Festa grande, coscienza piccola

Tra cortei che inciampano nella civiltà, minacce che bussano da Oriente e stipendi da capogiro che brindano da soli: il 25 aprile si festeggia, ma qualcuno paga il conto (e molti restano fuori dalla tavola)


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Il 25 aprile è una data generosa: offre spazio a tutti. Ai devoti di San Marco, ai custodi della memoria, agli allergici ai coriandoli ideologici e perfino a chi, più semplicemente, preferirebbe un caffè in silenzio. Una festa democratica, insomma. Peccato che, come spesso accade alle feste troppo affollate, qualcuno finisca per rovesciare il tavolo.

Dove ci si aspetterebbe sobrietà e riconoscenza, spuntano invece insulti, cacciate e scene che sembrano prese in prestito da un manuale di cattiva convivenza. A Milano si riscoprono antichi fantasmi, a Roma volano colpi e bandiere strappate: il tutto mentre si celebra la libertà. Una libertà talmente amata da essere maltrattata in pubblico, come certi parenti ingombranti che si invitano solo per dovere.

E così la festa, che dovrebbe unire, diventa un’arena. Non il Colosseo, più modestamente un “circo massimo globalizzato” dove ognuno porta il proprio numero, spesso senza provare le battute. Il risultato è una comicità involontaria, con punte di tragedia.

Ma mentre noi litighiamo sotto il tendone, fuori qualcuno prepara spettacoli ben più seri. A Est non si festeggia: si accumulano missili, si costruiscono ponti strategici, si affinano tecnologie che non servono certo per i fuochi d’artificio delle sagre di paese. Lì non si brinda: si pianifica. E mentre qui discutiamo su chi debba stare in piazza e chi no, altrove si decide, con calma glaciale, chi potrà stare al mondo e chi no.

Nel frattempo, sul tavolo della festa arriva il conto. Ed è qui che il brindisi si fa più stonato. Da una parte liquidazioni milionarie che fanno girare la testa più dello spumante; dall’altra, oltre cinque milioni e mezzo di persone che il brindisi lo vedono col binocolo. Non per scelta filosofica, ma per una più concreta ragione: a stomaco vuoto si festeggia male.

C’è qualcosa di profondamente grottesco in un sistema che distribuisce premi da capogiro mentre una fetta crescente di popolazione conta gli spiccioli. Non è invidia sociale, è aritmetica morale. E quando i numeri non tornano, prima o poi qualcuno smette di fare festa.

Eppure, tra una stonatura e l’altra, una nota diversa si sente. Qualcuno rinuncia, qualcuno si tira indietro da compensi spropositati. Non è ancora una sinfonia, ma almeno un accenno di melodia. Segno che, forse, non tutto è perduto e che la luce evocata dai più ottimisti non è solo un’invenzione poetica.

Resta una domanda, semplice e scomoda: vogliamo davvero continuare così? Tra feste che degenerano, pericoli ignorati e disuguaglianze ostentate?

Perché festeggiare è umano, ma farlo con un minimo di decoro sarebbe civile. E magari anche lungimirante.

Altrimenti continueremo a celebrare la libertà come certi fumatori incalliti celebrano la salute: con convinzione, sì, ma senza crederci davvero.

Giuseppe Arnò

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Foto by Canva

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