Festival del Dubbio, III edizione

  III edizione Festival del dubbio. Ortona, Venerdì 18 e Sabato 19 Luglio 2025, ore 21:00 Piazza del Teatro Francesco Paolo Tosti   È stata presentata nella sala “Corradino d’Ascanio” del palazzo della regione Abruzzo a Pescara, la terza edizione del Festival del dubbio che si terrà nelle serate di venerdì 18 e sabato 19 luglio alle ore 21:00  a Ortona, nella piazza del teatro F. P. Tosti.  L’evento, ideato da Gaetano Basti, è organizzato da Edizioni Menabò-D’Abruzzo e Associazione Romano Canosa per gli Studi Storici presieduta da Isabella Colonnello e patrocinato dal Comune di Ortona e dal Consiglio Regionale d’Abruzzo.  Con il “Festival del dubbio” la città di Ortona, già custode della Basilica dedicata a San Tommaso Apostolo, il più antico e noto “dubbioso”, sceglie il dubbio come pensiero necessario che precede ogni forma di progresso della conoscenza. Se nelle prime due edizioni il Festival si era interrogato sulla fede e sull’intelligenza artificiale, in questa terza edizione approfondirà il problema di strettissima attualità dei cambiamenti climatici e degli innumerevoli risvolti nella nostra vita ad essi collegati di cui vediamo in questa estate 2025 palesi conseguenze come il caldo ma anche il problema legato alle carceri e al sistema di detenzione italiano. “L’emergenza climatica e quella carceraria sono due temi di grande rilevanza” – ha dichiarato Gaetano Basti ideatore della manifestazione – “Da tempo coltivo il desiderio di realizzare biblioteche all’interno degli istituti penitenziari. Circa tre anni fa, abbiamo donato un centinaio di volumi al carcere di Lanciano: un piccolo gesto che ha avuto un forte valore simbolico. Mi piacerebbe che questa iniziativa potesse essere estesa a tutte le carceri dell’Abruzzo, contribuendo a rendere la cultura uno strumento di crescita e riscatto.”     La sera di Venerdì 18 Luglio, si terrà l’incontro a quattro voci Cambiamenti climatici e urgenza  moderato e condotto da  Graziamaria Dragani, autrice radio-televisiva, che dialogherà con  Licia Colò, volto noto della televisione e antesignana della divulgazione scientifica ed ambientalista, degli aspetti più tangibili dei cambiamenti climatici riscontrati nella sua lunga esperienza di “inviata sul campo” e conoscitrice dei luoghi e dei protagonisti della natura; con Marina Baldi, climatologa del CNR, approfondirà gli aspetti climatici più rilevanti legati al surriscaldamento globale che coinvolgono l’ambiente e gli eco-sistemi come l’innalzamento della temperatura, le siccità, i fenomeni alluvionali e lo stato delle montagne; Michil Costa, imprenditore ambientalista, ideatore della Maratona dles Dolomites racconterà il suo punto di vista sul fenomeno molto attuale dell’ “over tourism” a cui ha dedicato un libro e dei danni ad esso collegato e del suo metodo di ospitalità turistica a basso impatto ambientale. Piero Di Carlo, Professore di fisica dell’atmosfera e di climatologia presso l’Università di Pescara, spiegherà l’impatto dei cambiamenti climatici sull’agricoltura e sulla vendemmia in Abruzzo ma anche lo stato del nostro mare e quello dell’aria e gli strumenti utilizzati per studiarli e quali sono i possibili rimedi che l’uomo può porre per salvare l’ambiente.   Nella seconda serata, sabato 19 luglio, a cura dell’Associazione Romano Canosa per gli studi storici, sarà affrontato il tema dell’Emergenza carceri con: Franco Corleone, già parlamentare e presidente Onorario della “Società della Ragione” in merito all’adozione di soluzioni capaci di ridurre i rischi di recidiva a poco costo, con Glauco Giostra, Professore Emerito presso l’Università La Sapienza di Roma (dal 2010 al 2014), membro del Consiglio Superiore della Magistratura, già coordinatore scientifico degli Stati generali sull’esecuzione penale ci si interrogherà se una pena umana significa disattenzione alla sicurezza e se il carcere è un luogo di mistificazione della realtà; Monia Scalera, avvocatessa, Garante regionale dei diritti delle persone sottoposte a misure restrittive della libertà personale, spiegherà cosa fa il Garante per la nostra sicurezza, dove va chi esce dal carcere e qual è la situazione in Abruzzo; a dare un punto di vista sulle condizioni delle carceri sarà il giornalista Francesco Lo Piccolo, direttore della rivista “Voci di dentro” e dell’omonima associazione che nella conferenza stampa ha evidenziato le problematiche del sistema carcerario a a partire dalla grave carenza di funzionari giuridico-pedagogici. “Nel 1975, per una popolazione detenuta di circa 30.000 persone, erano previsti 1.400 educatori. Oggi, nel 2025, a fronte di circa 60.000 detenuti, gli educatori in servizio sono appena 800-900. Questo significa che in molti istituti un solo educatore si trova a gestire fino a 140-150 persone, potendo dedicare loro solo poche ore alla settimana — per il resto è impegnato in attività prevalentemente amministrative. È come se, di fatto, non ci fosse. Il Festival sarà moderato da Walter Vannini, criminologo clinico; coautore del documentario Lo strappo. Quattro chiacchiere sul crimine che verrà proiettato, in attesa degli ospiti dalle 20:00 alle 21:00   Il Festival del Dubbio è sponsorizzato da:Riflessi, Setra, Civitarese viaggi, San Tommaso specialità alimentari, Nikita, Borgo Baccile, Zecca, Vecchio Teatro.   Menabò S.r.l. utilizza le e-mail raccolte a seguito delle registrazioni degli interessati per diffondere informazioni sulla propria attività editoriale. In linea con le nuove norme europee sulla protezione dei dati (Regolamento UE 2016/679, meglio noto come GDPR), entrate in vigore il 25 maggio 2018, il destinatario può richiedere la propria cancellazione. Si precisa che gli indirizzi e-mail provengono – oltre che dalle registrazioni dirette, da specifiche richieste di inserimento nella mailing list, oppure da conoscenze personali, da contatti avuti in occasione di eventi organizzati da Menabò S.r.l., dalla rete o da elenchi di servizio di pubblico dominio pubblicati su internet, da dove sono stati prelevati per questo specifico scopo informativo   Fonte: Goffredo Palmerini

