlo Ancelotti, infatti, dopo aver costretto il Real Madrid ad ampliare la sala trofei per contenere tutti quelli conquistati con i madridisti, si è accomodato sulla panchina della nazionale brasiliana che da tempo gli faceva la corte. Sarà interessante l’incontro/scontro tra due culture calcistiche, quella del “fútbol bailado brasileiro” e quella più pragmatica e senza fronzoli su cui “Carletto” ha costruito la sua trionfale carriera di allenatore. Il suo impatto si vede già dalle prime convocazioni diramate dal neo-C.T. che ha lasciato a casa alcuni giocatori, forse troppo sicuri del posto, per richiamarne nella Seleçao altri che prediligono l’efficacia e il risultato a qualche dribbling in più. La stagione si fa calda anche in politica o meglio, c’è chi vorrebbe riscaldarla ma riesce solo a strumentalizzare tutto e tutti facendo schiamazzi che all’atto pratico non portano consensi. Avviene ad esempio con l’approvazione del Ddl sicurezza appena varato dal governo, che ha scatenato l’ira delle opposizioni scese in piazza agitando, oltre all’immancabile spauracchio del fascismo, le accuse di voler instaurare uno stato di polizia privando le persone della libertà di manifestare le proprie idee ecc. ecc. Il provvedimento individua quattordici nuovi reati ma sinceramente, davanti ad almeno alcuni di essi, sembra impossibile protestare. Non si comprende ad esempio come si fa a difendere il diritto di occupare abusivamente una proprietà privata, reato per il quale ora il nuovo provvedimento nella maggior parte dei casi precede allo sgombero immediato. Oppure cosa c’è da indignarsi se vengono varate nuove norme per contenere il terrorismo, o viene arrestato chi imbratta un edificio pubblico, impiega bambini per pratiche di accattonaggio o che consapevolmente “mediante ostruzione fatta col proprio corpo”, causa un blocco stradale o ferroviario. Seppure nel Ddl potrebbe esserci qualcosa da limare o aggiustare, quello che sembra evidente è che invece di essere liberticida è un provvedimento che assicura una serie di libertà. Tra l’altro chi lo contesta sono gli stessi che ne ammirano l’applicazione in altri paesi tessendone le lodi, come la Spagna modello tanto sbandierato dalla sinistra, dove questi provvedimenti legislativi sono una realtà. Le opposizioni dal canto loro oltre agli effetti del Ddl ne contestano l’impianto ideologico, sostenendo che il problema della sicurezza sia prima di tutto un problema culturale, a cui bisognerebbe provvedere a partire dalle scuole, dall’informazione ecc. Aspetti condivisibili e certamente attuabili in parallelo, ma che purtroppo nella situazione in cui è scaduto il paese, anche se introdotti con urgenza darebbero i propri frutti almeno tra due generazioni. Così le sinistre rivelano ancora una volta la loro inconsapevole leggerezza dell’essere un soggetto politico, che, come opposizione, sarebbe estremamente importante per lo svolgimento della democrazia.  Ad oggi l’azione politica è limitata al cieco disturbo del governo in ogni forma possibile, anche al limite del tafazzismo. È di questi giorni la denuncia del parlamentare Bonelli (Europa Verde) che in occasione del question time per discutere sugli accordi di cooperazione militare con Israele, ha tuonato: “Il 32° Stormo dell’Aeronautica militare ha ospitato caccia F35 israeliani per esercitazioni militari nel cielo aereo italiano. Voi avete garantito un’esercitazione su base militare italiana a quei caccia F-35 israeliani che poi vanno a bombardare a Gaza. Poi ci venite a dire che curate i bambini. Vergogna”. Intervento che ha suscitato la risposta del Ministro della Difesa Crosetto: “Ho letto alcune dichiarazioni di Angelo Bonelli, accompagnate da successivo carico di insulti da parte di Fratoianni, che accusavano il Governo di aver ospitato esercitazioni di f35 israeliani nelle scorse settimane. Vorrei tranquillizzarli ed invitarli a verificare prima le informazioni: non ci sono stati F35 israeliani in italia né nel 2025, né nel 2024, né nel 2023. Immagino chiederanno scusa per la falsa notizia e gli insulti correlati”. Ennesimo fango gettato a vanvera sul governo per destabilizzarlo, e mossa disperata di chi è alla frutta e arriva a spendere la sua stessa dignità portando la propria credibilità sempre più vicina allo zero. Sullo scenario di fondo lo scudetto del Napoli, la cui festa vista da milioni di persone in mondovisione ha purtroppo mostrato anche il peggio della tifoseria, che non è certo rappresentativo dell’intera popolazione partenopea. Il bilancio della notte di festeggiamenti è stato di 39 feriti e 10 rapine. Danneggiata anche la celebre Fontana del Carciofo oltre alle 38 auto rubate, tagliate e

