Ma che Olimpiadi!

Altro che sovraniste: queste sono state Olimpiadi da sballo, con medaglie al posto delle polemiche e il tricolore a fare da calmante nazionale. x Qualcuno le ha definite “sovraniste”. Noi, più sobriamente, le chiameremmo “trionfalmente terapeutiche”. Perché se è vero che ogni evento sportivo diventa terreno di scontro ideologico, queste Olimpiadi hanno avuto il merito di zittire, almeno per qualche giorno, oppositori, uccelli del malaugurio, sobillatori professionisti e commentatori da tastiera con l’elmetto incorporato. Si è detto che fossero la supremazia del governo di destra contro tutti. Forse. O forse sono state semplicemente la supremazia dell’organizzazione sull’improvvisazione, della volontà sulla lamentazione, del lavoro sul chiacchiericcio. Gli attentatori sono stati isolati, i disordini sventati, la sicurezza impeccabile: un applauso, senza ironia, alle forze dell’ordine e al sistema che ha retto senza scricchiolare. L’Italia meloniana, piaccia o no l’aggettivo, ha sbancato il medagliere. E le nostre atlete, in particolare, hanno fatto piazza pulita con una grazia che definire agonistica è riduttivo: hanno gareggiato con la leggerezza di chi sa che dietro ogni salto, ogni corsa, ogni stoccata c’è un Paese che ha bisogno di sorridere. E gli italiani hanno sorriso. Anche il tifosissimo presidente Sergio Mattarella, per una volta, ha potuto applaudire senza doversi preoccupare di un decreto o di un ricorso. Per qualche settimana, la droga delle diatribe politico-giudiziarie è stata sostituita da un più sano entusiasmo collettivo. L’orgoglio nazionale, come ricordava il pittore Ugo Bernasconi, è una fiammata che fa cenere di tutto. E in effetti ha incenerito avversari, polemiche e perfino i talk show più litigiosi. “Volere è potere”, ripetiamo con candore quasi sospetto. E se Madre Teresa di Calcutta ci ricorda che la volontà è l’unica cosa che Dio non ci toglie, allora prendiamola sul serio: abbiamo dimostrato di saper vincere nello sport. Ora proviamo a vincere anche nelle infrastrutture, nella scuola, nella giustizia, nell’Europa che ci osserva con quell’aria tra il curioso e il diffidente. Italia, Europa, campo largo o stretto che sia: datevi da fare. Perché le medaglie luccicano, ma non governano. E se il buono deve prevalere sul maligno, come diciamo con enfasi olimpica, ricordiamoci che il maligno non sta mai in tribuna: spesso siede in prima fila, applaude e aspetta il prossimo errore. E allora sì, volere è potere. Ma volere bene al Paese è ancora meglio. di Redazione

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L´amarcord di Franco Presicci

