Indossiamo molte maschere per trovare il volto che non ne ha bisogno

  Un viaggio verso sé stessi senza maschera   di Krishan Chand Sethi   C’è una verità che ho compreso non dai libri, né dagli insegnamenti, né dalla saggezza altrui, ma vivendo, osservando, cadendo e rialzandomi. La verità è questa:le molte maschere che indossiamo. Questo non è semplicemente poetico. Non è un tentativo di sembrare filosofico. È ciò che ho vissuto, visto negli altri e, più dolorosamente, visto anche in me stesso. Da bambini, siamo senza maschera. Ridiamo troppo forte, piangiamo troppo improvvisamente e parliamo troppo onestamente. Siamo come siamo. Ma il mondo ci insegna rapidamente ciò che preferisce. Presto, quell’anima senza maschera inizia a modellarsi in ciò che crede sarà amato, accettato o anche solo tollerato. È allora che inizia la maschera.   Le prime Maschere: cercare approvazione Ricordo, da ragazzo, di aver recitato una poesia con gioia genuina durante una funzione scolastica. Non era perfetta. Potrei aver inciampato su una o due versi. Ma parlavo col cuore. Dopo, un compagno di classe prese in giro la mia voce. Quel commento ebbe più potere di dieci applausi. Per settimane, smisi di scrivere. Parlavo con più cautela. Quella fu la mia prima maschera: la maschera della cautela. Poco dopo, indossai la maschera dell’obbedienza: essere lo studente modello, il figlio ideale, l’amico che ascoltava sempre ma parlava raramente. Cercavo di essere ciò che gli altri apprezzavano, perché essere me stesso improvvisamente sembrava rischioso. Tutti passiamo attraverso questo. Forse non nello stesso modo, ma con lo stesso risultato: una distanza inizia a crescere tra chi siamo e ciò che presentiamo.   I costumi dell’adulto: ruoli che viviamo L’età adulta non rimuove queste maschere; le moltiplica. Indossiamo il ruolo del professionista, del coniuge, del genitore, del cittadino rispettato. E nessuno di questi ruoli è sbagliato, anzi, sono vitali. Ma i problemi iniziano quando il ruolo prende il sopravvento sull’anima. Nel mio percorso professionale, ho incontrato uomini e donne che, in superficie, avevano tutto: lauree, promozioni, applausi. Eppure, a porte chiuse, confessavano di sentirsi vuoti. Un uomo una volta mi disse: “Signor Sethi, sto vivendo il sogno di tutti gli altri tranne il mio.” Un altro disse: “Sorrido tutto il giorno. Ma non ricordo l’ultima volta che ho sorriso perché lo intendevo davvero.”Queste non erano persone deboli. Erano coraggiose, resilienti e rispettate. Ma avevano indossato maschere così a lungo da dimenticare dove finiva la maschera e iniziava il volto.   Chi siamo davvero? È una domanda che non sempre ha una risposta forte. In effetti, le domande più importanti spesso arrivano nel silenzio. Chi sono io quando nessuno guarda? Sono lo scrittore premiato? Il funzionario governativo? Il marito e padre? Sì, forse. Ma oltre a ciò? Sono la voce silenziosa che a volte sente il peso del tempo? Sono il ragazzo che si emoziona ancora per l’odore dei vecchi libri? Sono l’uomo che osserva le persone in silenzio e vede il loro dolore anche dietro i sorrisi? Queste non sono domande drammatiche. Non sono indulgenze filosofiche. Sono le vere domande. Perché quando il sipario cala, i ruoli finiscono e gli applausi svaniscono, ciò che resta non è ciò che abbiamo fatto, ma chi siamo stati.   Lo specchio non mente mai Tutti abbiamo specchi nella nostra vita. Non solo quelli di vetro, ma i momenti, le persone, i silenzi che riflettono chi siamo veramente. Per me, uno di questi momenti è arrivato dopo un evento pubblico. Ero stato onorato per uno dei miei libri. Incoronato, applaudito, lodato. Ma quando tornai nella mia stanza e mi guardai allo specchio, non mi sentii orgoglioso. Mi sentivo stanco. Vedevo occhi grati ma non brillanti. Quella notte, mi posi una domanda difficile: Sto scrivendo per impressionare? O per esprimere? Quello fu un punto di svolta. Decisi allora che ogni parola che scrivevo, ogni pensiero che condividevo, doveva prima sembrare onesto alla mia anima. Altrimenti, erano solo un’altra maschera.   L’amore e le Maschere dietro cui ci nascondiamo Anche l’amore non è immune alle maschere. In effetti, potrebbe essere dove ne indossiamo di più. Nascondiamo le nostre vulnerabilità pensando che ci renderanno meno amabili. ascondiamo i nostri sogni temendo che possano essere troppo grandi, o troppo piccoli, o troppo strani. Una volta ho incontrato una donna che aveva abbandonato silenziosamente il suo amore per la pittura dopo il matrimonio. Suo marito non glielo aveva mai chiesto. Ma lei presumeva che il dovere venisse prima. Vent’anni dopo, riprese il pennello e pianse mentre dipingeva un campo di girasoli. Quello era il suo vero volto. Quel momento. L’amore non dovrebbe essere un palcoscenico dove recitiamo. Dovrebbe essere una stanza dove possiamo spogliare l’anima.   Il ruolo della società: applaudire le Maschere La società non vuole sempre la tua verità. Vuole la tua coerenza. Vuole la versione di te che si adatta al titolo, all’immagine, all’aspettativa. Quando un CEO ammette la depressione, la gente sussurra. Quando un insegnante mette in discussione il sistema educativo, la gente si irrigidisce. Quando una madre dice che vuole più della maternità, la gente giudica. Ma le persone più audaci che ho incontrato sono quelle che, gentilmente ma fermamente, rimuovono la maschera, guardano il mondo negli occhi e dicono: “Questo sono io.” E, stranamente, il mondo finisce spesso per rispettarle di più.   Perché abbiamo bisogno della Maschera inizialmente? Perché anche questo fa parte del viaggio. Una maschera protegge. Una maschera ci aiuta a sopravvivere a fasi che non siamo ancora abbastanza forti da affrontare a viso scoperto. Ma dovrebbe essere uno strumento temporaneo, non un’identità permanente. Dobbiamo perdonarci per averla indossata. Ma dobbiamo anche sfidarci a rimuoverla, strato dopo strato, quando siamo pronti.   La vita senza Maschera: vivere senza finzioni Cosa significa vivere senza maschera? Significa parlare anche quando la tua voce trema. Significa ammettere di non sapere. Significa scegliere la pace rispetto alla performance. Significa creare arte, anche se nessuno applaude. Significa essere più fedeli alla tua verità che al tuo titolo. Una vita senza maschera non è perfetta. È grezza. È reale. È radiosa. Ho incontrato persone che non avevano premi, né

