Si muore di calore. Ma a qualcuno piace caldo!

Il termometro impazzisce, la natura presenta il conto e l’umanità continua a litigare per chi debba premere il prossimo pulsante rosso. Forse una granita al limone costerebbe meno di una guerra.

 

L’estate, un tempo, era la stagione delle vacanze, delle cicale e dei cocomeri tenuti al fresco nel pozzo. Oggi è diventata un bollettino medico. Ogni mattina il telegiornale non ci invita più a mettere il costume da bagno, ma a bere due litri d’acqua, evitare il sole nelle ore più calde, non uscire, non correre, non respirare troppo in fretta e, possibilmente, non esistere.

Il Ministero della Salute dispensa consigli con la pazienza di una nonna premurosa. L’Organizzazione Mondiale della Sanità lancia allarmi sempre più accorati. I meteorologi colorano le cartine di un rosso che farebbe impallidire perfino l’inferno di Dante. Intanto i Canadair scaricano tonnellate d’acqua su foreste che bruciano come fiammiferi, mentre altri incendi, meno spontanei e molto più stupidi, continuano ad essere appiccati dalla mano dell’uomo.

È la fotografia di un continente che si scalda più rapidamente del resto del pianeta. Da Lisbona a Bordeaux, da Toledo a Tolosa, da Granada all’Italia intera, i trentotto gradi sono diventati quasi una temperatura di cortesia. Gli esperti parlano di “stress da calore”. La gente comune preferisce una definizione più immediata: “non si respira”.

Hans Kluge, direttore regionale dell’OMS per l’Europa, avverte che non siamo davanti a un semplice capriccio meteorologico, ma a una nuova realtà con cui dovremo imparare a convivere. Una prospettiva poco entusiasmante, soprattutto per anziani, bambini e persone fragili, che rischiano di pagare il prezzo più alto.

Naturalmente, quando la natura decide di ricordarci chi comanda, noi reagiamo con la consueta lucidità. Invece di concentrare intelligenze e risorse per capire come convivere con un clima sempre più estremo, continuiamo a spendere fortune per costruire missili sempre più precisi, droni sempre più intelligenti e sistemi laser capaci di colpire un bersaglio a migliaia di chilometri.

È curioso. Il pianeta si arroventa e noi continuiamo ad aggiungere fuoco al fuoco.

Persino Nostradamus viene riesumato a ogni ondata di calore. C’è chi rilegge le sue enigmatiche quartine cercando riferimenti a fiumi prosciugati, siccità e calore insopportabile. Saranno interpretazioni fantasiose, forse. Ma il fatto che nel XXI secolo si ricorra ancora a un astrologo del Cinquecento per trovare spiegazioni dovrebbe far riflettere più del caldo stesso.

La verità è molto meno esoterica e molto più concreta. L’uomo, che si illude di governare tutto, continua a scoprire di essere un inquilino e non il proprietario di questo pianeta. Contro la forza della natura, i proclami valgono quanto un ventaglio di carta durante un incendio.

Forse sarebbe il caso di sospendere, almeno per una stagione, il campionato mondiale dell’arroganza. Una tregua alle guerre infinite, alle supremazie geopolitiche, alle vanità nazionali. Sedersi tutti allo stesso tavolo, non per spartirsi territori, ma per spartire una gigantesca granita al limone. Sarebbe un investimento infinitamente più economico e decisamente più rinfrescante.

Lo scrittore Efim Tarlapan osservava che al nostro pianeta mancavano “il calore dell’inferno e la luce del paradiso.” Sul primo punto possiamo tranquillizzarlo: stiamo recuperando con sorprendente rapidità. Sulla seconda parte, invece, la luce del paradiso continua a farsi desiderare. Anzi, c’è il rischio concreto di abbrustolire prima ancora di scorgerla.

E così, mentre il termometro sale e il buon senso scende, resta soltanto una magra consolazione cinematografica. Billy Wilder, nel 1959, affidò a Marilyn Monroe una delle battute più celebri della storia del cinema: “A qualcuno piace caldo.”

Sì. Ma, con tutto il rispetto per Marilyn, quel caldo era molto più elegante.

E qui avrebbe probabilmente sorriso anche Indro Montanelli, annotando che l’uomo è una creatura davvero singolare: quando il cielo gli manda un avvertimento, invece di cercare un po’ d’ombra, costruisce un altro cannone. Poi si lamenta perché fa caldo.

Giuseppe Arnò

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Foto by Canva remix

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