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Il velo dell’Imam: sovranità, apocalisse e guerra nel pensiero di Khomeini

“La religione è la realtà nella sua forma più potente. Non si può separarla dalla politica, perché essa è la politica nella sua essenza.” —  Sayyid Ruhollah Khomeini Nel cuore ideologico dell’Iran contemporaneo si aggira ancora l’ombra lunga di una visione che ha ridisegnato la mappa della modernità islamica: quella di Ruhollah Khomeini, ayatollah mistico e rivoluzionario, teorico di una dottrina che ha scosso le fondamenta del pensiero politico tanto islamico quanto occidentale. Nato nel 1902 in una Persia ancora feudale, Khomeini è stato educato nella tradizione più ortodossa dello sciismo duodecimano, ma ha saputo trasformare quella formazione teologica in una visione globale. Non è stato soltanto il capo di una rivolta contro lo Shah, ma il fondatore di una teologia del potere che ha conferito alla religione la più assoluta centralità nella struttura statuale. Il suo pensiero resta, oggi più che mai, la lente attraverso cui leggere non solo la Repubblica Islamica dell’Iran, ma anche il conflitto epocale tra l’Islam sciita e l’Occidente. Khomeini ha formulato la sua dottrina più nota – la wilayat al-faqih, ovvero il governo del giurisperito islamico – durante gli anni dell’esilio a Najaf, in Iraq. In una serie di lezioni poi raccolte nell’opera Hukumat-e Islami (Il governo islamico), ha tracciato le coordinate di un’inedita teocrazia moderna. Secondo Khomeini, il vero ordinamento islamico non può affidarsi né a re né a parlamenti, né tantomeno a costituzioni laiche. In assenza dell’Imam Mahdi – la guida infallibile nascosta dal tempo in attesa della fine dei giorni – il potere deve essere esercitato dal faqih, il giurista esperto nella legge sacra, perché solo lui può garantire l’applicazione della volontà divina nella sfera terrena. Questa concezione sovverte le categorie occidentali della sovranità. Nel mondo moderno, il potere viene dal basso, dalla legittimazione popolare; nel khomeinismo, viene dall’alto, da Dio, passando per l’intermediazione dei sapienti religiosi. La volontà popolare può essere accettata solo come espressione della volontà divina – un’adesione condizionata e sorvegliata. Questo principio non è solo teorico: è stato la colonna vertebrale della Repubblica Islamica fin dalla sua fondazione nel 1979, quando la figura del rahbar (la Guida Suprema) è stata istituzionalizzata sopra ogni altro potere dello Stato, compreso quello del presidente e del parlamento.   Il pensiero di Khomeini, tuttavia, non si esaurisce nella dottrina istituzionale. Esso è intriso di escatologia, di attesa messianica, di concezioni cosmiche della giustizia e della lotta. L’Imam occulto – figura centrale dello sciismo – non è solo un futuro ritorno salvifico: è una presenza silenziosa che giustifica e orienta ogni azione del potere religioso. In questa cornice teologica, la lotta contro l’oppressione diventa non un’opzione, ma un dovere. La jihad non è necessariamente armata, ma è sempre spirituale, morale e politica. È uno sforzo continuo per purificare il mondo dall’arroganza e dalla tirannia. Ed è in questo contesto che Israele assume, nel pensiero khomeinista, una funzione non solo politica ma apocalittica. Israele non è visto semplicemente come uno Stato nemico o un rivale regionale. È il simbolo del male sistemico: creatura dell’Occidente coloniale, corpo estraneo nella terra islamica, manifestazione della modernità corrotta e separata dal sacro. Per Khomeini, “Israele è una pustola cancerosa nel corpo dell’Islam”. Questa retorica, lungi dall’essere una mera provocazione, è parte di una visione del mondo che contrappone la ummah (la comunità dei credenti) ai centri dell’egemonia secolare: Washington, Tel Aviv, Parigi, Londra. L’odio verso Israele non nasce solo dalla questione palestinese, ma da un’antropologia teologica che oppone l’islamico all’occidentale come categorie assolute, ontologiche. In questo quadro, il conflitto attuale – che il 19 giugno 2026 ha vissuto una nuova e drammatica escalation – viene percepito non come un semplice scontro tra due potenze regionali, ma come una tappa del destino. I droni e i missili lanciati dall’Iran, le risposte militari israeliane, le rappresaglie incrociate su obiettivi civili e strategici, tutto rientra in una narrazione più vasta: quella della lotta finale tra il bene e il male. Ogni martire, ogni esplosione, ogni sacrificio viene reinterpretato alla luce di un ordine sacro. Non è una guerra per il territorio: è un’offerta cosmica, una forma di redenzione collettiva. Ma mentre la teologia giustifica il sangue, la realtà umana ne denuncia il peso. L’Iran del 2026 non è più quello del fervore rivoluzionario. È una nazione giovane, dinamica, frammentata tra un’élite clericale conservatrice e una popolazione urbana e connessa, desiderosa di apertura e diritti. Le proteste femminili, i movimenti studenteschi, i blogger incarcerati, gli intellettuali in esilio: tutto questo racconta una frattura interna profonda. Il pensiero khomeinista, un tempo fonte di liberazione e riscatto, è percepito oggi da molti come una gabbia ideologica che soffoca il pluralismo e la libertà spirituale. Nel frattempo, anche Israele affronta le sue contraddizioni. L’apparato militare è tra i più potenti al mondo, ma la sicurezza non ha portato alla pace. La convivenza resta una chimera, e l’alleanza con gli Stati Uniti, pur essendo un pilastro della sopravvivenza, ha alimentato l’isolamento diplomatico. Le sirene d’allarme che risuonano a Tel Aviv e Haifa, le famiglie chiuse nei rifugi, i soldati al confine nord: tutto questo è diventato parte della normalità israeliana. Ma a quale prezzo? Il pensiero khomeinista, nella sua radicalità, ha cercato di offrire un’alternativa al modello occidentale di potere. Ha rifiutato il compromesso, ha reso la religione padrona della politica, ha elevato la resistenza a virtù metafisica. Ma oggi, di fronte a un Medio Oriente lacerato, a una gioventù che cerca futuro e non martirio, a una comunità internazionale stanca della retorica apocalittica, quella visione mostra i suoi limiti. È ancora viva, è ancora potente, ma rischia di trasformarsi in un’ideologia autoreferenziale, incapace di riformarsi. Nel cielo della storia, il velo dell’Imam continua a fluttuare. È simbolo di attesa, di promessa, di mistero. Ma forse oggi, più che mai, ci si chiede se quel velo serva a rivelare la verità… o a coprire il volto del potere. Carlo Di Stanislao   Fotocredit: licenza Creative Commons Attribuzione-Condividi allo stesso modo 3.0 Unported .