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PREMIO CARUSO V EDIZIONE

PREMIO LETTERARIO NAZIONALE “CARLO CARUSO: IL GIUDICE, L’UOMO, IL POETA” V EDIZIONE Un evento dedicato ai giovani, per restituire loro dignità e voce attraverso la scrittura     ROMA – Lunedì 9 giugno 2025, dalle ore 10:00 alle 18:30, presso la prestigiosa Sala Consiliare di Palazzo Valentini (Via IV Novembre, 119/A – Roma), si terrà la cerimonia di premiazione della V Edizione del Premio Letterario Nazionale “Carlo Caruso: il Giudice, l’Uomo, il Poeta”, promosso dall’Associazione Carlo Caruso Aps, con il patrocinio del Ministero della Giustizia, della Città Metropolitana di Roma Capitale, dell’Ordine degli Avvocati di Roma e di numerose altre istituzioni e realtà associative.   Il Premio letterario “Carlo Caruso”, istituito cinque anni fa per ricordare l’insigne uomo di giustizia scomparso nel 2018, per molti anni giudice presso il Tribunale dei Minorenni di Catanzaro, è indirizzato ai minori e giovani-adulti in vinculis, messi alla prova e/o comunque sottoposti a provvedimenti penali e civili dell’Autorità Giudiziaria Minorile su tutto il territorio nazionale. Ha l’obiettivo di premiare le opere, valorizzare i giovani autori che sapranno esprimersi in modo chiaro, mettendo a nudo i propri sentimenti, le proprie aspirazioni e i loro sogni, in un momento particolarmente difficile della loro giovane vita.   La scrittura, come voleva Carlo Caruso – magistrato, poeta, scrittore e musicista – deve appropriarsi del reale ed essere testimonianza esistenziale. Obiettivo del Premio, quindi, è stimolare la produzione di testi che sappiano raccontare la “vita vera” fatta di sofferenza, di sospetti, di compromessi ma anche di gioia, di risate, di riscatto, d’amore e di nuovi progetti. Il Premio è nato per dare ai giovani sottoposti alla Giustizia minorile uno spazio espressivo autentico che possa restituire loro dignità e voce attraverso la scrittura, con tre sezioni letterarie: POESIA INEDITA, NARRATIVA BREVE INEDITA, e TESTO RAP INEDITO. La giornata del 9 giugno è articolata in due sessioni:   Prima sessione (10:00 – 13:30): Introduce e modera l’Avv. Eugenio Bisceglia, Presidente del Premio. Verranno lette le opere, premiati e consegnati i riconoscimenti ai finalisti delle tre sezioni. Previsti gli interventi della Dott.ssa Maria Pia Turiello (Presidente di Giuria), della Dott.ssa Marisa Manzini, della Dott.ssa Micaela Piredda e della Dott.ssa Angela Rivellese, tra gli altri.   Seconda sessione (14:30 – 18:30): Moderata dal giornalista RAI Dott. Pino Nazio, sarà dedicata a un seminario di approfondimento con esperti del settore minorile, tra cui: Dott.ssa Alida Montaldi, Avv. Francesco Graziano, Dott.ssa Francesca Mosiello, Dott.ssa Serenella Pesarin, Dott. Sergio De Nicola ed altri autorevoli relatori.   Il Premio sarà aperto dai saluti e dagli interventi di importanti figure istituzionali, tra cui il Dott. Pierluigi Sanna (Vice Sindaco Città Metropolitana di Roma), la Dott.ssa Lidia Salerno (Presidente Tribunale per i Minorenni di Roma), l’Avv. Paolo Nesta (Presidente COA Roma), e la Prof.ssa Lucia Branca Caruso, Presidente dell’Associazione “Carlo Caruso”. L’evento è accreditato dal Consiglio dell’Ordine degli Avvocati di Roma con 5 crediti formativi ordinari.   Goffredo Palmerini

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Baby Reborn: Coi Pupazzi, Cose da Pazzi (senza offesa per Salemme)