L’UOMO CHE TOCCO’ IL CIELO CON UN GUANTONE   x Ricordo di Umberto Vernaglione. Fu un pugile formidabile, campione d’Italia, esaltato e celebrato, amato da quasi tutta Taranto. La sua fama oltrepassò i confini. Era nato nel ‘33, è morto nel 2020, dopo aver conseguito centinaia di vittorie. Fu campione italiano anche da dilettante e da giovane mostrò il suo talento anche a Helsinki. di Franco Presicci   TARANTO – Avevo forse dieci anni quando lo vidi la prima volta. Andavo a prendere lezioni di matematica dalla signora Ida, che faceva l’impiegata in Arsenale, e ogni tanto vedevo Umberto Vernaglione, stagliato sulla porta della sua abitazione, a cui si accedeva salendo un paio di scalini. Osservava i passanti, omaggiando ciascuno di un sorriso dolce e appena accennato. Era cortese anche con me, che ero timido e portavo i pantaloni corti fatti da mia madre. Umberto aveva il viso di un attore dello schermo, di quelli che fanno girare la testa alle donne. Dopo qualche anno seppi che combatteva sul ring, con stile, compostezza, tranquillità (lo scrivevano i giornali). Poi divenne campione italiano e continuava ed essere alla mano e tutti a Taranto avevano sulle labbra il suo nome, soprattutto nei luoghi di ritrovo. Non soltanto i “fans”, che accorrevano ad applaudirlo. Io non ci andavo spesso, perché in famiglia non volevano che vedessi due giovanotti a torso nudo e in calzoncini che si davano pugni sul naso e a volte uno di loro violando la guardia dell’altro lo stendeva sul tavolato con un diretto. Durante un incontro, mentre Umberto chiudeva, martellandolo, l’avversario in un angolo, gridai: “Dai, sei grande!”, ma la mia voce, per quanto alta, fu soffocata dal pubblico in visibilio.    Mi appariva imbattibile. Era discreto, rispettoso, un galantuomo. Non ricordo che anno fosse (ero arrivato da Milano una settimana prima), quando un giorno – ero fermo dove via Nettuno sfocia in via Dante – mi si avvicinò un signore: “Lei è…?”. Lo riconobbi immediatamente e stavo per cedere all’impulso di abbracciarlo. Non era cambiato, a differenza di certe persone che incrociate in via D’Aquino si fa fatica a identificare anche se elencano dettagli di fatti di tanti anni fa, per smuovere la tua memoria. Fu un saluto veloce, un fremito di vento, una meteora, un battito d’ali: mi strinse la mano e si allontanò verso le palazzine della stessa via Dante con affaccio sul largo che ha in pancia il ricovero antibombe della seconda guerra mondiale, e scomparve all’angolo con via Temenide, per andare chissà dove. All’amico che avevo aspettato dissi: “Sai con chi ho parlato poco fa? Con Umberto Vernaglione. Da ragazzi lo consideravamo un mito, ricordi?”. “Certo che ricordo, il campione”.    Umberto non amava il rumore, non era in cerca di visibilità, che aveva avuto per anni, facendo spellare le mani agli ammiratori. Tentava di passare inosservato, di evitare le richieste dell’autografo. Era l’orgoglio di Taranto. Andai a vedere l’incontro con il milanese Giancarlo Garbelli, nel ‘57, al circo Togni, sulla discesa Vasto, e lo seguii con passione. Ricordo ancora le emozioni che quel pomeriggio mi procurò nell’assistere al “match” e molto vagamente a quello che accadde nel suo svolgimento.    Ne ho tanti, di ricordi, uno più bello dell’altro. Li ho sciolti spesso stando con gli amici durante i banchetti a casa di uno o a quella dell’altro. Chi amava la “boxe” e non era della mia città voleva saperne di più e faceva domande alle quali io non sapevo rispondere, almeno non a tutte, ma mi entusiasmavo raccontando quel poco che conoscevo della storia di questo pugile fuoriclasse, dal “curriculum” strapieno di glorie, sempre presente nelle pagine di cronaca sportiva, che parlava del suo pugno pesante, della sua resistenza fuori del comune, del suo incontro con Helmut Hohmann, il 30 maggio, ‘56, nella Bimare, riunione esaltante, in cui alla quarta ripresa  batté l’avversario prima del limite. Ha combattuto contro assi agguerriti e e anche quando è stato sconfitto (i momenti no capitano anche ai giganti) lo ha fatto con dignità. In una cronaca lessi della potenza micidiale del suo pugno e delle sue altre qualità. Insomma un lottatore da far brillare nell’albo d’oro della città. Stimavo molto anche come persona il campione tarantino, per il quale, vedendolo infilare diretti, montanti, uppercut, ganci, quasi tutta Taranto si eccitava. Non dico la gioia, il fervore, quando nel ‘56 Umberto batté il francese Idrisse Dione in un incontro durissimo. A Taranto, dove era nato il 24 aprile del ‘33, era un vessillo. Mi piacerebbe essere in grado di rinverdire ogni cavicchio delle scalate dell’asso peso welter, che combatté a Milano, a Bologna e in Svizzera…    E adesso? Lo ricordano ancora, quel campione dai modi garbati, quel cavaliere che aveva il passo felpato e la parola misurata, mattatore sul “ring”, dal pugno quasi sempre preciso, in piena osservanza delle regole? Era stato campione già da dilettante. Aveva debuttato a vent’anni, il 15 febbraio del ‘53, battendo Benito Rovinelli. Qualcuno ha scritto che era predestinato a toccare i vertici. I tecnici non lo perdevano mai di vista: avevano capito che si avviava verso una carriera luminosa e a 15 anni, nel ‘56, la Nazionale italiana lo segnalò per le Olimpiadi di Helsinki. Era salito su un ring a 14 anni. Da dilettante disputò 72 incontri, vincendone 71; da professionista 50 e 36, raggiungendo il campionato italiano prima dei pesi welter e poi dei medi. Elia, il figlio, a sua volta cortese, disponibile, senza rasentare la retorica racconta piacevolmente, includendo anche i dettagli. Conosce bene la storia sportiva del padre e le condizioni di Taranto all’epoca in cui si batteva. Quello che non ha vissuto lo ha saputo dagli altri; e ora interpellarlo è come stappare una bottiglia di “champagne”. “In famiglia mio padre parlava poco della sua attività professionale e non ci ha mai portati in una palestra, era un uomo unico, non si vantava mai dei suoi ‘matches’. Quando tornava dai suoi viaggi, pronunciando il mio cognome, qualcuno mi chiedeva: ‘Per caso conosce o

