Verona – Dieta mediterranea di Cibo & Millo

L’insalata caprese, piatto tipico italiano, nell’ennesima opera degli street artists Cibo e Millo.            Ca’ di David (Verona) – L’accoppiata artistica Cibo & Millo autrice d’un nuovo dipinto murale su una parete esterna che già ospitava un disegno in scala ridotta incentrato sullo stesso soggetto gastronomico, eseguito dal primo coprendo precedenti scritte e simboli non consoni sul muro, poi purtroppo vandalizzato. L’insalata caprese, piatto tipicamente italiano (a base, com’è ampiamente noto, di pomodoro, mozzarella, olio extravergine, basilico fresco ed origano), fa da star del suggestivo lavoro del duo Cibo (Pier Paolo Spinazzè, Vittorio Veneto, Treviso, 1982) e Millo (Francesco Camillo Giorgino,  Mesagne, Brindisi, 1979). «Questo murale è stato composto a quattro mani. – spiega soddisfatto Cibo – Si tratta d’uno degli undici realizzati in tre comuni del Veronese. Tutti documentati dalle foto scattate da Martha Kooper, fotografa di New York di 82 anni, Nonna Graffiti, che ha fotografato tutti i writers più bravi del mondo, cogliendo con noi, passo per passo, il lavoro d’arte urbana che ha generato i murales». Gli interventi sono stati riassunti nella mostra fotografica Best Before, Street Art against a rancid future presso il Forte Sofia (o Forte Santa Sofia, già Werk Sofia, ex fortificazione asburgica risalente al 1838), sulle colline a nord-ovest di Verona. «Nello specifico, ciò che abbiamo creato qui, a Ca’ di David, è una “torre di caprese”, con un personaggio che la costruisce, la tiene in piedi perché molto precaria. Simboleggia il tricolore. Perciò, rappresenta la precarietà della caprese e dell’Italia. Ed il tentativo d’aggiustarla, di sorreggerla, di preservarla». Lo street artist collabora dal 2020 col Comune di Napoli bonificando frasi e segni di violenza estremisti o volgari tramite composizioni mangerecce partenopee dagli accesi colori attinenti al suo stesso pseudonimo. D’intesa con l’assessorato alla Creatività urbana, il Tavolo Interassessorile per la Creatività urbana e Caffè Borbone, s’adopera nella sovrapposizione positiva di scarabocchi dell’odio su varie superfici urbane segnalate anche dai cittadini. Per Millo (che da alcuni anni lavora a Pescara), a sua volta, le pareti vuote costituiscono “una grande tela bianca su cui esprimersi”. Lasciata l’attività d’architetto per seguire la sua forte passione per l’arte ed il disegno, ha raggiunto specifici vertici figurativi, partecipando a vari Street Art Festival ed avendo suoi estrosi risultati murali (inventive in bianco e nero frammentate da esplosioni di tinte intense) premiati ed esposti pure all’estero. Procedimenti e prestazioni artistici di Cibo e Millo nel Veronese sono stati tallonati anche a Ca’ di David dalla citata fotografa Martha Cooper, classe 1943, originaria di Baltimora (Maryland, Usa) e poi trasferitasi nel distretto di Manhattan, a New York. Già addentro all’ambiente artistico underground newyorkese, dagli Anni Settanta del secolo scorso, segue da vicino l’attività dei protagonisti della street art internazionale. Foto del suo archivio sono entrate a far parte del patrimonio visivo sull’avvento delle culture hip-hop e dei graffiti. Ha iniziato come fotografa stagista nel “National Geographic”, proseguendo come fotografa dello staff al “New York Post”, con sue immagini pubblicate in un considerevole numero di riviste e libri ed esposte in musei di tutto il globo. È referente della fotografia al City Lore, il New York Center for Urban Culture fondato nel 1985, primo organismo negli Stati Uniti volto a “promuovere il patrimonio culturale vivente di New York City e dell’America attraverso programmi educativi e pubblici al servizio dell’equità culturale e della giustizia sociale” ed a “documentare, presentare e sostenere le culture grassroots di New York City per garantire la loro eredità viva”. Servizio e foto di Claudio Beccalossi

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“LA SUITE DEI TEMPLI per OSAKA EXPO 2025”

