Bolivia al bivio:
blocchi stradali, governo e polarizzazione
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L’elezione di Rodrigo Paz nell’ottobre 2025 ha rappresentato una svolta nella politica boliviana, ponendo fine al ciclo egemonico del Movimento al Socialismo (MAS) e aprendo la strada a uno scenario pluralista senza precedenti. Il suo trionfo, sostenuto da una coalizione eterogenea, riflette la volontà dei cittadini di superare la polarizzazione e recuperare le istituzioni democratiche. Tuttavia, il nuovo governo deve affrontare una crisi complessa, caratterizzata da blocchi stradali, carenza di valuta estera e tensioni sociali che minacciano la stabilità nazionale. Il presente testo costituisce un’analisi politica personale, elaborata da una prospettiva critica e riflessiva, che cerca di interpretare la portata di questo momento storico.
L’elezione di Rodrigo Paz nell’ottobre 2025 ha segnato una svolta nella storia politica boliviana. Dopo la frammentazione del Movimento al Socialismo (MAS), il candidato del Partito Democratico Cristiano ha sorpreso al primo turno con il 32,1% dei voti e, al ballottaggio, ha battuto Jorge “Tuto” Quiroga con il 54,6%, assumendo la presidenza l’8 novembre. La sua vittoria, sostenuta dalla coalizione Alianza Patria — composta dal gruppo “Primero La Gente”, dal rinato Movimento della Sinistra Rivoluzionaria (MIR), da Unidad Nacional e da Sol.bo — oltre che dal successivo appoggio dell’alleanza Libertà e Democrazia, ha evidenziato l’emergere di un governo pluralista che non può essere classificato come una destra tradizionale, bensì come una convergenza eterogenea di forze democratiche determinate a scalzare il MAS e a stabilizzare il Paese.
La leadership di Paz si è caratterizzata per uno stile pragmatico e risoluto, che coniuga apertura economica e difesa dell’ordine istituzionale. Il suo governo affronta contemporaneamente la crisi economica e la minaccia del narcotraffico, consapevole che entrambi i fenomeni siano intrecciati nella realtà nazionale. La legittimità del suo mandato si fonda sulla diversità delle forze che lo sostengono, conferendogli un carattere nazionale e plurale, ma esponendolo al contempo a tensioni interne e alla necessità di bilanciare interessi divergenti.
Il crollo del MAS è storico: dopo aver raggiunto il 64,22% nel 2009, il partito ha ottenuto appena il 3,2% nelle elezioni del 2025. Questo ridimensionamento riflette l’esaurimento di un progetto politico segnato da accuse di corruzione, legami con il narcotraffico e dalla controversa figura di Evo Morales. L’attuale crisi può essere interpretata come uno degli ultimi “colpi di coda” di un movimento che, nonostante la marginalità elettorale, cerca di mantenere influenza attraverso blocchi e mobilitazioni, specialmente nella zona tropicale di Cochabamba e a La Paz. Diversi analisti sostengono l’ipotesi che settori dei coltivatori di coca legati al MAS mantengano connessioni con reti del narcotraffico che finanziano e sostengono le mobilitazioni volte a destabilizzare il governo. Morales, indebolito da molteplici procedimenti giudiziari — che spaziano dalle accuse di tratta aggravata e stupro fino a quelle di terrorismo e istigazione pubblica alla delinquenza — conserva la propria influenza sindacale più per la forza delle strutture corporative che per la solidità di un progetto politico coerente.
Gli attuali blocchi riflettono una combinazione di fattori che va oltre la semplice protesta politica. La scarsità di dollari, l’aumento del costo della vita, l’inflazione e i problemi nell’approvvigionamento di carburante generano angoscia quotidiana nella popolazione e soffocano il settore del trasporto pesante. Sebbene il governo sia riuscito a disinnescare il conflitto agrario abrogando la Legge 1720, lo sciopero generale guidato dalla Central Obrera Boliviana e le pressioni del settore dei trasporti, dovute alla mancanza di gasolio e benzina, hanno mantenuto alta la tensione, alimentando perfino richieste di dimissioni del presidente Rodrigo Paz. L’impatto sul Paese è critico: i blocchi interrompono le principali vie di collegamento verso ovest ed est, provocando un’impennata dei prezzi dei generi alimentari e paralizzando le economie regionali, mentre i tentativi di sgomberare le strade incontrano una resistenza violenta.
Di fronte a questo scenario, il governo di Rodrigo Paz ha intrapreso con determinazione la lotta contro il narcotraffico. Tra le sue principali azioni figurano le operazioni nella regione tropicale di Cochabamba per smantellare laboratori clandestini e rotte illegali, la cooperazione internazionale con i Paesi confinanti e le organizzazioni multilaterali, la modernizzazione istituzionale della Polizia e della Procura, nonché la politica di sostituzione delle colture per diversificare la produzione contadina. Queste misure, sebbene generino resistenze in alcuni settori dei coltivatori di coca, consolidano l’immagine di Paz come presidente determinato ad affrontare le radici della crisi.
