DOCUMENTO ESCLUSIVO. La lettera di Erich Priebke

A proposito dell’attentato di via Rasella e del conseguente eccidio delle Fosse Ardeatine DOCUMENTO ESCLUSIVO. La lettera di Erich Priebke in cui ammise d’essere stato a Verona un paio di volte  di Claudio Beccalossi La ricorrenza del massacro delle Fosse Ardeatine m’ha spinto a tirar fuori dal mio archivio, per un’ennesima consultazione, la lettera datata 22 settembre 1996 (con timbro postale del 30 settembre successivo) dell’ex SS-Hauptsturmführer (capitano) Erich Ernst Bruno Priebke (Hennigsdorf, 29 luglio 1913 – Roma, 11 ottobre 2013), in replica ad una mia missiva di pungolo su sue ipotizzate presenze a Verona nel corso degli avvenimenti successivi all’8 settembre 1943. La sintetica ma significativa nota autografa provenne dalla sua detenzione a Roma, con timbri di firma “Visto per censura” e della “Casa Circondariale di Custodia Preventiva Regina Coeli”.    Con disinvolta calligrafia ed una buona conoscenza della lingua italiana, che non badarono al peso degli anni, Priebke mi scrisse: «Egregio Sig. Claudio, ieri ho ricevuto la sua lettera del 6/9 – 96 e Vi ringrazio per i saluti ed auguri. Mi dispiace d’informarVi, che io non ho mai vissuto a Verona, dato che la mia destinazione era la città di Brescia, dove ho abitato come ufficiale di collegamento con il SM. della G.N.R. e como comandante d’un piccolo reparto della polizia di sicurezza tedesca. Sono arrivato a Brescia dopo la caduta di Roma, alla fine di giugno 1944 e ho lasciato la città nei ultimi giorni d’aprile 1945. Sono stato a Verona solamente due volte per vedere il nostro comandante il generale Harster per motivi administrative. Cordiali saluti! E. Priebke». L’SS-Gruppenführer (generale di Divisione) Wilhelm Harster (Kelheim, 21 luglio 1904 – München,  25  dicembre 1991),  giusto  per diradare annebbiate memorie, fu designato dal RSHA (Reichssicherheitshauptamt, Ufficio centrale per la Sicurezza del Reich, con sede a Berlino), come Befehlshaber (comandante) der Sicherheitspolizei und des SD (BdS) con ubicazione a Verona, nel palazzo Ina in corso Vittorio Emanuele (oggi corso Porta Nuova) 11. Fece riferimento all’SS-Obergruppenführer (generale di Corpo d’Armata) Karl Wolff. Quando lessi quelle righe d’affabile cortesia e di puntigliosa memoria (si deve sottolineare, anche sotto un punto di vista grafologico/psicanalitico, l’aggiunta dell’anno “1944” al mese “giugno”, forse mancante nella prima stesura, poi riletta, del testo originario) feci estremamente fatica ad accostarle alla nomea del mittente. Cioè, a quell’Erich Priebke pesantemente accusato e poi condannato per aver contribuito alla pianificazione (preparando e controllando gli elenchi dei destinati alla morte) ed alla stessa esecuzione (di 2 persone) dell’eccidio delle Fosse (o Cave) Ardeatine (335 persone uccise il 24 marzo 1944 per rappresaglia nazista all’attentato di via Rasella del giorno prima (anniversario della fondazione dei Fasci italiani di combattimento). Azione operata dai partigiani comunisti dei Gap, Gruppi d’Azione Patriottica, in cui persero la vita (subito e nelle ore successive) 33 militari dell’11^ Compagnia del 3° Battaglione del Polizeiregiment “Bozen” di coscritti altoatesini, formato da 156 effettivi). Perirono nello scoppio anche Antonio Chiaretti, 48 anni (partigiano della formazione “Bandiera Rossa”) e Piero Zuccheretti, dodicenne. Priebke, nella strage nazista “per rappresaglia”, ebbe un importante ruolo anche se la sua stessa biografia riconferma “la banalità del male” descritta nel 1963 da Hannah Arendt, nel suo saggio sul “processo Eichmann” in Israele del 1961. Entrò nel 1933 nel NSDAP (Nationalsozialistische Deutsche Arbeiterpartei, Partito Nazionalsocialista Tedesco dei Lavoratori) per poi passare, nel ’36, alla Gestapo (Geheime Staatspolizei, Polizia segreta di Stato) che, dal febbraio 1941, lo inviò come interprete, per la sua conoscenza della lingua italiana, all’Ambasciata tedesca a Roma. Nel 1942 assunse il comando della sezione della Gestapo a Brescia e, l’anno dopo, rifece i bagagli per Roma venendo aggregato come SS-Hauptsturmführer agli ordini dell’SS-Obersturmbannführer (tenente colonnello) Herbert Kappler (Stuttgart, 23 settembre 1907 – Soltau, 9 febbraio 1978), comandante dell’SD (Sicherheitsdienst, Servizio di sicurezza all’interno delle SS) e della Gestapo nella capitale. In seguito all’attentato di via Rasella e mitigando le immediate e feroci reazioni di Adolf Hitler e del generale Kurt Mälzer (comandante della Wehrmacht a Roma), Kappler organizzò ed eseguì l’ordine d’esecuzione di 320 persone (10 italiani per ogni militare ucciso) che, poi, salirono a 330 in conseguenza della morte del 33° del Polizeiregiment “Bozen”. Gli uomini effettivamente ammazzati con dei colpi alla nuca furono, alla fine, 335, cinque in più rispetto a quanto voluto dallo Stato maggiore tedesco e per responsabilità attribuita proprio ad Erich Priebke, il quale “preposto alla direzione dell’esecuzione e al controllo delle vittime, nella frenetica foga di effettuare l’esecuzione con la massima rapidità, non s’accorse che esse erano estranee alle liste fatte in precedenza” (sentenza della Corte Suprema di Cassazione del 16.11.1998). L’SS-Haptsturmführer, in quanto vice comandante del quartier generale della Gestapo a Roma, compilò personalmente l’elenco dei “meritevoli d’uccisione” e concorse alla fucilazione “cagionando direttamente la morte di due persone” (sentenza del Tribunale Militare di Roma del 01.08.1996). Il 14 giugno 1944 Priebke assunse a Brescia compiti d’ufficiale di collegamento con lo Stato Maggiore della GNR (Guardia Nazionale Repubblicana), come confermatomi nella sua lettera, partecipando a perquisizioni e rastrellamenti contro le forze partigiane. In seguito alla resa dei tedeschi, venne fatto prigioniero il 13 maggio 1945, a Bolzano, al seguito dell’Obergruppenführer Karl Wolff e dapprima internato in un carcere ad Ancona, dove vennero trattenuti gli ufficiali nazisti indiziati di crimini di guerra, per poi venire trasferito al Campo 209 di Afragola (Napoli) ed al campo di prigionia di Rimini. Priebke, il 31 dicembre 1946, riuscì a fuggire con altri quattro tedeschi da quest’ultima carcerazione, sgusciando tra i festeggiamenti (e le relative bevute) di San Silvestro dei militari inglesi. Tra il 2 gennaio 1947 e l’ottobre 1948 visse a Vipiteno, in Alto Adige-Südtirol, ricongiungendosi alla moglie Alicia Stoll ed ai figli Jorge (del 1940) ed Ingo (del 1942). Ma non si sentì tranquillo sentendosi il fiato sul collo. Contando sull’appoggio determinante del vicario generale della Diocesi di Bressanone, Alois Pompanin (che aiutò gerarchi nazisti in cerca di scampo in Sud America dotandoli di documenti d’identità falsi, grazie anche a suoi contatti nel comune di Termeno e nella Croce Rossa Internazionale), Priebke ottenne la denominazione fittizia di