  “OSAKA TEMPLE SUITE 2025”   I Solisti e l’Orchestra Sinfonica e Jazz del Conservatorio Arturo Toscanini di Ribera (Italy)   Presentazione   “La Suite dei Templi per OSAKA 2025” è una nuova Opera Sinfonica, Contemporanea e Jazz, composta, prodotta ed edita dal Conservatorio Statale di Musica “Arturo Toscanini” di Ribera (Agrigento) che, sotto l’egida del Ministero della Università e della Ricerca, si è distinto negli ultimi anni per la prolifica attività istituzionale. Il Conservatorio è stato recentemente insignito del prestigioso riconoscimento di Eccellenza Italiana 2024, patrocinato dal Consiglio dei Ministri e da 11 Ministeri italiani, ed inserito nella pregiata Opera editoriale dedicata alle 100 Storie di Eccellenza che si sono distinte per aver contribuito a migliorare il futuro del nostro Paese e che portano lustro all’Italia nel mondo.   La Suite è frutto di un progetto di ricerca e di produzione ideato dalla referente scientifica, Direttrice del Conservatorio, Prof.,ssa Mariangela Longo e realizzato con l’ausilio  del Direttore di Produzione Vice Direttore Prof. Simone Piraino  e con il prezioso supporto degli studenti, dello staff docente e non docente, degli organi statutari del Conservatorio presieduto dal Dott. Giuseppe Tortorici. L’Opera è stata selezionata dal Ministero Italiano della Università e della Ricerca tra tutte le Isituzioni AFAM italiane per rappresentare ad Expo Osaka 2025 l’eccellenza Accademica dell’Alta Formazione Artistico Musicale Italiana. Lo speciale evento, in scena al Teatro Festival Station di Expo OSAKA il 13 giugno 2025 nella settimana dedicata alla Regione Siciliana, è promosso e finanziato dalla Direzione Generale della Internazionalizzazione e della comunicazione MUR, con il prezioso supporto dei fondi di Next Generation UE PNRR Azione M4C1 “MUSIC4D”, con la supervisione del Commissariato per EXPO Osaka 2025 del Ministero degli Esteri, che ringraziamo. Questa attività di rilevo internazionale sarà realizzata da una corposa delegazione del Conservatorio  costituita da 50 elementi, di cui 40 orchestrali e 10 componenti dello staff, tecnici delle riprese, addetti stampa e alle comunicazioni, che seguiranno la produzione e le performance dei musicisti che si terranno anche all’anfiteatro del Padiglione Italia.   Un “viaggio musicale” alla scoperta dei magnifici Templi dei Parchi Archeologici siciliani, trasposti in Musica da docenti e studenti, che, in veste di compositori ed esecutori, sono i protagonisti di un’Opera davvero unica nel suo genere. Caratterizzata da una commistione di linguaggi musicali, l’Opera evoca la gloriosa storia dei Miti Greci all’insegna della modernità e dell’innovazione musicale diventando un esempio pregevole di promozione del grande patrimonio artistico culturale italiano e dei giovani talenti. Con una speciale dedica a OSAKA 2025 l’Opera si arricchirà, per l’occasione, di una nuova composizione del M° Hisataka Nishimori, dedicata ad uno dei più famosi  Santuari di Kyoto, il sito UNESCO Shimogamo Shrine, che verrà “ interpretato” in Musica  a fianco ad  un altro patrimonio mondiale dell’Umanità,  la Valle dei Templi di Agrigento Capitale Italiana della Cultura 2025. Alla compagine orchestrale multitasking, costituita da 40 elementi e  in cui convivono tipologie diverse di strumenti e di linguaggi (classici, jazz e popular), si uniranno anche pregevoli esecutori giapponesi di strumenti moderni e della tradizione giapponese, sotto la Direzione del M° Gaetano Randazzo di cui verrà eseguita, a conclusione del concerto, “Chasing the Pink Panther”,una novità in prima assoluta in omaggio al grande Henry Mancini. Ciò consentirà di mettere a confronto le rispettive storie millenarie e tradizioni culturali e musicali dei due paesi (ITALIA e GIAPPONE) con uno sguardo al futuro, attraverso i differenti linguaggi compositivi, gli stili esecutivi e le riprese immersive dell’opera e dei luoghi a cui essa è ispirata, attuando cosi i principi prioritari di EXPO OSAKA 2025, Empowering Lives, Connecting  Lives and Saving Lives, nel comune intento di condividere e divulgare Arte, Cultura e Bellezza.   La Direttrice Referente Artistico del Progetto Prof.ssa Mariangela Longo www.conservatoriotoscanini.it   Fonte: rosanna minafo <[email protected]> PR Consulting Giornalista mob. 3484009298 Email [email protected][email protected] Linkedin: https://www.linkedin.com/in/rosanna-minafo Instagram: https://instagram.com/minaforosanna

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GOFFREDO PALMERINI, SECONDO L’ANZIANO PUGLIESE CRONISTA A MILANO