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Peragine nominato Accademico d’Onore

Antonio Peragine, Accademico d’Onore dell’Accademia di Alta Cultura Arte, Cultura & Società Di Redazione Il Corriere Nazionale Del 15 Giugno 2025 alle ore 16:01 ROMA – L’Accademia di Alta Cultura – storica Istituzione le cui prime attività hanno preso avvio nel lontano 1910 – da sempre segue con attenzione e appassionata presenza le vicende tutte che scandiscono la vita, la quotidianità, della nostra Patria. L’accademia di Alta Cultura con sede in Roma, su proposta del suo Presidente, N.H. Dott. h.c. Giuseppe Bellantonio, ha deliberato la nomina del Cav. Uff. Dott. Antonio Peragine – giornalista e Presidente dell’ANIM Aps, Associazione Nazionale Italiani nel Mondo e Direttore del Network ANIM – ad Accademico D’Onore, con la seguente motivazione: Per meriti speciali nell’ambito dell’editoria, della cultura e per adoperarsi con intensità e passione professionale e umana a dare voce, coinvolgendoli, anche agli italiani all’estero’. Il Dott. Antonio Peragine, di Bari, giornalista e direttore del Network ‘Anim’, rete di giornali on line: Il Corriere Nazionale, (www.corrierenazionale.net), Corriere di Puglia e Lucania, (www.corrierepl.it), Radici (www.progetto-radici.it), Stampa Parlamento (wwww.stampaparlamento.it) e Gazeta Arberesche (/www.gazetaarbereshe.it), ha ricevuto diversi riconoscimento per la sua meritoria opera di grande sensibilità umana, culturale sociale e cultural operando nel volontariato, tra l’altro: Cavaliere ufficiale della Repubblica Italiana; Responsabile dell’ufficio stampa per l’Italia della Cyberpol ‘ Agenzia Federale per la Sicurezza’ e l’Ecips ‘Centro Europeo per la politica dell’informazione’; Direttore del Dipartimento Giornalismo e Relazioni Pubbliche internazionali, Etica e Dinamiche dell’Informazione dell’Università Federiciana Popolare, Cavaliere di Gran Croce nell’Ordine Reale del Leone di Ruanda, nomina avuta da S.A.R. King Yuhi VI, importante figura internazionale, impegnata in molteplici attività diplomatiche ed umanitarie; Presidente dell’Associazione Nazionale Italiani nel Mondo ‘ANIM APS’; Rappresentante per l’Italia dell’Unione delle Cooperative Somale (HUDIS) Somalia; Presidente di Retewebitalia.net. https://www.retewebitalia.net; Consigliere per i rapporti con i media dell’Associazione Insigniti Onorificenze Cavalleresche Nomina delegazione Bari Host dell’Associazione Insigniti Onorificenze Cavalleresche Premio Atlas Associazione Italia in Arte Premio Minerva alla Carriera da Accademia delle Scienze Filosofiche Attestato di Elogio e Benemerenza Accademia delle Scienze Filosofiche Incarico Coordinatore ufficio stampa The Imperial Academy Of Russia -Unimoscaw Croce D’Argento del C.N.V.S. Corpo Nazionale Volontari del Soccorso. Responsabile Ufficio comunicazione della missione diplomatica SOAD (Diaspora Africana) Ambasciatore Azzurra Tv Italia Accademico Università telematica Isfoa Docente Scienze Aziendali con specializzazione in Economia e Tecnica della Comunicazione dell’Università ISFOA. Il Presidente dell’Accademia di Alta Cultura apprezza la presenza tra loro del Dott.Antonio Peragine, certo che potrà contribuire a determinare momenti di forte collaborazione tra l’Accademia e la struttura Anim Aps. Nell’ultimo trimestre del 2025, l’Accademia di Alta Cultura intende definire l’operatività di un Think -Thank che raccolga i più qualificati elementi, in primis coloro che sono stati nominati Accademico d’Onore per il progetto ‘RE NASCE RE’, nel cui contesto si intende dare massima attenzione e offrire soluzioni pratiche e razionali a tematiche e problematiche d’interesse culturale, sociale e tecnico -scientifico del nostro paese. Incontri diretti attraverso convegni o a mezzo tecnico, scientifico per agevolare i flussi di pensiero e riflessioni su grandi temi.