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Campo Imperatore 1943

“QUEL FALSO MITO DELLA LIBERAZIONE DEL DUCE”, IL NUOVO LIBRO DI VINCENZO DI MICHELE La controversa storia dell’operazione Quercia dei tedeschi, 12 settembre 1943, a Campo Imperatore    di Goffredo Palmerini    È uscito da qualche giorno ed è acquistabile su tutte nelle Librerie online, anche in formato e-book, e nelle edicole “Campo Imperatore 1943 – Quel falso mito della liberazione del Duce”, il nuovo libro di Vincenzo Di Michele, con sottotitolo Gli accordi segreti dietro la leggendaria impresa di Skorzeny e dei paracadutisti tedeschi, Edizioni Vincenzo Di Michele. L’Autore, che più volte si è cimentato con numerose opere su temi storici e questioni spinose riguardanti fatti ed eventi della Seconda Guerra mondiale (per brevità cito solo Io prigioniero in Russia, 60mila copie vendute, con diversi premi ricevuti per la memoria storica), apre il volume con questo suo assunto: “Non sempre le verità si decidono a maggioranza, soprattutto quando si affrontano tematiche dai contorni delicati e di estrema risonanza come quelle contenute nella presente opera. Ecco perché le nuove testimonianze, gli inediti e quant’altro utile in termine di ricerca, sono diventati necessari per rivedere storicamente ciò che concerne la permanenza e la liberazione di Mussolini al Gran Sasso nel settembre del 1943”.   In effetti il libro è davvero un significativo contributo per meglio conoscere uno dei periodi più bui e penosi della nostra storia nazionale, un buco nero con il quale ancora non facciamo del tutto i conti. Parliamo degli avvenimenti che interessarono l’Italia dal 25 luglio 1943, con la caduta del regime fascista, fino alla “liberazione” di Mussolini dalla “prigione” di Campo Imperatore, avvenuta il 12 settembre, che poi portò alla nascita della Repubblica di Salò e alle drammatiche conseguenze che ne seguirono. Un mese e mezzo denso di avvenimenti che cambiarono il corso della nostra storia, tra miserie morali e fughe dalle responsabilità, culminate in quell’8 settembre 1943, quando l’Italia andò allo sbando per l’inqualificabile comportamento del Re, del capo del Governo e del capo di Stato Maggiore, fuggiti da Roma a Brindisi senza aver lasciato ordini chiari e precisi alle nostre Forze Armate, rimaste in balia della reazione tedesca in Italia e nei diversi fronti di guerra. La pagina più nera della nostra storia patria, riscattata solo dalla lotta di Liberazione che recuperò la dignità del Paese, prodromo alla riconquista della libertà e alla nascita della Repubblica. Il libro di Vincenzo Di Michele ci riporta a quei giorni, quando il prigioniero Mussolini, dall’isola della Maddalena tradotto il 28 agosto sul Gran Sasso, fu dapprima detenuto alla “Villetta” di Fonte Cerreto e qualche giorno dopo all’albergo di Campo Imperatore. Accanto e intorno al Duce, nel corso della sua prigionia e fino alla sua “liberazione”, avvenuta il 12 settembre 1943, con la proditoria “Operazione Quercia” dei tedeschi, concertata dal generale Student con il maggiore Mors, a Campo Imperatore si aggira una fioritura di funzionari dello Stato ciascuno dei quali, rispetto ai propri doveri e alle proprie responsabilità, opera a suo piacimento, omettendo o modificando le disposizioni ricevute, a seconda delle personali convenienze o convinzioni, quali risultano i comportamenti di Polito, Meoli, Senise, Gueli, Faiola, ed altri ancora. Sicché la catena di comando risulta svilita, praticamente aleatoria, e l’ordine di Badoglio di non far cadere vivo Mussolini in mani tedesche, dunque all’occorrenza di sopprimerlo – ma Badoglio sapeva pure che Mussolini, in base al patto d’armistizio firmato a Cassibile il 3 settembre dal generale Castellano, avrebbe dovuto essere consegnato vivo agli Alleati! – non ha praticamente alcun séguito. Come non ha praticamente séguito l’ordine di trasferire Mussolini da Campo Imperatore a Fano Adriano, nel versante teramano, in vista d’un possibile imminente attacco tedesco. O come Gueli interpreta a suo modo la raccomandazione del capo della Polizia Senise di regolarsi “con prudenza” in caso d’attacco tedesco, tradotto praticamente nell’ordine “non sparate” quando il capitano Otto Skorzeny, sceso dal primo degli alianti tedeschi atterrati a Campo Imperatore e precipitatosi verso l’albergo, va a “liberare” Mussolini.   ll “fortilizio inespugnabile”, così definito dal medesimo Gueli per rassicurare Badoglio, non produce difesa o reazione alcuna in chi è a sua difesa, diventa una casa aperta ai militari del commando tedesco venuto dal cielo che in pochi minuti “liberano” Mussolini, fanno persino foto di gruppo con i militari italiani, caricano Mussolini su un monomotore biposto Fieseler Storch – sul quale pretende di salire e sale anche Skorzeny, l’avventato capitano delle SS fatto poi passare per eroe, mettendo a serio rischio il decollo, riuscito solo per la prodezza del pilota tedesco Heinrich Gerlach e per il favorevole andamento del terreno – lo portano a Pratica di Mare e da quell’aeroporto un aereo trasferisce il Duce e Skorzeny al cospetto di Hitler.   Questo il contesto storico nel quale si muove Vincenzo Di Michele, rivedendo quei fatti ed i comportamenti di Alberto Faiola, tenente dei Carabinieri e comandante del corpo di guardia presso l’albergo di Campo Imperatore, dove Mussolini era detenuto con tutti i riguardi, come degli altri personaggi che ne furono protagonisti. L’autore porta in questa storia nuovi contributi e testimonianze inedite, come la dichiarazione del generale Soleti, espunta dal memoriale del 1944 recentemente pubblicato, che porta a confermare una “verità nascosta”, ossia “la complicità del governo Badoglio nella consegna di Mussolini ai tedeschi.” E per rafforzare la tesi della stranezza della liberazione del Duce concorrono le testimonianze del carabiniere Nelio Pannutti, di Karl Radl, aiutante di Skorzeny, nelle sue memorie pubblicate in Argentina, del pastore di Fano Adriano Alfonso Nisi, cugino del padre dell’autore, che giocava a carte con il Duce a Campo Imperatore, e di altre persone di Fano Adriano, Alfredo Petrucci e Francesco Riccioni), che frequentavano l’albergo perché amici di Faiola. Come pure l’autore, in relazione alla “segretezza” di chi fosse il prigioniero detenuto sul Gran Sasso, ne smonta l’attendibilità riferendo che la gente del posto in gran parte sapeva trattarsi di Mussolini, citando al riguardo fatti specifici e riportando una dettagliata testimonianza di Roberto Fatigati.    Di quei giorni di prigionia del Duce vengono raccontati episodi di quotidianità, attraverso ricordi