Articolo di Franco Presicci *     MILANO – Non vorrei esagerare, e chiedo venia per il paragone ardito, ma credo che a Davis Livingston, Stendhal, Ferdinand Gregorovius ed ad altri ancora assomigli come viaggiatore  Goffredo Palmerini, giornalista e scrittore acuto e attraente, sensibile e fertile. Lui non sale su un aereo o su un treno per passatempo, per cambiare o godersi il sole di un Paese esotico per poi vantarsene. Come oggi fanno in tanti. Palmerini no: viaggia per incontrare gente, ascoltarla, conoscere le loro storie, le loro esperienze e fissarle nei libri e nei giornali. Non è solo un uomo curioso di vedere cose nuove, altre persone, scoprire altre mentalità, altri usi, altre tradizioni, altri paesaggi.   Palmerini va alla ricerca di quelli che a suo tempo lasciarono il proprio Paese per guadagnare il pane, affrontando sacrifici, umiliazioni, discriminazioni. Palmerini vola in America, in Australia, in Brasile, in Canada, in Argentina, in Sud Africa, e va in zone anche impervie, dovunque possa trovare una vita da snocciolare ai suoi lettori, che sono davvero tanti. E quando racconta, quelle vite, suscita emozioni, coinvolge. Ha il dono della scrittura scorrevole, limpida, senza artifici retorici, senza orpelli.   Rileggendo uno dei suoi libri, ho approfondito la conoscenza di Mario Fratti e la sua casa-museo, del grande scrittore John Fante (Denver, 8 aprile 1909 – Los Angeles, 8 maggio 1983) e suo figlio Dan, anch’egli scrittore che donò la sua macchina da scrivere ad un museo di Pescara, in Abruzzo. Lui, Palmerini, Dan Fante lo ha intercettato e incontrato a Los Angeles ed ha raccolto da lui ogni particolare della sua esistenza e di quella del grande padre, compreso il gesto di Charles Bukowsky di abbandonare la propria casa editrice per aver rifiutato di dare alle stampe “Chiedi alla polvere” del collega scrittore (il libro è pubblicato in Italia da Einaudi). Non si contano le personalità su cui Goffredo ha scavato, le persone semplici che ha invitato ad aprirsi. Ha dato voce a centinaia di emigrati italiani che hanno nostalgia della terra di origine. Li ha trovati a Little Italy, a New York e in tante altre città degli States, dove è stato chissà quante volte, a Buenos Aires, a Caracas, a Sydney, a San Paolo, a Toronto, a Johannesburg, in Bolivia, in Cile, persino in Tasmania…   Il viaggio per lui è apprendimento, scoperta di luoghi e di popoli da trasmettere agli altri. E lo fa con la semplicità che fa parte del suo carattere. Tra le sue pagine si scopre l’anima dei personaggi che ha contattato, i loro sogni, le loro speranze, le loro frustrazioni. Sono porte che si spalancano e invitano ad entrare; sono confini che si lasciano oltrepassare; stazioni affollate di passeggeri in arrivo e in partenza. I suoi libri sono pieni di fatti, di eventi, ricordi, profili sapientemente delineati… Tra le sue numerose opere “L’Italia dei sogni”, “Le radici e le ali”.   Le sue radici sono in Abruzzo, terra nobile, coraggiosa, tenace, che guarda avanti, non si piega, ricostruisce L’Aquila dalle macerie. Palmerini è così, ha la forza dell’ulivo secolare, della quercia che va sempre più in alto. Ho riletto “Gran tour a volo d’aquila” e “Mario Daniele, il sogno americano”. Quando rileggo brani dei suoi libri provo una sorta di gioia per lo stile e per il contenuto. Ogni libro porta ricchezza, riempie il cuore di sentimenti genuini. Ecco l’ultimo “Ti racconto così”. Lui racconta con calma, con pazienza, con accortezza.   Dove vai, Goffredo, quale strada imbocchi questa volta? Inutile chiederlo, a volte fino all’ultimo momento non lo sa neppure lui. Lo immagino viaggiare ai tempi della locomotiva a vapore, che ispirò poeti, prosatori, pittori, con il suo stesso fumo che l’avvolgeva facendola scomparire per un attimo. Sbuffava, sibilava, ingoiava i binari senza correre troppo. La linea di quella macchina faceva sognare. Erano altri tempi. Adesso la osservo, mentre la vedo circolare nei video di facebook; la vedo tirare il treno del Bernina. Non lo sa nemmeno lui da quanto tempo fa avanti e indietro da un Paese ad un altro.   Lo capisci spaziando sui suoi libri, che contengono anche cronache, racconti vita vera. Aprendo “Ti racconto così”, s’incontra anche Papa Francesco, che nel 2022 fece visita pastorale a L’Aquila per aprire la Porta Santa alla Perdonanza, il più antico giubileo della storia; e il Columbus Day a New York; David Sassoli, il giornalista televisivo, la cui “forza proveniva dalle sue convinzioni, da suoi ideali radicati nella fede e maturate nelle esperienze della vita”.  Interessanti anche le pagine sulla riapertura dello storico ristorante “Tre Marie”, che, sorto nel 1912, annovera nell’albo d’oro personalità eminenti della poesia, del belcanto, dell’arte, del cinema e della politica: l’antico caffè che ha sempre coniugato storia e cultura. Leggendo nelle sue pagine “La lunga marcia delle donne nelle istituzioni”, si ha l’impressione di seguirla, quella marcia, se la si condivide.   