INTERVISTA A ENZO BARBIERI

Lo chef Enzo Barbieri, un demiurgo del proprio tempo.     Altomonte, un incantevole borgo medievale in Calabria, ospita l’Hotel Barbieri, un’affascinante struttura arroccata su una collina tra il Parco del Pollino e il mar Ionio. Qui, l’enogastronomia diventa un’esperienza artistica, grazie all’opera dell´agrichef Enzo Barbieri, che ha saputo trasformare la tradizione culinaria calabrese in un’arte da gustare con tutti i sensi. Altomonte è altresì noto per  l´apertura, con nuovi concetti espositivi,  del Civico Museo di Santa Maria della Consolazione, custode di pregiati manufatti artistici e di rari dipinti sacri.   Altomonte panorama   Altomonte Museo – Mimmo Bloise, direttore del museo (terzo da sin.)   Altomonte –  Don Paolo Baratta al museo   Hotel Barbieri Progettato negli anni ’60 da Italo Barbieri (padre di Enzo n.d.r.), il ristorante-hotel è oggi un vero e proprio “santuario” del gusto, portato avanti da Enzo con sua moglie Patrizia e dai figli Michele, Laura e Alessandra. L’hotel è molto più che un luogo per alloggiare: è una destinazione che incarna l’ospitalità e le tradizioni calabresi, e rappresenta un punto di riferimento per il turismo enogastronomico, attirando viaggiatori alla ricerca di esperienze autentiche e sapori genuini.   Sin.: Giuseppe Arnò ed Enzo Barbieri   Barbieri-Altomonte Un binomio vincente ovvero gourmet e turismo. «Il nuovo modo di viaggiare oggi è etichettato turismo enogastronomico ed esso ammalia numeri sempre più crescenti di viaggiatori decisamente interessati a destinare i propri viaggi alle esperienze, degustazioni, sapori e saperi delle tradizioni genuine e delle culture locali». È quanto ci precisa l´agrichef stellato Enzo Barbieri. Seduti tranquillamente in un angolo confortevole del ristorante dell’omonimo hotel, Barbieri ci concede una piacevole intervista per soddisfare alcune domande che ci eravamo posti, nel soggiornare in questo meraviglioso complesso alberghiero, alla cui entrata ci potremmo immaginare un’insegna «Benvenuti in paradiso». Ristorazione, un negozio di famiglia La famiglia Barbieri è un esempio di come la ristorazione italiana possa coinvolgere più generazioni, mantenendo salde le radici locali. Una formula vincente adottata prima da Italo e ora da Enzo Barbieri, punto di riferimento enogastronomico del turismo esperienziale calabrese e non solo. L’hotel è diventato anche la location ideale per eventi importanti come matrimoni, convegni e celebrazioni (turismo scolastico, pranzo dei 100 giorni degli studenti e quant’altro) consolidando il legame tra la cultura locale e i visitatori. Non a caso, Enzo e Patrizia sono stati insigniti dell’onorificenza dell’Ordine “al Merito del Lavoro” per il loro contributo all’economia locale e alla promozione del patrimonio culturale calabrese.   Famiglia Barbieri (foto: https://hotelbarbieri.it/) Proporre Enzo Barbieri come rappresentante dell’Italia per la Settimana della Cucina Italiana nel Mondo 2025 in Brasile sarebbe una splendida opportunità per valorizzare l’enogastronomia italiana. La sua partecipazione celebrerebbe i prodotti italiani di qualità e offrirebbe agli italiani all’estero un assaggio di autenticità, consolidando il ruolo della cucina calabrese nella promozione del Made in Italy. di Redazione