In un mondo dove l’assurdo non solo ha preso casa, ma ha anche fatto il mutuo, ecco a voi la nuova, scintillante tendenza: i baby reborn. Bambolotti iperrealistici, simili in tutto e per tutto ai neonati veri – tranne per il piccolo dettaglio che non respirano, non piangono e non hanno nemmeno il codice fiscale. Baby reborn: coi pupazzi, cose da pazzi.Nel senso semantico e clinico del termine, sia chiaro. E senza alcun riferimento al film del 2005 diretto da Vincenzo Salemme, che a confronto con questa realtà pare un manuale di igiene mentale. Il fenomeno ha ormai varcato ogni soglia di decenza logica. Sedicenti “madri” (e qualche “padre”, perché l’idiozia è inclusiva) portano in giro le bambole come figli veri. Passeggini, biberon, pannolini, bagnetto, ninna nanna. E se finisse qui potremmo anche cavarcela con una scrollata di spalle. Ma no. C’è chi chiede il congedo di maternità, chi pretende posti riservati, e chi – udite udite – si infila nelle corsie preferenziali dei servizi pubblici grazie a un pupazzo in braccio. Ed è proprio qui che il delirio ha raggiunto il livello legislativo. In Brasile, infatti, è stato presentato un disegno di legge alla Camera dei Deputati che prevede una multa fino a 20 salari minimi per chi tenta di saltare la fila con un “figlio” reborn in braccio. Il legislatore, evidentemente con ancora un briciolo di lucidità residua, ha sottolineato che i servizi pubblici potrebbero essere danneggiati da questa pratica assurda. Siamo al punto che lo Stato deve tutelarsi… dai pupazzi. Sì, avete capito bene: siamo arrivati al punto in cui il Parlamento discute su come difendersi non da minacce economiche, non da crisi internazionali, ma da bambole di plastica travestite da neonati. Perché evidentemente le priorità dell’umanità si sono spostate nel reparto giocattoli. E intanto, i magistrati di mezzo mondo si trovano a valutare se concedere o meno il diritto al puerperio per chi “accudisce” un oggetto. La giurisprudenza si piega, la logica si spezza, il senso comune si eclissa. E nessuno ride. O forse sì, ma è una risata isterica. Del resto, se c’è una cosa che questo mondo non ci fa mai mancare, è una testa fuori fase in più: che sia al potere o sul divano con la bambola in braccio, la follia si distribuisce equamente, come i volantini al mercato. E allora, davanti a questa sfilata di pupazzi trattati come neonati e norme pensate per contenere la fantasia sfrenata degli adulti, non ci resta che una sola preghiera:Signore, abbi pietà di noi… accogli la nostra supplica e liberaci da questi mali.O almeno, spediscici un po’ di buon senso. Anche usato va bene. Giuseppe Arnò

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Nel vuoto di San Pietro, meglio “Habemus Papam” che “Conclave” (e anche di “The Young Pope”)

“Chi ha paura non può essere libero, chi ha paura non può amare.” Papa Francesco La morte di Papa Francesco ha lasciato il mondo cattolico in un silenzio denso, quasi irreale. I funerali devono ancora essere celebrati, e già Piazza San Pietro è tornata a essere, come nei momenti storici più solenni, un luogo di attesa. Ma non è solo il trono di Pietro a essere vacante: è l’orizzonte stesso della Chiesa a sembrare in pausa, come se il tempo si fosse fermato per prendere fiato. In questa atmosfera sospesa, in cui il lutto si mescola alla riflessione e l’opinione pubblica si interroga sul futuro del cattolicesimo, anche il cinema torna a dire la sua. Eppure non sempre nel modo giusto. Un mese fa è uscito Conclave, film ambientato all’interno delle mura vaticane, nel cuore dell’elezione papale. Un’opera che, almeno sulla carta, sembra perfetta per questo momento: tensione, segreti, cardinali in lotta sotto gli affreschi della Sistina. Ma alla prova dello schermo, il film finisce per rivelare tutta la sua freddezza. Nonostante la qualità visiva e l’accuratezza scenografica, Conclave rimane un racconto tecnico, chiuso nella logica del potere, più attento al meccanismo che all’anima. C’è invece un altro titolo, uscito più di dieci anni fa, che oggi parla con voce limpida e sorprendentemente attuale: Habemus Papam di Nanni Moretti. Un film che, nel 2011, sembrava quasi una parabola ironica sull’autorità, ma che oggi appare come un piccolo capolavoro di intuizione umana e spirituale. Racconta di un papa appena eletto che, invece di affacciarsi al mondo, si ritira. Colto da un panico interiore che lo rende incapace di assumere il ruolo. Non è una fuga dal dovere, ma una confessione onesta. Un “non ce la faccio” che vale più di mille discorsi ben scritti. Nel tempo del dopo-Francesco, un papa che ha scelto la mitezza, il contatto umano, la parola semplice, Habemus Papam risuona con una verità disarmante. È un film che non ci racconta come si elegge un papa, ma perché un uomo potrebbe non volerlo essere. E poi c’è The Young Pope, la serie di Paolo Sorrentino. Un’opera stilisticamente radicale, estetizzante, surreale. Jude Law, nei panni di Pio XIII, incarna un pontefice giovane, spietato, enigmatico, che gioca col potere e con Dio in un continuo cortocircuito tra fede e spettacolo. È un papa che non cerca l’amore, ma il terrore. Che rifiuta la modernità, chiude le porte, e si fa icona vivente di un’autorità misteriosa, quasi mistica. Sorrentino costruisce un’opera visivamente straordinaria e teologicamente provocatoria, capace di affascinare e disturbare. Ma The Young Pope è anche, in fondo, una parabola sull’invisibilità di Dio e sull’isolamento del potere. È un racconto alto, iperbolico, dove la figura papale si fa mito più che carne. Nel confronto con Conclave e Habemus Papam, allora, la serie di Sorrentino occupa un altro piano: quello del simbolo. Se il primo film si concentra sull’apparato, e il secondo sull’uomo, The Young Pope mette in scena l’idea di papato come mistero insondabile, come maschera assoluta che nasconde il vuoto o la grazia. Ma oggi, nell’istante fragile che segue la morte di Francesco, è forse proprio questa astrazione a renderla meno urgente. Più che miti da contemplare, abbiamo bisogno di figure da comprendere. Più che estetica, ci serve empatia. Per questo, tra i tre sguardi, quello di Moretti resta il più vero. Habemus Papam è il film che oggi ci aiuta a stare dentro l’incertezza senza temerla. Che ci ricorda che la Chiesa non è fatta solo di conclavi, né di ideali irraggiungibili, ma di persone che tremano prima di dire “eccomi”. Mentre la Cappella Sistina si prepara a tornare teatro del Conclave reale, e il mondo attende una nuova fumata bianca, la domanda più profonda non è “chi verrà?”, ma “chi sarà capace di restare umano?”. E in questa domanda, dolce e necessaria, Habemus Papam è ancora una volta la risposta più sincera. Carlo Di Stanislao <[email protected]> Foto estratta da RAI Italia