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Il regno del Silenzio e il grido dell’Arte: la rivolta della Creazione autentica nell’era del Frastuono

  “L’arte è l’infanzia della libertà” Friedrich Hölderlin     Esistono due grandi forze nell’universo: il silenzio e la parola. Il silenzio prepara, la parola crea. Il silenzio agisce, la parola dà impulso all’azione. Il silenzio costringe, la parola persuade. Gli immensi, imperscrutabili processi del mondo si perfezionano in un profondo, regale silenzio, ammantati dalla fastidiosa e fuorviante coltre del rumore.     Il silenzio non è assenza, ma matrice. È il grembo oscuro da cui germogliano i semi dell’ispirazione, il respiro trattenuto prima del canto. La parola, invece, è il parto della luce: squarcia l’ombra, traccia sentieri nel caos, trasforma il sussurro in grido. Ma oggi, in un’epesa ossessionata dal clamore, il silenzio viene sepolto sotto montagne di frasi vuote, di likes effimeri, di parole che nascono morte. L’artista autentico è colui che resiste a questa deriva, che scava nel silenzio per trovare diamanti, non carbone.     Pretendiamo misura nel giudizio. Pretendiamo il gesto di una critica autentica, che protegga l’artista degno di questo nome dal gusto effimero del pubblico, che lo difenda da quelli per cui la scrittura è mera attività commerciale. La critica non deve essere un tribunale, ma un faro: non condanna, ma illumina le opere che osano sfidare l’ovvio, che rifiutano di essere schiave del algoritmo. L’arte, quando è vera, non è un prodotto da mercato né un divertissement per masse distratte. È un atto di ribellione silenziosa, un dialogo tra l’inesprimibile e il tangibile, tra il vuoto e il pieno. È il ponte sospeso tra l’anima dell’artista e l’abisso del mondo.     La libertà della creazione artistica risiede nella sua capacità di sfidare il rumore del mondo senza esserne corrotta. Chi scrive, dipinge, compone o danza con integrità non cerca applausi, ma risuona nello spazio sacro del silenzio, dove nascono le verità che il frastuono non può udire. L’artista è un esploratore di mondi interiori: naviga negli oceani del non-detto, porta alla superficie perle di significato che il mercato vorrebbe ridurre a pietre decorative. La critica, allora, deve essere custode di questo santuario: non giudice severo, ma alleato che riconosce il fuoco dell’autenticità e spegne le luci false dell’opportunismo.     Eppure, oggi, il silenzio viene venduto come merce rara. Lo si confeziona in app di meditazione, lo si riduce a trend. Ma il silenzio dell’artista non è un prodotto: è una scelta radicale, un deserto in cui camminare senza mappa, un rischio che brucia le certezze. Chi crea sa che ogni opera è un tradimento del silenzio, ma anche un suo compimento: la parola, pur rompendo l’incantesimo, ne custodisce l’essenza.     L’artista non è un venditore di illusioni, ma un tessitore di universi. E se il silenzio è la tela, la parola è il colore che la storia non potrà mai cancellare. La creazione autentica è un atto di amore per l’eterno: mentre il rumore svanisce nel vento, l’arte che nasce dal silenzio diventa eco di secoli, rifugio per chi cerca risposte nelle domande.     Oggi più che mai, serve una rivolta. Non con petardi o manifesti, ma con la disobbedienza quieta di chi rifiuta di urlare per farsi sentire. L’artista vero non lotta contro il rumore, lo trascende. La sua arma è la profondità, il suo scudo è il silenzio. E mentre il mondo corre verso il nulla, lui cammina lentamente, lasciando impronte che il tempo non cancellerà.     Autori contemporanei liberi   Nel panorama letterario contemporaneo, esistono autori che si distinguono per la loro indipendenza dalle logiche commerciali delle grandi case editrici e per la libertà di pensiero nelle loro opere. Questi scrittori non si piegano alle mode editoriali imposte dal mercato, ma sviluppano una produzione autentica, spesso scomoda e critica nei confronti della società. Questi alcuni esempi di autori italiani che hanno seguito questa strada.   Italo Calvino, con il suo stile innovativo e il suo impegno nel reinventare la narrativa con opere come Le città invisibili e Il barone rampante.   Ignazio Silone, autore profondamente politico e indipendente, noto per Fontamara, una denuncia sociale contro le ingiustizie subite dai contadini.   Pier Paolo Pasolini, che con i suoi romanzi (Ragazzi di vita, Petrolio), saggi e poesie ha sfidato il potere e le convenzioni borghesi.   Leonardo Sciascia, le cui opere come Il giorno della civetta hanno smascherato i legami tra mafia e politica.   Antonio Tabucchi, che con Sostiene Pereira ha dato voce alla resistenza intellettuale contro le dittature.   Dario Bellezza, poeta e scrittore che ha raccontato senza filtri la condizione omosessuale e il disagio esistenziale.   Michele Pecora, noto per il suo approccio anticonformista alla musica e alla letteratura.   Mario Luzi, poeta simbolo di un’espressione lirica raffinata e indipendente, distante dalle influenze commerciali.   Il Cinema indipendente e libero dalle Major   Nel mondo del cinema, il concetto di libertà artistica è fondamentale per sfuggire alle imposizioni delle grandi case di produzione. Il cinema indipendente si caratterizza per una maggiore libertà espressiva, spesso affrontando tematiche controcorrente che le major evitano per motivi commerciali.   Registi come Pier Paolo Pasolini, Marco Bellocchio, Paolo Sorrentino (nelle sue prime opere) e Alice Rohrwacher si sono distinti per il loro approccio autoriale e per aver evitato compromessi con l’industria. Anche il cinema internazionale ha esempi di indipendenza con figure come Jim Jarmusch, Lars von Trier e Agnès Varda, che hanno saputo mantenere il controllo creativo sulle proprie opere.   Le piattaforme di distribuzione alternative e i festival cinematografici indipendenti rappresentano oggi un’importante via per la diffusione di un cinema libero, consentendo a registi emergenti di esprimere la loro visione senza sottostare alle logiche commerciali delle grandi produzioni hollywoodiane.   La farsa degli Oscar 2025: una passerella promozionale mascherata da competizione   L’edizione 2025 degli Oscar ha ormai confermato ciò che da anni è sotto gli occhi di tutti: la più grande cerimonia di premiazione del cinema mondiale è diventata una mera vetrina promozionale per pochi eletti, piuttosto che una celebrazione della vera eccellenza cinematografica. Il processo di selezione è sempre più dominato da logiche di marketing e lobbying, lasciando fuori opere di grande