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XXV Giochi Olimpici Invernali Milano Cortina 2026

L’Arena ospiterà Beauty in Action, grandiosa conclusione dei XXV Giochi Olimpici Invernali Milano Cortina 2026   Verona – Orgoglio di città per un evento internazionale di prestigio, preannunciato durante  Road to Closing Ceremony (Strada verso la Cerimonia di Chiusura). La manifestazione conclusiva, cioè, dei XXV Giochi Olimpici Invernali Milano Cortina 2026 (che si disputeranno dal 6 al 22 febbraio 2026 a Milano e Cortina d’Ampezzo), battezzata Beauty in Action (Bellezza in Azione), che si terrà, appunto, il 22 febbraio 2026, vanto assoluto nell’Arena scaligera, a cura della Fondazione Milano Cortina 2026. L’anticipazione ha avuto luogo nella suggestiva cornice del Teatro Filarmonico, il cui progetto originario di sala d’opera all’italiana di Francesco Galli da Bibbiena (architetto e scenografo bolognese), in legno laccato secondo lo stile barocco, venne realizzato tra il 1716 ed il 1729, con inaugurazione avvenuta il 6 gennaio 1732. Purtroppo, drammatiche circostanze costrinsero addirittura due volte alla sua ricostruzione. Nella notte tra il 20 ed il 21 gennaio 1749 vi si verificò un incendio. Fu riedificato dall’architetto emiliano Giannantonio Paglia apportando alcune modifiche ed ebbe l’inaugurazione-bis nel 1754. Il 23 febbraio 1945, poi, la RAF (Royal Air Force) effettuò su Verona un secondo bombardamento nello stesso giorno, dopo il precedente dell’USAAF (United States Army Air Force) colpendo e facendo crollare anche il teatro. L’Accademia filarmonica fece sapere che si sarebbe impegnata nel rifacimento rispettando la struttura precedente, adeguandola a moderne necessità pratiche. I lavori (su piano, optato nel 1956, dell’architetto veronese Vittorio Filippini) iniziarono nel 1961 e la nuova apertura ufficiale avvenne nel 1975. Le autorità intervenute al Filarmonico hanno voluto rimarcare l’enorme responsabilità organizzativa colta e rispettata in pieno e l’ennesima opportunità mondiale dell’illustre catino d’epoca romana che vedrà, quale stella già in cartellone, il famoso ballerino Roberto Bolle, il primo a raggiungere in contemporanea i titoli di Étoile del Teatro alla Scala di Milano e di Principal Dancer dell’American Ballet Theatre di New York. Inoltre, è Guest Artist al Royal Ballet presso la Royal Opera House del Covent Garden a Londra, nel Regno Unito. Oltre a Bolle, sono previsti altri grandi nomi, in esibizione e retroscena. Al preavviso di Beauty in Action (prima prassi solenne olimpica nell’ambito d’un monumento storico come l’Arena, dichiarato patrimonio dell’umanità dall’UNESCO – United Nations Educational Scientific And Cultural Organization, Organizzazione delle Nazioni Unite per l’Educazione, la Scienza e la Cultura – assieme al centro storico veronese) si sono alternati in interventi Matteo Salvini (vicepresidente del Consiglio e ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti), Francesco Lollobrigida (ministro dell’Agricoltura, della Sovranità alimentare e delle Foreste), il veronese Gianmarco Mazzi (sottosegretario di Stato al ministero della Cultura, con delega allo Spettacolo), Luca Zaia (presidente della Regione Veneto), Damiano Tommasi (sindaco di Verona), Cecilia Gasdia (ex soprano veronese, sovrintendente della Fondazione Arena). Hanno preso la parola, riguardo allo spettacolare congedo in Arena, anche Giovanni Malagò (presidente del CONI – Comitato Olimpico Nazionale Italiano – dal 19 febbraio 2013 al 26 giugno 2025 e presidente della Fondazione Milano Cortina 2026, istituita il 9 dicembre 2019 per pianificare e realizzare sia i Giochi Olimpici che i XIV Paralimpici Invernali, sempre a Milano e Cortina d’Ampezzo, dal 6 al 15 marzo 2026), Andrea Varnier (amministratore delegato della Fondazione), Maria Laura Iascone (direttrice delle Cerimonie istituzionali). Beauty in Action (definita un “tributo alla bellezza in movimento in tutte le sue forme”, una “fusione di lirica, musica, danza, cinema, design e tecnologia”) s’avvale della creatività di esponenti di Filmmaster SpA diretti dal presidente Alfredo Accatino. Il relativo team conta su Adriano Martella (Creative director), Stefania Opipari (Show director), Stefano Ciammitti (Costume designer), Michele Braga (Music director), Claudio Santucci (Set designer). L’occasione al Filarmonico è servita anche per mostrare il render (cioè l’immagine terminale da mostrare prima dell’attuazione concreta d’un processo d’elaborazione immagini da un modello 3D, con computer grafica) ufficiale della scenografia in Arena, col palcoscenico ispirato ad una goccia d’acqua. Una disposizione visiva del tutto inedita, senza separazioni tra palco e platea ma come una grande piazza italiana al centro dello spazio interno, pulsante e variabile, animata da coreografie, luci, allestimenti mutevoli. Ma… Non solo l’Arena… La fantasia celebrativa del fine Giochi Olimpici Invernali Milano Cortina 2026 coinvolgerà pure piazza Bra (dove s’incastona l’anfiteatro) e, ancora, il Teatro Filarmonico, con esecuzioni dell’orchestra e del coro della Fondazione Arena di Verona.   Servizio e foto di Claudio Beccalossi