Il paragone con l’esperienza italiana durante il rapimento di Aldo Moro nel 1978 appare illuminante. Enrico Berlinguer, leader del Partito Comunista Italiano, rimase irremovibile nel suo rifiuto di negoziare con le Brigate Rosse, riaffermando il principio secondo cui «con i terroristi non si tratta». Quella fermezza di fronte al ricatto segnò un momento cruciale nella difesa della democrazia italiana. Analogamente, la Bolivia affronta oggi la sfida di non cedere ai blocchi violenti, preservando l’autorità legittima dello Stato e la stabilità istituzionale.
Da una prospettiva democratico-liberale, la crisi boliviana riflette la necessità di rafforzare le istituzioni rappresentative, garantire la partecipazione dei cittadini e limitare l’influenza dei corporativismi sindacali che cercano di imporre agende settoriali al di sopra dell’interesse nazionale. I blocchi rappresentano una minaccia al diritto di circolazione e allo sviluppo economico, ma esprimono anche rivendicazioni che devono essere ricondotte entro il quadro istituzionale. La soluzione passa attraverso la dinamizzazione dell’economia mediante incentivi alla produzione, apertura commerciale e stabilità giuridica, accompagnate da efficaci meccanismi di controllo democratico.
In questo contesto, il governo di Rodrigo Paz si profila come un’opportunità storica per consolidare un modello pluralista capace di superare lo statalismo del MAS e aprire la strada a una modernizzazione economica dotata di legittimità democratica. La crisi deve essere affrontata con decisione, anche attraverso il legittimo impiego delle forze dell’ordine, per evitare che l’anarchia sindacale eroda l’autorità dello Stato. La storia giudicherà se la Bolivia sarà stata capace di trasformare la crisi in un’opportunità, consolidando una democrazia in grado di resistere alla pressione dei corporativismi e di aprirsi al futuro con giustizia e libertà.
La Bolivia contemporanea attraversa un momento decisivo, nel quale la volontà della maggioranza dei cittadini si è espressa chiaramente alle urne: conferire a Rodrigo Paz il mandato di guidare il Paese verso la stabilità istituzionale, la modernizzazione economica e il recupero della fiducia democratica. Tale mandato non rappresenta una concessione contingente, bensì l’espressione legittima di un popolo che cerca di superare decenni di polarizzazione e corruzione e che esige una leadership capace di attuare il programma di governo nel rispetto dei principi di legalità e giustizia.
In questo contesto, è indispensabile sottolineare che l’adempimento del mandato elettorale non può essere condizionato né indebolito da azioni violente mascherate da movimenti sociali. I blocchi violenti, la manipolazione sindacale e le pressioni corporative non rappresentano la voce autentica del popolo, ma tentativi di destabilizzazione finalizzati a imporre agende settoriali al di fuori delle istituzioni. La democrazia boliviana, come ogni democrazia solida, si fonda sul rispetto della legge, sulla tutela dei diritti fondamentali e sulla capacità dello Stato di garantire la convivenza pacifica.
Il presidente Paz ha dato prova di fermezza nell’affrontare sia la crisi economica sia la minaccia del narcotraffico, consapevole che entrambi i fenomeni siano intrecciati e alimentino il conflitto sociale. Le sue misure di cooperazione internazionale, riforma istituzionale e sostituzione delle colture riflettono l’impegno ad affrontare le radici del problema, senza ricorrere a soluzioni superficiali. È proprio questa determinazione che la maggioranza dei cittadini sembra attendersi: un governo che non si limiti a gestire l’emergenza, ma che sappia tracciare una rotta chiara verso il futuro.
La storia giudicherà questo momento come un bivio nel quale la Bolivia ha dovuto decidere se cedere alla pressione della violenza o consolidare un solido modello democratico. Il desiderio della maggioranza appare inequivocabile: che il presidente Rodrigo Paz porti a termine il proprio mandato elettorale, attui il programma di governo e difenda le istituzioni senza concessioni verso chi tenta di mascherare la violenza da protesta sociale. In questo senso, l’ex presidente Jorge “Tuto” Quiroga ha esortato Paz a utilizzare tutti i poteri e le prerogative conferiti dalla Costituzione, ricordando che il governo ha l’obbligo di applicare la legge e garantire l’ordine pubblico di fronte ai blocchi stradali, da lui definiti attentati contro il diritto alla vita. Solo così Bolivia potrà avanzare verso un orizzonte di giustizia, libertà e progresso, riaffermando che la sovranità risiede nel popolo e che la democrazia si rafforza quando si governa con fermezza, legittimità e visione storica.
Vincenzo Tuccillo
Vicepresidente ASIB Bolivia
Foto: V. Tucillo