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Eleonora Giorgi: l’ultimo saluto a un’icona che ha affrontato con coraggio la sfida del dolore

“La nostra più grande gloria non sta nel non cadere mai, ma nel risollevarci sempre dopo una caduta.” Confucio Oggi, 5 marzo, giorno in cui sono nati molti grandi del ‘900 (Pasolini, Flaiano, Battisti), nella Chiesa degli Artisti a Roma, una folla commossa ha dato l’ultimo saluto a Eleonora Giorgi, attrice amatissima e simbolo del cinema italiano, scomparsa il 3 marzo all’età di 71 anni a causa di un tumore al pancreas. La sua morte segna la fine di un’epoca e lascia un vuoto incolmabile nel cuore di chi l’ha conosciuta e amata, sullo schermo e nella vita. Un addio tra lacrime e ricordi La cerimonia funebre si è svolta nel pomeriggio e ha visto la partecipazione di amici, colleghi e fan, tutti uniti nel ricordo di una donna che ha saputo lasciare un segno profondo. Presenti volti noti del cinema e della televisione italiana, come Carlo Verdone, Christian De Sica, Massimo Ghini e Sergio Castellitto, che hanno voluto rendere omaggio alla collega e amica. L’atmosfera era carica di emozione quando il feretro è stato accolto in chiesa sulle note di Wish You Were Here dei Pink Floyd, un brano che ha accompagnato Eleonora nei momenti più importanti della sua vita.Durante l’omelia, il sacerdote ha ricordato la sua incredibile forza d’animo e il suo sorriso, mai spento nemmeno nei giorni più difficili della malattia. Il figlio maggiore, Andrea Rizzoli, ha voluto sottolineare la grande dignità con cui la madre ha affrontato la malattia, rifiutando la retorica del “paziente guerriero” e preferendo vivere ogni giorno con lucidità e consapevolezza. “Non era una guerriera, era una donna straordinaria, che ha accettato la vita per quella che era, senza paura”, ha detto con la voce rotta dall’emozione. Una carriera lunga cinquant’anni Eleonora Giorgi ha attraversato cinque decenni di cinema italiano, reinventandosi più volte senza mai perdere il contatto con il pubblico. Il suo esordio risale ai primi anni ’70, quando, con il suo fascino acqua e sapone e il suo sguardo magnetico, si fece notare prima nel filone del cinema erotico e poi nella commedia all’italiana. La consacrazione arrivò nel 1976 con Cuore di cane di Alberto Lattuada, e da quel momento la sua carriera decollò. Negli anni ’80 divenne una delle protagoniste indiscusse della commedia italiana, lavorando al fianco di attori come Adriano Celentano (Mani di velluto, 1979) e Carlo Verdone (Borotalco, 1982), film che le valse un David di Donatello come miglior attrice protagonista. Ma Eleonora non si fermò alla commedia: il suo talento la portò a lavorare anche con registi del calibro di Dario Argento (Inferno, 1980) e Pupi Avati (Una gita scolastica, 1983). La sua capacità di alternare ruoli brillanti e drammatici la rese un’attrice versatile, mai prigioniera di un solo genere. Negli anni ’90 si dedicò anche alla regia e alla scrittura, dirigendo il film Uomini & donne, amori & bugie (2003), dimostrando ancora una volta il suo eclettismo. Negli ultimi anni era diventata una presenza amata anche in televisione, partecipando a fiction e reality show, sempre con il sorriso e l’energia che la contraddistinguevano. Una donna dal carattere indomito Oltre al talento, ciò che ha sempre colpito di Eleonora Giorgi è stato il suo carattere forte e combattivo. Nella vita privata ha affrontato momenti difficili: il matrimonio finito con Angelo Rizzoli, i problemi economici, le difficoltà personali. Ma non si è mai arresa. “Ho sbagliato tanto, ho vissuto intensamente, ma non ho mai avuto paura di ricominciare”, diceva spesso nelle interviste. E questa è stata la sua vera forza: non lasciarsi definire dagli errori o dalle difficoltà, ma trovare sempre il coraggio di rialzarsi. Era una donna che amava profondamente la vita, nonostante le sue asperità. Lo dimostrava con la sua ironia, la sua vitalità e quel sorriso luminoso che non l’ha mai abbandonata. Anche nei giorni più difficili della malattia, raccontava con serenità il suo percorso, senza nascondersi dietro illusioni o false speranze. Un’eredità che non si spegne La scomparsa di Eleonora Giorgi è una perdita immensa per il cinema italiano, ma il suo spirito continuerà a vivere nei film, nei ricordi di chi l’ha amata e nell’ispirazione che ha lasciato alle nuove generazioni di attori e attrici.Oggi l’Italia dice addio a una delle sue stelle più luminose, ma il suo ricordo resterà impresso nei cuori di chi l’ha seguita e amata. Perché Eleonora Giorgi ha vissuto con passione, ha amato senza riserve e ha affrontato la vita con il coraggio di chi sa che la vera gloria sta nel risollevarsi sempre, anche dopo le cadute più dure. Carlo Di Stanislao   Fonte: Goffredo Palmerini

