Vincere, vinceremo! Ma con quale squadra?

Elly Schlein punta alla vittoria, mentre nel campo largo si cercano ancora il capitano, gli schemi di gioco e, possibilmente, un programma che metta tutti d’accordo.

«Vincere! Vincere! Vincere! E vinceremo in terra, cielo e mare!». L’inno mussoliniano, tormentone del Ventennio che i più avanti con gli anni ricorderanno, ogni tanto rispunta dalla memoria collettiva come l’araba fenice. Cambiano i tempi, cambiano i protagonisti, ma il verbo resta: vincere.

Su dove, come e soprattutto con quali mezzi, si può discutere. L’importante è annunciare la vittoria. Poi, che si tratti di una partita di calcio, di una lotteria o di una competizione elettorale, poco importa: il proclama precede volentieri il risultato.

Del resto, anche Vin Diesel, attore e produttore cinematografico, ci ricorda che non conta vincere di un chilometro o di un centimetro: l’importante è vincere. Una filosofia sportiva di indubbia semplicità, che in politica presenta soltanto un piccolo inconveniente: prima o poi bisogna scendere in campo.

Questa volta la dea alata della vittoria sembra essersi posata nei pensieri di Elly Schlein, convinta di poter condurre il centrosinistra al trionfo. Il problema è che, nella sua coalizione, non tutti sembrano altrettanto persuasi che sia proprio lei a dover guidare la spedizione.

Ecco allora riscaldarsi, tra le altre, l’ipotesi di un federatore, con il nome del sindaco di Roma, Roberto Gualtieri, che circola come possibile soluzione. L’idea non dispiacerebbe ai Cinque Stelle e ad Alleanza Verdi e Sinistra. Insomma, mentre Elly guarda al traguardo, qualcuno sta ancora discutendo su chi debba tenere il volante.

La segretaria del Pd, intanto, procede sorridente e sicura di sé, quasi viaggiasse a bordo di una Rolls-Royce con la celebre Spirit of Ecstasy sul cofano. Una dea alata pronta a fendere l’aria e, se necessario, anche le diffidenze degli alleati. Purché nessuno pretenda di sostituire il conducente.

La questione, infatti, è proprio questa: a capeggiare la coalizione dovrebbe essere lei. Altrimenti, sembra di capire, si prende il pallone e la partita finisce prima ancora del fischio d’inizio. Le primarie, in fondo, servono a stabilire chi debba giocare da centravanti. Resta da vedere se tutti gli altri siano disposti a passargli la palla.

Naturalmente, le primarie sono una cosa e le elezioni politiche un’altra. Le prime possono incoronare un candidato; le seconde richiedono qualcosa di più impegnativo: una squadra credibile, un progetto condiviso e qualche risposta concreta alle domande degli elettori. Perché il pubblico può anche applaudire il capitano, ma alla fine guarda il tabellone.

E qui il campo largo mostra le sue difficoltà. I campisti, per dirla con un gioco di parole, non sembrano ancora perfettamente affiatati. Si discute sul modulo, sul capitano e persino sulla disposizione dei giocatori, mentre il programma comune resta un cantiere aperto. Quanto all’anima condivisa, sarebbe auspicabile trovarla prima della campagna elettorale, senza dover ricorrere a una seduta spiritica.

Sull’altra sponda c’è Giorgia Meloni, che naturalmente punta a vincere la propria partita. La sfida, in programma nel 2027 salvo imprevisti, si annuncia tutt’altro che semplice: da una parte una maggioranza che cercherà di difendere il risultato, dall’altra un’opposizione chiamata a dimostrare di saper trasformare le proprie differenze in una proposta comune.

Per Giorgia, dunque, la partita potrebbe assomigliare a quelle esibizioni calcistiche nelle quali una squadra affronta una selezione di avversari messi insieme. Ma attenzione: anche una selezione di campioni può perdere, soprattutto se ciascuno vuole giocare con la propria maglia e nessuno si ricorda di guardare il pallone.

Le regole del confronto elettorale, intanto, fanno parte del gioco democratico, con le novità approvate secondo le procedure istituzionali. Ma nessuna regola, per quanto ben congegnata, può garantire la vittoria a chi non riesca a convincere gli elettori.

Come ricordava Pierre de Coubertin, riprendendo un pensiero del vescovo Talbot, l’importante non è soltanto vincere, ma anche sapersi battere. Un principio che in politica conserva tutta la sua nobiltà, purché non diventi un alibi per chi scende in campo senza sapere dove vuole andare. Perché partecipare è certamente importante; ma presentarsi alle elezioni senza un programma condiviso rischia di trasformare la competizione in una piacevole gita sociale, con tanto di fotografi e senza l’incombenza, piuttosto seccante, di dover governare.

Ai contendenti, dunque, i nostri migliori auguri. Che vinca il migliore, naturalmente. E che, prima di cominciare, qualcuno si ricordi di preparare il programma: perché la dea alata sarà anche bendisposta verso gli audaci, ma non risulta che abbia mai scritto un programma elettorale al posto loro.

Giuseppe Arnò

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Foto by Bing.com

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