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I fallimenti della COP16

La COP 16 si è conclusa con qualche accordo, ma nessun obbligo a rispettare i diritti e le terre dei popoli indigeni, e una prevedibile spinta verso una maggiore finanziarizzazione del mondo naturale. Se molte importanti decisioni sono state posticipate a causa del fatto che alcuni delegati hanno dovuto lasciare la conferenza per prendere il loro volo, è stato creato un organo sussidiario per i popoli indigeni nell’ambito dell’articolo 8J della convenzione[1]. Secondo l’ONU, questo diventerà uno spazio permanente che permetterà a popoli indigeni e comunità locali di prendere parte alle decisioni che riguardano la biodiversità. Tuttavia, a dispetto dell’importanza di rafforzare il coinvolgimento dei popoli indigeni nelle decisioni che riguardano i loro territori (in cui si trova la maggior parte della biodiversità del mondo), resta da vedere se questo organismo migliorerà il rispetto dei diritti indigeni. Non si è raggiunto invece un accordo sul meccanismo di finanziamento, né sul monitoraggio, del Global Biodiversity Framework (GBF) – soprattutto il Target 3 – che oggi è la più grande minaccia alle terre e alla vita dei popoli indigeni. Nel complesso, lo status quo – il furto di terre indigene nel nome della conservazione e l’appropriazione dei fondi per la biodiversità da parte dell’industria della conservazione – resta incontrastato. Ecco alcuni dei fallimenti della COP16 Implementazione: i delegati non sono riusciti ad accordarsi neppure sui colloqui per finanziare l’implementazione del Global Biodiversity Framework (GBF) Finanza: i delegati del Sud del mondo sono arrabbiati perché non sono stati stanziati abbastanza soldi per l’implementazione del GBF. Distribuzione: i delegati dal Sud del mondo sono comprensibilmente arrabbiati per il fatto che grandi istituzioni con sede nel nord mondiale (come il WWF) si stiano accaparrando i pochi fondi messi a disposizione attraverso il Global Biodiversity Framework Fund (GBFF), istituito nell’ambito del Fondo Mondiale per l’Ambiente nel 2022 (a questo proposito, leggi qui il briefing di Survival) Ignorati i bisogni delle nazioni biodiverse: molti dei paesi che ospitano la maggior parte della biodiversità mondiale chiedevano la creazione di un nuovo fondo dedicato. Un gruppo di governi del nord del mondo ha offerto 160 milioni di dollari ma ha insistito che la somma venisse distribuita attraverso il GBFF, nonostante l’ampia opposizione a questo meccanismo. Mancata protezione dei diritti umani: Non è ancora stato raggiunto un accordo su un piano per monitorare i progetti finanziati dal GBF. Le proposte sul tavolo non includono alcuna misura per garantire che i diritti dei popoli indigeni siano rispettati. La protezione dei diritti umani dei popoli indigeni è essenziale se si considerano gli sforzi per raddoppiare (quasi) la superficie di Aree Protette per la Conservazione a livello globale. Troppo spesso, in molte parti del mondo, le aree di conservazione sono militarizzare e i popoli indigeni vengono sfrattati dalla loro terra, in aperta violazione dei loro diritti umani. “Questa COP16 mostra ancora una volta il potere di governi e industria della conservazione rispetto ai reali bisogni del nostro pianeta. L’urgenza di intervenire per proteggere la nostra biodiversità è reale, ma questi attori continuano a proporre false soluzioni e impedire un cambiamento reale” ha commentato Fiore Longo, responsabile della campagna di Survival International per decolonizzare la conservazione. “Se vogliamo salvare il nostro pianeta non ci serve aumentare il ‘business as usual’, la finanziarizzazione o il potere delle multinazionali… ma l’esatto contrario!” “In particolare, abbiamo bisogno di rispettare e riconoscere i diritti territoriali dei popoli indigeni.” Crediti di biodiversità  Com’era prevedibile, la COP16 si è svolta per i promotori della privatizzazione e della finanziarizzazione delle politiche di conservazione. La potente coalizione di International Advisory Panel on Biodiversity Credits, Biodiversity Credits Alliance e World Economic Forum ha presentato dei “principi ad alta integrità” la cui alta integrità era solo nel nome. Includeva invece molti aspetti problematici. In pratica, i principi della coalizione consentono la compensazione e la vendita di crediti prima che siano registrati impatti positivi di alcun tipo. Sebbene le organizzazioni della società civile abbiano espresso le loro forti preoccupazioni per questa iniziativa destinata all’insuccesso, non sono riusciti a fermarla. Questo significa che ci sarà molto lavoro da fare per richiamare l’attenzione sulle conseguenze pericolose che questi schemi avranno per le terre e sulle vite indigene (a questo proposito, si legga il rapporto di Survival sui fallimenti del Fondo per la Biodiversità, in inglese). [1] Questo articolo afferma che ogni firmatario deve “rispettare, preservare e mantenere conoscenze, innovazioni e pratiche di comunità indigene e locali che incarnano stili di vita tradizionali importanti per la conservazione e l’uso sostenibile della diversità biologica (…).” Per ulteriori informazioni o interviste, puoi scrivere a [email protected]

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Tassi di interesse più bassi: lode di Biden, attacchi di Trump