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I Templari: Guardiani della Fede e del Mistero

Fonte: Vincenzo Tuccillo La storia dell’Ordine dei Poveri Cavalieri di Cristo e del Tempio di Salomone è una testimonianza della complessità e della ricchezza della storia umana. Dalla sua fondazione nel XII secolo fino alla sua dissoluzione nel XIV, e alla sua successiva rinascita nel XIX secolo sotto Napoleone, i Templari hanno lasciato un’impronta indelebile nella storia e nella cultura. Il loro lascito continua a ispirare e affascinare persone in tutto il mondo, ricordandoci l’importanza della fede, del coraggio e dell’impegno per ideali elevati.   L’Ordine dei Poveri Cavalieri di Cristo e del Tempio di Salomone, comunemente conosciuto come Ordine del Tempio o Templari, ha una storia ricca e complessa che si intreccia con gli eventi politici, religiosi e militari del Medioevo. Fondato tra il 1103 e il 1118 da un gruppo di nobili cavalieri guidati da Ugo de Payens, il suo scopo iniziale era proteggere i pellegrini cristiani nel loro cammino verso la Terra Santa durante le Crociate. Col tempo, l’ordine si espanse in numero e potere, accumulando ricchezze ed esercitando una considerevole influenza sia in Europa che in Medio Oriente. Il destino dei Templari iniziò a cambiare drammaticamente all’inizio del XIV secolo. Il re Filippo IV di Francia, noto anche come Filippo il Bello, era profondamente indebitato con l’ordine e vedeva le sue vastissime risorse come una soluzione ai suoi problemi finanziari. Inoltre, la crescente influenza dell’ordine e la sua autonomia cominciavano a essere viste con sospetto sia dal monarca francese che da altri leader europei. Il 13 ottobre 1307, Filippo IV orchestrò una retata massiva contro i Templari in tutta la Francia. I membri dell’ordine furono arrestati, sottoposti a torture e accusati di una varietà di crimini, tra cui eresia, blasfemia e pratiche immorali. Sotto intensa coercizione, molti Templari confessarono crimini che probabilmente non avevano commesso. Questi eventi scatenarono una serie di processi legali e papali che culminarono nella bolla “Vox in Excelso” emessa da Papa Clemente V il 22 marzo 1312. Questo documento ufficializzò la dissoluzione dell’Ordine del Tempio e la confisca dei suoi beni. L’ultimo Gran Maestro dell’Ordine del Tempio, Jacques de Molay, resistette alle accuse fino alla fine. Il 18 marzo 1314, fu bruciato sul rogo a Parigi insieme ad altri alti dignitari Templari. La sua morte segnò la fine ufficiale dell’ordine nella sua forma originale, anche se il suo lascito continuò a influenzare la storia e l’immaginario popolare per secoli. Secoli dopo la dissoluzione dell’Ordine del Tempio, l’interesse per i Templari e la loro storia non si era affievolito. All’inizio del XIX secolo, nel contesto delle guerre napoleoniche e della ristrutturazione politica dell’Europa, l’Imperatore Napoleone I decise di far rinascere l’ordine sotto una nuova luce. Il 4 novembre 1804, Napoleone fondò l’”Ordine del Tempio” come ordine laico di ispirazione cristiana. Questa rifondazione non cercava di ripristinare il carattere militare e monastico originale dei Templari, ma piuttosto di reinterpretarne i valori e i principi in un contesto contemporaneo. Il nuovo Ordine del Tempio era composto da cavalieri laici che, pur ispirati da ideali cristiani, non erano sotto la giurisdizione diretta della Chiesa Cattolica Apostolica Romana né di alcuna altra istituzione ecclesiastica. Questo dettaglio è cruciale, poiché stabiliva l’indipendenza e la natura secolare del nuovo ordine. Dalla rifondazione napoleonica, l’Ordine del Tempio ha continuato a evolversi e adattarsi ai tempi. Oggi, molte organizzazioni e movimenti si identificano come eredi dei Templari, rivendicando una connessione storica e spirituale con l’ordine originale. Queste organizzazioni variano nella loro struttura, obiettivi e pratiche, ma tutte condividono un interesse comune per preservare e promuovere gli ideali associati alla leggendaria ordine medievale. Una delle caratteristiche più notevoli dell’Ordine moderno è la sua natura inclusiva e laica. A differenza della rigida gerarchia religiosa e militare dei Templari originali, le organizzazioni templari contemporanee sono spesso aperte a individui di diverse confessioni e provenienze. Questa apertura riflette una reinterpretazione moderna dei valori Templari, adattandoli a un mondo più diversificato e pluralista. Tuttavia, è importante notare che l’autenticità e la legittimità di queste organizzazioni possono variare considerevolmente. Alcune si presentano come gruppi seri e dediti alla carità, alla storia e alla cultura, mentre altre possono essere viste come meno rigorose nella loro adesione ai principi Templari tradizionali. Il fascino per i Templari è perdurato nel corso dei secoli e il loro lascito è stato oggetto di numerose interpretazioni nella cultura popolare. Dalla letteratura medievale ai film e ai videogiochi contemporanei, i Templari sono stati rappresentati in vari modi: come coraggiosi guerrieri, custodi di segreti nascosti e, a volte, come cospiratori in trame di potere e mistero. Diverse opere letterarie hanno contribuito alla popolarizzazione di teorie cospirative che coinvolgono i Templari, alimentando l’interesse e la speculazione sul loro vero lascito. Anche se molte di queste teorie mancano di una solida base storica, riflettono il potente impatto che i Templari hanno avuto nell’immaginario collettivo. Una delle caratteristiche più notevoli dell’ordine moderno è la sua natura inclusiva e laica. A differenza della rigida gerarchia religiosa e militare dei Templari originali, le organizzazioni templari contemporanee sono spesso aperte a individui di diverse confessioni e provenienze. Questa apertura riflette una reinterpretazione moderna dei valori Templari, adattandoli a un mondo più diversificato e pluralista. L’Ordre Souverain et Militaire du Temple de Jérusalem – OSMTJ Internazionale (Ordre du Temple), conosciuta anche come l’Ordine Sovrano e Militare del Tempio di Gerusalemme, è una delle organizzazioni templari moderne più riconosciute. Fondata nel 1804 da Napoleone Bonaparte, quest’ordine si concentra sulla promozione di valori cristiani e umanitari, mantenendo la tradizione degli antichi Templari. OSMTJ Internazionale opera a livello mondiale, è presente in Europa, Nord America, America Centrale, Sud America, Asia, Africa e Australia. Ciascuno di questi Grandi Priorati lavora in modo autonomo, ma segue i principi e gli statuti dell’ordine. L’organizzazione si dedica alla carità, all’educazione e alla promozione della pace e della fraternità, in linea con gli ideali originali dei Templari. Inoltre, OSMTJ Internazionale è un’organizzazione ecumenica, aperta a membri di diverse denominazioni cristiane, tra cui cattolici, protestanti e ortodossi. Questa inclusività riflette un impegno per l’unità e la cooperazione tra le diverse