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Amsterdam – Johan Cruijf Arena

Visto da vicino. Johan Cruijf Arena, gioiello calcistico dei Paesi Bassi       Amsterdam (Paesi Bassi) – Ubicato nello stadsdeel (letteralmente, parte di città) di Amsterdam-Zuidoost (quartiere sud-est della capitale), lo stadio Johan Cruijff Arena, ex Amsterdam ArenA dal 1996 al 2018, è il più capiente della nazione e “nido”, per le partite casalinghe, dell’Ajax (Amsterdamsche Football Club Ayax), celeberrima squadra che milita nella Eredivisie (Divisione onoraria), serie professionistica al top del campionato di calcio dei Paesi Bassi. La Johan Cruijff Arena è pure sede delle sfide internazionali della nazionale calcistica neerlandese e, dal 2015, della compagine femminile dell’Ajax (l’Amsterdamsche Football Club Ajax Vrouwen). Inoltre, dal 1997 al 2007, ha accolto gli incontri dell’équipe di football americano degli Amsterdam Admirals.    La costruzione del complesso, su progetto degli architetti Rob Schuurman e Sjoerd Soeters, avviata nel 1993 (con prima pietra posta il 26 novembre di quell’anno) e conclusa con l’inaugurazione del 14 agosto 1996 (alla presenza della regina Beatrice dei Paesi Bassi – Beatrix Wilhelmina Armgard van Oranje-Nassau, Baarn, 31 gennaio 1938 – e con un’amichevole, davanti a 52mila spettatori, tra l’Ajax ed il Milan, finita 3 a 0 per la squadra milanese), costò 140 milioni di euro attuali. La prima rete del nuovo impianto sportivo fu segnata da Dejan Savićević (Titograd, oggi Podgorica, Montenegro, 15 settembre 1966, attaccante o centrocampista, quindi allenatore e dirigente sportivo).     La denominazione originale Amsterdam ArenA venne poi cambiata, rispettando quanto deciso il 25 aprile 2017, intitolando lo stadio al grande calciatore dei Paesi Bassi Johan Cruijff (Hendrik Johannes Cruijff, Amsterdam, 25 aprile 1947 – Barcellona, 24 marzo 2016, attaccante o centrocampista, dopo anche allenatore e dirigente sportivo, ritenuto uno dei migliori giocatori della storia del calcio). Il 9 agosto successivo fu reso noto che la nuova attribuzione sarebbe stata ufficializzata dal 25 ottobre 2017 ma, per mera burocrazia, secondo informazioni pubbliche del 5 aprile 2018, la circostanza subì uno spostamento di data all’agosto 2018, con l’inizio del campionato di calcio 2018/2019. Ristrutturato nel 2017 (con una spesa di 20 milioni di euro), la Johan Cruijff Arena ha un’architettura moderna, dotata di copertura retrattile (sorretta da due pannelli di circa 400 tonnellate di peso ciascuno che chiudono e riaprono il tetto in circa 18 minuti, per effetto di 8 motori), realizzata all’apice dell’opera di costruzione. Lo stadio risulta tra quelli classificati 4 stelle dall’UEFA (Union of European Football Associations, Unione Europea delle Federazioni di Calcio), anche per le dotazioni di sicurezza apportate. La struttura agonistica rimpiazzò l’ormai limitato e vetusto Stadion De Meer (Stadio De Meer, progetto Daan Roodenburgh), edificato nel 1934, andato in pensione nel 1996 e smantellato nel 1998. Non solo calcio. L’Amsterdam ArenA, fin dai suoi esordi, ospitò, a dispetto delle varie ed accese critiche riguardo all’acustica, concerti musicali con big internazionali. Tra i primi, Michael Jackson s’esibì in tre concerti nel 1996 ed in due nel 1997. Altre star, che fecero dello stadio un palcoscenico, furono Anastacia, Tina Turner, David Bowie, Bon Jovi, Eminem, Robbie Williams, André Hazes, Red Hot Chili Peppers, The Rolling Stones, Céline Dion, U2, AC/DC, Metallica, Madonna, Coldplay, Muse, Beyoncé, P!nk, Ed Sheeran, Harry Styles. Non mancò Luciano Pavarotti che, nel corso della sua performance nell’aprile 1997, dedicò un’aria dell’opera “Manon Lescaut” di Giacomo Puccini alla Regina Beatrice.   Servizio e foto di Claudio Beccalossi