“Buona notizia per i consumatori. Ciò vuol dire che il costo di comprare una casa, una macchina e molto altro scenderà anche”. Così il presidente Joe Biden mentre commentava l’annuncio della Federal Reserve Bank, la Banca Centrale, di ridurre i tassi di interesse di 0,5 punti percentuali. Un segnale che l’inflazione è scesa abbastanza e quindi bisogna cominciare a preoccuparsi di mantenere stabile la crescita economica. Si crede dunque che l’economia americana farà un “atterraggio morbido” mantenendo i prezzi a bada senza un calo economico che potrebbe condurre alla recessione. Donald Trump ha reagito al taglio degli interessi attaccando la decisione, asserendo che l’economia era in “pessimo stato” o che la banca centrale stava “facendo giochetti politici”. Attaccare la Federal Reserve è quasi uno sport perché i due partiti non vedono i dati allo stesso modo. I numeri però non mentono. Biden aveva ereditato da Trump un’economia a pezzi, dovuta in grande misura alla pandemia. Dopo quasi quattro anni l’economia è rimbalzata e difatti ha sorpassato quella di molti Paesi occidentali e della Cina. Sedici milioni di posti di lavoro sono stati creati dal 2021 da quando Biden entrò nella Casa Bianca. La creazione di posti di lavoro negli ultimi mesi è scesa ma rimane tuttavia in territorio positivo. Un punto poco promettente dell’economia di Biden è stato l’aumento dell’inflazione dovuto alle spese incoraggiate dagli investimenti del governo attuale e anche al fatto che durante la pandemia poca gente spendeva per comprare nuove macchine, case, e altri acquisti di valore. I prezzi dei generi alimentari sono aumentati in parte dovuti a problemi alla catena di approvvigionamento causati dal covid e dalla guerra in Ucraina. Adesso però l’inflazione è scesa al 2,5 percento e la disoccupazione è al 4,2 percento. La crescita economica degli Usa è superiore a quella dei Paesi occidentali. La riduzione dei tassi di interesse manda un chiaro segnale che gli Stati Uniti continuano a rimanere avanti degli altri Paesi economicamente. Nonostante questi successi esiste una percezione che l’economia non stia andando bene. Ciò si deve in buona parte alla campagna retorica di Trump che continua a ripetere baggianate sull’inflazione che lui dice essere la più alta nella storia americana. Ripetendo le stesse falsità Trump è riuscito a fabbricare una visione della realtà che non combacia con i fatti. La più grande delle sue balle è ovviamente la sua asserzione dell’elezione del 2020 che continua a dire gli sia stata rubata. Una falsità creduta da buona parte dei suoi sostenitori. Questa capacità di Trump di convincere i suoi sostenitori usando falsità o esagerazioni, ripetute costantemente, si applica anche all’economia. I fattori economici obiettivi non entrano nel vocabolario del candidato repubblicano che accusa costantemente l’amministrazione di Biden e negli ultimi mesi la sua nuova avversaria, la vice presidente Kamala Harris. I democratici non sono riusciti a convincere la maggioranza degli americani del quadro più o meno roseo dello stato economico. Preoccupano soprattutto alcuni aspetti che toccano direttamente le tasche degli americani: il costo dei generi alimentari e la benzina. Questi due erano aumentati ma da quasi un anno i costi sono in discesa. Ciononostante la percezione dei consumatori è falsa. Gli americani credono che i costi dei generi alimentari siano aumentati del 17 percento mentre la cifra esatta secondo l’US Bureau of Labor Statistics è 7,4%. La media di un gallone di benzina equivale a 3,27 dollari (81 centesimi al litro), 50 centesimi meno dell’anno scorso. In alcuni Stati come la California il costo è più alto per le tasse dello Stato che ovviamente si traducono in servizi per la strade. I democratici non sono bravi a comunicare i loro successi mentre Trump, da uomo di televisione e propagandista, ha molto più successo a manipolare l’opinione pubblica. Ecco come si spiega il suo mito che quando era presidente tutto andava alla perfezione. Negli ultimi mesi però qualcosa sta cambiando. Dal ritiro di Biden e l’entrata in campo di Harris per la presidenza si è creato molto entusiasmo e una nuova energia che fa sperare gli elettori democratici. Trump però continua ad essere visto dagli americani come più capace nelle questioni economiche ma la Harris è riuscita a ridurre il divario. Un recente sondaggio della della Reuters/Ipsos ci informa che Trump continua a essere considerato più competente per la questione economica di 2 punti (43 a 41), ma nel mese precedente il divario era più ampio di 11 punti per l’ex presidente. Questo stesso sondaggio ci informa che nell’elezione presidenziale la Harris sarebbe in vantaggio a livello nazionale di 7 punti (47 a 40 percento). Questi sondaggi non sono completamente rassicuranti per la candidata democratica la quale ha sfidato Trump a un altro dibattito. Il candidato repubblicano però ha rifiutato, anche se, considerando la sua volubilità, potrebbe da un giorno all’altro cambiare idea. ============= Domenico Maceri, PhD, è professore emerito all’Allan Hancock College, Santa Maria, California. Alcuni dei suoi articoli hanno vinto premi della  National Association of Hispanic Publications.