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Evento “Due popoli. Due Stati. Un destino”

Renzi e Calenda, ritrovati insieme. Per la coesistenza pacifica in due Stati di israeliani e palestinesi Milano, 6 giugno 2025 – L’evento “Due popoli. Due Stati. Un destino” su Israele e Palestina, tenutosi presso il Teatro “Franco Parenti”, in via Pier Lombardo 14, ha voluto distinguersi dalla mega manifestazione del giorno dopo pro Palestina e Gaza, in piazza San Giovanni a Roma, apertamente anti-israeliana, voluta da Partito democratico, Alleanza Verdi e Sinistra, Movimento 5 Stelle e Cgil. Gli organizzatori (Italia Viva con Matteo Renzi, Azione con Carlo Calenda, +Europa con Benedetto Della Vedova, Sinistra per Israele con Emanuele Fiano, alternatisi negli interventi), oltre ad aver condannato la ferocia di Ḥamās anche contro il proprio popolo, hanno voluto ribadire l’irrimandabile necessità di far di tutto perché possano coesistere palestinesi ed israeliani, in due Stati fianco a fianco, nella pace e nel rispetto reciproci. Per questo nel teatro c’è stato uno sventolio delle bandiere israeliana e palestinese unite in una, soprattutto quando è salita sul palco per raccontare la sua drammatica vicenda Aviva Siegel, ex ostaggio di Ḥamās. Rapita assieme al marito Keith il 7 ottobre 2023 dal Kibbutz Kfar Aza e rilasciata il 26 novembre successivo, in uno scambio di prigionieri. Keith, invece, è stato liberato il 1° febbraio 2025, dopo ben 484 giorni di durissima prigionia. L’appuntamento con sostenitori e pacifisti ha visto la partecipazione di vari big della politica e dell’informazione, tra cui la vicepresidente del Parlamento europeo Pina Picierno, l’europarlamentare Giorgio Gori, Graziano Delrio, Piero Fassino, Marianna Madia, Lia Quartapelle (tutti del Partito democratico, “dissenzienti” della piazza romana), Maria Elena Boschi, Davide Faraone, Ivan Scalfarotto (Italia Viva), Ettore Rosato (Azione), il direttore del tg di La7, Enrico Mentana ecc. Carlo Calenda è stato contestato all’esterno del teatro da attivisti pro Israele di Free4Future, con striscione e volantini contro sue posizioni espresse sia in Parlamento che su media e social. Servizio di Claudio Beccalossi 

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Indossiamo molte maschere per trovare il volto che non ne ha bisogno

  Un viaggio verso sé stessi senza maschera   di Krishan Chand Sethi   C’è una verità che ho compreso non dai libri, né dagli insegnamenti, né dalla saggezza altrui, ma vivendo, osservando, cadendo e rialzandomi. La verità è questa:le molte maschere che indossiamo. Questo non è semplicemente poetico. Non è un tentativo di sembrare filosofico. È ciò che ho vissuto, visto negli altri e, più dolorosamente, visto anche in me stesso. Da bambini, siamo senza maschera. Ridiamo troppo forte, piangiamo troppo improvvisamente e parliamo troppo onestamente. Siamo come siamo. Ma il mondo ci insegna rapidamente ciò che preferisce. Presto, quell’anima senza maschera inizia a modellarsi in ciò che crede sarà amato, accettato o anche solo tollerato. È allora che inizia la maschera.   Le prime Maschere: cercare approvazione Ricordo, da ragazzo, di aver recitato una poesia con gioia genuina durante una funzione scolastica. Non era perfetta. Potrei aver inciampato su una o due versi. Ma parlavo col cuore. Dopo, un compagno di classe prese in giro la mia voce. Quel commento ebbe più potere di dieci applausi. Per settimane, smisi di scrivere. Parlavo con più cautela. Quella fu la mia prima maschera: la maschera della cautela. Poco dopo, indossai la maschera dell’obbedienza: essere lo studente modello, il figlio ideale, l’amico che ascoltava sempre ma parlava raramente. Cercavo di essere ciò che gli altri apprezzavano, perché essere me stesso improvvisamente sembrava rischioso. Tutti passiamo attraverso questo. Forse non nello stesso modo, ma con lo stesso risultato: una distanza inizia a crescere tra chi siamo e ciò che presentiamo.   I costumi dell’adulto: ruoli che viviamo L’età adulta non rimuove queste maschere; le moltiplica. Indossiamo il ruolo del professionista, del coniuge, del genitore, del cittadino rispettato. E nessuno di questi ruoli è sbagliato, anzi, sono vitali. Ma i problemi iniziano quando il ruolo prende il sopravvento sull’anima. Nel mio percorso professionale, ho incontrato uomini e donne che, in superficie, avevano tutto: lauree, promozioni, applausi. Eppure, a porte chiuse, confessavano di sentirsi vuoti. Un uomo una volta mi disse: “Signor Sethi, sto vivendo il sogno di tutti gli altri tranne il mio.” Un altro disse: “Sorrido tutto il giorno. Ma non ricordo l’ultima volta che ho sorriso perché lo intendevo davvero.”Queste non erano persone deboli. Erano coraggiose, resilienti e rispettate. Ma avevano indossato maschere così a lungo da dimenticare dove finiva la maschera e iniziava il volto.   Chi siamo davvero? È una domanda che non sempre ha una risposta forte. In effetti, le domande più importanti spesso arrivano nel silenzio. Chi sono io quando nessuno guarda? Sono lo scrittore premiato? Il funzionario governativo? Il marito e padre? Sì, forse. Ma oltre a ciò? Sono la voce silenziosa che a volte sente il peso del tempo? Sono il ragazzo che si emoziona ancora per l’odore dei vecchi libri? Sono l’uomo che osserva le persone in silenzio e vede il loro dolore anche dietro i sorrisi? Queste non sono domande drammatiche. Non sono indulgenze filosofiche. Sono le vere domande. Perché quando il sipario cala, i ruoli finiscono e gli applausi svaniscono, ciò che resta non è ciò che abbiamo fatto, ma chi siamo stati.   Lo specchio non mente mai Tutti abbiamo specchi nella nostra vita. Non solo quelli di vetro, ma i momenti, le persone, i silenzi che riflettono chi siamo veramente. Per me, uno di questi momenti è arrivato dopo un evento pubblico. Ero stato onorato per uno dei miei libri. Incoronato, applaudito, lodato. Ma quando tornai nella mia stanza e mi guardai allo specchio, non mi sentii orgoglioso. Mi sentivo stanco. Vedevo occhi grati ma non brillanti. Quella notte, mi posi una domanda difficile: Sto scrivendo per impressionare? O per esprimere? Quello fu un punto di svolta. Decisi allora che ogni parola che scrivevo, ogni pensiero che condividevo, doveva prima sembrare onesto alla mia anima. Altrimenti, erano solo un’altra maschera.   L’amore e le Maschere dietro cui ci nascondiamo Anche l’amore non è immune alle maschere. In effetti, potrebbe essere dove ne indossiamo di più. Nascondiamo le nostre vulnerabilità pensando che ci renderanno meno amabili. ascondiamo i nostri sogni temendo che possano essere troppo grandi, o troppo piccoli, o troppo strani. Una volta ho incontrato una donna che aveva abbandonato silenziosamente il suo amore per la pittura dopo il matrimonio. Suo marito non glielo aveva mai chiesto. Ma lei presumeva che il dovere venisse prima. Vent’anni dopo, riprese il pennello e pianse mentre dipingeva un campo di girasoli. Quello era il suo vero volto. Quel momento. L’amore non dovrebbe essere un palcoscenico dove recitiamo. Dovrebbe essere una stanza dove possiamo spogliare l’anima.   Il ruolo della società: applaudire le Maschere La società non vuole sempre la tua verità. Vuole la tua coerenza. Vuole la versione di te che si adatta al titolo, all’immagine, all’aspettativa. Quando un CEO ammette la depressione, la gente sussurra. Quando un insegnante mette in discussione il sistema educativo, la gente si irrigidisce. Quando una madre dice che vuole più della maternità, la gente giudica. Ma le persone più audaci che ho incontrato sono quelle che, gentilmente ma fermamente, rimuovono la maschera, guardano il mondo negli occhi e dicono: “Questo sono io.” E, stranamente, il mondo finisce spesso per rispettarle di più.   Perché abbiamo bisogno della Maschera inizialmente? Perché anche questo fa parte del viaggio. Una maschera protegge. Una maschera ci aiuta a sopravvivere a fasi che non siamo ancora abbastanza forti da affrontare a viso scoperto. Ma dovrebbe essere uno strumento temporaneo, non un’identità permanente. Dobbiamo perdonarci per averla indossata. Ma dobbiamo anche sfidarci a rimuoverla, strato dopo strato, quando siamo pronti.   La vita senza Maschera: vivere senza finzioni Cosa significa vivere senza maschera? Significa parlare anche quando la tua voce trema. Significa ammettere di non sapere. Significa scegliere la pace rispetto alla performance. Significa creare arte, anche se nessuno applaude. Significa essere più fedeli alla tua verità che al tuo titolo. Una vita senza maschera non è perfetta. È grezza. È reale. È radiosa. Ho incontrato persone che non avevano premi, né