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Fuori dalla festa: Martone racconta Cannes meglio di Cannes stessa”

Citazione: “Il compito dell’artista è scuotere, turbare. L’arte vera non consola.” — Elia Kazan Con Fuori, Mario Martone non ha semplicemente presentato un film al Festival di Cannes 2025. Ha sfidato l’intero impianto di un evento che un tempo era laboratorio di futuro e oggi è sempre più vetrina del presente più vuoto. Il suo film arriva come un corpo estraneo, come un detenuto che si rifiuta di indossare la divisa che gli è stata assegnata. Ed è proprio questo rifiuto, questo restare “fuori” dai codici spettacolari e dalle aspettative dorate della Croisette, che lo rende necessario. Fuori è tratto da L’università di Rebibbia di Goliarda Sapienza, un’opera già di per sé scomoda, borderline, mai completamente assorbita dal canone. Racconta l’esperienza carceraria dell’autrice in un’Italia in cui la detenzione femminile, la marginalità, il desiderio di identità e dignità si intrecciano in un tessuto emotivo ruvido e carnale. Valeria Golino dà corpo a una Goliarda frammentata, testarda, dolente, accompagnata da una Matilda De Angelis e un’inedita Elodie che incarnano altrettanti volti di un’umanità ignorata. Martone dirige senza spettacolarizzare, senza estetizzare il dolore. La macchina da presa si muove come se chiedesse permesso, come se non volesse profanare. In questo modo, il carcere non è solo lo spazio della narrazione, ma diventa metafora della condizione femminile, della cultura marginalizzata, della stessa arte che cerca spazio nel rumore del marketing. Ed è qui che il cortocircuito con Cannes diventa inevitabile. Perché Fuori viene presentato in un festival che ormai ha più fotografi che critici, più passerelle che pensiero, più outfit che opere. Cannes 2025 ha confermato, se ancora ce ne fosse bisogno, la sua trasformazione definitiva in evento glamour-globalizzato. I film che si parlano addosso, i premi che sembrano già scritti, le polemiche costruite ad arte per far rumore. Nel mezzo di tutto questo, Fuori sembra quasi chiedere scusa per esistere. Ma non dovrebbe. È il film che Cannes avrebbe dovuto pretendere, non semplicemente accettare. Un film che non consola, non distrae, non compiace. Un film che rivendica lo statuto del cinema come spazio politico, critico, radicalmente umano. Martone, che non è mai stato un regista accomodante, affonda qui un colpo forse definitivo: non tanto contro Cannes in sé, ma contro l’idea di cultura ridotta a cerimonia. Il suo è un cinema che vuole ancora servire a qualcosa, e che per questo rischia di restare fuori dalla porta principale del sistema. Ma forse è proprio lì che bisogna stare oggi: fuori. Fuori dalle convenzioni, dalle narrazioni preconfezionate, dalle liturgie dell’intrattenimento. E Fuori, nel suo stesso titolo, contiene la dichiarazione d’intenti più radicale e onesta che il cinema italiano potesse fare in un momento storico in cui tutto sembra gridare per farsi vedere, ma nessuno più parla per farsi ascoltare. Se Cannes vorrà essere davvero un festival e non solo una fiera, dovrà ricordarsi di film come questo. Altrimenti resterà solo ciò che già troppo spesso appare: una gigantesca sala d’attesa per influencer, in cui i film veri si vedono solo di sfuggita, come fantasmi. E i registi come Martone, che ancora credono che il cinema sia un gesto politico, continueranno ad arrivare, puntuali e fuori luogo, per ricordarcelo. Carlo Di Stanislao

