Controapartheid 2.0: Ramaphosa a Canossa (con la mazza da golf sotto il braccio)

Dal risarcimento all’esproprio, dalla riconciliazione al rimprovero: Ramaphosa cerca aiuti, Trump gli mostra un documentario. E l’amore internazionale finisce in frantumi… davanti alla Casa Bianca.

“Amor con amor si paga”, recita il saggio. Ma quando si tratta di geopolitica, forse il detto più adatto sarebbe: “fai attenzione a chi prendi a schiaffi, potrebbe avere i cordoni della borsa”. È il caso del presidente sudafricano Cyril Ramaphosa, volato fino alla Casa Bianca con l’aria contrita e la speranza di risvegliare la generosità del tycoon Donald Trump. Peccato che abbia dimenticato un dettaglio: Trump non è noto per la sua clemenza, soprattutto quando si parla di persecuzioni, vittimismo e diritti di proprietà – soprattutto se a subirli sono bianchi in Africa.

L’incontro, nato con intenzioni da manuale diplomatico – si parlava di aiuti economici e nuovi accordi commerciali – si è trasformato in un barbecue diplomatico in cui a finire sulla griglia è stato proprio Ramaphosa. Il presidente sudafricano, tra un accenno al golf (tentativo estremo di entrare nelle grazie del leader americano) e qualche sorriso di circostanza, si è visto ribaltare la sedia da Trump in persona. Letteralmente.

“Parliamo delle cose brutte che stanno succedendo in Africa”, ha esordito Trump, mentre gli porgeva un telecomando e faceva partire un documentario shock sulle violenze contro i contadini bianchi in Sudafrica. Altro che “inviti cordiali”: il presidente USA ha accusato il suo ospite di tollerare un clima da safari giuridico, dove a essere cacciati non sono i leoni, ma i proprietari terrieri afrikaner.

La questione è tanto spinosa quanto imbarazzante: una legge firmata da Ramaphosa permette l’esproprio delle terre senza indennizzo, nel nome della giustizia sociale post-apartheid. Un intento nobile, certo, ma dai risultati un po’… selettivi. Secondo Trump, si tratta di razzismo istituzionalizzato. Secondo Ramaphosa, sono solo “casi isolati”. Ma davanti alla domanda secca: “Perché nessuno è stato arrestato?”, l’unica cosa che ha arrestato è stato il flusso delle sue parole.

Il clou? Trump che ricorda con nonchalance come gli Stati Uniti abbiano “accolto cittadini sudafricani che si sentivano perseguitati”. Praticamente, l’equivalente diplomatico di dire: “Io i tuoi li tratto meglio di te”.

Insomma, mentre Ramaphosa si aggrappa al passato per giustificare il presente, Trump prende il presente a sprangate per cambiare il futuro. Gli aiuti? Bloccati. Gli scambi commerciali? In standby. La simpatia personale? Prossima allo zero.

Il Sudafrica, nel tentativo di riparare a un’ingiustizia storica, rischia di crearne un’altra. E Ramaphosa, in cerca d’amore a stelle e strisce, è tornato a casa con il cuore spezzato. E forse anche un po’ il portafogli.

Del resto, come disse una volta un certo Don Vito Corleone: “Non è personale, sono solo affari”.

Giuseppe Arnò

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