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PREMIO CARUSO V EDIZIONE

PREMIO LETTERARIO NAZIONALE “CARLO CARUSO: IL GIUDICE, L’UOMO, IL POETA” V EDIZIONE Un evento dedicato ai giovani, per restituire loro dignità e voce attraverso la scrittura     ROMA – Lunedì 9 giugno 2025, dalle ore 10:00 alle 18:30, presso la prestigiosa Sala Consiliare di Palazzo Valentini (Via IV Novembre, 119/A – Roma), si terrà la cerimonia di premiazione della V Edizione del Premio Letterario Nazionale “Carlo Caruso: il Giudice, l’Uomo, il Poeta”, promosso dall’Associazione Carlo Caruso Aps, con il patrocinio del Ministero della Giustizia, della Città Metropolitana di Roma Capitale, dell’Ordine degli Avvocati di Roma e di numerose altre istituzioni e realtà associative.   Il Premio letterario “Carlo Caruso”, istituito cinque anni fa per ricordare l’insigne uomo di giustizia scomparso nel 2018, per molti anni giudice presso il Tribunale dei Minorenni di Catanzaro, è indirizzato ai minori e giovani-adulti in vinculis, messi alla prova e/o comunque sottoposti a provvedimenti penali e civili dell’Autorità Giudiziaria Minorile su tutto il territorio nazionale. Ha l’obiettivo di premiare le opere, valorizzare i giovani autori che sapranno esprimersi in modo chiaro, mettendo a nudo i propri sentimenti, le proprie aspirazioni e i loro sogni, in un momento particolarmente difficile della loro giovane vita.   La scrittura, come voleva Carlo Caruso – magistrato, poeta, scrittore e musicista – deve appropriarsi del reale ed essere testimonianza esistenziale. Obiettivo del Premio, quindi, è stimolare la produzione di testi che sappiano raccontare la “vita vera” fatta di sofferenza, di sospetti, di compromessi ma anche di gioia, di risate, di riscatto, d’amore e di nuovi progetti. Il Premio è nato per dare ai giovani sottoposti alla Giustizia minorile uno spazio espressivo autentico che possa restituire loro dignità e voce attraverso la scrittura, con tre sezioni letterarie: POESIA INEDITA, NARRATIVA BREVE INEDITA, e TESTO RAP INEDITO. La giornata del 9 giugno è articolata in due sessioni:   Prima sessione (10:00 – 13:30): Introduce e modera l’Avv. Eugenio Bisceglia, Presidente del Premio. Verranno lette le opere, premiati e consegnati i riconoscimenti ai finalisti delle tre sezioni. Previsti gli interventi della Dott.ssa Maria Pia Turiello (Presidente di Giuria), della Dott.ssa Marisa Manzini, della Dott.ssa Micaela Piredda e della Dott.ssa Angela Rivellese, tra gli altri.   Seconda sessione (14:30 – 18:30): Moderata dal giornalista RAI Dott. Pino Nazio, sarà dedicata a un seminario di approfondimento con esperti del settore minorile, tra cui: Dott.ssa Alida Montaldi, Avv. Francesco Graziano, Dott.ssa Francesca Mosiello, Dott.ssa Serenella Pesarin, Dott. Sergio De Nicola ed altri autorevoli relatori.   Il Premio sarà aperto dai saluti e dagli interventi di importanti figure istituzionali, tra cui il Dott. Pierluigi Sanna (Vice Sindaco Città Metropolitana di Roma), la Dott.ssa Lidia Salerno (Presidente Tribunale per i Minorenni di Roma), l’Avv. Paolo Nesta (Presidente COA Roma), e la Prof.ssa Lucia Branca Caruso, Presidente dell’Associazione “Carlo Caruso”. L’evento è accreditato dal Consiglio dell’Ordine degli Avvocati di Roma con 5 crediti formativi ordinari.   Goffredo Palmerini