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Italvolley, ancora campioni del mondo

  Gli azzurri battono la Bulgaria 3-1 e salgono per la seconda volta consecutiva sul tetto del mondo: un trionfo che profuma di storia e orgoglio nazionale È un’Italia da applausi, quella che a Manila ha scritto una nuova pagina dorata dello sport. Gli uomini di Ferdinando “Fefè” De Giorgi hanno piegato la Bulgaria con un netto 3-1 (25-20, 25-17, 17-25, 25-10), confermando di essere la squadra più forte del pianeta. Dopo il passo falso del terzo set, gli azzurri hanno reagito con potenza e lucidità, concedendo agli avversari appena 10 punti nell’ultimo parziale. Per l’Italvolley si tratta del quinto titolo iridato nella storia maschile, il secondo consecutivo: un traguardo che arriva a pochi giorni di distanza dal trionfo mondiale della nazionale femminile a Bangkok, a dimostrazione che la pallavolo italiana vive un momento magico, irripetibile. Non sono mancati i messaggi istituzionali: la premier Giorgia Meloni ha esaltato la vittoria come “orgoglio di un’Italia che vince”, mentre il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha invitato la squadra al Quirinale per l’8 ottobre. Con emozione, il capitano Simone Giannelli ha dedicato il successo anche al compagno Daniele, costretto a seguire da casa, mentre De Giorgi ha parlato di “un’estate lunga e non semplice, ma con ragazzi straordinari, capaci di accettare le difficoltà e trasformarle in forza”. Una squadra che non molla mai, che lotta, soffre e poi vince insieme. L’Italia intera può dirlo con orgoglio: siamo ancora campioni del mondo. di Redazione

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Inarrestabili Azzurre! L’Italia stende il Brasile e conquista la Nations League

Flash News Terzo titolo nella competizione e 29 vittorie di fila per l’Italvolley femminile. Decisiva Antropova. Infortunio per Degradi. Lodz, 27 luglio 2025 – L’Italvolley femminile è semplicemente ingiocabile. Alla Atlas Arena di Lodz, le ragazze di Julio Velasco piegano anche il Brasile (3-1: 22-25, 25-18, 25-22, 25-22) e conquistano la Volleyball Nations League per la terza volta nella storia, firmando il 29º successo consecutivo. Nonostante un primo set sottotono e l’infortunio di Alice Degradi, le Azzurre reagiscono con carattere. Antropova (18 punti) entra al posto di Egonu e cambia il volto del match, ben supportata da Sylla (16) e dai 14 muri di squadra. Dopo aver eliminato USA e Polonia con due 3-0 secchi, l’Italia sale meritatamente sul tetto del volley mondiale. Ora occhi puntati sui Mondiali in Thailandia: l’Italia parte da favorita. Ma con questo spirito, sognare non è peccato. Redazione