Con Elham Hamedi, una voce di libertà in Iran nell’arte della poesia, ci commuoviamo al pensiero che in quel Paese la donna è sottomessa. Di Goffredo Lucilla Sergiacomo ha scritto: “Se Goffredo Palmerini fosse vissuto ai tempi dell’antica Roma, potremmo rintracciarlo nel novero dei Pontefici Massimi, i magistrati che registravano negli Annales maximi i fatti più rilevanti, politici, militari…”.   Palmerini pontifex maximus? Non siamo lontani dalla realtà. I pontefici massimi venivano eletti e io il voto a Goffredo Palmerini, che rimanendo in tempi più vicini a noi ha rivestito degnamente cariche pubbliche, oltre ad essere stato dirigente delle Ferrovie dello Stato, lo darei: come amministratore fino al 2007 al Comune dell’Aquila, città capoluogo d’Abruzzo, parecchie volte assessore e vice sindaco, ha lavorato benissimo, riscuotendo il consenso dei cittadini.  Gli incarichi a lui affidati li ha svolti con competenza e coscienza.   La sua attività giornalistica è lodevole: scrive su molte testate italiane ed estere, conosce tantissimi direttori di giornali e redattori, oltre a uomini di governo e a vertici delle istituzioni. Ha ricevuto moltissimi riconoscimenti in Italia e fuori. A Caracas fu premiato nel 2009

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La Pop Theology di Mons. Staglianò conquista i giovani: Giubileo 2025 a Montalto Uffugo

Giubileo 2025 a Montalto Uffugo (CS) e Convegno del Kiwanis Club Cosenza con S.E. Mons. Staglianò   Il Kiwanis Club Cosenza ha solennemente celebrato il proprio Giubileo attraverso un importante evento tenutosi a Montalto Uffugo, concepito come un momento privilegiato di dialogo con le giovani generazioni. Figura centrale dell’incontro è stata S.E. Mons. Antonio Staglianò, la cui peculiare metodologia comunicativa, nota come Pop Theology, ha saputo catturare l’attenzione della numerosa platea studentesca. S.E. Mons. Staglianò ha sapientemente instaurato un dialogo costruttivo, trattando temi di fondamentale importanza come i valori fondanti della convivenza civile, l’irrinunciabile rilevanza della solidarietà, il rispetto delle regole condivise e il valore intrinseco del servizio altruistico. L’incontro è stato ulteriormente impreziosito da raffinati momenti musicali, affidati alla sensibilità del violoncellista Angelo Federico. Nel corso della manifestazione è stata ribadita con forza la missione principale del Kiwanis International, “Serving the children of the world”, sottolineando il continuo impegno dell’associazione a favore dell’infanzia a livello globale. L’iniziativa ha rappresentato, nel suo insieme, un’autorevole occasione di riflessione sull’impegno civico e sulla responsabilità sociale dei giovani. Visita di S.E. Mons. Antonio Staglianò alla Comunità Parrocchiale di Santa Maria della Serra e ai Missionari Ardorini di Montalto Uffugo (CS) La visita di S.E. Mons. Antonio Staglianò alla comunità parrocchiale di Santa Maria della Serra e ai Missionari Ardorini di Montalto Uffugo è stata promossa dal Kiwanis Club Cosenza, presieduto da Paolo Trotta, e dal Superiore Generale dei Missionari Ardorini, Padre Salvatore Cimino. Quest’ultimo ha colto l’occasione per presentare Mons. Staglianò all’intera comunità parrocchiale. È stato così istituito il Giubileo dei bambini, dei ragazzi, dei giovani e delle loro famiglie, coinvolgendo anche l’Amministrazione comunale, in particolare il Sindaco Biagio Antonio Faragalli e la Consigliera delegata ai percorsi religiosi e Giubileo 2025, Natalizia Sinopoli. L’organizzazione dell’evento ha visto l’intera comunità parrocchiale impegnata: dalle catechiste ai gruppi di preghiera, dal gruppo scout alla corale, dalle volontarie del servizio pulizia e decoro al comitato affari economici, fino alla Confraternita dell’Immacolata Concezione di Montalto Uffugo. S.E. Mons. Staglianò, già Vescovo emerito di Noto, Presidente della Pontificia Accademia di Teologia e Rettore della Basilica di Santa Maria di Montesano, ha officiato la Solenne Celebrazione Giubilare insieme a Mons. Gianfranco Todisco, Vescovo emerito Ardorino, a Padre Salvatore Cimino e ad altri confratelli, presso il Santuario Madonna della Serra di Montalto Uffugo. La celebrazione ha visto una grandissima partecipazione, soprattutto di giovani, affascinati dall’omelia e dal pensiero innovativo della Pop Theology. Dopo la Messa solenne, Mons. Staglianò ha tenuto una lectio magistralis sul libro Ripensare il pensiero; ha suonato la chitarra, prestata dal gruppo scout, spiegando attraverso il linguaggio universale della musica l’essenza della