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Baby Reborn: Coi Pupazzi, Cose da Pazzi (senza offesa per Salemme)

In un mondo dove l’assurdo non solo ha preso casa, ma ha anche fatto il mutuo, ecco a voi la nuova, scintillante tendenza: i baby reborn. Bambolotti iperrealistici, simili in tutto e per tutto ai neonati veri – tranne per il piccolo dettaglio che non respirano, non piangono e non hanno nemmeno il codice fiscale. Baby reborn: coi pupazzi, cose da pazzi.Nel senso semantico e clinico del termine, sia chiaro. E senza alcun riferimento al film del 2005 diretto da Vincenzo Salemme, che a confronto con questa realtà pare un manuale di igiene mentale. Il fenomeno ha ormai varcato ogni soglia di decenza logica. Sedicenti “madri” (e qualche “padre”, perché l’idiozia è inclusiva) portano in giro le bambole come figli veri. Passeggini, biberon, pannolini, bagnetto, ninna nanna. E se finisse qui potremmo anche cavarcela con una scrollata di spalle. Ma no. C’è chi chiede il congedo di maternità, chi pretende posti riservati, e chi – udite udite – si infila nelle corsie preferenziali dei servizi pubblici grazie a un pupazzo in braccio. Ed è proprio qui che il delirio ha raggiunto il livello legislativo. In Brasile, infatti, è stato presentato un disegno di legge alla Camera dei Deputati che prevede una multa fino a 20 salari minimi per chi tenta di saltare la fila con un “figlio” reborn in braccio. Il legislatore, evidentemente con ancora un briciolo di lucidità residua, ha sottolineato che i servizi pubblici potrebbero essere danneggiati da questa pratica assurda. Siamo al punto che lo Stato deve tutelarsi… dai pupazzi. Sì, avete capito bene: siamo arrivati al punto in cui il Parlamento discute su come difendersi non da minacce economiche, non da crisi internazionali, ma da bambole di plastica travestite da neonati. Perché evidentemente le priorità dell’umanità si sono spostate nel reparto giocattoli. E intanto, i magistrati di mezzo mondo si trovano a valutare se concedere o meno il diritto al puerperio per chi “accudisce” un oggetto. La giurisprudenza si piega, la logica si spezza, il senso comune si eclissa. E nessuno ride. O forse sì, ma è una risata isterica. Del resto, se c’è una cosa che questo mondo non ci fa mai mancare, è una testa fuori fase in più: che sia al potere o sul divano con la bambola in braccio, la follia si distribuisce equamente, come i volantini al mercato. E allora, davanti a questa sfilata di pupazzi trattati come neonati e norme pensate per contenere la fantasia sfrenata degli adulti, non ci resta che una sola preghiera:Signore, abbi pietà di noi… accogli la nostra supplica e liberaci da questi mali.O almeno, spediscici un po’ di buon senso. Anche usato va bene. Giuseppe Arnò

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Nel vuoto di San Pietro, meglio “Habemus Papam” che “Conclave” (e anche di “The Young Pope”)

“Chi ha paura non può essere libero, chi ha paura non può amare.” Papa Francesco La morte di Papa Francesco ha lasciato il mondo cattolico in un silenzio denso, quasi irreale. I funerali devono ancora essere celebrati, e già Piazza San Pietro è tornata a essere, come nei momenti storici più solenni, un luogo di attesa. Ma non è solo il trono di Pietro a essere vacante: è l’orizzonte stesso della Chiesa a sembrare in pausa, come se il tempo si fosse fermato per prendere fiato. In questa atmosfera sospesa, in cui il lutto si mescola alla riflessione e l’opinione pubblica si interroga sul futuro del cattolicesimo, anche il cinema torna a dire la sua. Eppure non sempre nel modo giusto. Un mese fa è uscito Conclave, film ambientato all’interno delle mura vaticane, nel cuore dell’elezione papale. Un’opera che, almeno sulla carta, sembra perfetta per questo momento: tensione, segreti, cardinali in lotta sotto gli affreschi della Sistina. Ma alla prova dello schermo, il film finisce per rivelare tutta la sua freddezza. Nonostante la qualità visiva e l’accuratezza scenografica, Conclave rimane un racconto tecnico, chiuso nella logica del potere, più attento al meccanismo che all’anima. C’è invece un altro titolo, uscito più di dieci anni fa, che oggi parla con voce limpida e sorprendentemente attuale: Habemus Papam di Nanni Moretti. Un film che, nel 2011, sembrava quasi una parabola ironica sull’autorità, ma che oggi appare come un piccolo capolavoro di intuizione umana e spirituale. Racconta di un papa appena eletto che, invece di affacciarsi al mondo, si ritira. Colto da un panico interiore che lo rende incapace di assumere il ruolo. Non è una fuga dal dovere, ma una confessione onesta. Un “non ce la faccio” che vale più di mille discorsi ben scritti. Nel tempo del dopo-Francesco, un papa che ha scelto la mitezza, il contatto umano, la parola semplice, Habemus Papam risuona con una verità disarmante. È un film che non ci racconta come si elegge un papa, ma perché un uomo potrebbe non volerlo essere. E poi c’è The Young Pope, la serie di Paolo Sorrentino. Un’opera stilisticamente radicale, estetizzante, surreale. Jude Law, nei panni di Pio XIII, incarna un pontefice giovane, spietato, enigmatico, che gioca col potere e con Dio in un continuo cortocircuito tra fede e spettacolo. È un papa che non cerca l’amore, ma il terrore. Che rifiuta la modernità, chiude le porte, e si fa icona vivente di un’autorità misteriosa, quasi mistica. Sorrentino costruisce un’opera visivamente straordinaria e teologicamente provocatoria, capace di affascinare e disturbare. Ma The Young Pope è anche, in fondo, una parabola sull’invisibilità di Dio e sull’isolamento del potere. È un racconto alto, iperbolico, dove la figura papale si fa mito più che carne. Nel confronto con Conclave e Habemus Papam, allora, la serie di Sorrentino occupa un altro piano: quello del simbolo. Se il primo film si concentra sull’apparato, e il secondo sull’uomo, The Young Pope mette in scena l’idea di papato come mistero insondabile, come maschera assoluta che nasconde il vuoto o la grazia. Ma oggi, nell’istante fragile che segue la morte di Francesco, è forse proprio questa astrazione a renderla meno urgente. Più che miti da contemplare, abbiamo bisogno di figure da comprendere. Più che estetica, ci serve empatia. Per questo, tra i tre sguardi, quello di Moretti resta il più vero. Habemus Papam è il film che oggi ci aiuta a stare dentro l’incertezza senza temerla. Che ci ricorda che la Chiesa non è fatta solo di conclavi, né di ideali irraggiungibili, ma di persone che tremano prima di dire “eccomi”. Mentre la Cappella Sistina si prepara a tornare teatro del Conclave reale, e il mondo attende una nuova fumata bianca, la domanda più profonda non è “chi verrà?”, ma “chi sarà capace di restare umano?”. E in questa domanda, dolce e necessaria, Habemus Papam è ancora una volta la risposta più sincera. Carlo Di Stanislao <[email protected]> Foto estratta da RAI Italia