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BOP – Beats of Pompeii 2025: musica, storia e cultura in un dialogo senza tempo

Dopo il successo della prima edizione, torna BOP – Beats of Pompeii, la rassegna che fonde musica contemporanea e patrimonio archeologico nell’incantevole cornice dell’Anfiteatro del Parco Archeologico di Pompei. Dal 1° luglio al 5 agosto 2025, undici appuntamenti per un viaggio emozionante tra passato e presente. In programma grandi nomi della scena musicale internazionale come Nick Cave, Jean-Michel Jarre, Wardruna, Ben Harper, Bryan Adams e Dream Theater, e italiana come Stefano Bollani, Gianna Nannini – che inizia il tour Europeo-, Antonello Venditti, Serena Rossi e Jimmy Sax.   Pompei, crocevia di arte e storia L’Anfiteatro di Pompei, il più antico del mondo romano giunto intatto fino a noi, non è solo un monumento, ma un palcoscenico senza tempo. Qui, nel 1971, i Pink Floyd registrarono un concerto rivoluzionario, e oggi BOP ne raccoglie l’eredità, unendo musica e archeologia in un connubio unico al mondo. Musica e turismo: un binomio vincente La rassegna non è solo un evento musicale, ma un’operazione culturale e turistica di grande respiro. Grazie alla collaborazione con il Parco Archeologico di Pompei, BOP valorizza il patrimonio storico e artistico del sito, favorendo un approccio innovativo alla cultura attraverso la musica. Un’idea che sta già riscuotendo grande successo, con turisti da tutto il mondo che scelgono Pompei non solo per la sua storia, ma anche per vivere l’emozione di un concerto in un luogo senza tempo con prenotazioni che stanno arrivando da tutto il mondo. Due mostre fotografiche arricchiscono l’esperienza del pubblico di BOP (prossimamente tutti i dettagli) “Pink Floyd: Live at Pompeii” – Un’esposizione che ripercorre, attraverso immagini inedite e memorabilia, il leggendario concerto che i Pink Floyd tennero nel 1971 nell’Anfiteatro di Pompei, rivoluzionando per sempre il concetto di performance musicale. La mostra è  ospitata nei corridoi sotterranei dell’Anfiteatro di Pompei, un tempo utilizzati per l’accesso degli spettatori. Inaugurata nel 2016, poco dopo il concerto di David Gilmour, è curata dal Parco Archeologico e da Adrian Maben e celebra il leggendario concerto del 1971 a porte chiuse, da cui nacque il film Pink Floyd: Live at Pompeii oggi restaurato e ripubblicato. “Essere donna nell’antica Pompei” è un affascinante viaggio nella vita quotidiana delle donne pompeiane, tra reperti archeologici, ricostruzioni e scatti che ne illustrano il ruolo sociale, artistico e familiare. Napoli e la Campania sulla cresta dell’onda culturale Beats of Pompeii è anche il riflesso del fermento culturale che sta vivendo Napoli e la Campania, sempre più protagoniste sulla scena internazionale. La rassegna rappresenta un’occasione per promuovere il territorio, incentivando il turismo stanziale e sostenendo l’economia locale. Gianna Nannini apre il festival (e il suo tour europeo) Ad inaugurare la rassegna, il 1° luglio, sarà Gianna Nannini, in una serata speciale che segnerà anche la prima tappa del suo attesissimo tour europeo “Sei nell’anima – Festival European Leg 2025”. Il cartellone è un mix di generi ed emozioni confermando la vocazione internazionale di BOP 2025: IL PROGRAMMA BOP – Beats of Pompeii 2025 inizia il giorno martedì 01 Luglio con il