Bolca, eden dei fossili.

Verso il  riconoscimento come Patrimonio Mondiale dell’UNESCO. Peccato per la mancata considerazione della famiglia Cerato, pioniera nei rinvenimenti lungo sette generazioni      Bolca (Vestenanova, Verona) – Un paesino della Lessinia (Prealpi veronesi) ad 803 m s. l. m., dai trascorsi cimbri (per loro chiamata Bulk), disposta sulla valle percorsa del torrente Alpone che scaturisce proprio lì, in località Scaronsi e, scorrendo su rocce di natura vulcanica, confluisce nel fiume Adige, nei pressi d’Albaredo d’Adige.    Qui è stata accolta con un “Finalmente!” la notizia del via libera alla candidatura ufficiale degli affioramenti fossiliferi di Bolca e della val d’Alpone (San Giovanni Ilarione e Roncà), nel 2027, a Patrimonio dell’Umanità, più propriamente Patrimonio Mondiale, dell’UNESCO (United Nations Educational, Scientific and Cultural Organization, Organizzazione delle Nazioni Unite per l’Educazione, la Scienza e la Cultura), con sede centrale a Parigi.    Il 22 gennaio scorso, infatti, s’è riunito da remoto a Roma, presso il ministero degli Affari esteri e della Cooperazione internazionale, il Consiglio direttivo della Commissione Nazionale per l’UNESCO stabilendo, come proposta italiana alla Lista del Patrimonio Mondiale per il 2027, “Gli ecosistemi marini dell’Eocene a Bolca e nella Val d’Alpone”.    Il comunicato diffuso dal Palazzo della Farnesina ha sottolineato l’importanza paleontologica internazionale dei 15 siti fossiliferi di Bolca, San Giovanni Ilarione e Roncà, esaminati fin dal XVI secolo, che evidenziano l’evoluzione di fauna e flora marine (in litorali ed acque poco profonde) nel Medio e Basso Eocene (suddivisioni geologiche tra i 56 ed i 38 milioni di anni fa).    La candidatura è stata sostenuta dall’Associazione Temporaria di Scopo (ATS) “Val d’Alpone – Faune, flore e rocce del Cenozoico” (del quale fa parte l’Eocene), con il supporto dei ministeri dell’Ambiente e della Sicurezza energetica e della Cultura. Successivamente, entro il 30 gennaio, la designazione ha preso la strada del Centro del Patrimonio Mondiale, nella capitale francese, tramite il ministero degli Affari esteri e della Cooperazione internazionale e la Rappresentanza Permanente d’Italia presso l’UNESCO.    Gli organismi consultivi hanno il compito di verificare i requisiti per poi presentare l’istanza d’iscrizione all’illustre Lista nel 2027, durante la seduta del Comitato della Convenzione sulla Protezione del Patrimonio Mondiale Culturale e Naturale dell’Umanità, adottata dall’UNESCO nel 1972 e ratificata dall’Italia nel 1977.    L’orgoglio per il decisivo passaggio burocratico, però, ha lasciato una punta d’amaro negli abitanti della Val d’Alpone, soprattutto tra i bolchesi più anziani ed attaccati alle proprie radici, che hanno visto proseguire e consolidarsi il plurisecolare “miracolo” autoctono di patrimonio e ricerca paleontologici. Parzialmente delusi perché, a parte l’ennesima evidenza pubblica globale del valore scientifico della loro località-madre, hanno constatato che i media si sono “dimenticati” di citare la famiglia Cerato, presente a Bolca da ben sette generazioni, i cui componenti, in epoca lontana lavoratori nell’estrazione di lignite, scoprirono e scoprono tuttora “gioielli” ittici e vegetali fossili, esposti in importanti musei ed appetiti da collezionisti, ambedue anche all’estero.    In particolare, non è andata giù l’omissione della figura di Massimiliano Cerato, il Pescatore della laguna pietrificata, come venne romanticamente definito, che trasmise ai figli Achille, Erminio e Massimo (operativi tuttora) la quasi obbligata passione per scavi nelle stratificazioni geologiche dove si celano reperti rari, spesso unici, per quantità, specie e stati di conservazione.    I giacimenti fossiliferi di Bolca, noti in tutto il mondo, sono ubicati nei siti della Pesciara (“Pesciaia”, un tempo Lastrara, proprietà della famiglia Cerato soprannominata Busi per la spiccata predilezione, tramandata di padre in figlio, ad infilarsi in gallerie e cunicoli alla ricerca di fossili e minerali) nel monte Purga (vulcano attivo una cinquantina di milioni di anni addietro), oltre a quelli dello Spilecco e del Postale.    Eccezionali resti fossili di pesci (squali inclusi, oltre a quelli di crostacei, cefalopodi, meduse, policheti, foraminiferi, molluschi, coralli, echinidi, carapaci di tartarughe ecc.), di piante tropicali terrestri ed acquatiche (palme, alghe, fanerogame marine) e perfino di coccodrilli, serpenti, insetti e piume di uccelli, sono stati rinvenuti e continuano a… riaffiorare dall’arcaico passato, testimoniando la considerevole biodiversità d’un habitat marino-costiero di tipo lagunare.    Massimiliano Cerato, scomparso il 22 settembre 2012 ad 86 anni d’età, fu il “papà” degli splendidi esemplari di pesce angelo (Eoplatax papilio) da lui scoperti nel 1972, nel cuore… ittico della Pesciara e nel 1989, nelle viscere del monte Postale. “Colpi grossi” tra molti altrettanto prestigiosi andati a segno nella sua lunga carriera di Sherlock Holmes dei fossili, “corteggiato” da illustri geologi e paleontologi, come Günther  Viohl, direttore dello Jura-Museum (Museo del Giura), situato nell’ala nord del castello di Willibaldsburg, ad Eichstätt, in Baviera, noto per i suoi fossili del Giurassico (rettili marini, pterosauri, pesci predatori, gamberi, limuli, squali ecc.), per lo scheletro quasi completo del piccolo dinosauro teropode predatore carnivoro Juravenator, per l’esemplare d’uccello primordiale, l’Archaeopteryx, ritrovati nelle cave di calcare litografico di Solnhofen. Eichstätt è gemellata dal 1973 con Bolca.    Cavaliere (per meriti paleontologici), con titolo assegnato il 27 dicembre 1979 dal presidente della Repubblica Sandro Pertini, Massimiliano visse nella spaziosa abitazione di famiglia a fianco del Museo dei fossili di Bolca (https://museodeifossili.it). Delle stanze sempre affollate, a pianterreno, furono adibite ad ulteriore esposizione di reperti e vendita alla buona di fossili e minerali.    In sua memoria sono state dedicate la scuola secondaria di primo grado a Vestenanova, in piazza Roma 9 e la rinnovata sala al piano superiore dello stesso Museo dei fossili, nella “sua” Bolca. La moglie, Rosetta Franchetto, è deceduta nel novembre 2014, ad 81 anni.   Claudio Beccalossi

