Il Ponte delle chiacchiere

Cinquant’anni di promesse, studi, conferenze e rendering: l’unica grande opera davvero realizzata è la sceneggiata.

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Il Ponte sullo Stretto è come la cometa di Halley: torna puntuale a ogni ciclo politico, tra applausi, dibattiti e la solita nuvola di tecnicismi che non portano da nessuna parte. È il più longevo spettacolo della Repubblica, e gli italiani, poveri spettatori paganti, continuano a riempire la platea, forse nella segreta speranza che, stavolta, il sipario si alzi davvero.

Ogni governo ci rimette mano, come un bambino che non sa staccarsi dal suo giocattolo rotto. I costruttori annunciano meraviglie d’ingegneria, gli ambientalisti gridano al disastro, i burocrati moltiplicano le carte e i comitati locali fanno a gara a chi urla di più. Intanto, lo Stretto resta lì, immobile, con l’aria ironica di chi ha già visto passare fenici, greci, romani e ora si diverte a guardare gli italiani litigare su come superarlo.

Nel frattempo, sono fioriti studi, progetti, plastici, simulazioni e perfino serie TV. Il Ponte non c’è, ma dà lavoro a un intero indotto dell’attesa. Una meraviglia tutta nostra: l’economia della promessa perpetua.

E poi ci sono loro, i paladini del “non si può fare”. Ogni volta cambiano argomenti: prima era il rischio sismico, poi quello ambientale, ora il costo. Ma la verità è più semplice: il Ponte non si può fare perché toglierebbe alla politica la sua più preziosa fonte di chiacchiere. Se domani lo costruissero davvero, bisognerebbe inventarsi un altro sogno da vendere al Sud,  e questa, signori, è un’operazione che richiede più fantasia che ingegneria.

E allora eccoci qua: ancora una volta si annuncia, si discute, si litiga e si rimanda. Intanto i traghetti continuano la traversata, regolari e silenziosi come un promemoria galleggiante dell’eterno immobilismo italiano.

Finale:
A questo punto, o si costruisce il Ponte o si costruisce una bella lapide con inciso: “Qui giace l’idea più dibattuta e meno realizzata d’Italia.”
Ma per favore, basta con la farsa. Perché un Paese che non riesce a collegare due sponde di mare non potrà mai collegare, neanche idealmente, le sponde della serietà con quelle della realtà.
E il bello è che, anche stavolta, qualcuno ci farà sopra una conferenza.

di Redazione

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