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Open Arms

Oggi a Palermo si è svolta una delle udienze del processo Open Arms, che vede imputato Matteo Salvini, all’epoca dei fatti ministro dell’Interno. Le accuse a suo carico sono di sequestro di persona e di rifiuto di atti d’ufficio, per avere impedito l’attracco della ong spagnola Open Arms nel 2019. “Rischio fino a quindici anni di carcere per aver mantenuto la parola data agli elettori. Rifarei tutto: la difesa dei confini dai clandestini non è reato. Avanti tutta, senza paura“, ha dichiarato il vicepremier e leader della Lega. Alla rine della requisitoria, la richiesta dei pm: “Condannate Matteo Salvini a 6 anni di reclusione per aver sequestrato i 147 migranti a bordo dell’Open Arms e per tutti i capi di imputazione“. Il pizzino di “Repubblica”: Salvini va fatto fuori   La requisitoria del procuratore aggiunto All’inizio della sua requisitoria, il procuratore aggiunto di Palermo, Marzia Sabella, ha sostenuto che il governo Conte Uno, in carica dal 2018, “con il suo contratto di governo prevedeva di sensibilizzare l’Europa per ottenere una equa distribuzione dei migranti“. Il titolare del Viminale di quell’esecutivo, oggi ministro dei Trasporti, “ha ritenuto di potere squilibrare l’unità di misura dei beni giuridici in questione, in favore dei porti chiusi, quale strumento di pressione degli Stati membri“. Sabella, ha proseguito nel portare avanti la sua tesi d’accusa, sostenendo che dal pool difensivo del ministro “si è prospettato che un natante di legno, in alto mare, navigasse in sicurezza, come se il capriccio di un’onda non avesse potuta farla ribaltare“. Nell’ultima parte della requisitoria, Sabella, ha dichiarato, aprendo a diversi scenari: “Il ministro Salvini aveva l’obbligo o no di dare il pos alla nave? Su questa domanda verte il processo. Per le norme del mare la risposta è scontata, ovvero sì aveva l’obbligo di dare terra ai naufraghi. La situazione sarebbe dunque semplice, ma in realtà è molto più complessa“. Sabella ha poi aggiunto che, a differenza di quanto dichiarato dal ministro, “era infondato il rischio che a bordo della Open Arms, fra i naufraghi non identificati, ci fosse la presenza di terroristi, intanto perché nessuno era andato a controllare se avessero documenti e in secondo luogo è discriminante perché il rischio che vi fossero terroristi derivava solo dalla nazionalità dei migranti“. Per il procuratore aggiunto di Palermo, “le posizioni e le scelte del ministro Matteo Salvini diedero luogo a un caos istituzionale, una situazione che avrebbe portato ad approntare soluzioni di fortuna. A ritrovarsi in una condizione di estrema difficoltà fu la Guardia costiera che non poteva premere su un ministero da cui non dipendeva“. Nel richiedere la condanna a 6 anni di reclusione, Sabella ha sottolineato che al processo “è mancata la presenza della gran parte delle persone offese, perchè anche per poter essere persona offesa bisogna nascere fortunati. La maggiorparte di loro è irreperibile che in questo caso non significa fuggitive, criminale e nemmeno che siano rimaste illese dai giorni di restrizione sulla Open Arms: significa essere senza casa e senza altri elementi“. E poi ha concluso: “La loro assenza fisica, così come il fatto di considerarli un insieme di migranti o peggio di clandestini, potrebbe non fare percepire l’esatto disvalore del fatto. Leggeremmo uno dopo l’altro i nomi di queste persone per ricordarle nella loro individualità, perchè è anche per ciascuna di queste persone che chiediamo la condanna dell’imputato, oltre che per difendere i confini del diritto“. I pm lo vogliono in carcere. Salvini ora rischia 6 anni   La requisitoria del pm Il pm Calogero Ferrara, invece, ha sostenuto la tesi secondo la quale l’oggetto della disamina odierna, atta a ricostruire il quadro giuridico internazionale e interno, “è quello dei Sar, Search and rescue, ogni altro inquadramento giuridico che si è tentato, a partire dal favoreggiamento dell’immigrazione clandestina, non ha nulla a che vedere“. Procedendo nella sua requisitoria, Ferrara ha aggiunto che il tema del processo in corso sono i diritti dell’uomo, “la salute e la libertà personale che prevalgono sul diritto a difendere i confini“. Per Ferrara, “solo la terraferma a essere un pos, cioè il place of safety, in altre parole il posto più sicuro. E questo lo ha ribadito anche la Corte di cassazione“. Quindi, aggiunge Ferrara, il governo “aveva l’obbligo di rilasciare il pos” perché “svolge una funzione pubblica interviene anche a tutelare i diritti di chi è sotto il suo controllo“. E in quel momento i migranti, ha dichiarato il pubblico ministero, “erano sotto il controllo dello Stato“. Nella tesi di Ferrara, i migranti “prima si fanno scendere e poi si redistribuiscono, altrimenti si rischia di fare politica su persone che stanno soffrendo“. La risoluzione Msc, prosegue il pm, “dice che la nave non viene considerata un luogo in sicurezza, anche se è luogo temporaneo di sicurezza, e dovrebbe essere sollevata. Pertanto la nave può esser considerato solo un pos temporaneo“. E quindi, per sostenere la sua accusa, e chiedere la condanna per l’ex titolare del Viminale, Ferrara, ricorda che “anche i terroristi, i criminali se in pericolo in mare hanno il diritto di essere salvati. Uno Stato, che non è un criminale, li salva e poi li processa“. Quindi, smontando la tesi del porto di bandiera, ha aggiunto: “Ma se la nave avesse battuto bandiera panamense l’avrebbero mandata a Panama? Lo ha chiesto il comandante De Falco durante il dibattimento per smontare la tesi che la nazione della nave dovesse accogliere l’imbarcazione. Ogni Stato che viene informato della situazione di pericolo ha l’obbligo di emettere il Pos. Non c’entra nulla il Paese della nave“. Poi, ha proseguito Ferrara, “Salvini, per limitare lo sbarco, decide che qualunque nave che opera salvataggi in mare commette il cosiddetto ‘passaggio non inoffensivo’ perchè pregiudizievole della sicurezza dello Stato. Ma occorrono degli elementi concreti per attuare questa norma“. E i teste, a suo avviso, non “hanno confermato tale dato. Siamo in presenza di persone in difficoltà in mare, uomini, donne e minori, che soffrono a cui sono stati negati i loro diritti fondamentali“. E all’accusa mossa da più parti di portare avanti un processo politico, il pm si è difeso sostenendo che “è pacifico che qui di atto politico non c’è nulla. Sono stati compiuti atti amministrativi, il rilascio di un pos