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I 4 Gianni

  In libreria il 15 gennaio   I 4 Gianni Brera, Clerici, Minà, Mura e lo Sport di Repubblica di Giuseppe Smorto   Bologna, 8 gennaio – C’è stato un momento nella storia del giornalismo italiano in cui lo sport ha smesso di essere semplice cronaca per diventare linguaggio, visione, racconto del Paese. I quattro Gianni (235 pp, 18€) pubblicato da Edizioni Minerva, ricostruisce quella stagione straordinaria attraverso le figure di quattro protagonisti assoluti: Gianni Brera, Gianni Mura, Gianni Clerici e Gianni Minà. Quattro firme diverse per stile, temperamento e sguardo sul mondo, unite però da un’idea comune: lo sport come chiave per leggere la società, la politica, la cultura e l’animo umano.   Il libro racconta, in occasione del cinquantesimo anniversario de la Repubblica, la nascita e l’affermazione dello sport sulle pagine del giornale, che all’inizio dichiara apertamente di non volersene occupare. Nel giro di un paio d’anni il fondatore Eugenio Scalfari si convince dell’importanza dello sport nella società italiana e chiama al giornale molte grandi firme, tra cui i quattro Gianni. Gianni Brera è il grande patriarca, il maestro riconosciuto. Con la sua prosa ricca, inventiva e inconfondibile, Brera porta nello sport la letteratura, la storia, la lingua italiana reinventata. È lui a dimostrare che una partita può essere raccontata come un poema epico. Il suo arrivo a Repubblica segna una svolta irreversibile: lo sport non è più un genere minore, ma uno spazio di interpretazione alta del presente.   Diverso, elegante, colto fino alla raffinatezza è Gianni Clerici, che porta nello sport il gusto del racconto lungo, della digressione colta, dell’ironia british. Clerici trasforma il tennis – e non solo – in una narrazione letteraria, popolata di fantasmi, memorie e ossessioni. Nei suoi articoli lo sport diventa teatro dell’anima, luogo di solitudine e grandezza, di vittorie che somigliano spesso a sconfitte interiori.   Gianni Minà è una figura unica nel panorama giornalistico italiano. Porta nello sport uno sguardo internazionale e politico, raccontando i grandi campioni come uomini immersi nella storia. Da Maradona a Muhammad Alì, dai pugili ai rivoluzionari, il suo racconto supera i confini del campo e diventa reportage umano, empatico, dalla parte degli ultimi. Con Minà, lo sport si intreccia definitivamente con i diritti, le contraddizioni del potere e la dignità degli ultimi.   Gianni Mura è una voce libera e ironica, con rubriche diventate leggendarie.  Usa lo sport per parlare di potere, ipocrisie, conformismi. I suoi “Sette giorni di cattivi pensieri” ogni domenica non sono solo pagelle, ma un osservatorio puntuale sull’Italia che cambia e spesso torna indietro. Il suo giornalismo è fatto di curiosità, indignazione civile e amore per i dettagli, capace di far convivere leggerezza e profondità.   I quattro Gianni non è soltanto un libro sul giornalismo sportivo, ma una vera e propria storia culturale dell’Italia contemporanea. È il racconto di una redazione che diventa laboratorio di idee, di un mestiere vissuto come missione civile, di un’epoca in cui la scrittura contava quanto la notizia. Un volume che restituisce voce, atmosfera e tensione di anni irripetibili, ricordandoci che il giornalismo migliore nasce quando intelligenza, libertà e responsabilità camminano insieme.   L’AUTORE Giuseppe Smorto Ha fatto sempre il giornalista, anche se sognava una vita da psicanalista. Invece ha vinto una borsa di studio ed è salito sull’astronave “Repubblica”. È stato caporedattore allo Sport, al “Venerdì”, alla cronaca di Torino, poi responsabile e direttore del sito “repubblica.it” e vicedirettore del giornale. Ha scritto vari libri sulla Calabria (dove è nato), è stato co-autore di Semidei, un docufilm sui Bronzi di Riace. Ha firmato due podcast: Dimmi chi era Gianni Brera e Chiamami Mister (insieme ad Aligi Pontani), su un’esperienza di calcio per ragazzi autistici.   Ufficio Stampa Minerva Korina Sheremet 380 3835997 | [email protected] Benedetta Dalla Rovere 335 5230658 | [email protected]