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La cosa più bella della vita è mantenere la mente giovane. (Henry Ford)

Clint Eastwood e Ridley Scott: più invecchiano, più girano “Non si smette di creare perché si invecchia. Si invecchia quando si smette di creare.”– Italo Nostromo  In un tempo in cui tutto spinge verso la velocità, la novità e l’idea che la creatività sia figlia esclusiva della giovinezza, ci sono due uomini che sembrano vivere in controtendenza. Clint Eastwood e Ridley Scott. Due registi che, anziché rallentare, accelerano. Anziché ritirarsi, rilanciano. Anziché spegnersi, continuano ad accendersi. Eastwood ha 94 anni. Ridley Scott ne ha 87. Ma nessuno dei due sembra avere intenzione di fermarsi. Anzi, la loro produzione sembra aumentare, come se il tempo, invece di consumarli, li spingesse a creare ancora di più, ancora meglio. C’è qualcosa di profondamente umano e poetico in questo loro andare avanti, ostinato, silenzioso, ma determinato. Non è solo un atto artistico, è un atto esistenziale. Per loro, il cinema non è solo un mestiere: è la forma stessa con cui hanno imparato a pensare, a respirare, a guardare il mondo. È il loro linguaggio naturale. E quando questo linguaggio diventa parte di te, non lo metti via per l’età. Lo affini. Lo scolpisci. Lo liberi. Con l’età, si perde l’ansia di piacere, ma si guadagna libertà. Non si ha più bisogno di dimostrare nulla: si ha solo bisogno di dire la verità. E forse è proprio per questo che molti registi danno il meglio nei loro ultimi anni. Un percorso che continua È accaduto ad Akira Kurosawa, che a 75 anni firmò Ran, un kolossal tragico e pittorico ispirato a Re Lear. E a 83 chiuse con Madadayo, una dolce meditazione sul passaggio del tempo. Manoel de Oliveira, regista portoghese, ha girato film fino a 106 anni. Il suo cinema lento e contemplativo è stato una lunga conversazione con la morte, con Dio, con la memoria. Una vera anomalia: un artista che ha attraversato quasi tutto il Novecento cinematografico e parte del XXI secolo. Ingmar Bergman, a 85 anni, tornò con Saraband per chiudere il discorso aperto 30 anni prima con Scene da un matrimonio. Una riflessione tesa e spietata sull’amore, il corpo, la vecchiaia. Sidney Lumet, a 83 anni, girò Before the Devil Knows You’re Dead, un noir potente, crudele, senza un briciolo di nostalgia. Uno dei suoi film più moderni. Robert Altman se ne andò a 81 anni, lasciandoci Radio America, malinconica elegia del tempo che passa. Un addio pieno di vita. Agnès Varda, pioniera della Nouvelle Vague, ha continuato a sperimentare fino agli ultimi anni. A 89 anni ha firmato Varda par Agnès, un film-saggio in cui si racconta con ironia, grazia e una libertà invidiabile. Lina Wertmüller, prima donna candidata all’Oscar per la regia, è rimasta attiva e lucida fino alla fine, continuando a scrivere, parlare, influenzare. Anche attrici come Judi Dench, Maggie Smith, Charlotte Rampling, Jane Fonda, Helen Mirren stanno riscrivendo le regole dell’età nel cinema, interpretando ruoli complessi, centrali, rifiutando lo stereotipo della donna “finita” dopo una certa età. Ennio Morricone: l’arte senza fine E poi c’è Ennio Morricone, il leggendario compositore che, fino alla fine della sua straordinaria carriera, ha continuato a regalare al mondo la sua musica inconfondibile. Morricone, che ha scritto le colonne sonore più iconiche della storia del cinema, dai film di Sergio Leone a quelli di Giuseppe Tornatore e Quentin Tarantino, ha dimostrato che anche la musica, come il cinema, non conosce limiti d’età. Anche a 90 anni, il Maestro ha composto la colonna sonora di The Hateful Eight, per cui ha vinto l’Oscar, con la stessa passione e inventiva di un giovane talento. La sua musica, intrisa di emozione e profondità, ha continuato a toccare il cuore degli spettatori, confermando che la creatività non conosce barriere temporali. Francis Ford Coppola e il coraggio del suo ultimo film Un altro nome che non possiamo dimenticare in questa discussione sul coraggio creativo in età avanzata è Francis Ford Coppola, il genio dietro i leggendari Il padrino e Apocalypse Now. Dopo decenni di successi e di difficoltà nel mondo del cinema, Coppola ha sorpreso il mondo con il suo ritorno alla regia con Megalopolis, un’opera monumentale che ha rappresentato una scommessa ambiziosa non solo dal punto di vista narrativo, ma anche economico e produttivo. Megapolis non è solo un film, è una dichiarazione di intenti. Con oltre ottant’anni, Coppola non ha ceduto alla tentazione di riposarsi sui suoi allori. Al contrario, ha affrontato il progetto con un rinnovato spirito di sperimentazione, cercando di riscrivere, come solo lui sa fare, i confini del cinema contemporaneo. La sua visione di un futuro distopico, che affronta il potere, la tecnologia e la politica, non è solo una riflessione sul presente, ma una sfida al futuro stesso. Questa sua audacia non è una novità per un regista che ha sempre avuto il coraggio di rischiare, di affrontare temi complessi e di non accontentarsi delle soluzioni facili. In un mondo dove la maggior parte dei registi si accontenta di ripetere il passato, Coppola ha scelto di creare qualcosa di nuovo, di diverso, nonostante la sua età avanzata. Il suo è un esempio di come, con il coraggio, l’arte possa trasformarsi in un atto di continua reinvenzione. Un’eredità artistica che cresce con l’età Nel presente, Martin Scorsese, a 81 anni, ha firmato Killers of the Flower Moon, un film epico e politico che esplora la storia e la giustizia con una profondità raramente vista nel cinema contemporaneo. Ma non è finita: Scorsese ha ancora progetti futuri, dimostrando che la creazione non ha limiti. E Clint Eastwood? È sul set con Giurato n. 2, un legal thriller che potrebbe essere la sua ultima regia, o forse no. Ha superato i novanta, ma continua a lavorare come se avesse ancora qualcosa da raccontare. Lo stesso vale per Ridley Scott, che, dopo il successo di Napoleon, è già pronto a lanciarsi in nuovi progetti come Il Gladiatore 2 e altre avventure cinematografiche. Più si invecchia, più si vede la scrittura alla fine Con l’età, gli artisti tendono a diventare sempre più autentici