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La cosa più bella della vita è mantenere la mente giovane. (Henry Ford)

Clint Eastwood e Ridley Scott: più invecchiano, più girano “Non si smette di creare perché si invecchia. Si invecchia quando si smette di creare.”– Italo Nostromo  In un tempo in cui tutto spinge verso la velocità, la novità e l’idea che la creatività sia figlia esclusiva della giovinezza, ci sono due uomini che sembrano vivere in controtendenza. Clint Eastwood e Ridley Scott. Due registi che, anziché rallentare, accelerano. Anziché ritirarsi, rilanciano. Anziché spegnersi, continuano ad accendersi. Eastwood ha 94 anni. Ridley Scott ne ha 87. Ma nessuno dei due sembra avere intenzione di fermarsi. Anzi, la loro produzione sembra aumentare, come se il tempo, invece di consumarli, li spingesse a creare ancora di più, ancora meglio. C’è qualcosa di profondamente umano e poetico in questo loro andare avanti, ostinato, silenzioso, ma determinato. Non è solo un atto artistico, è un atto esistenziale. Per loro, il cinema non è solo un mestiere: è la forma stessa con cui hanno imparato a pensare, a respirare, a guardare il mondo. È il loro linguaggio naturale. E quando questo linguaggio diventa parte di te, non lo metti via per l’età. Lo affini. Lo scolpisci. Lo liberi. Con l’età, si perde l’ansia di piacere, ma si guadagna libertà. Non si ha più bisogno di dimostrare nulla: si ha solo bisogno di dire la verità. E forse è proprio per questo che molti registi danno il meglio nei loro ultimi anni. Un percorso che continua È accaduto ad Akira Kurosawa, che a 75 anni firmò Ran, un kolossal tragico e pittorico ispirato a Re Lear. E a 83 chiuse con Madadayo, una dolce meditazione sul passaggio del tempo. Manoel de Oliveira, regista portoghese, ha girato film fino a 106 anni. Il suo cinema lento e contemplativo è stato una lunga conversazione con la morte, con Dio, con la memoria. Una vera anomalia: un artista che ha attraversato quasi tutto il Novecento cinematografico e parte del XXI secolo. Ingmar Bergman, a 85 anni, tornò con Saraband per chiudere il discorso aperto 30 anni prima con Scene da un matrimonio. Una riflessione tesa e spietata sull’amore, il corpo, la vecchiaia. Sidney Lumet, a 83 anni, girò Before the Devil Knows You’re Dead, un noir potente, crudele, senza un briciolo di nostalgia. Uno dei suoi film più moderni. Robert Altman se ne andò a 81 anni, lasciandoci Radio America, malinconica elegia del tempo che passa. Un addio pieno di vita. Agnès Varda, pioniera della Nouvelle Vague, ha continuato a sperimentare fino agli ultimi anni. A 89 anni ha firmato Varda par Agnès, un film-saggio in cui si racconta con ironia, grazia e una libertà invidiabile. Lina Wertmüller, prima donna candidata all’Oscar per la regia, è rimasta attiva e lucida fino alla fine, continuando a scrivere, parlare, influenzare. Anche attrici come Judi Dench, Maggie Smith, Charlotte Rampling, Jane Fonda, Helen Mirren stanno riscrivendo le regole dell’età nel cinema, interpretando ruoli complessi, centrali, rifiutando lo stereotipo della donna “finita” dopo una certa età. Ennio Morricone: l’arte senza fine E poi c’è Ennio Morricone, il leggendario compositore che, fino alla fine della sua straordinaria carriera, ha continuato a regalare al mondo la sua musica inconfondibile. Morricone, che ha scritto le colonne sonore più iconiche della storia del cinema, dai film di Sergio Leone a quelli di Giuseppe Tornatore e Quentin Tarantino, ha dimostrato che anche la musica, come il cinema, non conosce limiti d’età. Anche a 90 anni, il Maestro ha composto la colonna sonora di The Hateful Eight, per cui ha vinto l’Oscar, con la stessa passione e inventiva di un giovane talento. La sua musica, intrisa di emozione e profondità, ha continuato a toccare il cuore degli spettatori, confermando che la creatività non conosce barriere temporali. Francis Ford Coppola e il coraggio del suo ultimo film Un altro nome che non possiamo dimenticare in questa discussione sul coraggio creativo in età avanzata è Francis Ford Coppola, il genio dietro i leggendari Il padrino e Apocalypse Now. Dopo decenni di successi e di difficoltà nel mondo del cinema, Coppola ha sorpreso il mondo con il suo ritorno alla regia con Megalopolis, un’opera monumentale che ha rappresentato una scommessa ambiziosa non solo dal punto di vista narrativo, ma anche economico e produttivo. Megapolis non è solo un film, è una dichiarazione di intenti. Con oltre ottant’anni, Coppola non ha ceduto alla tentazione di riposarsi sui suoi allori. Al contrario, ha affrontato il progetto con un rinnovato spirito di sperimentazione, cercando di riscrivere, come solo lui sa fare, i confini del cinema contemporaneo. La sua visione di un futuro distopico, che affronta il potere, la tecnologia e la politica, non è solo una riflessione sul presente, ma una sfida al futuro stesso. Questa sua audacia non è una novità per un regista che ha sempre avuto il coraggio di rischiare, di affrontare temi complessi e di non accontentarsi delle soluzioni facili. In un mondo dove la maggior parte dei registi si accontenta di ripetere il passato, Coppola ha scelto di creare qualcosa di nuovo, di diverso, nonostante la sua età avanzata. Il suo è un esempio di come, con il coraggio, l’arte possa trasformarsi in un atto di continua reinvenzione. Un’eredità artistica che cresce con l’età Nel presente, Martin Scorsese, a 81 anni, ha firmato Killers of the Flower Moon, un film epico e politico che esplora la storia e la giustizia con una profondità raramente vista nel cinema contemporaneo. Ma non è finita: Scorsese ha ancora progetti futuri, dimostrando che la creazione non ha limiti. E Clint Eastwood? È sul set con Giurato n. 2, un legal thriller che potrebbe essere la sua ultima regia, o forse no. Ha superato i novanta, ma continua a lavorare come se avesse ancora qualcosa da raccontare. Lo stesso vale per Ridley Scott, che, dopo il successo di Napoleon, è già pronto a lanciarsi in nuovi progetti come Il Gladiatore 2 e altre avventure cinematografiche. Più si invecchia, più si vede la scrittura alla fine Con l’età, gli artisti tendono a diventare sempre più autentici