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Camarda – Magia del presepe vivente

A CAMARDA SI RIPETE LA MAGIA DEL PRESEPE VIVENTE (XXXIV EDIZIONE)   di Giuseppe Lalli   CAMARDA (L’Aquila) – Domenica 28 dicembre 2025 si è svolta a Camarda, per iniziativa dell’associazione culturale “Il Treo”, la XXXIV edizione del “Presepe Vivente”. Il percorso ha preso le mosse dalla ariosa piazzetta di Piedi la Forma, dove, in un angolo alberato, ad intonare arie natalizie, era la “Corale L’Aquila”, per snodarsi poi, parallelamente alla strada del “Fossato”, lungo via delle Pagliara, via del Colle, via Camardella, quel piccolo dedalo di viuzze che ancora in un passato non lontano costituiva il ventre del grazioso villaggio, il suo cuore pulsante. In questi angoli che sanno di antico e di buono, di fatica e di poesia, all’entrata di piccole incantevoli grotte che un tempo fungevano da cantine, o di stalle che erano parte integrante della stessa abitazione, fantasia e realtà storica sembravano darsi la mano.   Ed ecco figuranti vestiti da briganti, muniti di archibugi, che inveiscono da dietro sbarre di ferro (una figura, quella del brigante, mai scomparsa dall’immaginario del mondo contadino abruzzese); ed ecco uomini e donne vestiti con abiti tradizionali a riproporre antichi e affascinanti mestieri artigianali, quali il fabbro, il funaro, il ciabattino, lo scalpellino, il bastaio, (in dialetto “Ju mmastàro”, colui che fabbricava o aggiustava il basto, “ju mmàʃtu”, la grossa rudimentale sella che veniva posta sulla groppa dell’asino, animale da soma indispensabile ai nostri contadini fino a cinquanta anni fa), lo scrivano (l’ “intellettuale” del paese cui nei tempi andati si ricorreva per farsi scrivere una lettera).   Inoltre scene di attività domestiche, quali la tessitura, la scardatura della lana, la conciatura del grano con un utensile anch’esso rudimentale, “ ju croveju”, consistente in un ampio telaio circolare di latta bucherellato, delimitato da una circonferenza di legno, che appeso tramite una fune al punto di convergenza di tre grossi pali poggiati sul terreno richiedeva mani di donne esperte per vagliare il grano dalle impurità; o la pasta fatta in casa, farina amalgamata con uova fresche, ammassata e poi spianata sulla tavola (la “spianatora”) con il mattarello, come facevano le nostre mamme e, ancor più, le nostre nonne.   In una stanzina due giovani donne si cimentano nella lavorazione del “tombolo d’Abruzzo”, antica stupenda tradizione della nostra terra, mentre in un altro piccolo locale altre donne impagliano corolle, che nei tempi andati servivano in casa per poggiare le conche piene dell’acqua attinta alla pubblica fontana o la caldaie (la “callara” nella denominazione dialettale). Ancora nei primi decenni del secolo scorso nei nostri paesi c’era spesso una donna, per lo più anziana, detta “la cherollara”, specializzata in questa singolare manifattura.   A differenza delle passate edizioni, quest’anno il percorso, dopo averci rituffato nella vita quotidiana delle passate generazioni, ha ripiegato sulla più larga via del Fossato, per poi condurci, attraverso la vezzosa piazzetta del Treo, con la sua monumentale fontana, alla piazza principale, antistante la chiesa parrocchiale.   Qui, come felice epilogo della manifestazione, è andata in scena una realistica rappresentazione del racconto evangelico, con Maria e Giuseppe che conducono un asinello con tanto di basto sulla groppa verso una capanna di legno sapientemente realizzata: una stalla come doveva essere quella di Betlemme, con un bue accosto alla mangiatoia e della paglia fresca pronta ad accogliere il Bambinello (che quest’anno era una bambina); mentre una voce narrante, con una dolce melodia a fare da discreta colonna sonora, rievocava il mistero antico e sempre nuovo di un Dio che si fa carne e sangue.   Anche quest’anno, lungo il cammino, a mitigare il freddo pungente, molti i punti di ristoro, nei quali si sono potute gustare saporite pizze fritte, deliziose ciambelline, e la “joncata”, fresco ed invitante “caseario” ancora allo stato fluido che si ricava da quel che resta nel fondo del recipiente quando le massaie preparavano forme di latticini di bovini o ovini per il consumo domestico. Sempre gradita, alla fine del percorso, la minestra con i tritoli, pasta ammassata con acqua e farina, nonché il piatto di cotiche e fagioli, gustosissimo e piccante al punto giusto. Il tutto innaffiato da ottimo “vin brulé”.   Camarda conserva il suo fascino tutto particolare, con i suoi vicoletti pieni di mistero, dove ad un orecchio attento risuonano voci antiche che non si sono mai spente; e con le sue grotte fiabesche, ove la fantasia può rivedere donne anziane e ragazze in fiore che nelle lunghe sere invernali attendevano con pazienza ai lavori a maglia e uncinetto. Ad ammirarla dall’alto, dolcemente adagiata sulle propaggini del monte Intagliata, Camarda appare un grande incantevole presepe vivente. Anche quando non è Natale. Foto di Antonio Giampaoli  Fonte: Goffredo Palmerini

