Dove i cittadini amministrano, i politici riposano e la felicità, finalmente, smette di essere una promessa elettorale e diventa una pratica quotidiana (con tanto di verbale approvato all’unanimità).

C’è un vecchio adagio, di quelli che sopravvivono ai governi e persino alle opposizioni: chi fa da sé fa per tre. Non ha mai vinto le elezioni, ma ha sempre avuto un discreto seguito tra chi paga il conto.
Ora, per gioco, ma neppure troppo, immaginiamo di prenderlo sul serio. Non una riforma, non una rivoluzione, ma una sottrazione: togliamo i politici. Non tutti, s’intende: lasciamone qualcuno in museo, accanto ai fossili illustri e alle promesse mantenute per sbaglio. Gli altri, gentilmente, a riposo.
E allora? Allora il Paese si scopre condominio. Un grande, rumoroso, litigioso ma sorprendentemente operativo condominio. Un presidente, scelto per pazienza più che per ambizione, un segretario che sappia scrivere senza allegati inutili, un contabile che non arrossisca davanti ai numeri. Fine del romanzo.
Le imposte? Si accantonano. Una percentuale equa, stabilita all’inizio dell’anno da chi le paga davvero. I meno abbienti esentati, e non per pietà, ma per buon senso, partecipano con ore di lavoro nei servizi sociali. Non è carità, è investimento: si chiama comunità, parola che abbiamo smarrito tra una conferenza stampa e un talk show.
Sanità, scuola, lavoro: smettono di essere capitoli di bilancio e tornano ad essere servizi. Perché quando li gestisci tu, con il vicino che ti guarda negli occhi, è più difficile nascondere il disservizio dietro una circolare. Le liste d’attesa si accorciano, i corridoi tornano a essere corridoi e non anticamere dell’eternità.
E poi c’è il capitolo che farebbe tremare più di una carriera: il risparmio. Tra stipendi, rimborsi, vitalizi e fantasiose appendici previdenziali, il cittadino si ritrova in tasca, dicono i conti, qualcosa come 158,4 milioni di euro. Non una cifra che cambia il mondo, ma abbastanza per cambiare l’umore.
Scompaiono anche i talk show politicizzati. Non per censura, ma per noia: senza risse pilotate e indignazioni a gettone, resterebbero solo le idee. E quelle, si sa, fanno meno audience ma più civiltà.
Capitolo giustizia. Qui il condominio si fa serio. Giudici eletti, sì, ma a tempo. Con mandato che scade e reputazione che resta. E, soprattutto, con la possibilità, rara quanto preziosa, di essere rimossi se confondono la toga con la rendita. Una giustizia meno solenne e più funzionante: meno proclami, più sentenze. Meno filosofia, più diritto.
Naturalmente, non è il paradiso. È una bozza. Una di quelle idee che, appena nate, fanno sorridere chi vive di ciò che verrebbero a eliminare. Ma, come tutte le buone provocazioni, ha un pregio: costringe a pensare.
Perché in fondo il punto non è abolire la politica, impresa che riuscirebbe solo alla natura, con tempi geologici, ma ridarle misura. Togliere il superfluo, asciugare il linguaggio, ridurre la distanza. Insomma, riportarla a terra, dove cammina la gente che paga, aspetta, spera.
Salute, sicurezza, giustizia: tre parole semplici, quasi banali. Eppure sono l’unico programma che non ha bisogno di propaganda. Se funzionano, la felicità civica smette di essere un diritto proclamato e diventa una condizione vissuta.
Il resto, promesse, slogan, riforme epocali, può attendere. Magari in assemblea. Con ordine del giorno e, finalmente, senza interventi fuori tema.
E chissà: forse qualcuno, rimasto senza mestiere, scoprirà che governare non era poi così complicato. Bastava farlo.
Giuseppe Arnò
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