Dio non è una cooperativa

Se il Creatore è uno, perché le religioni sono tante? Una riflessione tra fede, ragione e storia, nel rispetto del sacro e con il dubbio che, più che Dio, siano gli uomini ad aver complicato le cose.

di Giuseppe Arnò

Esistono domande che attraversano i millenni senza perdere una ruga. Una di queste è tanto semplice da formulare quanto difficile da liquidare: se Dio è uno, perché le religioni sono tante?

L’amico Carmine M. pone il problema con schiettezza. Il suo ragionamento cammina con passo deciso e merita attenzione.

Se crediamo nell’esistenza di un Creatore, la logica suggerisce che il Creatore non possa essere che uno. Non una società per azioni, non una cooperativa celeste, né un consiglio di amministrazione dove ciascuno presenta il proprio progetto di universo. L’origine è unica. Sono gli uomini, semmai, ad averla interpretata secondo la propria storia, la propria cultura e perfino i propri interessi.

Anche la tradizione cristiana afferma che Dio «creò da uno solo tutte le nazioni degli uomini» e che l’essere umano, creato a Sua immagine, è chiamato a conoscerLo e ad amarLo. La ricerca di Dio non è dunque un incidente della storia, ma una dimensione naturale dell’uomo. Le cosiddette “prove” dell’esistenza di Dio non appartengono al laboratorio dello scienziato, bensì a quel patrimonio di ragione, esperienza e coscienza che conduce a convinzioni profonde e mature.

È una distinzione importante. La scienza spiega il funzionamento dell’universo; la fede prova a rispondere al perché esso esista. Le due cose non sono necessariamente rivali. Quando pretendono di occupare lo stesso posto, finiscono entrambe per perdere qualcosa.

Da questo punto di vista, la convinzione della fede bahá’í, secondo cui le grandi religioni derivano da un unico Dio e rappresentano tappe progressive di un medesimo disegno spirituale, offre uno spunto di riflessione interessante. Altre religioni leggono diversamente il rapporto fra la propria rivelazione e le altre. È naturale che sia così. Il pluralismo religioso appartiene alla storia dell’umanità e non si cancella con un decreto.

Ciò che colpisce, invece, è quanto siano simili alcuni insegnamenti fondamentali. La giustizia, il rispetto della vita, la misericordia, il perdono, la solidarietà. I Dieci Comandamenti continuano a parlare anche a chi non frequenta una chiesa, una sinagoga o una moschea. E il precetto evangelico «Ama il prossimo tuo come te stesso» conserva una modernità che molte ideologie contemporanee possono soltanto invidiare.

Il problema nasce quando la fede smette di essere un ponte e diventa una frontiera. Quando il sacerdote, il pastore, il rabbino, l’imam o qualunque guida spirituale dimenticano di indicare Dio e iniziano, invece, a indicare sé stessi. La storia insegna che le guerre di religione sono state combattute più dagli uomini che da Dio.

Le religioni, in fondo, sono come le finestre di una stessa casa. Cambiano la forma, i colori, i vetri e perfino il panorama che offrono. Ma il sole che entra è sempre lo stesso. Litigare sulla finestra, dimenticando la luce, è uno dei passatempi preferiti dell’umanità.

Forse il Creatore sorride davanti alle nostre dispute teologiche con la pazienza di un padre che osserva i figli discutere su chi gli somigli di più, mentre nessuno si accorge di assomigliargli abbastanza.

La pace non arriverà necessariamente quando esisterà una sola religione. Arriverà quando ogni religione saprà riconoscere nell’uomo il riflesso del medesimo Creatore e nella coscienza il primo tempio da custodire.

Come spesso accade, Dio sembra aver fatto la parte più difficile: creare il mondo. Il resto lo abbiamo combinato noi.

E forse il Cielo, da duemila anni, continua a domandarsi la stessa cosa: «Vi avevo insegnato ad amarvi. Chi vi ha spiegato il contrario?».

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