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La nave ombra del buon senso

Dalla guerra ai simboli del Natale agli imam fai-da-te, passando per attivisti in cerca di palcoscenico e grazie presidenziali: cronache di una società che spegne le luci e poi si stupisce del buio.     C’è una bella metafora che gira in questi tempi confusi: la società senza fede come una nave ombra. Quelle che solcano i mari con il petrolio nascosto, eludono le regole, non battono bandiera e non rispondono a nessuno. Navigano, sì, ma nell’oscurità. Così fanno le società quando smarriscono i simboli: non affondano subito, ma perdono l’anima. E quando l’anima se ne va, resta il qualunquismo, che è un mare piatto solo in apparenza. In Italia questa navigazione al buio è ormai pratica diffusa. Ogni dicembre, puntuale come l’influenza, riesplode la polemica sui simboli cristiani. Crocifissi da togliere, presepi da archiviare, auguri da sterilizzare. A Cremona, per esempio, si è pensato bene di abolire il “Buon Natale” perché non inclusivo. Testi neutri per bambini di sette anni, come se la neutralità fosse una vitamina e non un anestetico. La secolarizzazione passa ormai dal presepe: prima si toglie la capanna, poi ci si chiede perché la piazza è vuota. Cancellare i simboli, però, non rende la società più moderna. La rende più povera, più fragile, più manipolabile. Una comunità senza memoria è come un esercito senza divisa: obbedisce a chiunque alzi la voce. Difendere l’Avvento non è un atto di integralismo, ma di igiene civile. Augurarsi buon Natale non offende nessuno: semmai consola qualcuno e ricorda a tutti da dove veniamo. Nel frattempo, mentre il cristianesimo viene ridotto a folklore fastidioso, sull’altro fronte regna il caos. L’Islam in Italia non è riconosciuto e il risultato è un far west teologico: chiunque può aprire un garage e proclamarsi imam. Lo dice senza giri di parole Wael Farouq: così si favoriscono gli estremisti e si zittisce la maggioranza silenziosa dei musulmani normali. Il problema non è difendersi dai musulmani, ma difendere i musulmani italiani dall’Islam politico. Ma per farlo servirebbe ciò che oggi manca di più: chiarezza, responsabilità, coraggio istituzionale. Non mancano poi le scene da Travaso delle idee: non quello geniale degli anni Cinquanta, ma la sua caricatura contemporanea. Come la protesta proPal contro la Guardia Costiera, colpevole d’aver scortato la fiamma olimpica. La satira, un tempo, si disegnava; oggi si improvvisa. Qualche nota lieta, per carità, resiste: cinque grazie concesse dal presidente Mattarella, gesto antico e silenzioso in tempi di urla. E qualche massima che suona come uno schiaffo salutare. Tommaso Cerno osserva che se a tredici anni si può cambiare sesso, forse l’Italia ha urgente bisogno di una riforma del cervello. Cruda, ma efficace. E poi la vecchia sentenza latina che non invecchia mai: Si vis pacem, para bellum. Meloni la traduce in prosa governativa: eserciti forti evitano le guerre. Può non piacere, ma la storia, quella vera, non quella riscritta nei laboratori woke, le dà spesso ragione. Così navighiamo, tra simboli rimossi, parole disinnescate e idee fai-da-te. Una nave senza bandiera, convinta che spegnendo le luci si evitino le tempeste. Ma il mare non perdona l’ipocrisia: chi rinuncia alla propria identità per non disturbare nessuno, alla fine disturba solo se stesso. E scopre, troppo tardi, che nell’ombra non si diventa più giusti: si diventa solo invisibili.

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Federico Lauro incanta la patria dei grandi maestri