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SCAMBIO DI OPINIONI

Cecilia Sala ad Alberto Trentini: coraggio o imprudenza nei paesi a rischio? Dialogo con Giuseppe Arnò su giornalisti, cooperanti e diplomazia     Il recente caso della giornalista italiana Cecilia Sala, arrestata il 10 dcembre in Iran e poi liberata dopo 20 giorni grazie all’intervento del governo Meloni e all’infuenza della sua famiglia (leggi anche “Cecilia Sala va liberata e subito a prescindere da cosa disse sui marò. Preoccupa il rilievo del ruolo del padre in MPS“; “Cecilia Sala, dopo la sua auspicabile scarcerazione: un futuro da cronista rigorosa o da opinion maker in cerca di like?” e “EDITORIALE | Liberazione di Cecilia Sala, ora faccia dei detenuti meno noti di lei la bandiera sua e del suo mondo. Che conta…“), riaccende il dibattito sulla prudenza di operare in contesti pericolosi. Mentre si celebra il lieto fine, emerge, infatti, la notizia dell’arresto in Venezuela del (meno supportato?) cooperante italiano Alberto Trentini, della Ong Humanity & Inclusion, di cui non si hanno più notizie addirittura dal 15 novembre scorso, mettendo nuovamente al centro dell’attenzione la questione dei rischi che affrontano giornalisti e volontari. Giuseppe Arnò, direttore de La Gazzetta Online e presidente dell’Associazione Stampa Italiana in Brasile, ha espresso opinioni critiche sull’opportunità di avventurarsi in questi contesti (leggi i suoi articoli “Pericolo: un mestiere molto italiano” e “Avventure esotiche e castagne bollenti: gli italiani in giro per il mondo“). Di seguito, un dialogo costruttivo tra le sue posizioni e le mie riflessioni. Domanda “Tutto giusto nei tuoi articoli, ma se per evitare problemi non si può fare più nulla nei paesi ‘a rischio’, lasciamo nell’oblio e nell’abbandono anche i loro abitanti oppressi?” Risposta di Arnò “No! Una cosa è scrivere e difendere attivamente i diritti degli oppressi, altra è mettere a repentaglio la vita degli avventurosi e la pazienza del governo. Questa la mia opinione. L’aiuto si può dare e non è necessario provocare il dittatore o la dittatura di turno offrendogli la possibilità di ricattarci.” Domanda Premesso che, pur comprendendo il punto di vista, è difficile ignorare che molte situazioni di oppressione vengono portate alla luce solo grazie al coraggio di chi rischia sul campo. Se la prudenza è necessaria, non rischiamo così di rinunciare a un intervento diretto dove è più necessario? “In questo caso la domanda specifica è se, senza il papà potente di Sala, il presidente del Consiglio Giorgia Meloni andrà in Venezuela Risposta di Arnò “È ragionevole pensare che non ci vada. Altrimenti converrebbe farle cambiare lavoro e farle fare la globe-trotter governativa. E poi, mica ha la sindrome di Wanderlust!” Domanda Detto che è vero che ogni caso ha un contesto specifico e non sempre il governo può agire con la stessa intensità, tuttavia, il rischio è che si crei una disparità di intervento a seconda della risonanza mediatica o dei legami personali. Sarebbe un errore ignorare il caso Trentini solo perché meno noto o meno influente. Quindi non è lecito neanche fare il volontario per una ONG nei paesi a rischio? Risposta di Arnò “Non è lecito, a meno che si sia coscienti che si va a proprio rischio e pericolo senza contare sull’aiuto di nessuno. Finché ci sono satrapi che governano determinati paesi, il buon senso consiglia di dirigersi verso paesi meno barbari.” Riflessioni finali, personali È chiaro che chi opera in contesti pericolosi deve essere consapevole dei rischi. Tuttavia, vietare o consigliare di evitare completamente l’azione in questi territori significherebbe lasciare al loro destino intere popolazioni oppresse. Il punto di equilibrio tra rischio personale e necessità di intervento resta complesso da individuare. Il dialogo con Giuseppe Arnò mette in evidenza due prospettive fondamentali: da una parte la necessità di proteggere i nostri connazionali evitando interventi imprudenti, dall’altra il bisogno di non abbandonare chi vive in condizioni di oppressione. Il caso di Cecilia Sala, concluso felicemente, e quello di Alberto Trentini, ancora aperto e augurandoci tutti insieme, una volta conosciutene cause e dinamiche, che si risolva positivamente quanto prima sono un monito sull’importanza della diplomazia, ma anche sulla necessità di definire una linea chiara per chi opera in contesti pericolosi. Rinunciare del tutto a intervenire nei “paesi a rischio” potrebbe significare, infatti, accettare passivamente l’ingiustizia.   Giovanni Coviello – Direttore responsabile http://vipiu.it Giovanni Coviello (nato l’8-12-1950), ingegnere elettronico, dopo varie esperienze al vertice di attività imprenditoriali e dopo essere stato anche responsabile editoriale dell’inserto mensile di Pc Week (Mondadori Informatica), collaboratore del mensile Espansione di Mondadori dal 1993 al 1994 e del settimanale Il 2000 (Vicenza) diretto da Giancarlo Filippini, è il fondatore e direttore responsabile di ViPiu.it, nata come testata cartacea VicenzaPiù, oggi VicenzaPiù Viva, il 25 febbraio 2006, poi cresciuta dal 2008 con la sua versione web. È giornalista professionista e ha curato vari libri e pubblicato direttamente per le collane Vicenza Papers e Vicenza Popolare