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I PATTI DI ABRAMO

Si è tenuta, a Siracusa, la I edizione mondiale della Giornata Internazionale dei Patti di Abramo. L’associazione internazionale “KR solutions”, presieduta dall’ avv. Carola Parano, ha organizzato l’evento proprio lo stesso giorno della prima sottoscrizione dei Patti, avvenuta il 15 settembre 2020. “A Distanza di 4 anni esatti da allora – dice l’avv. Parano – si continua a credere ancor di più nell’importanza culturale e giuridica degli accordi. Abbiamo voluto celebrarli con un grande evento ricco di relatori, proprio a Siracusa quale culla di civiltà eterna, decidendo di costituire in Sicilia il comitato permanente dei patti di Abramo all’interno dell’associazione che presiedo e costituito da alcuni dei relatori e da altri illustri componenti.” Importanti le dichiarazioni rese da Emanuel Segre Amar, presidente del Gruppo Sionistico del Piemonte e di Riccardo Pacifici, vice presidente della European Jewish Association: “La soluzione a due Stati è rifiutata prima di tutto dagli stessi arabi-palestinesi come Arafat, Abu Mazen e tanti imam che parlano anche dentro al-Aqsa – spiega Emanuel Segre Amar – Lo stato è visto come una soluzione colonialista che non funziona in una cultura tribale come la loro. Lo stesso ministro degli Esteri ripete sempre che dobbiamo smettere di cercare una soluzione con la mentalità di noi occidentali”. “Loro stanno bene solo dove c’è un’unica tribù, come negli emirati (che sono ricchi anche dove, come a Dubai, non c’è il petrolio) – continua Emanuel Segre Amar – Nei territori ci sono 8 diverse tribù (Ramallah, Jenin, Tulkarem ecc.), a Gaza ce ne sono 5; creare degli emirati palestinesi come nel golfo è l’unica soluzione che funzionerebbe, come spiega bene Mordechai Kedar. Non dimentichiamo che i palestinesi non si sposano tra membri di tribù diverse e non abitano nelle città di altre tribù, anche se magari vi si recano a lavorare.” “Credo che la Sicilia possa essere un ponte naturale per sostenere il patto dei figli di Abramo per la sua posizione geografica e per la sua storia   – aggiunge Riccardo Pacifici – Non vi è angolo della regione in cui non si respiri il passaggio delle culture abramitiche. Il mio auspicio è che la Regione Siciliana si renda disponibile, nel quadro di un accordo internazionale di pace, in cui un futuro Stato palestinese possa nascere su principi di civiltà e democrazia, a fianco dello stato di Israele ed in una visione di ricostruzione di Gaza con il contestuale smantellamento dei tunnel del terrore. Si restituirà, così, ai giovani palestinesi la visione della cultura della vita, per sanare una bieca educazione alla morte che Hamas ha costruito, dal 2015 ad oggi, in un terreno quale quello di Gaza in cui non vi è, secondo il diritto internazionale, nemmeno un centimetro quadrato di contenzioso. Per questo bisogna già immaginare luoghi di accoglienza e di recupero per questi ragazzi”. CGP Alan Davìd [email protected]

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Turismo delle radici, Fediba