IL VERO TALENTO È CHI FA CRESCERE SÉ E GLI ALTRI Da Castrovillari all’Austria: il giovane pianista Federico Lauro incanta la patria dei grandi maestri     In Calabria non circoleranno fiumi di denaro, è vero. Ma i talenti sì: quelli brillano come stelle che non chiedono permesso per farsi vedere. Uno di questi è Federico Lauro, giovanissimo pianista di Castrovillari, scelto per rappresentare l’Italia nel prestigioso concerto di beneficenza del Frauenzentrum di St. Pölten, in Austria, il 19 novembre 2025. Un palcoscenico che fa tremare i polsi anche ai veterani, perché da quelle parti la musica non è un ornamento: è un fatto serio. È la patria di Mozart, Schubert, Strauss e Haydn. Un luogo dove si suona sapendo di mettere le mani nella storia. E il nostro Federico, senza tremare, ci mette anche il cuore. Il talento che nasce, cresce e fa crescere C’è chi dice che il talento sia questione di nascita e chi giura che sia solo frutto di studio e disciplina. Nel caso di Federico, viene da dire che siano vere entrambe le cose. Nato e cresciuto nella “capitale del Pollino”, ha mostrato da piccolo una naturalezza musicale che non si insegna: si riconosce. Suona più strumenti, ma il pianoforte è il suo regno. La famiglia lo sostiene, i genitori lo seguono con discrezione, e figura non meno decisiva è quella dello zio mecenate Don Paolo Baratta, Duca di Rugiano, appartenente a una storica famiglia castrovillarese. È in questo clima di affetto, disciplina e raffinata attenzione che nasce l’occasione austriaca. A segnalare Federico è la nota coreografa e cantante Anita Hofmann, che lo invita a esibirsi nel concerto di St. Pölten: un successo annunciato. E infatti arriva, limpido, meritato, pieno. Castrovillari applaude, il Liceo “Galilei” festeggia Il Polo Liceale “G. Galilei”, dove Federico frequenta la terza classico, non ha perso l’occasione di celebrarlo come merita. Lo ha scritto in un comunicato: questo traguardo non è solo suo, ma anche della scuola, della famiglia, dei docenti e di tutti quelli che ne conoscono garbo, sensibilità e passione. Parole piene e giuste. E Castrovillari che fa? Si illumina. L’Accademia “Su un palco” gli dedica addirittura un pannello gigante all’ingresso della città. Non è esagerazione: è riconoscenza per quei figli della Calabria che, invece di lamentarsi, si mettono al lavoro, studiano, crescono e fanno crescere. Il repertorio che ha incantato l’Austria Il concerto ha proposto classici natalizi internazionali e italiani, interpretati con eleganza e sorprendente maturità: da Silent Night ad Adeste Fideles, da White Christmas a Joy to the World, passando per le versioni italiane di Tu scendi dalle stelle, Bianco Natale, A Natale puoi e altri brani iconici. Musica che scalda i cuori, ma che, suonata così, li accende. Un punto di partenza, non di arrivo La Dirigente Scolastica, Dott.ssa Elisabetta D’Elia, parla di “momento significativo” e di “inizio di nuovi palcoscenici”. Non è un auspicio: è una previsione. Perché di Federico, se lo merita, sentiremo parlare ancora. E ancora. E la Calabria, ogni tanto, avrà un buon motivo per sorridere. Per concludere Perciò lasciamolo suonare, lasciamolo crescere, lasciamolo andare. E ricordiamoci che gli stipendi potranno pure arrancare, le strade potranno pure bucare le gomme, ma i talenti, quelli veri, no: quelli trovano sempre la strada. Anche quando parte da Castrovillari e finisce in Austria. Che poi, a guardare bene, non è lui che ha bisogno del mondo. È il mondo che ha bisogno di ragazzi così. Giuseppe Arnò

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Tempi duri per i ladri: la pacchia è finita

Tra legittima difesa e arresto “in differita”, il nuovo corso legislativo mette fine alla tradizionale impunità del ladro di professione. D’ora in poi, entrare in casa d’altri potrà costare più caro del previsto.     No, non siamo tornati al vecchio West, dove si sparava per un mazzo di carte truccato o per una parola di troppo. Ma qualcosa di antico, direbbe Pascoli, torna a far capolino tra le pieghe del codice penale: l’Articolo 52, quello della legittima difesa, rispolverato, lucidato e rimesso in pista. La Legge n. 36 del 26 aprile 2019 già aveva stabilito che chi si difende nella propria abitazione o nel luogo di lavoro non è punibile, purché la reazione sia proporzionata e dettata da un grave turbamento. Ebbene, oggi si aggiunge un tassello. Un disegno di legge, numero 1532/2025, primo firmatario il senatore Raffaele Speranzon di Fratelli d’Italia, propone di impedire ai malintenzionati di rivalersi, civilmente o economicamente, contro chi ha osato difendersi. Tradotto: se entri in casa altrui e prendi una pallottola, non puoi chiedere i danni. Era ora. Perché fino a ieri, il copione era questo: il ladro ruba, il padrone di casa reagisce, e a finire nei guai è proprio quest’ultimo, condannato a risarcire il malcapitato rapinatore. “Cornuto e mazziato”, come da tradizione giuridica nazionale. A dare corpo alla teoria, la cronaca recente: a Rovigo, un 68enne ha sparato contro un gruppo di ladri entrati nella sua abitazione, ferendone uno. Non è indagato. Ha agito per difendersi, e per una volta la legge è dalla parte giusta della barricata. Ma non finisce qui. La Lega ha presentato un altro disegno di legge, “Norme in materia di furto in abitazione e furto con strappo”, che introduce l’arresto in flagranza differita: se ti beccano su una videocamera, anche 48 ore dopo, è come se ti avessero preso con le mani nel sacco. E senza bisogno che il derubato reciti il Padre Nostro prima di far scattare l’allarme. Insomma, qualcosa si muove. E lo Stato, che finora pareva più interessato al benessere del ladro che a quello del derubato, finalmente pare voler rimettere in equilibrio la bilancia della giustizia. Come ricordava sant’Agostino: “Se non è rispettata la giustizia, che cosa sono gli Stati se non delle grandi bande di ladri?” Conclusione. E allora, signori ladri, un consiglio spassionato: cambiate mestiere. Perché con queste leggi nuove, rischiate di fare gli onesti… per forza. Giuseppe Arnò

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Vecchiaia: la saggezza del tempo