Pop Theology. Durante la celebrazione ha anche interpretato brani della musica leggera italiana per coinvolgere maggiormente i giovani, portando un messaggio di solidarietà, amore per il prossimo e fiducia in se stessi. L’iniziativa si è conclusa con una vera e propria standing ovation, partita spontaneamente grazie al Sindaco. Le parole di Mons. Staglianò Mons. Staglianò si è espresso sulla società contemporanea, le guerre e il valore della solidarietà: “Se avessimo seguito il Vangelo dell’amore di Gesù – ha affermato – avremmo creato una civiltà senza guerre, capace di solidarizzare. L’essere umano guarda agli altri esseri umani sviluppando una relazione di cura e amore. Quando un individuo perde la sensibilità verso la giustizia e il prossimo, ha perso anche la sua umanità, anche se esteriormente può sembrare splendente. Dove non c’è empatia, c’è barbarie.” Il Manifesto per la Pace e i Bambini del Mondo Prima della conclusione dell’evento, il Presidente Paolo Trotta ha consegnato a Mons. Staglianò il Manifesto per la Pace e i Bambini del Mondo, realizzato con il Kiwanis Key Club, PT Group Salute, e gli studenti degli Istituti Comprensivi di Siziano (PV) e Montalto Uffugo (CS). Il Manifesto, destinato anche al Santo Padre Papa Francesco e al Sindaco di Montalto Uffugo, rappresenta un impegno concreto dei cristiani impegnati nel sociale e un appello dei bambini contro la barbarie e per la pace tra i popoli. Un evento memorabile Il Giubileo dei Giovani – come molti lo hanno definito – ha lasciato un’impronta profonda nei cuori dei partecipanti. L’entusiasmo e la meraviglia sui volti dei presenti hanno testimoniato il successo dell’iniziativa e la forza comunicativa della Pop Theology. Prima della sua partenza per Corigliano-Rossano, dove avrebbe ricevuto il Premio “We Build” del Kiwanis International, Mons. Staglianò ha visitato la Cittadella dello Sport “Don Gaetano Mauro” a Taverna di Montalto Uffugo. In un’atmosfera conviviale, ha partecipato a una sfida di calcio balilla e ha provato i campi da padel, accompagnato dall’Accademico Mauro Alvisi, dal Presidente Paolo Trotta e da Padre Salvatore Cimino. Paolo Trotta

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DOCUMENTO ESCLUSIVO. La lettera di Erich Priebke

A proposito dell’attentato di via Rasella e del conseguente eccidio delle Fosse Ardeatine DOCUMENTO ESCLUSIVO. La lettera di Erich Priebke in cui ammise d’essere stato a Verona un paio di volte  di Claudio Beccalossi La ricorrenza del massacro delle Fosse Ardeatine m’ha spinto a tirar fuori dal mio archivio, per un’ennesima consultazione, la lettera datata 22 settembre 1996 (con timbro postale del 30 settembre successivo) dell’ex SS-Hauptsturmführer (capitano) Erich Ernst Bruno Priebke (Hennigsdorf, 29 luglio 1913 – Roma, 11 ottobre 2013), in replica ad una mia missiva di pungolo su sue ipotizzate presenze a Verona nel corso degli avvenimenti successivi all’8 settembre 1943. La sintetica ma significativa nota autografa provenne dalla sua detenzione a Roma, con timbri di firma “Visto per censura” e della “Casa Circondariale di Custodia Preventiva Regina Coeli”.    Con disinvolta calligrafia ed una buona conoscenza della lingua italiana, che non badarono al peso degli anni, Priebke mi scrisse: «Egregio Sig. Claudio, ieri ho ricevuto la sua lettera del 6/9 – 96 e Vi ringrazio per i saluti ed auguri. Mi dispiace d’informarVi, che io non ho mai vissuto a Verona, dato che la mia destinazione era la città di Brescia, dove ho abitato come ufficiale di collegamento con il SM. della G.N.R. e como comandante d’un piccolo reparto della polizia di sicurezza tedesca. Sono arrivato a Brescia dopo la caduta di Roma, alla fine di giugno 1944 e ho lasciato la città nei ultimi giorni d’aprile 1945. Sono stato a Verona solamente due volte per vedere il nostro comandante il generale Harster per motivi administrative. Cordiali saluti! E. Priebke». L’SS-Gruppenführer (generale di Divisione) Wilhelm Harster (Kelheim, 21 luglio 1904 – München,  25  dicembre 1991),  giusto  per diradare annebbiate memorie, fu designato dal RSHA (Reichssicherheitshauptamt, Ufficio centrale per la Sicurezza del Reich, con sede a Berlino), come Befehlshaber (comandante) der Sicherheitspolizei und des SD (BdS) con ubicazione a Verona, nel palazzo Ina in corso Vittorio Emanuele (oggi corso Porta Nuova) 11. Fece riferimento all’SS-Obergruppenführer (generale di Corpo d’Armata) Karl Wolff. Quando lessi quelle righe d’affabile cortesia e di puntigliosa memoria (si deve sottolineare, anche