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Jannik entra nella leggenda

Sì, sì, Sinner! Londra è azzurra: Jannik entra nella leggenda Battuto Alcaraz in quattro set, l’altoatesino diventa il primo italiano a conquistare Wimbledon. Una finale da campione vero, tra talento, cuore e gelo nordico. Applausi da San Candido a Downing Street. CRONACA SPORTIVA – di un (orgoglioso) cronista italiano a Londra Centre Court, 13 luglio 2025 –Il sole inglese non brilla spesso, ma oggi ha scelto il suo momento migliore: illuminare il trionfo di Jannik Sinner, che ha scritto la pagina più gloriosa del tennis italiano. Sì, perché il ragazzo dai capelli rossi e dalla calma glaciale ha battuto Carlos Alcaraz in quattro set (4-6, 6-4, 6-4, 6-4) e si è preso Wimbledon, il tempio sacro del tennis. E lo ha fatto da numero uno del mondo mancato per modestia, non per classifica. Dopo aver perso il primo set, Sinner ha ingranato il pilota automatico, alternando fendenti chirurgici e risposte da maestro. A ogni colpo, un messaggio chiaro: non sono più la promessa, sono la realtà. In tribuna, mamma Siglinde e papà Hanspeter contenevano a fatica le lacrime. In campo, il figlio sembrava fatto d’acciaio. Nessun gesto plateale, solo un pugno alzato dopo il match point, quando il sogno si è fatto Storia.Unico italiano, il primo di sempre, a vincere Wimbledon. Nemmeno Pietrangeli o Panatta, nemmeno nei romanzi. Alcaraz ci ha provato: un primo set vinto con grinta, ace e recuperi al limite del possibile. Ma poi è andato a sbattere contro un Sinner lucido, organizzato, glaciale come un ingegnere e letale come un artista. Il tennis, oggi, ha parlato italiano. E ora? Jannik non fa proclami. Ma la leggenda è cominciata. Con una racchetta, un sogno e una vittoria che profuma d’eternità. Nello spogliatoio:A fine partita, negli spogliatoi, pare che anche le pareti del Centre Court sussurrassero: “Sì, sì, Sinner!”

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Sinner vola in finale a Wimbleton

Wimbledon, Sinner domina Djokovic in tre set e vola in finale per la prima volta   6-3, 6-3, 6-4 la netta vittoria di Jannik Sinner contro Novak Djokovic: domenica sfiderà Alcaraz nella rivincita del Roland Garros. L’altoatesino: “Mai avrei immaginato di arrivare qui in finale” Alessandro Ferro Ultimo aggiornamento 11 luglio 2025 – 19:53 Una gara dominata dall’inizio alla fine: Jannik Sinner ha stravinto contro Novak Djokovic con il punteggio di 6-3, 6-3, 6-4 ottenendo la sua prima finale a Wimbledon, l’unico Slam in cui non c’era ancora riuscito. Senza voler “bestemmiare”, Jannik ha dato una lezione di tennis al maestro serbo specialmente nei primi due set, poi Nole ha accusato anche un problema alla gamba come è sembrato nel corso del terzo set dove ha letteralmente mollato dopo essere stato avanti 3-0. Fonte: https://www.ilgiornale.it/news/tennis/wimbledon-sinner-djokovic-vale-finale-2508741.html

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Lettera aperta al presidente Luciano Buonfiglio