  Articolo di Krishan Chand Sethi   Attualmente ho settantatré anni e sento di camminare su una strada fatta solo per andare avanti — un sentiero che ha soltanto un’uscita e nessuna inversione di marcia. Eppure, questo cammino è pieno di profondità, di contemplazione e di percezione. La vita non mi consuma più; il ritmo si è rallentato, e con esso è svanito anche il bisogno disperato di dimostrare qualcosa o di essere visto.   È rimasta soltanto una felicità tranquilla, una semplicità interiore, una consapevolezza conquistata a caro prezzo nel vedere la vita così com’è — nella sua bellezza, transitorietà e complessità. Ho capito, col tempo, che ciò che conta non è quanto realizziamo o guadagniamo, ma come viviamo ogni istante. Ogni secondo può essere speso con saggezza — per restare presenti, dare e ricevere amore, coltivare relazioni, e camminare dolcemente verso i propri obiettivi. Quelle piccole cose — una parola gentile, un sorriso condiviso, un orecchio che ascolta — sono i veri gioielli della vita, più preziosi di qualsiasi guadagno materiale.   Per molti, la vecchiaia è paura, ansia o perdita; per me, invece, è una profonda liberazione. Ogni giorno ci offre il privilegio di rivolgerci all’interno, di osservare i sentimenti, di contemplare i pensieri, e di vivere con la saggezza che nasce dall’esperienza. Il corpo invecchia, ma il cuore e la mente respirano una nuova aria — una seconda giovinezza che cerca piaceri più sottili. L’ambizione e la vittoria della gioventù, la ricerca di approvazione e di successo, perdono piano piano ogni significato. Resta soltanto la serenità di una vita vissuta con sincerità, comprensione e autenticità. È qui che impariamo l’arte di essere pienamente umani.   La vecchiaia insegna a donare senza aspettative, ad amare senza ricompense. Impara a valorizzare le piccole cose: la prima luce del mattino, il fruscio delle foglie, la risata dei nipoti, la dolcezza della mano di un amico. Pazienza, bontà e compassione — queste sono le vere ricchezze che si accumulano anno dopo anno. Essere qui non richiede prestazioni o apparenze, ma presenza: una presenza consapevole, che guarisce e che è reale. La vecchiaia, in verità, non è un morire lento, ma un approfondirsi dell’essere — il momento in cui il vero sé diventa più importante, più sensibile, più sintonizzato con le sfumature della vita.   Arriva poi un momento in cui il rumore del mondo si attenua, quando la corsa, la competizione, l’affanno, iniziano a dissolversi. Si comincia a guardare dentro, non più fuori. Questa svolta interiore è il segreto dell’età: non la perdita della vita, ma la sua maturazione. Tutte le cose cercate con tanta frenesia — successo, approvazione, riconoscimento — diventano nulla, o quasi. La pace, si scopre, non era mai altrove; era sempre dentro di noi, nascosta sotto il rumore dell’ambizione e della mancanza. Arriva un balsamo, una pace che nessun trionfo giovanile può dare. È la comprensione che la vita ci ha dato ciò di cui avevamo bisogno, che ogni perdita, ogni esperienza, ogni vittoria ha temprato l’anima.   Guarda il volto di un anziano. Ogni ruga racconta una storia: di una risata vissuta, di un dolore sopportato, di una speranza inseguita. Non sono segni di decadenza, ma medaglie di coraggio. I loro silenzi sono più forti delle parole, perché gli anziani non devono più dimostrare né competere. Hanno capito che la vita non deve nulla alla certezza, e che la verità ama nascondersi nei momenti di osservazione silenziosa. I giovani vivono di domande; gli anziani, di significato. Durante la gioventù, pensiamo di plasmare la vita; nella vecchiaia, comprendiamo che è stata la vita a plasmare noi. Ogni dolore, ogni vittoria, ogni perdita è stato uno scalpello gentile del carattere, un’opera invisibile del tempo.   La società moderna ignora gli anziani. La vita moderna corre troppo in fretta, ossessionata dalla novità e dall’urgenza. Eppure, negli occhi degli anziani si trova tutta la storia dell’umanità. Sono biblioteche viventi, non piene di libri, ma di sentimenti e ricordi. Raccontano d’amore, di lotta, di vittoria, di fede e di resistenza — storie che attraversano le generazioni. La loro conoscenza non è teorica, ma vissuta, esperienziale, profondamente umana. Stare accanto a un anziano è come leggere un intero volume sulla vita. Ascoltandoli, comprendiamo ancora una volta le lezioni eterne: perdonare, perseverare, amare anche nella perdita, e trovare bellezza anche nella fragilità.   La tristezza della vecchiaia non è nel sopravvivere, ma nel saper cedere; non nella debolezza, ma nella tenerezza che nasce dalla consapevolezza di ciò che davvero conta. Gli anziani non corrono più contro il tempo; camminano al suo fianco, sapendo che la vita non si misura in anni, ma in esperienze vissute. Non interrogano più la vita; la accolgono, nella sua misteriosa interezza. Le rughe non sono segni della brutalità del tempo, ma della sua grazia. I capelli grigi non sono sconfitta, ma una corona di esperienza. Il corpo cede, ma l’anima si espande, come il cielo della sera che si apre al tramonto. È una bellezza dolce, delicata, una grazia nata dall’accettazione e dalla saggezza.   L’età non è una fine, è un ritorno a casa — il cerchio che si chiude dolcemente. Il bambino che guardava il mondo con meraviglia ora incontra lo sguardo dell’uomo saggio che lo contempla con serenità. Tra i due si distende l’intera vita: meraviglia, scoperta, errore, apprendimento, felicità, dolore, e infine saggezza. Quando il cerchio si completa, non resta tristezza, ma gratitudine — per la vita ricevuta, vissuta, e compresa. Chi sa invecchiare insegna la più grande delle lezioni: per vivere meravigliosamente, bisogna imparare a lasciar andare con grazia. L’invecchiare è l’arte dell’accettazione — accogliere la vita con dolcezza e lasciarla andare senza paura.   Forse la saggezza della vecchiaia è proprio questa: spogliare l’inutile per toccare l’eterno. E negli occhi quieti degli anziani, forse, ritroviamo quella luce tenue, quella verità silenziosa, quell’armonia ultima tra essere e divenire. La vita, alla fine, non si indebolisce con l’età. Matura. Si radica. Si fa essenza. E in quella profondità, in quella quiete della