concerto di  Gianna Nannini (inizio ore 21:15). Gianna Nannini, icona del rock italiano, torna a esibirsi nei dintorni di Napoli dopo due anni di assenza dai palcoscenici campani. Con il tour “Sei nell’Anima – Festival European Leg 2025”, l’artista senese regalerà al pubblico emozioni intense e i suoi successi intramontabili, tra cui brani storici come “Bello e impossibile” e “Meravigliosa creatura”, alternati a brani più recenti. Nota per la sua voce graffiante e il carisma travolgente, la Nannini conferma il suo stile inconfondibile, capace di unire energia rock e melodia. Un concerto atteso, che unisce generazioni di fan, in un viaggio musicale ricco di passione e autenticità. Prevendita clicca QUI   Mercoledì 02 Luglio (inizio 21:15 biglietto) si continua con la band progressive metal statunitense, fondata a Boston nel 1985, Dream Theater. Dopo aver incantato, di recente,  il pubblico italiano con i concerti indoor di Milano e Roma, i Dream Theater iniziano il tour estivo proseguendo le celebrazioni del “40th Anniversary Tour” portando sul palco i nuovi brani tratti da l’atteso album “Parasomnia”, uscito lo scorso febbraio. Un’occasione imperdibile per i fan, che potranno immergersi nel loro sound inconfondibile tra classici intramontabili e le nuove tracce ricche di intensità rock e ricerca tecnica. Un viaggio emozionante attraverso quattro decenni di storia, innovazione e passione per la musica progressive metal. Prevendita clicca QUI & QUI Sabato 05 Luglio (inizio 21:15 biglietto) è la volta del francese Jean-Michel Jarre considerato uno dei pionieri della Musica elettronica e un innovatore per quanto riguarda l’organizzazione dei suoi concerti dal vivo, caratterizzati da giochi pirotecnici, raggi laser e da una spettacolare scenografia che fa da cornice alla sua musica eseguita spesso con strumenti futuristici, alcuni dei quali di sua ideazione. Prevendita clicca QUI Il quarto appuntamento è per sabato 12 Luglio (inizio 21:15 biglietto) con Antonello Venditti. Venditti torna dal vivo con lo spettacolo “Notte prima degli esami 40th Anniversary – 2025 Edition”, celebrando quattro decenni di uno dei brani più iconici della musica italiana. Nell’affascinante cornice dell’Anfiteatro l’artista romano regalerà al pubblico un’indimenticabile serata. Con la sua voce e le sue melodie, ripercorrerà le pagine più emozionanti del suo repertorio, portando in scena l’inno generazionale “Notte prima degli esami” e i successi dell’album “Cuore” (1984), che ha segnato un’epoca. Un viaggio tra ricordi, emozioni e musica. Prevendita clicca QUI Due giorni dopo, lunedì 14 Luglio (inizio 21:15 biglietto), sul palco dell’Anfiteatro troviamo Stefano Bollani Quintet. Il celebre pianista, compositore e volto televisivo noto per la trasmissione Via dei Matti n°0 su Rai 3, si esibirà in una data esclusiva con una formazione d’eccezione. Bollani, musicista eclettico e geniale, sarà affiancato da alcuni dei più grandi nomi del jazz internazionale: Vincent Peirani alla fisarmonica, Larry Granadier al contrabbasso, Jeff Ballard alla batteria (entrambi già collaboratori di Pat Metheny e Brad Mehldau) e Mauro Refosco alle percussioni, noto per le sue collaborazioni con David Byrne, Thom Yorke (Radiohead) e i Red Hot Chili Peppers. Un concerto che promette di unire virtuosismo, creatività e un repertorio ricco di emozioni, in una