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DESIGN PER CAMBIARE

Il Polo Culturale ItaliaNoRio inaugura la prima mostra dell’anno presentando soluzioni creative per superare le disuguaglianze Il Polo Culturale ItaliaNoRio ha inaugurato questa sera la prima mostra dell’anno, presentando soluzioni proposte da designer brasiliani, italo-brasiliani e italiani per affrontare le disuguaglianze del mondo contemporaneo. Il Polo è un’iniziativa del Consolato Generale d’Italia a Rio de Janeiro, in collaborazione con l’Istituto Italiano di Cultura (IIC) e l’Istituto Europeo di Design (IED) di Rio. «Crediamo che il design possa essere uno strumento potente per migliorare la qualità della vita e affrontare le sfide delle disuguaglianze in tutte le loro forme. È con grande entusiasmo che il Consolato Generale d’Italia a Rio de Janeiro, l’IIC e l’IED Rio hanno avuto l’onore di presentare questa mostra», ha dichiarato il Console Generale d’Italia, Massimiliano Iacchini, nel suo breve ma appassionato discorso di apertura. “DESIGN versus DISEGUAGLIANZE: Progettare un mondo migliore” La mostra, il cui tema è “Progettare un mondo migliore”, sarà aperta al pubblico dal 16 aprile al 14 giugno 2025, e invita i visitatori a riflettere su come il design possa contribuire a superare le disuguaglianze, offrendo nuove prospettive per il presente e il futuro. Curata da Alexandre Rese, eccellente direttore manager dello IED Rio, e da Carol Baltar, la mostra raccoglie opere di numerosi creativi — tra cui l’Istituto Campana e designer come Franz Cerami, Marco Zanini, Giorgio Bonaguro, Pedro Galaso, Débora Oigman, Flávia Souza e molti altri — che, pur esprimendosi con linguaggi e obiettivi differenti, condividono un impegno comune: utilizzare il design come veicolo di inclusione, innovazione e cambiamento. Le creazioni esposte vanno oltre l’estetica e la funzionalità: rappresentano un invito a riflettere, sperimentare e riscoprire il ruolo multidisciplinare del design come strumento di trasformazione sociale. Celebrano la diversità, l’innovazione e la ricerca, proponendo soluzioni concrete per un mondo più equo. I lavori di allestimento sono stati seguiti con cura dai collaboratori del Consolato, un team affiatato che rappresenta un punto di forza fondamentale per la riuscita dell’intera iniziativa. Particolarmente toccante è stato l’intervento di Alexandre Rese, che ha emozionato la platea affermando: «In un mondo segnato da profonde disuguaglianze, il design emerge come uno strumento potente per trasformare la realtà e costruire ponti tra diversi contesti sociali. La mostra “DESIGN versus DISEGUAGLIANZE: Progettare un mondo migliore” propone un dialogo urgente e necessario, riunendo designer brasiliani, italo-brasiliani e italiani attorno a soluzioni creative e inclusive. Attraverso nuovi linguaggi visivi, materiali innovativi e approcci sostenibili, l’esposizione invita il pubblico a riflettere su come il design possa contribuire a promuovere un futuro più giusto ed equilibrato». Informazioni pratiche Mostra aperta dal: 16 aprile al 14 giugno 2025 Produzione e coordinamento: Artepadilla Orari di apertura: Dal lunedì al venerdì: 8:00 – 17:00 Sabato: 10:00 – 17:00 Luogo: Polo Culturale ItaliaNoRio – Casa d’Italia Indirizzo: Av. Pres. Antônio Carlos, 40 (piano terra) – Centro – Rio de Janeiro Ingresso libero – Mostra adatta a tutte le età   Alfredo Apicella / ASIB