Un cuore napoletano batte forte nei Cinque Cerchi Olimpici Messaggio al Presidente del CONI, Luciano Buonfiglio Napoli, che quest’anno celebra 2500 anni di storia, aggiunge un nuovo motivo d’orgoglio: avere un suo figlio alla guida dello sport italiano. Ora, il cuore di Napoli batte anche dentro i Cinque Cerchi Olimpici, al vertice del comando.     Caro Presidente Luciano Buonfiglio, a nome della Collettività Italiana in Brasile e mio personale, desidero esprimere le più sincere e calorose congratulazioni per la Sua elezione alla Presidenza del Comitato Olimpico Nazionale Italiano. Le auguriamo con tutto il cuore che questo nuovo quadriennio possa rappresentare la naturale prosecuzione di un grande cammino di crescita, visione e inclusione. Un percorso nel quale lo sport ha saputo farsi ponte tra generazioni, territori e identità, con particolare attenzione – che tanto abbiamo apprezzato – verso le comunità italiane all’estero. Esprimiamo profonda gratitudine al Presidente uscente, Giovanni Malagò, per i dodici anni di guida appassionata e per l’attenzione dedicata alle sette sedi estere del CONI, tra cui quella in Brasile. Queste realtà sono state – e continueranno a essere – strumenti preziosi per mantenere vivo il legame con i milioni di italiani e italo-discendenti nel mondo, attraverso la lingua, la cultura e la passione per lo sport. Estendiamo con gioia i nostri più calorosi auguri a tutta la nuova Giunta e in particolare ai Vice Presidenti Diana Bianchedi (vicario) e Marco Di Paola, figure di grande competenza e sensibilità istituzionale, nonché al Segretario Generale Carlo Mornati, la cui conferma rappresenta continuità e garanzia per il futuro dell’Ente. Con entusiasmo e spirito di collaborazione, rinnoviamo la nostra disponibilità a continuare questo cammino insieme alla nuova Presidenza, certi che sotto la Sua guida potremo rafforzare ancora di più il ruolo dello sport come veicolo di italianità, unità e visione internazionale. Con stima e rispetto, Alfredo Apicella Delegato CONI Italia A nome della Collettività Italiana in Brasile Foto Archivio CONI (Italia)

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Le Mans: il Cavallino corre, dove in F1 piange

Mentre la Formula 1 continua a tradire i sogni dei tifosi, Ferrari scrive la storia alla 24 Ore di Le Mans: vittoria della 499P #83 e terzo posto per la #51. È gloria vera, lontano dai riflettori (e dai guai) del Circus.   Ferrari piange in Formula 1, ma a Le Mans… ruggisce. E lo fa con tutta la potenza di un Cavallino che, pur bistrattato nei circuiti brevi e troppo moderni, trova nella classicissima francese la sua vera natura: epica, resistenza, visione. Nel tempio della 24 Ore di Le Mans, la Ferrari 499P numero 83 dell’AF Corse conquista la gloria assoluta. Non una vittoria qualsiasi, ma la terza consecutiva per il Cavallino in terra di Sarthe. Un risultato che entra direttamente nella leggenda, scolpito con i nomi di Robert Kubica, Yifei Ye e James Calado Hanson — tre piloti perfettamente sincronizzati con un’auto che ha fatto della costanza e del coraggio il suo carburante. Una gara asciutta ma logorante, dominata da strategie sottili e nervi saldi. 387 giri, oltre 5.300 chilometri, e solo 14 secondi a separare la Ferrari dalla Porsche #6 al traguardo. Ma non c’è stata incertezza: nella notte, tra le curve di Mulsanne e le fatiche di Tertre Rouge, è emersa la vera differenza tra chi rincorre e chi sa dominare. La Ferrari non solo ha vinto: ha dettato il ritmo. E non con una sola auto: la #51, vincitrice 2023, è salita sul podio al terzo posto, mentre la #50 ha sofferto problemi tecnici che l’hanno esclusa dalla lotta. La #83 è entrata nella storia anche per un altro motivo: è la prima squadra clienti a vincere Le Mans negli ultimi vent’anni. Kubica è diventato il primo polacco a trionfare a Le Mans, Ye il primo cinese, mentre Hanson ha brillato nella sua solidità. Un trio che ha trasformato una corsa in un poema meccanico, scandito da staccate perfette e resistenza mentale. Un successo anche industriale: Brembo, con i suoi freni montati su tutte le 62 vetture in gara, ha confermato la supremazia del made in Italy nella precisione tecnica. Nessuna sostituzione in 24 ore: un record d’affidabilità e innovazione. E mentre il Mondiale endurance si riapre, con la #51 ancora in testa ma la #83 in rimonta, Le Mans rilancia il Cavallino in una dimensione in cui la Formula 1 arranca: quella della grandezza vera. Già, perché se nel Circus il rosso Ferrari continua a scolorire tra errori, strategie sbagliate e rimonte incompiute, in Francia è tornato a splendere il giallo del sole sul rosso della passione. Non una medaglia di consolazione, ma il segno che il mito Ferrari non si misura a punti, ma a epopee. A Le Mans si vince con visione, cuore e fatica. Proprio quello che in F1 sembra essersi perso. di Redazione

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