sotto un punto di vista grafologico/psicanalitico, l’aggiunta dell’anno “1944” al mese “giugno”, forse mancante nella prima stesura, poi riletta, del testo originario) feci estremamente fatica ad accostarle alla nomea del mittente. Cioè, a quell’Erich Priebke pesantemente accusato e poi condannato per aver contribuito alla pianificazione (preparando e controllando gli elenchi dei destinati alla morte) ed alla stessa esecuzione (di 2 persone) dell’eccidio delle Fosse (o Cave) Ardeatine (335 persone uccise il 24 marzo 1944 per rappresaglia nazista all’attentato di via Rasella del giorno prima (anniversario della fondazione dei Fasci italiani di combattimento). Azione operata dai partigiani comunisti dei Gap, Gruppi d’Azione Patriottica, in cui persero la vita (subito e nelle ore successive) 33 militari dell’11^ Compagnia del 3° Battaglione del Polizeiregiment “Bozen” di coscritti altoatesini, formato da 156 effettivi). Perirono nello scoppio anche Antonio Chiaretti, 48 anni (partigiano della formazione “Bandiera Rossa”) e Piero Zuccheretti, dodicenne. Priebke, nella strage nazista “per rappresaglia”, ebbe un importante ruolo anche se la sua stessa biografia riconferma “la banalità del male” descritta nel 1963 da Hannah Arendt, nel suo saggio sul “processo Eichmann” in Israele del 1961. Entrò nel 1933 nel NSDAP (Nationalsozialistische Deutsche Arbeiterpartei, Partito Nazionalsocialista Tedesco dei Lavoratori) per poi passare, nel ’36, alla Gestapo (Geheime Staatspolizei, Polizia segreta di Stato) che, dal febbraio 1941, lo inviò come interprete, per la sua conoscenza della lingua italiana, all’Ambasciata tedesca a Roma. Nel 1942 assunse il comando della sezione della Gestapo a Brescia e, l’anno dopo, rifece i bagagli per Roma venendo aggregato come SS-Hauptsturmführer agli ordini dell’SS-Obersturmbannführer (tenente colonnello) Herbert Kappler (Stuttgart, 23 settembre 1907 – Soltau, 9 febbraio 1978), comandante dell’SD (Sicherheitsdienst, Servizio di sicurezza all’interno delle SS) e della Gestapo nella capitale. In seguito all’attentato di via Rasella e mitigando le immediate e feroci reazioni di Adolf Hitler e del generale Kurt Mälzer (comandante della Wehrmacht a Roma), Kappler organizzò ed eseguì l’ordine d’esecuzione di 320 persone (10 italiani per ogni militare ucciso) che, poi, salirono a 330 in conseguenza della morte del 33° del Polizeiregiment “Bozen”. Gli uomini effettivamente ammazzati con dei colpi alla nuca furono, alla fine, 335, cinque in più rispetto a quanto voluto dallo Stato maggiore tedesco e per responsabilità attribuita proprio ad Erich Priebke, il quale “preposto alla direzione dell’esecuzione e al controllo delle vittime, nella frenetica foga di effettuare l’esecuzione con la massima rapidità, non s’accorse che esse erano estranee alle liste fatte in precedenza” (sentenza della Corte Suprema di Cassazione del 16.11.1998). L’SS-Haptsturmführer, in quanto vice comandante del quartier generale della Gestapo a Roma, compilò personalmente l’elenco dei “meritevoli d’uccisione” e concorse alla fucilazione “cagionando direttamente la morte di due persone” (sentenza del Tribunale Militare di Roma del 01.08.1996). Il 14 giugno 1944 Priebke assunse a Brescia compiti d’ufficiale di collegamento con lo Stato Maggiore della GNR (Guardia Nazionale Repubblicana), come confermatomi nella sua lettera, partecipando a perquisizioni e rastrellamenti contro le forze partigiane. In seguito alla resa dei tedeschi, venne fatto prigioniero il 13 maggio 1945, a Bolzano, al seguito dell’Obergruppenführer Karl Wolff e dapprima internato in un carcere ad Ancona, dove vennero trattenuti gli ufficiali nazisti indiziati di crimini di guerra, per poi venire trasferito al Campo 209 di Afragola (Napoli) ed al campo di prigionia di Rimini. Priebke, il 31 dicembre 1946, riuscì a fuggire con altri quattro tedeschi da quest’ultima carcerazione, sgusciando tra i festeggiamenti (e le relative bevute) di San Silvestro dei militari inglesi. Tra il 2 gennaio 1947 e l’ottobre 1948 visse a Vipiteno, in Alto Adige-Südtirol, ricongiungendosi alla moglie Alicia Stoll ed ai figli Jorge (del 1940) ed Ingo (del 1942). Ma non si sentì tranquillo sentendosi il fiato sul collo. Contando sull’appoggio determinante del vicario generale della Diocesi di Bressanone, Alois Pompanin (che aiutò gerarchi nazisti in cerca di scampo in Sud America dotandoli di documenti d’identità falsi, grazie anche a suoi contatti nel comune di Termeno e nella Croce Rossa Internazionale), Priebke ottenne la denominazione fittizia di