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EVENTI – Gran Priorato di Calabria

    Il Gran Priorato di Calabria unitamente al suo Gran Priore il Dr. Don Paolo Baratta di Rugiano e lieto di informarvi che si terrà in Calabria, il Capitolo di investitura presso la Chiesa di San Pietro e la successiva Cena di Gala presso il Castello Ducale di Corigliano Calabro in data 29 marzo/25 entrambi nel Comune di Corigliano – Rossano dove saranno presenti le autorità civili del territorio. S.A.R. Don Roberto Schiavone, Principe di Favignana, Sovrano Gran Maestro Cavalieri di Malta Osj USA                          

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NAPULE È ACCUSSÌ

Storie, Santuari e miracoli dicembre 2024   Percorriamo “Napoli Bella” in una splendida giornata di sole alla volta di “San Gregorio Armeno”, percorso ripido e stretto nel centro storico.  Qualche straniero…’Spaccanapoli’? E subito viene indicata la direzione ed il percorso adiacente,  tramite la gestualità tipica napoletana. Numerose le botteghe artigiane dove donne ed uomini sono all’opera sui banchetti con tutti gli attrezzi, chini sui piccoli capolavori poi esposti internamente e nelle vetrinette ‘fuori’. In mancanza di vetrinette, immancabile,  la scritta: “  SI PREGA DI NON TOCCARE “ ,  nonostante sia invero difficile resistere al tocco delle statuine presepiali, spesso in compagnia dei vari idoli napoletani.  Totò è immancabile! Già osservato  nel quartiere Forcella insieme alla visione degli splendidi  murales dedicati a Diego Armando Maradona e Pino Daniele. Nei quartieri limitrofi, tra sorrisi e caldarroste, le persone esponevano na’ sorta di  ‘Supermarket on the street’,  troviamo pasta, sfogliatelle e babà, sigarette a prezzo ‘buuuuono assaie!’.  Incuriositi avanziamo verso un signore anziano tutto curvo e sdentato, mentre prepara il suo tavolinetto colle statuette mezze rotte e vecchiotte, maltrattandoci all’uso delle nostre telecamere. Abusivismo? “Simmo a Napule, paisà!”                  I vicoli si intersecano nell’antica stradina di San Gregorio Armeno, risalente alla bella età greco-romana, ed ecco  all’improvviso apparire come un fantasma un solare magro signore di mezza età, che irrompe nel brusio generale mattiniero con orchestra incorporata e cinghia a mezza vita, attaccando una musichetta accattivante tipica ‘napulitana’. L’invito? Fargli coro uniti al  suo “braccetto tondeggiante ballerino.” La mancia? D’obbligo! Nonostante sia  un continuo chiedere.. come quel ‘panzuto’ partenopeo pieno e strapieno di corni e cornetti attaccati ovunque…”Uhèèèè, bella gente, favurite, favurite!” Nel frattempo,  altra zona, giungiamo  presso il Santuario dell’Immacolata in Via Fratelli Magnoni – Riviera di Chiaia, dove avverrà la cerimonia del “Nastro Tricolore dei Vigili del Fuoco Sezione Provinciale di Napoli” sotto l’egida dell’ Associazione Nazionale Decorati al Valore Civile. Precisamente e con dovizia, ente morale con DPR n. 776 del 30 luglio 1966. L’aria tiepida poco a poco svanisce lasciando posto ad una pioggerellina battente che lucida la strada antistante l’imponente chiesa rendendo magica e splendente  l’atmosfera. Ci indicano lì vicino una delle pasticcerie più buone della zona e quindi approfittiamo. Intorno appaiono abitazioni con tendine tirate, volutamente o chissà, televisioni accese, dolci sui tavoli  e panni sugli stendini. Qui tutti si conoscono e si vogliono bene mentre na’ bella guagliona, seppure attempata, accende la sigaretta davanti alla finestra aperta, inviandoci col sorriso spirali di fumo alla volta del cielo. E chi se ne frega se adesso “chiove a zeffunno” in tale poetica immaginifica dove si affacciano Salvatore Di Giacomo, Eduardo De Filippo, Domenico Rea e tanti altri ancora, rendendola città immortale quale anche Stendhal, che di via Toledo ne aveva fatta  quasi residenza. E’ il momento della cerimonia, la chiesa pullula di gente  che ripone gli ombrelli. Alla Santa Messa intervallano  melodie varie del soprano Tania di Giorgio, splendida bellezza mediterranea, che incanta all’ascolto mentre muove  graziosamente i fili della chitarra.  Palpabile nell’aria  la simbiosi  tra  lo strumento e la cantante, che il pubblico avverte applaudendo fragorosamente. Più tardi, negli spazi soprastanti, è tutto un.. “Tania, Tania, Tania vieni”, facendo capire la forte amicizia che lega tutti loro. Ci indicano le persone da intervistare, ed eccoci di fronte Roberto Cantagallo, Cavaliere della Repubblica italiana –  in realtà ‘Cavaliere’ ce l’hanno detto altri –  ex caporeparto dei Vigili del Fuoco di Napoli, che  spiega : “ Beh…avevo il compito di fare alcuni recuperi in riferimento ai beni della Chiesa di Napoli nel 2002 sino al 2012, andandomene più tardi  in pensione. La storia? Con l’accordo del Cardinale Sepe e Don Carlo Ballico,  fu preso  in consegna il Santuario per il recupero di tutti i beni e tutte le strutture . Pertanto  dal 2015 ad oggi stiamo lavorando per il bene di tutti.  Noi, come Vigili del Fuoco, siamo estremamente grati al Cardinale Sepe che ci ha consegnato tutto questo,  suscitando  molto risalto nella società napoletana,  nonché sulla situazione religiosa e causa anche del sofferto abbandono del  Santuario, storia ben nota.   Un luogo questo, la “Madonna dell’Immacolata Incoronata” , risalente a Pio IX, dove sino a poco tempo fa  si celebrava la messa. Proprio in questi ambienti, a poco a poco, si sono riavviate le funzioni giornaliere. Inoltre, facciamo  convegni e riunioni, nonché atti di recupero verso i ragazzi di strada che non frequentano scuole,  sbandatelli  senza famiglia,  famiglie perlopiù bisognose,  doposcuola ed altro ancora, questo come Vigili del Fuoco.  E lo facciamo molto volentieri poiché non è giusto far  girovagare gli adolescenti in qua  e là,  senza uno scopo e senza conoscere il mondo del lavoro. In parole povere, ci offriamo gratuitamente dando giusta formazione e regole di vita, con riscontro di  buoni recuperi”. Parliamo adesso della varie vicissitudini sofferte sa questo luogo. “Esatto, luogo che  fu abbandonato nel 2000 avendo subito  allagamenti, crollo dei solai, il crollo del solaio di copertura, etc, tutto  documentato da fotografie ed altro materiale ancora. Chiaramente sono stati necessari collaudi con tanto di relazioni dei tecnici per verificare la stabilità del fabbricato. A  tale incuria trascorsa abbiamo sopperito recuperando pezzo su pezzo, visto che la grande infiltrazione d’acqua è stata l’origine delle varie lesioni. Abbiamo quindi  rifatto la facciata esterna, già pericolante, e tanto e tanto ancora spendendo al fine di recuperare un bene che è parte di tutto il popolo”. Chi vi ha sovvenzionato economicamente? “Noi. Noi come ‘Associazione Decorati’, come Associazione della polizia internazionale ‘IPA’, ci siamo autotassati essendo io il coordinatore delle  varie maestranze”. Sembra sia molto legato a queste mura. “Francamente non lo conoscevo e, piano piano,  la Madonna ha messo la sua manina dandoci  la forza nel recuperare ogni cosa,  ripagati  per il nostro operato giornaliero  e…che dire ancora? E’ una cosa bella fatta da tutti noi, privi di   hobby precisi visto che non ci interessa né la caccia, né la pesca e nemmeno il fumo, ci siamo  dedicati  appieno a ciò che lei vede”. Gesù Maria! Che forza tiene sto napolitain! “Il motivo per cui sono