A Buenos Aires il Festival delle radici italiane organizzato da Fediba 07/09/2024 16:46 BUENOS AIRES\ aise\ – Nell’anno dedicato al Turismo delle radici, Fediba – la Federazione che riunisce le associazioni italiane a Buenos Aires – organizza il prossimo 29 settembre il “Festival delle radici italiane”. All’incontro – dalle 13.00 alle 18.00 in Plaza Republica Orientale del Uruguay – parteciperanno tutte le associazioni e le federazioni italiane impegnate a valorizzare cultura e gastronomia. Non mancheranno esibizioni e spettacoli che vedranno protagoniste soprattutto le Regioni Marche, Lazio, Sardegna e Puglia, con la partecipazione di artisti della collettività e non solo. (aise) 

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N U O V I S P A Z I M U S I C A L I

  45ª Edizione del Festival   Ada Gentile ASCOLI PICENO – Il Festival “Nuovi Spazi Musicali”, giunto ormai alla sua 45^ edizione sotto la guida della compositrice ADA GENTILE, prende il via il 4 ottobre ad Ascoli Piceno, all’Auditorium Neroni. Si articolerà in 5 concerti di cui 3 dedicati alle “operine tascabili” divenute ormai la caratteristica del Festival che intende con esse far rivivere il genere dell’opera buffa tanto caro al grande compositore marchigiano Gioacchino Rossini.   Sono state perciò commissionate 6 nuove operine ai compositori Marcello Panni, Albino Taggeo, Mauro Porro, Danilo Comitini, Roberta Silvestrini e la giovanissima Martina Cavazza Preta. Di questi compositori due sono marchigiani: la Silvestrini (operante a Senigallia e Comitini (operante a Pesaro).   Tra gli autori dei libretti delle operine spicca il nome del noto storico dell’arte Stefano Papetti, direttore della Pinacoteca comunale di Ascoli, che, per la prima volta, si è fatto piacevolmente coinvolgere in un progetto musicale. L’esecuzione di tutte le operine sarà affidata all’Ensemble “Nuovi Sazi Musicali” coordinato dalla pianista Sabrina Gentili, al soprano Annalisa Di Ciccio, al basso Stefano Stella, al tenore Gianluca Bocchino, al baritono Gianluca Ercoli ed all’attrice Pamela Olivieri.   Nelle altre due serate saranno invece di scena l’ensemble austriaco “Wiener Collage”, che proporrà all’ascolto opere di tre autori austriaci molto noti come Ager, Lauermann e Staàr, e tre italiani altrettanto conosciuti come la stessa Gentile, Gabrio Taglietti e Nicola Sani ed un’eccellente realtà del territorio marchigiano, il Coro femminile “Sibilla Ensemble” che, con la direzione del M° Carmine Leonzi,  proporrà all’ascolto opere di Kodaly, Kocsar, Gjielo, Messore, Ballard, Scattolin e di Franco Battiato. Tutti i concerti saranno ad ingresso libero e verranno registrati da RADIO CEMAT. La rassegna è stata organizzata on il contributo del Comune di Ascoli Piceno, della Regione Marche, della Fondazione Carisap e della Ditta Gabrielli.   Fonte: Goffredo Palmerini

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ASIB NEWS

27.08.2024 – San Paolo L’assemblea ordinaria dell’ASIB (Associazione Stampa Italiana in Brasile) si è tenuta il 27 agosto presso la sede di San Paolo. Nell´occasione è avvenuta la registrazione dei nuovi soci, l’approvazione della relazione previsionale e programmatica, nonché del piano esecutivo della gestione delle attività per il periodo 2024-2025. Le attività future prevedono, tra l´altro, accordi di partenariato con entità pubbliche e private. Giovedì 29 agosto il presidente Giuseppe Arnò, in compagnia della moglie Patricia, ha reso visita al direttore dell’Istituto Italiano di Cultura di San Paolo, Dott. Lillo Teodoro Guarneri, il quale ha fatto gli onori di casa con la cordialità che lo distingue. Tra gli argomenti trattati il direttore Guarneri ha dimostrato particolare sensibilità alla possibilità di cooperare al buon esito di  eventi culturali a sfondo giornalistico. Dal canto suo, la Stampa italiana in Brasile si è messa a disposizione per la divulgazione delle molteplici attività istituzionali dell´IIC. Fare sistema significa guardare tutti nella stessa direzione. E questo é uno degli obiettivi dell´ASIB.   Nella foto sono ritratti in senso orario: Giovanni Manassero, Antonio Spalletta, Venceslao Soligo, Patricia Arno, Anna Lucia Donnini e Giuseppe Arnò.   Alcune delle testate giornalistiche facenti parte del Gruppo Stampa diretto da Ana Lucia Donnini 

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Pane, amore e… musica!