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MORTA L’ATTRICE OLIVIA HUSSEY, L’INTERPRETE DEL FILM “GIULIETTA E ROMEO”

  Addio Olivia Hussey   A Colloquio con Pippo Zeffirelli Presidente della “Fondazione Zeffirelli” nella città gigliata Grazie a quel bel volto di porcellana puro come cristallo intriso di profonda dolcezza, l’attrice Olivia Hussey scomparsa da pochissimo tempo dopo lunga malattia all’età di 73 anni, la ricordiamo per i numerosi film, ma soprattutto, per l’opera scespiriana portata poi sui grandi schermi sotto la regia di Franco Zeffirelli. Una purezza d’animo, la sua, difficilmente ineguagliabile mentre leggiadra prima, e disperata poi per la morte dell’amatissimo Romeo, animò la pellicola nella guerra tra le famiglie dei “Capuleti e Montecchi”, fazioni rivali che, abbagliati dalla bramosia del potere in forte ostilità l’un l’altra, portarono alla morte quei due giovani amanti simboleggianti amore eterno anche nell’aldilà. Con Pippo Zeffirelli Presidente dell’omonima fondazione fiorentina, abbiamo ricordato nel centenario del regista Franco Zeffirelli, la splendida mostra “Romeo e Giulietta i costumi da Oscar di Danilo Donati” che fu allestita in collaborazione con Diego Fiorini direttore della “Fondazione Cerratelli”. “Per Franco Zeffirelli a livello economico realizzare tale pellicola non fu facile visto  che il  ’68  fu un periodo storico particolare, contrassegnato dagli hippies, i “figli dei fiori;  in precedenza proprio lui in Inghilterra, aveva diretto la prima produzione per “Juliet and Romeo”. Decisamente un successo grandissimo a Londra, tanto da portare la produzione in Italia con gli attori Anna Maria Guarnieri e Giancarlo Giannini. Fortuna volle che la Paramount capendo l’adattamento coi giovani protagonisti, puntò proprio sui giovanissimi successivi per l’edizione sessantottina, decretando successo internazionale. E questo in virtù d’un film che non smette mai d’incantare.” Successivamente il maestro Zeffirelli mantenne rapporti con i due protagonisti? “Certo che sì, decisamente ottimi! Personalmente ho avuto modo d’incontrare Leonard Whiting prima del Covid a Londra in compagnia della moglie quando l’Ambasciata Italiana dedicò un bellissimo spazio  proprio a Franco Zeffirelli. Un nutritissimo convegno che gli rese giusto onore, quanto alle frequentazioni…beh, non mancavamo  mai di scambiarci gli auguri natalizi e pasquali nelle suddette festività, nonostante Olivia abitando a Los Angeles, in California, non si spostasse   molto. Quanto a Leonard, purtroppo, è malato di epilessia e tutti  sappiamo  quanto siano  limitanti i problemi di salute.” Non resta che tuffarsi nell’abbraccio puro della passione, quella vera, tempestosa, talvolta tragica, nonostante William Shakespeare….”L’amore è cieco, gli amanti non possono vedere le piacevoli follie che commettono.”    

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GATTO ROMEO, R.I.P.

  Curiosità da Caput mundi… La tomba del gatto Romeo, nel Cimitero acattolico del Testaccio   Servizio e foto di Claudio Beccalossi   Roma – Non solo tombe d’intelligentia et potentia, non solo biografie diventate storia, non solo esiti di successi, eccessi e decessi. Non solo l’arte di chi l’ha messa da parte per i posteri, non solo nomi altisonanti nei terreni bassifondi di loculi semplici o pregiati, non solo vite spente nella lux gloriae… Oltre ad un lungo elenco di personaggi illustri italiani e stranieri, il Cimitero acattolico (prima Cimitero degli inglesi o dei protestanti oppure, ancora, Cimitero del rione Testaccio o degli artisti e dei poeti, vicino a Porta San Paolo ed alla stazione ferroviaria Roma Ostiense, a lato della Piramide Cestia) accoglie nel rispetto anche una particolare sepoltura di cui ben pochi conoscono esistenza ed ubicazione nel dedalo stretto stretto di sepolcri e verde. Si tratta del tumulo, in un angolo appartato, che ricopre i resti del gatto Romeo, appartenente alla nutrita colonia felina del posto di cui era diventato un po’ la mascotte, il simbolo, qui ricordato da una lapide a terra con nome, effigie stilizzata ed anno (il 2006) di decesso, con una statuetta di terracotta accovacciata in placido sonno. Si trova a poca distanza dall’avello che custodisce le ceneri di Antonio Gramsci (Antonio Sebastiano Francesco Gramsci, Ales, Oristano, 22 gennaio 1891 – Roma, 27 aprile 1937, politico, filosofo, politologo, giornalista, linguista e critico letterario). La vicenda di Romeo è un percorso agrodolce. Abbandonato da chi prima l’aveva voluto, venne investito da un’auto proprio nei paraggi del cimitero. Con una sua zampa lesionata fu accudito dai volontari che s’occupavano dei gatti della colonia nell’acattolico e resistette finché ha potuto zoppicando. Ma le varie, irrimediabili infezioni costrinsero all’amputazione dell’arto, senza far demordere Romeo dalla sua vitalità istintiva e dal suo far comunella con i gattoni dispersi che, coccoloni e panciuti, popolano il luogo di tanta memoria, Si racconta del tenero legame di Romeo con una ragazza giapponese abituale frequentatrice del cimitero (forse più per accarezzare il gatto che per girovagare tra pietre sepolcrali pregne di insigni trascorsi) e qualcuno accenna ancora al seppellimento d’un altro felino chiamato Nerone e, pure questo, benvoluto dai visitatori. Non si sa, però, se la circostanza sia vera, quando sia eventualmente campato e deceduto e dove si trovi la sua ipotizzata… ultima dimora… Il micio del mistero?