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INIZIA IL VIAGGIO DI “ANIME MEDITERRANEE” DUE DONNE IN MUSICA

      Francesca Alotta e Sylvia Pagni portano in scena uno spettacolo unico e coinvolgente: “Anime Mediterranee, due donne in musica”. Un viaggio attraverso la storia e la musica del Mediterraneo. Due artiste straordinarie, unite dalla passione per la tradizione e dalla volontà di raccontare attraverso il canto, la musica, il ballo, storie di vita, di emigrazione, di dolore e di speranza. Francesca Alotta (voce, pianoforte e percussioni) e Sylvia Pagni (pianoforte, fisarmonica, voce) guideranno il pubblico in un’esperienza sensoriale ricca di emozioni, attraversando il cuore del Regno delle Due Sicilie, ma toccando anche quasi tutte le regioni italiane. Il repertorio spazia dalle melodie di fine ‘700, fino alle sonorità più moderne. Musica, danza, aneddoti e racconti, si intrecciano in un’atmosfera suggestiva, rendendo omaggio alle tradizioni e alla cultura italiana. Ma Anime Mediterranee non è solo celebrazione e spettacolo, è anche un inno alla forza delle donne che si uniscono. Francesca Alotta e Sylvia Pagni affrontano con sensibilità e determinazione, il delicato tema della violenza di genere, invitando chiunque viva situazioni di difficoltà a chiedere aiuto. Sul palco, due reti da pescatore con scarpe rosse e una panchina rossa con la scritta 1522 (il numero di emergenza contro la violenza sulle donne), diventeranno simboli forti e visibili di una battaglia che non può essere ignorata. Lo spettacolo è articolato in due parti, con una scaletta che alterna classici della tradizione napoletana, siciliana, medley dedicato alle diverse regioni italiane e brani originali inediti delle due artiste, una pizzica e un tango. Tra i pezzi eseguiti, spiccano titoli indimenticabili come Malafemmena, Reginella, ‘O Sole Mio, Vitti ‘Na Crozza, Tammurriata Nera, Era de maggio, E vui durmiti ancora, Cu ti lu dissi, ‘O surdato nnammurato, ecc., fino al bis col grande successo di Francesca Alotta: Non Amarmi, vincitore del Festival di Sanremo del 1992, insieme ad Aleandro Baldi, Vastasa, brano interamente scritto da Francesca Alotta, che celebra la ribellione e la forza femminile, col violoncello del grande Giovanni Sollima. Con Anime Mediterranee, Francesca Alotta e Sylvia Pagni offrono al pubblico uno spettacolo intenso, emozionante e carico di significato, che fa della musica un ponte tra passato e presente, tra tradizione e attualità, tra cuore e anime.   La prima si svolgerà in Abruzzo il 29 marzo 2025 al Teatro Comunale  “ Camillo De Nardis” di Orsogna (CH)   Fonte: Goffredo Palmerini