Bandão “Tra un concerto e l’altro dormiamo tutti insieme in qualche struttura messa a disposizione da chi ci ha invitato a suonare, basta portarsi dietro un materassino e un sacco a pelo e il gioco è fatto” ci spiega Fabio Becherini, percussionista di un surdo basso dell’orchestra Bandão. E quando ne parla Fabio si illumina tutto per la soddisfazione di essere parte di un progetto partito quasi per gioco, poi cresciuto negli anni, che oggi conta almeno un centinaio di percussionisti che si alternano tra un concerto e l’altro. E attenzione, Bandão è un’orchestra costituita solo da percussioni non ci sono altri tipi di strumento. Bandão L’orchestra ha all’attivo più di 600 concerti in Italia e nel mondo, una vasta discografia e collaborazioni musicali con artisti di vari paesi, è diretta dai maestri Francesco Petreni e Lorenzo Catacchini e suddivisa in 9 sezioni ritmiche: timbe, tamborim, repinique, ganzà, agogo’, rullanti, surdi alti, surdi centrador, surdi bassi. Tra i vari concerti a Firenze, Roma, Napoli, ultimamente Bandão si è esibita a Linate al Jova Beach Party con Jovanotti e Salmo dove ha suonato “L’Ombelico del mondo” di fronte ad un pubblico di 100mila persone. Tra le varie esibizioni internazionali si annoverano quella a Ilé Aiyé a Salvador de Bahia e a Londra, unica rappresentante italiana, in occasione della London’s New Year’s Day Parade. La storia Nato nel 1994, in modo del tutto spontaneo, dall’idea di un gruppo di persone amanti delle percussioni e della musica brasiliana e anche grazie ad un seminario condotto da Pato Fuentes, l’orchestra Bandão in questi anni è cresciuta in modo esponenziale diventando, oggi, una realtà musicale e sociale rilevante, nel quale valori ed esperienze di tante persone diverse si intrecciano accomunate da un’unica, grande passione: la musica. E’interessante notare che, malgrado inizialmente la musica sia partita dai ritmi brasiliani, cubani e africani, a poco a poco a questi siano stati aggiunti ritmi musicali originali, composti dal Maestro Francesco Petreni, che ha legato le tradizioni musicali italiane a quelle di paesi lontani. La poliritmia è la peculiarità di Bandão che sovrappone ritmi diversi eseguiti nello stesso tempo. L’IMPEGNO SOCIALE La passione e l’impegno sociale contraddistinguono questa splendida orchestra la quale, oltre a suonare, dedica i proventi dei suoi concerti in beneficenza. Inoltre promuove lo studio della musica in forma collettiva e gratuita, senza alcuna distinzione tra le persone per quanto riguarda l’età, il sesso, l’etnia, la religione. Ogni persona interessata a seguire un corso trova in Bandão l’accoglienza e lo stimolo per iniziare a studiare e magari, in seguito, per entrare nella band. L’orchestra sostiene anche associazioni locali e internazionali come Emergency e Amnesty International. Inoltre, dal 2003, invia un contributo annuale all’associazione brasiliana Primero de Majo che svolge attività nella favela Dos Novos Alagados di Salvador de Bahia per attività in favore dei bambini.

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LA PERDONANZA, COME LA VORREI