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Il fuoco del Sincopado: eleganza italiana e anima latinoamericana

Ci sono duetti che nascono da un’intesa musicale; e poi ci sono quelli che si fondano su un respiro condiviso, una pulsazione comune. Il Sincopado Guitar Duo appartiene alla seconda categoria.Antonio Belmonte e Simone Evar, chitarristi di formazione impeccabile,  diplomati con lode ai Conservatori di Adria e Gallarate sotto la guida di Maestri come Giulio Tampalini e Marco Bonfanti,  portano sul palco un dialogo sonoro che trascende il semplice virtuosismo. La loro musica è un incontro tra eleganza europea e calore sudamericano, una tavolozza che unisce Bach e Gismonti, Villa-Lobos e Piazzolla, sempre con quella “sincopazione” che dà il nome e il carattere al duo. Il progetto musicale, non a caso, si fonda su una ricerca profonda delle connessioni tra ritmo e cultura, dove la chitarra diventa strumento di mediazione e racconto. Il loro debutto discografico, Violão Sincopado (Movimento Classical, 2023), è un manifesto di questa filosofia. La rivista Amadeus, con le sue cinque stelle, ne ha colto l’essenza: originalità, qualità interpretativa e una fusione naturale tra raffinatezza europea e vitalità brasiliana. È musica che danza e pensa, che seduce senza compiacersi. Dal vivo, il “Fuoco del Sincopado”,  come i due artisti amano definire la propria cifra stilistica, si manifesta in un suono diretto, vibrante, che arriva al pubblico senza mediazioni. Non c’è rigidità accademica, ma nemmeno improvvisazione gratuita: c’è un linguaggio maturo, nutrito di tecnica e passione. Le esibizioni in luoghi prestigiosi tra Veneto e Lombardia,  dall’Accademia Marziali di Seveso al Parco della Villa Comunale di Campagna Lupia, hanno sempre lasciato un segno, culminando nel Primo Premio Assoluto al Concorso Musicale “Villa Oliva” di Cassano Magnago nel 2025. È raro trovare oggi un duo capace di parlare con tanta chiarezza e calore: accessibile, ma mai banale; raffinato, ma mai distante.Il Sincopado Guitar Duo conferma che la chitarra, nelle mani giuste, può essere non solo uno strumento, ma una voce che racconta mondi. di Redazione

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Bruxelles, il mausoleo dei burocrati: tra veti, timbri e risolini l’Europa affonda

Mentre Trump taglia gli aiuti militari ai Baltici e il Pentagono chiude i rubinetti delle armi, l’Europa discute di procedure e applaude la negazione di un minuto di silenzio. La burocrazia comunitaria non è più un difetto: è un cancro che divora le fondamenta stesse dell’Unione. Gli Stati Uniti hanno parlato chiaro: basta dipendenza dall’ombrello americano, arrangiatevi. Trump, con la sua solita brutalità travestita da pragmatismo, non solo riduce gli aiuti ai Baltici, ma congela pure le vendite di armi ai partner europei. La Danimarca ne sa qualcosa, con i suoi Patriots bloccati a Washington perché “gli americani ne hanno pochi”. In sintesi: ognuno per sé e Dio per tutti, l’Europa faccia la sua parte. E Bruxelles? Mentre la realtà bussa con i cingoli alla porta, i signori dell’Europarlamento si accapigliano su procedure, regolamenti, commi e sottocommi. Non bastava la paralisi del diritto di veto, già di per sé un cappio al collo: ci voleva anche la farsa dell’omaggio negato a Kirk, respinto perché “non conforme al regolamento”. Applausi scroscianti da una parte dell’emiciclo, come se ci fosse da festeggiare l’imbalsamazione morale di un’istituzione già ridotta a teatro dell’assurdo. È in questo clima da circo amministrativo che la Commissione predica autosufficienza militare. Sì, certo, come no: con i burocrati che si passano le poltrone come reliquie e si rinnovano mandati a vicenda, la prospettiva di un’industria bellica europea efficiente è pari a quella di vedere un esercito di gatti organizzare una parata militare. La verità è semplice: senza un colpo d’accetta radicale, senza la fine del diritto di veto e la sostituzione della nomenklatura con persone meno contaminate da ideologie, l’Europa continuerà a dibattere sul sesso degli angeli mentre i carri armati scalpitano a poche ore di confine. Continuare così equivale a un suicidio lento, inodore e unto: moriremo come topi nell’olio, scivolando nella nostra stessa burocrazia. di Redazione