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Trump: il pacificatore inatteso tra conflitti e mediazioni globali

“Non c’è mai stata una buona guerra o una cattiva pace.” — Benjamin Franklin Quando si parla di Donald Trump, le opinioni sono generalmente polarizzate: da un lato, chi lo considera un presidente controverso, la cui retorica e politiche aggressive hanno alimentato tensioni e conflitti. Dall’altro, c’è chi vede nella sua azione internazionale un tentativo di rinnovare il ruolo degli Stati Uniti nel mondo, rifiutando le convenzioni tradizionali per inseguire soluzioni uniche e dirette. Tuttavia, un aspetto sorprendente della sua seconda campagna presidenziale è stato il suo impegno nel cercare di risolvere conflitti globali e promuovere la pace, in particolare con iniziative che coinvolgono le grandi potenze mondiali e zone di conflitto come il Medio Oriente e l’Ucraina. Una delle mosse più clamorose del suo ritorno sulla scena politica è l’imminente vertice in Turchia tra Vladimir Putin e Volodymyr Zelensky, che Trump sta organizzando per cercare di mediare la pace tra la Russia e l’Ucraina. Questo incontro, che potrebbe segnare un punto di svolta nel conflitto, arriva in un momento in cui Trump sta minacciando di riconoscere la Palestina come Stato indipendente, se non ci saranno progressi nei negoziati di pace con Israele. Trump ha fatto sapere che non esiterà a raffreddare i rapporti con il governo israeliano di Netanyahu, in un chiaro messaggio a Gerusalemme: è ora di negoziare per la pace. Questo tentativo di Trump di porsi come mediatore globale va al di là delle consuete critiche che spesso lo descrivono come un presidente aggressivo, soprattutto nel campo commerciale e militare. La sua visione è quella di un uomo deciso a risolvere le crisi mondiali senza passare attraverso il lungo e spesso infruttuoso processo diplomatico tradizionale. Trump ha il coraggio di rompere gli schemi, proponendo soluzioni dirette, rapide e senza compromessi. Gli Accordi di Abramo: la normalizzazione in Medio Oriente Una delle iniziative più significative della sua prima presidenza è stata la conclusione degli Accordi di Abramo nel 2020, un accordo storico che ha visto la normalizzazione delle relazioni tra Israele e alcuni Paesi arabi, tra cui gli Emirati Arabi Uniti (EAU), il Bahrain, il Marocco e successivamente il Sudan. Questo accordo ha modificato radicalmente il panorama geopolitico del Medio Oriente, dando a Israele il riconoscimento ufficiale da parte di alcuni Stati arabi, con l’intento di promuovere la cooperazione economica, tecnologica e la difesa comune contro le minacce regionali, in particolare quella rappresentata dall’Iran. Gli Accordi di Abramo sono stati un successo diplomatico per Trump, ma non sono stati esenti da critiche. Molti sostengono che questi accordi abbiano ignorato la questione palestinese, concentrandosi invece sugli interessi strategici di Israele e degli Stati arabi, che vedevano in Israele un alleato importante per contrastare l’influenza iraniana. Nonostante ciò, questi accordi sono un esempio tangibile della volontà di Trump di aggirare le tradizionali vie diplomatiche, spesso lente e farraginose, per ottenere risultati concreti e rapidi. Il paradosso dell’industria bellica Un aspetto che merita attenzione è il paradosso che Trump rappresenta nella sua politica estera e nella sua connessione con l’industria delle armi. Da un lato, il suo governo è stato sostenuto da grandi produttori di armamenti, che hanno visto un aumento delle vendite durante il suo mandato, a causa della sua politica di rafforzamento della difesa e di sostegno a regimi militari. Dall’altro, Trump si sta ora proponendo come un pacificatore, cercando di risolvere conflitti con soluzioni diplomatiche dirette, come nel caso dell’Ucraina e della Palestina. Questo aspetto crea una tensione interna nelle sue politiche: se da una parte Trump è stato un grande sostenitore della potenza militare e della forza economica degli Stati Uniti, dall’altra sta cercando di imporsi come un leader della pace, tentando di risolvere i conflitti attraverso trattative e minacce di isolamento per coloro che rifiutano la diplomazia. Trump e la mentalità da cowboy Un altro elemento che definisce la figura di Trump è la sua mentalità da cowboy, una visione pragmatica e talvolta brutale che lo spinge ad affrontare i problemi senza mezze misure, simile al vecchio stile del “Far West” americano. Questo approccio si è manifestato non solo nelle sue politiche interne, ma anche nel suo approccio alla politica estera, dove Trump ha mostrato una volontà di rompere con le tradizioni diplomatiche. A differenza di altri presidenti, che si sono affidati a complesse alleanze multilaterali e trattative indirette, Trump ha scelto un approccio più diretto, in cui la forza e la decisione prevalevano sulla negoziazione tradizionale. Questo stile “da cowboy” ha avuto i suoi vantaggi, almeno dal punto di vista della sua base elettorale, che apprezza un leader che non teme di sfidare le convenzioni per perseguire i propri obiettivi. Allo stesso tempo, però, ha sollevato preoccupazioni, soprattutto tra gli alleati storici degli Stati Uniti, che hanno visto in lui un presidente pronto a abbandonare le alleanze tradizionali e a prendere decisioni unilaterali. Paragoni con altri presidenti americani Nonostante le differenze di stile, l’approccio di Trump in politica estera non è senza precedenti nella storia degli Stati Uniti. Prendiamo ad esempio Richard Nixon, che, pur essendo stato un presidente con una forte inclinazione bellicista, ha dimostrato di saper adattarsi ai cambiamenti, portando alla distensione con la Cina nel 1972. Anche Jimmy Carter, pur venendo da un contesto politico diverso, ha mediato gli Accordi di Camp David, che hanno portato alla pace tra Israele e l’Egitto. In entrambi i casi, come in quello di Trump, c’è una costante tensione tra l’uso della forza e la ricerca di soluzioni pacifiche, un equilibrio difficile da mantenere. Conclusioni Il panorama geopolitico globale continua a evolversi, e Donald Trump, pur restando una figura controversa, sta cercando di farsi strada come un mediator globale, spingendo per la pace in scenari difficili come quello ucraino e mediorientale. La sua mentalità da cowboy lo rende un presidente imprevedibile, che non ha paura di sfidare le convenzioni e di spingere per soluzioni audaci, anche a costo di contraddire i suoi stessi alleati. Nonostante le critiche per le sue politiche aggressive e il suo legame con l’industria bellica, Trump sembra determinato a lasciare un

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La rivincita dei pacifisti seri