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Il regno del Silenzio e il grido dell’Arte: la rivolta della Creazione autentica nell’era del Frastuono

  “L’arte è l’infanzia della libertà” Friedrich Hölderlin     Esistono due grandi forze nell’universo: il silenzio e la parola. Il silenzio prepara, la parola crea. Il silenzio agisce, la parola dà impulso all’azione. Il silenzio costringe, la parola persuade. Gli immensi, imperscrutabili processi del mondo si perfezionano in un profondo, regale silenzio, ammantati dalla fastidiosa e fuorviante coltre del rumore.     Il silenzio non è assenza, ma matrice. È il grembo oscuro da cui germogliano i semi dell’ispirazione, il respiro trattenuto prima del canto. La parola, invece, è il parto della luce: squarcia l’ombra, traccia sentieri nel caos, trasforma il sussurro in grido. Ma oggi, in un’epesa ossessionata dal clamore, il silenzio viene sepolto sotto montagne di frasi vuote, di likes effimeri, di parole che nascono morte. L’artista autentico è colui che resiste a questa deriva, che scava nel silenzio per trovare diamanti, non carbone.     Pretendiamo misura nel giudizio. Pretendiamo il gesto di una critica autentica, che protegga l’artista degno di questo nome dal gusto effimero del pubblico, che lo difenda da quelli per cui la scrittura è mera attività commerciale. La critica non deve essere un tribunale, ma un faro: non condanna, ma illumina le opere che osano sfidare l’ovvio, che rifiutano di essere schiave del algoritmo. L’arte, quando è vera, non è un prodotto da mercato né un divertissement per masse distratte. È un atto di ribellione silenziosa, un dialogo tra l’inesprimibile e il tangibile, tra il vuoto e il pieno. È il ponte sospeso tra l’anima dell’artista e l’abisso del mondo.     La libertà della creazione artistica risiede nella sua capacità di sfidare il rumore del mondo senza esserne corrotta. Chi scrive, dipinge, compone o danza con integrità non cerca applausi, ma risuona nello spazio sacro del silenzio, dove nascono le verità che il frastuono non può udire. L’artista è un esploratore di mondi interiori: naviga negli oceani del non-detto, porta alla superficie perle di significato che il mercato vorrebbe ridurre a pietre decorative. La critica, allora, deve essere custode di questo santuario: non giudice severo, ma alleato che riconosce il fuoco dell’autenticità e spegne le luci false dell’opportunismo.     Eppure, oggi, il silenzio viene venduto come merce rara. Lo si confeziona in app di meditazione, lo si riduce a trend. Ma il silenzio dell’artista non è un prodotto: è una scelta radicale, un deserto in cui camminare senza mappa, un rischio che brucia le certezze. Chi crea sa che ogni opera è un tradimento del silenzio, ma anche un suo compimento: la parola, pur rompendo l’incantesimo, ne custodisce l’essenza.     L’artista non è un venditore di illusioni, ma un tessitore di universi. E se il silenzio è la tela, la parola è il colore che la storia non potrà mai cancellare. La creazione autentica è un atto di amore per l’eterno: mentre il rumore svanisce nel vento, l’arte che nasce dal silenzio diventa eco di secoli, rifugio per chi cerca risposte nelle domande.     Oggi più che mai, serve una rivolta. Non con petardi o manifesti, ma con la disobbedienza quieta di chi rifiuta di urlare per farsi sentire. L’artista vero non lotta contro il rumore, lo trascende. La sua arma è la profondità, il suo scudo è il silenzio. E mentre il mondo corre verso il nulla, lui cammina lentamente, lasciando impronte che il tempo non cancellerà.     Autori contemporanei liberi   Nel panorama letterario contemporaneo, esistono autori che si distinguono per la loro indipendenza dalle logiche commerciali delle grandi case editrici e per la libertà di pensiero nelle loro opere. Questi scrittori non si piegano alle mode editoriali imposte dal mercato, ma sviluppano una produzione autentica, spesso scomoda e critica nei confronti della società. Questi alcuni esempi di autori italiani che hanno seguito questa strada.   Italo Calvino, con il suo stile innovativo e il suo impegno nel reinventare la narrativa con opere come Le città invisibili e Il barone rampante.   Ignazio Silone, autore profondamente politico e indipendente, noto per Fontamara, una denuncia sociale contro le ingiustizie subite dai contadini.   Pier Paolo Pasolini, che con i suoi romanzi (Ragazzi di vita, Petrolio), saggi e poesie ha sfidato il potere e le convenzioni borghesi.   