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Centro Studi Federico II, ruoli e cariche per l’anno 2025

Centro Studi Federico II, rinnovato incarico al Presidente Giuseppe Di Franco e a Goffredo Palmerini, Presidente del Comitato tecnico scientifico     PALERMO – Giuseppe Di Franco (foto a dx) è stato riconfermato dal Consiglio direttivo Presidente del Centro Studi Federico II per l’anno 2025. Subito dopo lo stesso Consiglio ha provveduto alla nomina dei componenti del Comitato tecnico scientifico ed in particolare nella conferma alla presidenza di Goffredo Palmerini (giornalista e scrittore).   Palmerini, per l’anno 2025, sarà affiancato, quali componenti del Comitato, dalle seguenti personalità: Cav. Uff. Prof. Hafez Haidar, insigne poeta e scrittore già candidato al Premio Nobel per la Pace e la Letteratura; Dott. Stefano Vaccara, fondatore e columnist de “La Voce di New York”, docente di Giornalismo al Lehman College;  Dott.ssa Ilaria Costa, dirigente dell’Italian American Committee and Columbus Citizens Foundation; Dott.ssa Cristina Di Silvio, esperta di relazioni internazionali; Maestro Salvatore Caputo, direttore dell’Opera di Bordeaux; Maestro Maria Luisa Macellaro La Franca, compositrice e direttrice d’orchestra; Maestro Diego Cannizzaro, docente, organista e compositore; Arch. Flora Mondello, architetto e imprenditrice.   Il Presidente Giuseppe Di Franco, insieme a Goffredo Palmerini, è stato insignito di recente del prestigioso Premio internazionale “Books for Peace” dal Presidente dell’omonima istituzione culturale e umanitaria, Prof. Antonio Imeneo, con la seguente motivazione:   “in considerazione delle sue eccezionali capacità professionali e delle sue elevate qualità umane, per il suo prezioso lavoro a favore della Pace, dei diritti umani e per l’importante lavoro svolto dal prestigioso Centro Studi Federico II”   La nuova governance del Centro Studi si prefigge il raggiungimento di ulteriori esaltanti obiettivi con la realizzazione di progetti e iniziative culturali e sociali programmati per il 2025. Il Centro Studi Federico II, costituito a Palermo nel dicembre 2021, ha rappresentanze a Roma, New York e Bordeaux. Ha realizzato numerosi eventi e progetti ed avviato prestigiose relazioni in Italia e all’estero (Stati Uniti, Francia, Canada, Slovacchia e Austria). Goffredo Palmerini (foto a sin.)

