Le parole, poverine, non hanno colpe

A furia di processare la grammatica, finirà che anche i verbi si dichiareranno neutri per non essere accusati di sessismo.

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Paola Cortellesi, con tono da inquisitrice gentile, ha scoperto che certe parole al femminile suonano male. “Dire ‘ingegnera’ o ‘sindaca’ sembra strano”, dice. Può darsi. Ma la colpa, cara Paola, non è del maschio: è dell’orecchio.
La verità, cara Paola, è che la lingua non discrimina: fotografa. È uno specchio, non un manganello. Se “una governante” evoca la colf e “un governante” un politico, la colpa non è del vocabolario, ma di chi per secoli ha preferito la scopa alla penna.
E oggi che le penne ce le avete eccome, continuare a lamentarsi delle parole è come accusare il termometro del raffreddore.

Del resto, l’Italia è un Paese dove ci si offende per un aggettivo ma si tace su stipendi, potere e responsabilità. Ci piace di più correggere la grammatica che la realtà: costa meno e dà l’illusione di essere progressisti.

La lingua cambia, sì, ma non a colpi di monologo. Si trasforma quando la società cammina, non quando recita. E finché la scena resta il posto più sicuro per dirsi “ribelli”, la lingua potrà dormire sonni tranquilli: il vero silenzio, purtroppo, è altrove.

di Redazione

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