Una riflessione a margine dell’edizione 730 dell’antico giubileo celestiniano   di Giuseppe Lalli   Apertura Porta Santa   L’AQUILA – Diciamoci la verità: il corteo della Perdonanza – sia detto con tutto il rispetto per chi vi partecipa e per la fatica di chi lo organizza –, ancorché scenograficamente attraente e tale da avergli meritato ambiti riconoscimenti internazionali, non è né storico, con i suoi anacronismi (anche se negli ultimi anni sono stati attenuati) né religioso, lontano come appare dallo spirito autentico della Perdonanza celestiniana (che è spirito di penitenza e di umiltà). È tutt’altra cosa rispetto a quegli “inni e canti” che l’eremita Pietro dal Morrone divenuto papa auspicava (una figura, peraltro, quella di Celestino V, abbondantemente saccheggiata da una pubblicistica conformistica e superficiale).   È nota la caustica definizione con la quale un celebre storico aquilano da poco scomparso liquidava la manifestazione, e le sue critiche alla Perdonanza, per come era celebrata negli ultimi decenni. Bisognerebbe recuperare l’originario senso spirituale dell’evento, come auspicava già dieci anni fa un altro storico aquilano, Walter Cavalieri, che in una nota ad un quotidiano locale del 14 luglio 2014 sosteneva fosse da rivedere l’impostazione “turistica” del grande appuntamento celestiniano:   Non un corteo, ma una processione, la Bolla portata dalla municipalità e non da fantasiosi figuranti, il coinvolgimento dei quattro quarti della città-territorio, la lettura della Bolla da parte di un chierico e non del sindaco,   Perdonanza   Lo studioso sottolineava subito dopo che bisognava ripristinare una tradizione secolare che rimettesse al centro la sacralità dell’evento, con collaterali manifestazioni anche laiche, ma sobrie ed intonate al clima di devozione, e tali da richiamare turisti attratti da un evento unico e autentico. Va altresì ricordato che anticamente non esisteva una Porta santa e l’indulgenza veniva concessa non per uno ma per due giorni (dai vespri del 28 a quelli del 30 agosto) in un contesto di pura spiritualità: inni sacri, veglie di preghiera, ostensione delle reliquie.   In questa ottica, si potrebbe distinguere, nel tempo e nello spazio, l’aspetto ludico-turistico, da confinare in un periodo precedente, da quello religioso, superando così la dimensione scenografica e spettacolare e ripristinando una processione sacra che ripercorresse l’antico tragitto, allorché la Bolla veniva portata a Collemaggio da piazza del Mercato passando per Costa Masciarelli e Porta Bazzano.   All’interno di questa restaurata cornice devozionale, si potrebbe ridare spazio sia a momenti di conforto spirituale ai malati, come aveva intuito già negli anni ‘70 padre Quirino Salomone, sia alle associazioni di volontariato religiose e laiche che prestano assistenza morale e materiale alle tante emergenze socio-sanitarie della città.   Utopie? Visioni? Forse! Ma il Cristianesimo, che non è stato mai di moda, è l’unica utopia che vale ancora la pena di coltivare (il vero patrimonio dell’Unesco!): quel cristianesimo che in questa nostra Europa satolla e sempre più pagana si vuole cancellare.   Così com’è ai nostri giorni il corteo non si distingue da una qualsiasi manifestazione folcloristica d’epoca, ed è solo un’occasione di visibilità (già è tanto che nelle ultime edizioni la scelta della dama che porta simbolicamente la Bolla sia stata sottratta alla logica di un concorso di bellezza alla “Miss Italia”). Si avverte una contaminazione tra sacro e profano (che era coessenziale alla società medievale, ma che oggi non trova alcuna giustificazione) che urta la sensibilità cristiana, e che è espressione di quello spirito mondano che, più ancora dell’ingiustizia sociale, è distante dallo spirito evangelico.   A chi mostra, nei fatti, che “Parigi val bene una messa” (secondo la celebre frase attribuita a Enrico IV di Borbone – 1553/1610 –  prima di convertirsi, lui protestante, al cattolicesimo e potersi così cingere il capo con la corona del regno di Francia), bisogna ricordare ciò che Benedetto Croce (1866-1952) rispose a Benito Mussolini (1883-1945) che lo aveva accusato, per aver dissentito dalla stipula del Concordato, di essere un imboscato della storia: cioè che “una sola messa vale molto più di cento Parigi, perché fatto di coscienza”.   Sia concesso al credente di affermare, sulla falsariga del “laico” Benedetto Croce (al di là del giudizio di merito su quei Patti Lateranensi che potevano avere una loro ragione d’essere), che una sola Perdonanza, che è fatto di fede personale, non di manifestazione collettiva, vale molto più di cento conferenze e di mille cortei, perché questione che ha a che fare con la vita eterna.   Il cristiano, del resto, è chiamato a fare la Perdonanza non una volta all’anno transitando sotto una porta sia pure solenne, ma tutti i giorni: ogni sera, nell’esame di coscienza, è sotto la porta della misericordia di Dio che deve passare. Il cristiano sa pure che la prima indulgenza plenaria l’ha dispensata Gesù, verso le ore 15 (“l’ora sesta”) di quel venerdì che precedette la Pasqua ebraica, nei confronti di uno di quei due uomini crocifissi insieme a Lui che si dichiarò sinceramente pentito delle sue colpe, al quale disse “Oggi stesso sarai con me in Paradiso”.   Che dire poi di tutta quella cornice ludica (a volte con espressioni affatto coerenti con la visione cristiana della vita) che si svolge a latere dell’importante ricorrenza? Indipendentemente dagli intenti degli ideatori e dal valore artistico delle prestazioni, si finisce per soffocare, e di fatto banalizzare, il significato eminentemente religioso dell’evento celestiniano, che dovrebbe, semmai, essere accompagnato da appropriate iniziative ecclesiali (quest’anno alquanto disattese), quali incontri con i giovani e conferenze sul profondo richiamo evangelico della Perdonanza: la salvezza offerta a tutti e la santità come orizzonte alto del cristiano, nelle condizioni ordinarie in cui si svolge la sua esistenza terrena. La politica fa il suo mestiere e la ben oliata macchina dello spettacolo fa il suo lavoro. Ma quando i cattolici di ogni ordine e… rango cominceranno a farsi sentire un po’ di più? La Perdonanza, che resta pur sempre un evento religioso, nel rispetto dello spirito in cui la concepì Celestino V, dovrebbe rappresentare per la Chiesa un’occasione di evangelizzazione, con le sue implicazioni culturali e sociali. Se non si colgono queste opportunità rare

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