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Fabio Roia: La violenza di genere deve essere riconosciuta a livello collettivo

  Nell’ultima edizione del “Premio Semplicemente Donna” svolto a Castiglion Fiorentino davanti ad un nutritissimo pubblico, con vivo piacere le persone hanno ascoltato le parole del Giudice Fabio Roia premiato quale “ Personaggio uomo per i diritti umani”.     “ La violenza contro le donne uccide più della mafia. Una sofferenza per un paese democratico. Era il 2019, Fabio Roia attuale presidente del Tribunale di Milano, è eletto a larga maggioranza lo scorso 19 ottobre 2023. Pronuncia con franchezza e pubblicamente al “Sole 24” ore parole che pesano come macigni. Parole frutto dell’onestà di chi ha speso una vita nell’impegno contro la violenza di genere prima come Pubblico Ministero presso la Procura del Tribunale di Milano, come Giudice nell’area dei soggetti deboli per  poi: “Volevo dare una risposta alla sofferenza lacerante di questi casi che non si trova mai la parola fine o basta!” racconta al Corriere della Sera. Una vocazione che ha origini lontane quando appena 26enne è entrato in magistratura superando il concorso dopo l’università. Da lì  è iniziata una straordinaria carriera a servizio delle donne e dei più deboli. Nel 1989 è stato addetto al Dipartimento competente per i reati a sfondo sessuale e legati allo sfruttamento dei minori e dei soggetti deboli. Fin dal 1991, in quegli uffici che si chiamano procure presso la pretura, le cosiddette procurine, sommerso da casi anche struggenti, ha iniziato la sua lotta per una rivoluzione culturale e sul campo in difesa delle donne. “Il reato di violenza domestica c’era già spiega Roia  poiché era un reato del codice Rocco appunto codice penale che prende il nome dal Ministro della giustizia del governo Mussolini Alfredo Rocco, ma mancava tutta la normativa che abbiamo adesso. C’era molta fantasia interpretativa”. Le carenze legislative erano accompagnate da problemi socio culturali perché il predominio di genere nell’ambito della relazione affettiva è  strutturato nella mentalità dell’uomo. Come quell’episodio raccontato da Roia, di un interrogatorio svolto in un carcere a un uomo italiano e meridionale, che all’accusa di aver  picchiato la moglie gli rispose sincero: ”Signor giudice ma io non sapevo che picchiare la moglie è reato”. PM fino al  2006 per quattro anni al Consiglio Superiore della Magistratura dove si è occupato della prima risoluzione di indirizzo sul contrasto della violenza domestica, Fabio Roia poi rientrato in ruolo, ha svolto le funzioni di Giudice nell’area di soggetti deboli e attualmente è Presidente di sezione presso il Tribunale di Milano nella sezione misure di prevenzione. Dal 1996 tiene corsi di perfezionamento e didattica in tema di abuso e maltrattamento nelle Università milanesi. Ha pubblicato diversi manuali che sono libri guida per chi si occupa di violenza sulle donne tra cui “Crimini contro le donne politiche leggi e buone pratiche” per  Franco Angeli editore  di Milano. Nel 2018 ha fondato l’Osservatorio della violenza sulle donne’,  uno spazio in continuo aggiornamento con norme  giurisprudenza e notizie, con relativi commenti di esperti, utili ai fini del contrasto al fenomeno della violenza di genere. E nello stesso anno ha ricevuto un premio a cui tiene particolarmente,  l’Ambrogino d’Oro benemerenza della sua Milano. A  febbraio del 2024 si è insediato come nuovo Presidente del Tribunale di Milano e in apertura di cerimonia ha voluto porgere pubblicamente le scuse alla moglie Adriana Cassano Cicuto, anche lei giudice, che per incompatibilità ha dovuto rinunciare al suo incarico di Presidente di una sezione civile. “Devo formulare un atto forse di scuse al presidente Adriana Cassano Cicuto, Giudice che conosco molto bene e sulla cui persona ho scommesso la mia vita, la quale ha rinunciato alle funzioni semi direttive giudicanti presso il Tribunale per evitare situazioni di incompatibilità e consentirmi di celebrare con voi questo momento. L’unica ombra. Emerge sempre la questione di genere, con la donna che deve arretrare per far spazio all’uomo. Da parte mia il desiderio e l’impegno che in un momento davvero prossimo si possa dire e fare il contrario attraverso una  effettiva parità di chance tra donna e uomo  in tutte le articolazioni della società con l’uomo che rinunci senza  frustrazioni a favore della donna”. Da quello lontano 1991, quando Roia  da  pioniere si occupò di abusi contro le donne, sono stati fatti i passi da gigante e ora grazie  anche al suo operato, c’è un quadro di normative completo. Ma la strada è ancora lunga. Poiché come ha raccontato lui stesso all’intervista al Corriere della Sera: “Dobbiamo creare le condizioni affinché la violenza di genere sia riconosciuta a livello di collettivo, senza esitazione. Proprio come si riconosce e si condanna una rapina o un furto. Io non mi scoraggio mai, ma  a volte a volte davanti a certi episodi mi ritrovo a pensare che le cose non siano così cambiate. Sembrano cambiate sotto la luce dei riflettori, ma non poi così tanto nella penombra e nell’ombra del quotidiano”.   Carla Cavicchini

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