È presto per dirlo, ma se i due leader confermeranno l’incontro, significa che già esiste almeno una bozza di accordo percorribile per entrambi Alessandro Sallusti 12 Maggio 2025 – 10:00 Quello che per le sinistre sarebbe il pericolo mondiale numero uno, Donald Trump, nelle ultime 48 ore ha bloccato sul nascere l’ennesima guerra tra India e Pakistan, convinto gli arcinemici Putin e Zelensky a sedersi allo stesso tavolo (giovedì in Turchia, a meno di ripensamenti dello Zar) per iniziare una vera trattativa di pace, fatto capire di essere pronto a riconoscere uno Stato di Palestina e, come se non bastasse, ha persuaso la Cina, con la minaccia dei dazi, a rivedere la sua spregiudicata politica commerciale. Se ci aggiungiamo che, tramite lo Spirito Santo, l’America ha portato a casa pure il suo primo Papa, beh il curriculum del presidente assomiglia più a quello di un premio Nobel che a quello di un dittatore fuori di testa e fuori controllo. Ma, Trump a parte, un incontro fra Putin e Zelensky premierebbe anche chi in Europa, a partire dal nostro governo, ha sostenuto con coraggio l’Ucraina, convinto che solo una situazione di stallo militare sul campo avrebbe potuto portare a una trattativa per una pace giusta e non punitiva. È presto per dirlo, ma se i due leader confermeranno l’incontro, significa che già esiste almeno una bozza di accordo percorribile per entrambi e che tale soluzione è accettabile anche da chi, con notevoli sforzi economici, ha partecipato indirettamente al conflitto e non vuole darla vinta al dittatore russo. Viceversa, chi ha sempre pontificato che l’Ucraina avrebbe dovuto issare da subito bandiera bianca e l’Occidente ritirarsi dalla scena con la coda tra le gambe – i vari professori, politici e opinionisti filo Putin mascherati da pacifisti -, resta fuori dai giochi e bene farebbe a uscire di scena per manifesta partigianeria e incompetenza. Perché, comunque andrà a finire, la Russia non conquisterà l’Ucraina, tratterà col nemico come deve fare chiunque non possa vantare una vittoria. La linea della fermezza contro i tiranni e in difesa delle libertà occidentali ha già pagato, il resto è nelle mani del popolo ucraino che deciderà se, quante e quali concessioni fare all’invasore. Altro che sinistra: i veri pacifisti, ancora una volta, si sono dimostrati i conservatori. https://www.ilgiornale.it/news/guerra/rivincita-dei-pacifisti-seri-2477539.html

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EDITORIALE MAGGIO 2025

Europa, svegliati o resta spettatrice: tra Trump, draghi cinesi e poker geopolitico Zelensky scopre che il suo futuro dipende da Trump, non da Bruxelles. L’Europa deve svegliarsi: tra il poker geopolitico di Washington e le sirene di Pechino, non c’è più spazio per la retorica. Difesa comune e unione dei risparmi sono l’unica strada per non finire spettatori di un nuovo ordine mondiale scritto da altri. Se l’Europa fosse una persona, in questo momento sarebbe quella che si presenta a una partita di poker mondiale portandosi dietro un manuale degli scacchi. Sul tavolo, Trump rilancia a occhi chiusi, la Cina gioca a Bluff Plus, e Zelensky cerca di non farsi scippare l’ultima fiche: la sopravvivenza. A San Pietro, Zelensky ha avuto il suo personale risveglio amaro: ha capito che i salotti bene dell’Europa non servono più a molto, e che il vero banco della pace si chiama Donald Trump. Non Bruxelles, non l’ONU, non le infinite commissioni con catering. Solo lui, il vecchio sceriffo americano, pronto a riscrivere le regole del gioco come se fosse il regolamento interno del suo golf club. E l’Europa? Ursula von der Leyen ci rassicura: “L’Europa è ancora un progetto di pace”. Splendido! Peccato che, nel frattempo, il mondo abbia cambiato canale e il “progetto” rischi di diventare una rievocazione storica in costume. Perché diciamocelo: l’Occidente come lo conoscevamo è sparito, evaporato tra una crisi bancaria, una pandemia e qualche colpo di dazio lanciato con la grazia di un pianoforte buttato giù da un palazzo. Trump, infatti, gioca su due fronti: quello commerciale — a suon di minacce e dazi — e quello militare — flirtando con l’idea di stracciare l’articolo 5 della NATO come se fosse una multa stradale. In mezzo, l’Europa deve smettere di credere che basti sventolare la bandiera della diplomazia e prepararsi, piuttosto, a correre la maratona sul filo del rasoio. Però, concediamoglielo: l’Unione europea è maestra d’arte nella nobile disciplina del “non sprecare una crisi”. Dal 2008 in poi ha trasformato ogni batosta in una mezza spinta verso un’integrazione federale camuffata da soluzioni tecniche. Oggi la posta è più alta: non basta più reagire. Bisogna giocare d’anticipo. Ecco quindi il piano geniale: un’Unione dei Risparmi, un’Unione della Difesa (SafeEU, per chi ama gli acronimi rassicuranti), e un bel brindisi franco-tedesco al federalismo funzionale. In pratica, si costruiscono due nuove punte federali: una per proteggere i soldi, l’altra per proteggere le frontiere. Una bella evoluzione: da custodi della pace a cassieri e bodyguard del continente. In altre parole, due mosse geniali, da manuale di diplomazia antica: quando non puoi vincere sul tavolo che ti apparecchiano, porti il gioco su un altro tavolo. Intanto, i dazi? Robetta. Fastidi da affrontare con un po’ di tattica e nervi saldi: cambiare rotte, aggiustare catene di fornitura, raddrizzare qualche bilancia commerciale sbilenca. Se ci riesce anche un supermercato durante i saldi, ce la farà pure l’Europa. Il vero match, invece, è tutto sulla capacità di posizionarsi tra USA e Cina come una potenza matura. E magari, per una volta, non solo sopravvivere, ma vincere. Non sarà facile, certo. Ma, come diceva qualcuno, “non bisogna mai sprecare una buona crisi”. Quindi Europa, prepara il mazzo: questa volta non si bluffa. G.& G. ARNÒ