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È NATA CHEF ITALIA ETS

  Presentazione   La Chef Italia, è una nuova ed entusiasmante alleanza internazionale di Chef e Professionisti dell’Ospitalità, fondata dal Presidente ed Executive Chef Antonio Arfè, ed è impegnata a portare l’eccellenza dell’autentica cultura gastronomica Italiana in tutto il mondo. Insieme ai nostri membri e professionisti qualificati, condivideremo supporto e influenza attraverso la pratica professionale ed esperienziale a tutto raggio, una culminazione di conoscenza, tradizione, tecnica e creatività che è la CUCINA ITALIANA. Crediamo nell’aiutarsi a vicenda e prendiamo sul serio le nostre responsabilità supportando con successo tutti i livelli di competenza nel settore. Come membro, acquisirai familiarità con altri professionisti in tutto il mondo, contribuirai alle nostre pubblicazioni su tutte le piattaforme social media, parteciperai ai numerosi eventi che stiamo pianificando e, soprattutto, rappresentarai professionalmente CHEF Italia mentre svolgiamo collettivamente la nostra mission di portare avanti, trasmettere e promuovere il “gusto italiano” nel mondo. La parte migliore di ciò che facciamo è divertirci, perché per noi condividere l’autenticità e incorporato naturalmente nel nostro lavoro quotidiano e ci piace molto. Unisciti alla nostra famiglia, non vediamo già l’ora di raggiungere insieme, I nostri incredibili obiettivi. Cordiali saluti,   Il Presidente       NAPOLI – È nata ufficialmente CHEF ITALIA ETS, una Associazione, senza scopo di lucro, di Professionisti e Operatori dell’Ospitalità, fondata dallo Chef Antonio Arfè, avente esclusivamente finalità civiche di solidarietà e utilità sociale e animata dalla volontà sincera di promuovere i valori indiscutibili della Cucina Italiana. Il Consiglio Direttivo è composto dal Presidente Antonio Arfè, dal Vicepresidente Vincenzo Napolitano, dal Tesoriere Mauro Poddie e dal Responsabile della Stampa e Comunicazione Alex Ziccarelli. Una Associazione è come un megafono, unisce le voci di tanti singoli e permette di interfacciarsi con realtà più grandi e di compiere azioni che da soli non si potrebbero fare. Senza costituire una Associazione, evidentemente, sarebbe impossibile avere relazioni e sottoscrivere contratti con soggetti pubblici o privati. Allo stesso modo fissare dei paletti e delle regole di convivenza all’interno di un gruppo è fondamentale per la sua stessa esistenza, le basi si costruiscono attraverso uno Statuto ben fatto che fissi chiaramente gli obiettivi, delimiti il campo d’azione e regoli la convivenza tra gli associati. Nella fattispecie CHEF ITALIA pone al centro del progetto l’associato, con iniziative di sostegno e di supporto mirate alla promozione della cultura e degli eventi gastronomici della nostra cucina, in stretta collaborazione, eventualmente, sia con altre associazioni culturali che con enti pubblici, privati ed istituzioni, atte alla organizzazione di eventi, convegni, fiere, esibizioni e quant’altro o con proposte di sostegno didattico, di formazione, di consulenza o di promozione editoriale e giornalistica. In ultimo qualche cenno di presentazione dei dirigenti associativi, a cominciare dal Presidente Chef Antonio Arfè: innamorato da sempre della cultura enogastronomica partenopea, che, tra l’altro, conosce profondamente e che applica quotidianamente nelle sue attività di catering. Dopo numerose esperienze, come Chef, sia in Italia, soprattutto nella sua città, che all’estero, si è dedicato ad un settore importante della ristorazione, che è quello della gastronomia, dove è fondamentale il connubio tra la conoscenza delle materie prime che propone e dei piatti che cucina. Le sue creazioni sono legate al suo bagaglio culturale basato sulla vera tradizione napoletana e propone, infatti, diversi piatti della cucina partenopea ma rivisitati secondo il suo gusto creativo ma che, comunque, mantengono un legame indissolubile con Napoli. Più che un’attività commerciale, la Gastronomia Arfè è oggi un vero punto d’incontro per appassionati di arte culinaria. https://www.gastronomia-arfe.it/ Il Vicepresidente Vincenzo Napolitano è un grande appassionato e conoscitore di vino ed è il titolare di Cantine Mediterranee, un’azienda che conduce con la voglia di proseguire un’antica tradizione di famiglia, consolidata, negli ultimi 20 anni, anche a livello internazionale e che tende, soprattutto, a valorizzare i vini tipici della Campania, reinterpretando, in chiave moderna, un patrimonio ineguagliabile di cultura e tradizioni. Vini di alta qualità, prodotti con attenta cura in vigna e in cantina, che raccontano le emozioni di un territorio dalle tradizioni e dalla cultura vitivinicola millenaria. https://cantinemediterranee.it/ Il Tesoriere Chef Mauro Poddie, tra l’altro anche Responsabile Didattica per la “Scuola di Enogastronomia e Management”, si occupa di Formazione del Personale di Cucina in vari ristoranti di Roma, nonché della creazione di menù per la ristorazione. Valutatore enogastronomico per il Gambero Rosso e per Eccellenze Italiane, è impegnato anche nell’ambito delle consulenze per la ristorazione. Il Responsabile della Stampa e Comunicazione, lo Chef Alex Ziccarelli, cosentino di origine, napoletano di adozione, vive a Toronto, in Canada, da quasi 30 anni dove, tra l’altro, scrive, da giornalista accreditato, articoli di cucina italiana e non solo, collaborando settimanalmente con diverse testate giornalistiche in Nordamerica, Sudamerica ed Europa.

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