La gioia di essere stupidi

Quando il Potere pretende di dividere il mondo in schieramenti, la vera rivoluzione consiste nel sottrarsi alla sua logica. Un itinerario tra filosofia, Vangelo e libertà del pensiero.

di Mimmo Leonetti

A mezzanotte tutti gli agenti
e l’equipaggio sovrumano
escono e radunano chiunque
sappia più di loro.

Bob Dylan

«Da che parte stai?»

È la domanda che il Potere ripete da sempre. Una domanda apparentemente innocua, che riduce il mondo a due schieramenti e pretende una scelta immediata.

Io preferisco rispondere con un’altra domanda.

Da quale Gerico vieni?

Gli “agenti” evocati da Bob Dylan hanno paura. Temono il baratro della desolazione. Per questo, a mezzanotte, escono a cercare chi sa più di loro. Lo radunano, lo allineano, lo mettono a tacere.

Non è una scena nuova.

Anche Pilato fece lo stesso. Domandò: Quid est Veritas? «Che cos’è la verità?». Ma non rimase ad ascoltare. La risposta avrebbe potuto incrinare il suo potere.

Anche Atene conobbe questa paura.

Lisia, uno dei più grandi maestri dell’oratoria greca, era un meteco, uno straniero residente ad Atene. Poteva scrivere i discorsi, ma non pronunciarli nell’Assemblea. Aveva il pensiero, ma non il diritto di rappresentarlo pubblicamente.

Gerico è questo.

È il luogo simbolico dell’uomo ferito lungo la strada. È il Calice infranto. È anche l’immobilità descritta da Zenone di Elea, il filosofo dei celebri paradossi, dove Achille non raggiunge mai la tartaruga e il movimento sembra impossibile.

Ma esiste un’altra forma di stupidità.

Non quella che nasce dall’ignoranza.

Quella che nasce da una scelta.

È la gioia di chi rinuncia all’arroganza del sapere. Di chi, invece di giudicare, si china.

Zenone di Cizio, fondatore dello Stoicismo, la chiamava assenso: non scegliamo ciò che accade lungo il cammino, ma possiamo scegliere come rispondervi.

Il Samaritano attraversa Gerico. Vede l’uomo ferito mentre sacerdoti e leviti passano oltre. Lui si ferma. Versa olio e vino nel Calice spezzato dell’altro. Lo cura. Paga di tasca propria.

È questa la logografia del Libero Pensiero.

Lisia scriveva per chi non poteva parlare. Non parlava al posto degli altri: restituiva loro la parola.

Poi arriva Damasco.

Saulo vi si dirigeva con gli agenti, deciso a perseguitare i cristiani. Cadde da cavallo. Perse la vista del Potere e acquistò uno sguardo nuovo. Divenne “stupido” agli occhi della Legge. Ma proprio allora cominciò a scegliere.

Damasco non è soltanto una città.

È una soglia.

È l’istante in cui un uomo pronuncia su sé stesso una sola parola:

Libertas.

Alla giurisprudenza dell’accusa, che trova in Cicerone il suo massimo interprete, oppongo una giurisprudenza diversa. Non accusa: difende. Non raduna per controllare: restituisce dignità. Non dimostra l’impossibile: torna a riempire il Calice.

Gli agenti continuano a evitare il baratro della desolazione per paura di finirci dentro.

Io, invece, ci sono passato.

Ed è proprio laggiù che ho ritrovato il Calice.

Il Potere può infrangerlo.

Non potrà mai impedirci di riempirlo ancora.

Questa è la gioia di essere stupidi.

Non sapere come gli agenti che escono a mezzanotte.

Sapere, invece, come l’Uomo che, sulla via di Damasco, ha scoperto finalmente la libertà.

Perché il Potere continuerà a cercare uomini intelligenti da mettere ordinatamente in fila.

La libertà, invece, continuerà ostinatamente a preferire gli “stupidi”: quelli che sanno fermarsi, chinarsi e rialzare un uomo caduto.

Ed è da loro, quasi sempre, che la storia ricomincia.

Mimmo Leonetti

Studioso dell’Oratoria Antica e del Libero Pensiero. Vive a Roma.

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