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DESIGN PER CAMBIARE

Il Polo Culturale ItaliaNoRio inaugura la prima mostra dell’anno presentando soluzioni creative per superare le disuguaglianze Il Polo Culturale ItaliaNoRio ha inaugurato questa sera la prima mostra dell’anno, presentando soluzioni proposte da designer brasiliani, italo-brasiliani e italiani per affrontare le disuguaglianze del mondo contemporaneo. Il Polo è un’iniziativa del Consolato Generale d’Italia a Rio de Janeiro, in collaborazione con l’Istituto Italiano di Cultura (IIC) e l’Istituto Europeo di Design (IED) di Rio. «Crediamo che il design possa essere uno strumento potente per migliorare la qualità della vita e affrontare le sfide delle disuguaglianze in tutte le loro forme. È con grande entusiasmo che il Consolato Generale d’Italia a Rio de Janeiro, l’IIC e l’IED Rio hanno avuto l’onore di presentare questa mostra», ha dichiarato il Console Generale d’Italia, Massimiliano Iacchini, nel suo breve ma appassionato discorso di apertura. “DESIGN versus DISEGUAGLIANZE: Progettare un mondo migliore” La mostra, il cui tema è “Progettare un mondo migliore”, sarà aperta al pubblico dal 16 aprile al 14 giugno 2025, e invita i visitatori a riflettere su come il design possa contribuire a superare le disuguaglianze, offrendo nuove prospettive per il presente e il futuro. Curata da Alexandre Rese, eccellente direttore manager dello IED Rio, e da Carol Baltar, la mostra raccoglie opere di numerosi creativi — tra cui l’Istituto Campana e designer come Franz Cerami, Marco Zanini, Giorgio Bonaguro, Pedro Galaso, Débora Oigman, Flávia Souza e molti altri — che, pur esprimendosi con linguaggi e obiettivi differenti, condividono un impegno comune: utilizzare il design come veicolo di inclusione, innovazione e cambiamento. Le creazioni esposte vanno oltre l’estetica e la funzionalità: rappresentano un invito a riflettere, sperimentare e riscoprire il ruolo multidisciplinare del design come strumento di trasformazione sociale. Celebrano la diversità, l’innovazione e la ricerca, proponendo soluzioni concrete per un mondo più equo. I lavori di allestimento sono stati seguiti con cura dai collaboratori del Consolato, un team affiatato che rappresenta un punto di forza fondamentale per la riuscita dell’intera iniziativa. Particolarmente toccante è stato l’intervento di Alexandre Rese, che ha emozionato la platea affermando: «In un mondo segnato da profonde disuguaglianze, il design emerge come uno strumento potente per trasformare la realtà e costruire ponti tra diversi contesti sociali. La mostra “DESIGN versus DISEGUAGLIANZE: Progettare un mondo migliore” propone un dialogo urgente e necessario, riunendo designer brasiliani, italo-brasiliani e italiani attorno a soluzioni creative e inclusive. Attraverso nuovi linguaggi visivi, materiali innovativi e approcci sostenibili, l’esposizione invita il pubblico a riflettere su come il design possa contribuire a promuovere un futuro più giusto ed equilibrato». Informazioni pratiche Mostra aperta dal: 16 aprile al 14 giugno 2025 Produzione e coordinamento: Artepadilla Orari di apertura: Dal lunedì al venerdì: 8:00 – 17:00 Sabato: 10:00 – 17:00 Luogo: Polo Culturale ItaliaNoRio – Casa d’Italia Indirizzo: Av. Pres. Antônio Carlos, 40 (piano terra) – Centro – Rio de Janeiro Ingresso libero – Mostra adatta a tutte le età   Alfredo Apicella / ASIB

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