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SERVIZIO CIVILE IN KENIA: LA STORIA DI LORENZO

  –Queste feste lontane dall’Italia una scelta un po’ dura o no?- “Effettivamente è il primo Natale che passo lontano dalla mia famiglia penso che lo sentirò molto, perché sono stato abituato a fare il pranzo con i miei familiari, a vedere gli amici, perciò credo che accuserò molto questa cosa. Qui non si sente molto l’atmosfera natalizia, perché siamo sempre in spiaggia e ci sono sempre 30° gradi, però sicuramente, sentendo i miei cari e i miei amici che si stanno preparando a questo giorno sono certo che sentirò la lontananza da casa, insomma la nostalgia.” A condividere la sua emozione in prossimità del Santo Natale è  Lorenzo Toninelli, giovane di Borgo San Lorenzo, cittadina in provincia di Firenze, neolaureato in psicologia clinica all’Università di Padova che nell’ottobre 2024, dopo aver svolto un corso di formazione a Roma, è partito con il Servizio Civile all’Estero, destinazione Africa. L’incarico terminerà per lui il 18 agosto 2025. Prima di partire ha rinnovato il passaporto, preparato il visto, che per entrare in Kenya oggi si chiama ETA (Electronic Travel Authorization) e fatto una decina di vaccini.– Ti trovi in Kenya, ma dove di preciso?- “Sono vicino a Mombasa, per l’esattezza a Diani, che in lingua Swahili diventa Ukunda, 100mila abitanti. Diani appartiene alla contea di Kwale” – Chi ti ha inviato in questa zona? – “Arrivo qui nell’ambito del Servizio Civile Italiano all’Estero, inviato da Amesci, organizzazione italiana con sede a Roma, ma lavoro con un’organizzazione locale che si chiama Vack (Voluntary Action for Change in Kenya). L’associazione opera a Nairobi ma da qualche anno si è messa ad operare anche a Diani, zona molto turistica, dove la presenza di ONG è abbastanza scarsa. “– Quale lavoro svolgi qui in Kenya?- “ In questo preciso momento cerchiamo principalmente di costruire le basi di un progetto che possa perdurare negli anni. Il lavoro è principalmente un supporto umanitario alla comunità locale e, nello specifico, stiamo lavorando in questi mesi in un orfanotrofio con bambini e ragazzi, cercando di proporre attività, seminari o tutto quello che necessita in relazione alle esigenze che ci sono. Inoltre aiutiamo un’associazione che si occupa della protezione delle tartarughe marine, con l’organizzazione di eventi o utilizzando i social media. Svolgiamo anche un servizio in un villaggio, tra una comunità di donne, dove insegniamo loro l’inglese, visto che non possono accedere alla scuola e facciamo attività di empowerment per la creazione di un business che possa generare profitto”. – Qual è il momento più difficile e quello più bello che hai vissuto da quando sei arrivato in Kenya, ad ottobre?- “ Il momento più difficile magari lo sto vivendo adesso, perché è passata un po’ l’euforia dell’inizio. Adesso si tratta di abituarsi allo stile di vita che c’è qua, al modo di pensare che è molto diverso dal nostro. Non è come quando si è appena arrivati, adesso si comincia proprio a vivere qui, quindi dobbiamo scendere a molti compromessi e individuare delle attività per le persone del posto che possano essere efficaci. Perciò il momento più difficile consiste nel trovare le attività che possano interessare le persone, ho proposto delle attività che non hanno ottenuto il coinvolgimento sperato e non venivano capite, quindi ho dovuto ripensare tutto da capo. Questa è sicuramente una cosa nella quale, in questo periodo, mi sto interfacciando molto, si tratta  davvero ogni volta di reinventarsi e capire cosa può funzionare in questo progetto. Invece, il momento più bello, è stato vedere come ogni giorno, malgrado ti capiti di avere anche  attimi di sconforto perché le cose non vanno come si vorrebbe, che le persone cominciano ad affezionarsi a te. Vedere quando entri in orfanotrofio o nella comunità che i bambini e le donne ti corrono incontro, per me è una cosa bellissima. Una scena che mi ricordo e mi ha colpito molto, è stata quando lasciavamo la comunità con il tuk tuk (mezzo di trasporto a tre ruote) e i bambini e le ragazze con i quali facciamo attività ci sono corsi dietro per salutarci accompagnati dalla musica, perché ci saremmo rivisti dopo una settimana. “  – Tu hai parlato di una mentalità completamente diversa dalla nostra, in cosa si differenzia rispetto al nostro modo di vivere?- “Il discorso è un po’ complesso. Abbiamo davanti una mentalità che a me personalmente ha insegnato molto, perché da una parte è un modo di vivere molto tranquillo, senza grandi progetti a lungo termine, si vive molto alla giornata e da una parte è bella perché ti fa pensare a fermarti, goderti il momento che stai vivendo con calma, e questo è positivo. Quando però si va a lavorare diventa un po’ più complesso perché se vuoi lavorare in modo un po’ più articolato, se vogliamo fare, ad esempio, lezioni di inglese può succedere a volte, come è successo, che siamo arrivati al villaggio e non c’era nessuno, perché erano andati tutti a lavorare, perché quel giorno c’era la possibilità di guadagnare a testa 1 o 2 euro e allora l’attività che dovevamo proporre è sfumata.  Le persone qui non si proiettano nel futuro, vivono davvero “carpe diem”. Non si investe su se stessi a lungo termine, se c’è un lavoro da fare al momento per guadagnare qualcosa si fa, del resto è tipico del contesto in cui queste persone vivono. Per un operatore, però, che vuol fare questo tipo di attività diventa una sfida perché in contrasto con quello che propone. Infatti non c’è continuità in quello che facciamo, perché le persone non sempre partecipano, in quanto noi non le paghiamo.”  -Ma questo lavoro come arriva?- “E’ tutto incentrato sul nostro responsabile che si chiama Simon, lui è un ragazzo di Nairobi che ha trascorso la sua infanzia in uno slum, una baraccopoli dal quale è riuscito ad uscire, ha conosciuto l’associazione e ne è diventato operatore. Simon ha 25 anni come me, è molto bravo e per questo gli hanno affidato il progetto qui a Diani. In 5 anni Simon ha costruito dei rapporti

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Un Paese in Bilico: Riflessioni su Legalità, Decadenza e Responsabilità Politica

  Ho tra le mani un saggio del Dr. Roberto Scarpinato, pubblicato su Micromega, dal titolo “La legalità materiale ovvero il tramonto di una nazione”. In questo scritto, l’autore sostiene che: «Se la Prima Repubblica incorporava corruzione sistemica e mafie come proprie componenti strutturali — anche perché la sovranità monetaria e valutaria erano nelle mani delle classi dirigenti nazionali — nella Seconda Repubblica cambiano i presupposti macroeconomici. La corruzione, oltre a vampirizzare le risorse dello Stato sociale, impedisce il rilancio dell’economia. La mafia, dal canto suo, ha prontamente cambiato pelle, sfruttando le nuove condizioni politico-economiche e integrandosi sempre di più con il nuovo establishment, abbandonando le vecchie logiche di coppola e lupara». In questa analisi, Scarpinato delinea un quadro che intreccia storia, economia e sociologia, denunciando il decadimento politico di una nazione. Ma da dove ha origine questo tramonto? Decadenza da che? Da prima dell’Unità d’Italia? Dal tempo della Monarchia? Dal regime fascista? Oppure dal sistema repubblicano nato con la Costituzione? È possibile individuare, nei 160 anni trascorsi dall’unificazione, un periodo di stabilità e prosperità che possa essere considerato esente dai mali denunciati da Scarpinato? Dal “miracolo economico” degli anni ’50, governato da forze conservatrici e sindacati gialli? Dai governi di coalizione dei primi anni ’60, dove la sinistra socialista si affacciò alla direzione dello Stato? O dagli anni ’70, segnati dal terrorismo? O forse dagli anni ’80, che prepararono il terreno per Maastricht e l’euro? Le domande aperte a Scarpinato Esiste una nazione tra quelle di rilievo internazionale (come quelle del G7) in cui la corruzione, il malaffare e le infiltrazioni criminali non siano presenti? Crede che tali fenomeni siano peculiarità italiane o caratteristiche comuni agli stati moderni? Fenomeni criminali organizzati con influenza nazionale e internazionale non sono forse riscontrabili anche in USA, Russia, Cina, Giappone e altrove? La sovranità monetaria e valutaria è mai stata esclusivamente una prerogativa dello Stato italiano, o questo limite ha accomunato molte nazioni? L’interrogativo politico Un ultimo punto, che riguarda non più lo studioso ma l’uomo politico: dopo una brillante carriera nella magistratura, coronata da ruoli di altissima responsabilità, Scarpinato ha scelto di impegnarsi politicamente con il Movimento 5 Stelle. Una scelta coerente con la sua visione di Stato e democrazia? Ora che ha assunto responsabilità politiche dirette, sarà in grado di tradurre le sue analisi in azioni concrete? Conclusione Sarà il tempo a giudicare. Al termine del suo mandato, sarà interessante valutare se e come l’impegno parlamentare del Dr. Scarpinato avrà contribuito a modificare quella realtà che egli stesso ha così acutamente analizzato. Nel frattempo, restiamo in attesa di fatti, oltre che di parole.

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