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Le minacce di Trump alle università: Harvard resiste

“Le università sono il nemico”. Lo ha detto J.D. Vance in un discorso alla National Conservative Conference nel 2019 quando l’attuale vice presidente era senatore dell’Ohio. In quell’occasione Vance lodò anche la saggezza di Richard Nixon che aveva anche lui attaccato “i professori come i nemici”. Nixon nel 1972 era arrabbiatissimo con il mondo accademico per le manifestazioni contro la guerra del Viet Nam. Per vendicarsi l’allora presidente ordinò al personale dell’Office of Budget and Management di tagliare i fondi al Massachusetts Institute of Technology (MIT), uno degli atenei più prestigiosi in America, che però non furono messi in pratica. Nixon fu un dilettante in comparazione agli attacchi sferrati dal presidente attuale alle università. Donald Trump ha minacciato di tagliare i fondi del governo a quelle università che non seguiranno le sue direttive di smantellare quello che lui vede antisemitismo nel mondo accademico. Inoltre ha insistito che gli atenei devono modificare le loro assunzioni e cambiare i loro programmi per riflettere valori che lui considera appropriati. Alcune università minacciate da Trump, come la Columbia University di New York, si sono piegate e hanno promesso di accedere ai desideri del presidente per non perdere milioni di dollari dal governo federale. La Columbia ha accettato la maggioranza delle richieste incluso il bando all’uso della maschere nel campus, concedere il potere alle forze di sicurezza di rimuovere o arrestare studenti e modificare il dipartimento di Studi del Medio Oriente che era stato fonte di proteste a favore della causa palestinese. Harvard University invece ha preso la strada della resistenza a Trump reiterando legittimamente la sua libertà di gestire i suoi programmi secondo i principi tradizionali della libertà di espressione storica del mondo accademico. In una lettera pubblica, il rettore di Harvard, Alan M. Garber, ha ribadito l’autonomia e indipendenza della cultura e dell’Università. Garber ha continuato sostenendo che l’Università non rinuncerà alla propria indipendenza né rinuncerà ai propri diritti costituzionali. Continuerà a mantenere i valori come istituzione privata dedita alla ricerca, alla produzione e alla diffusione della conoscenza. La posizione di Harvard è ammirevole anche se alcuni critici hanno rilevato che l’ateneo, con un patrimonio di 53 miliardi di dollari, potrebbe permettersi la perdita dei 2 miliardi minacciati da Trump. Ci sarebbero però altri pericoli per l’università poiché Trump ha minacciato di revocare lo status fiscale di ente no profit e limitare il visto a studenti stranieri. Lo status fiscale sarebbe sfidato legalmente ma quello dei visti agli studenti stranieri, il 27 percento degli studenti di Harvard, sarebbe difficile da mitigare. Inoltre la minaccia potrebbe fare cambiare idea a studenti stranieri di venire a studiare in America non solo a Harvard ma anche in altre università del Paese. Da rilevare che gli studenti stranieri sono anche un business per le università americane poiché pagano la totalità delle rette che a Harvard si avvicinano a 60 mila dollari annui. Il costo delle università in America è alto ma anche qui Harvard ha recentemente dimostrato una buona dose di sensibilità offrendo di coprire rette e altre spese agli studenti le cui famiglie hanno redditi inferiori a 200 mila dollari annui. La reazione di Harvard è importante per molte ragioni. A cominciare dal fatto che l’ateneo si trova nei ranking mondiali fra i primi cinque. In effetti quando si dice Harvard si pensa alle conoscenze dell’università per eccellenza. Non sorprende dunque che la presa di posizione di Harvard sia stata adottata anche da quasi 200 altre università che hanno firmato una lettera rilasciata dalla American Association of Colleges and Universities. La missiva, firmata dai rispettivi rettori, obietta “l’interferenza senza precedenti” del governo di Trump nella libertà degli atenei di svolgere le loro tradizionali attività. Le minacce di Trump funzionano quando lui riesce ad incutere la paura. Poi quando si scontrano con muri il 47esimo presidente si trova spesso costretto a fare marcia indietro com’è avvenuto con i dazi e la minaccia di licenziare Jerome Powell, il presidente della Federal Reserve. L’annuncio dei dazi ha causato i mercati borsistici a crollare e sollevare la paura di una possibile recessione. Proprio in questi giorni Trump ha fatto marcia indietro suggerendo che per ora Powell terrà il suo posto e che ridurrà i dazi alla Cina. Le minacce di Trump quando generano resistenza alla fine ci rivelano le debolezze dell’uomo ma soprattutto il fatto che negoziare con lui ha poco valore perché con ogni probabilità cambierà idea. L’inaffidabilità del presidente crea insicurezza non solo nel mondo accademico ma anche nell’economia e mina anche la stabilità mondiale, suggerendo che la leadership americana è una cosa del passato. ============= Domenico Maceri, PhD, è professore emerito all’Allan Hancock College, Santa Maria, California. Alcuni dei suoi articoli hanno vinto premi della National Association of Hispanic Publications.

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