Il parere della pedagogista

“I ragazzi chiedono ascolto, non etichette”: Il parere della pedagogista Di Mambro Dolores.

Nelle aule scolastiche, nei corridoi, nei cortili e perfino online, gli adulti osservano un fenomeno che inquieta e interroga: ragazzi sempre più fragili, reattivi, incapaci di tollerare frustrazioni minime. Non si parla di “emergenza”, ma di un cambiamento profondo del modo in cui i giovani abitano il mondo.

Secondo la pedagogia contemporanea, l’aggressività e l’irrequietezza non sono capricci, ma linguaggi di un malessere non riconosciuto.
Attualmente i giovani vivono in un contesto dove tutto è immediato, esposto, giudicato pertanto la lentezza, l’attesa, il limite vengono percepiti come ostacoli insopportabili.
In  tale realtà emergono  tre nodi critici,  la fragilità emotiva difatti molti adolescenti non hanno strumenti per nominare ciò che provano per cui reagiscono e non elaborano.
Assenza di confini educativi o meglio adulti incerti, regole negoziate all’infinito, autorità percepita come minaccia.

Altresì vi è la solitudine relazionale sempre iperconnessi, ma poco accompagnati, i ragazzi non trovano adulti che ascoltino senza giudicare.

In tale scenario il ruolo degli adulti è fondamentale soprattutto, tornare presenza, non controllo. Inutile parlare la retorica del “sono ragazzi difficili”, occorre ricordare invece che i giovani diventano ciò che gli adulti permettono, mostrano e testimoniano.

Urgono tre importanti direzioni educative; ricostruire l’autorevolezza, non rigidità, ma coerenza non punizione, ma guida. Educare alle emozioni ovvero insegnare a riconoscere rabbia, vergogna, frustrazione e trasformare l’impulso in parola.
Fondamentale dare senso ai limiti, ossia il limite non è un muro, è una protezione e in quanto tale va spiegato, non imposto.

In suddetto contesto riveste un ruolo educante anche la scuola, che non può essere lasciata sola, ma può diventare il primo luogo in cui i ragazzi sperimentano relazioni sane, regole chiare e adulti affidabili. E per far ciò che questo si realizzi occorrono alleanze tra scuola e famiglia per evitare che il ragazzo resti arbitro di conflitti tra adulti, spazi di parola dove i giovani possano raccontarsi senza paura e percorsi di responsabilizzazione che non umiliano, ma fanno crescere.

In conclusione “un ragazzo non diventa violento da solo, può diventarlo quando non trova adulti capaci di reggere la sua fragilità.” Tuttavia la pedagogia non cerca colpevoli, ma cerca possibilità ricordandoci che ogni gesto educativo, anche il più piccolo, può essere un argine alla deriva e un seme di futuro.

Di Mambro Dolores

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