Leonardo Sciascia, le cui opere come Il giorno della civetta hanno smascherato i legami tra mafia e politica.   Antonio Tabucchi, che con Sostiene Pereira ha dato voce alla resistenza intellettuale contro le dittature.   Dario Bellezza, poeta e scrittore che ha raccontato senza filtri la condizione omosessuale e il disagio esistenziale.   Michele Pecora, noto per il suo approccio anticonformista alla musica e alla letteratura.   Mario Luzi, poeta simbolo di un’espressione lirica raffinata e indipendente, distante dalle influenze commerciali.   Il Cinema indipendente e libero dalle Major   Nel mondo del cinema, il concetto di libertà artistica è fondamentale per sfuggire alle imposizioni delle grandi case di produzione. Il cinema indipendente si caratterizza per una maggiore libertà espressiva, spesso affrontando tematiche controcorrente che le major evitano per motivi commerciali.   Registi come Pier Paolo Pasolini, Marco Bellocchio, Paolo Sorrentino (nelle sue prime opere) e Alice Rohrwacher si sono distinti per il loro approccio autoriale e per aver evitato compromessi con l’industria. Anche il cinema internazionale ha esempi di indipendenza con figure come Jim Jarmusch, Lars von Trier e Agnès Varda, che hanno saputo mantenere il controllo creativo sulle proprie opere.   Le piattaforme di distribuzione alternative e i festival cinematografici indipendenti rappresentano oggi un’importante via per la diffusione di un cinema libero, consentendo a registi emergenti di esprimere la loro visione senza sottostare alle logiche commerciali delle grandi produzioni hollywoodiane.   La farsa degli Oscar 2025: una passerella promozionale mascherata da competizione   L’edizione 2025 degli Oscar ha ormai confermato ciò che da anni è sotto gli occhi di tutti: la più grande cerimonia di premiazione del cinema mondiale è diventata una mera vetrina promozionale per pochi eletti, piuttosto che una celebrazione della vera eccellenza cinematografica. Il processo di selezione è sempre più dominato da logiche di marketing e lobbying, lasciando fuori opere di grande

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Eleonora Giorgi: l’ultimo saluto a un’icona che ha affrontato con coraggio la sfida del dolore

“La nostra più grande gloria non sta nel non cadere mai, ma nel risollevarci sempre dopo una caduta.” Confucio Oggi, 5 marzo, giorno in cui sono nati molti grandi del ‘900 (Pasolini, Flaiano, Battisti), nella Chiesa degli Artisti a Roma, una folla commossa ha dato l’ultimo saluto a Eleonora Giorgi, attrice amatissima e simbolo del cinema italiano, scomparsa il 3 marzo all’età di 71 anni a causa di un tumore al pancreas. La sua morte segna la fine di un’epoca e lascia un vuoto incolmabile nel cuore di chi l’ha conosciuta e amata, sullo schermo e nella vita. Un addio tra lacrime e ricordi La cerimonia funebre si è svolta nel pomeriggio e ha visto la partecipazione di amici, colleghi e fan, tutti uniti nel ricordo di una donna che ha saputo lasciare un segno profondo. Presenti volti noti del cinema e della televisione italiana, come Carlo Verdone, Christian De Sica, Massimo Ghini e Sergio Castellitto, che hanno voluto rendere omaggio alla collega e amica. L’atmosfera era carica di emozione quando il feretro è stato accolto in chiesa sulle note di Wish You Were Here dei Pink Floyd, un brano che ha accompagnato Eleonora nei momenti più importanti della sua vita.Durante l’omelia, il sacerdote ha ricordato la sua incredibile forza d’animo e il suo sorriso, mai spento nemmeno nei giorni più difficili della malattia. Il figlio maggiore, Andrea Rizzoli, ha voluto sottolineare la grande dignità con cui la madre ha affrontato la malattia, rifiutando la retorica del “paziente guerriero” e preferendo vivere ogni giorno con lucidità e consapevolezza. “Non era una guerriera, era una donna straordinaria, che ha accettato la vita per quella che era, senza paura”, ha detto con la voce rotta dall’emozione. Una carriera lunga cinquant’anni Eleonora Giorgi ha attraversato cinque decenni di cinema italiano, reinventandosi più volte senza mai perdere il contatto con il pubblico. Il suo esordio risale ai primi anni ’70, quando, con il suo fascino acqua e sapone e il suo sguardo magnetico, si fece notare prima nel filone del cinema erotico e poi nella commedia all’italiana. La consacrazione arrivò nel 1976 con Cuore di cane di Alberto Lattuada, e da quel momento la sua carriera decollò. Negli anni ’80 divenne una delle protagoniste indiscusse della commedia italiana, lavorando al fianco di attori come Adriano Celentano (Mani di velluto, 1979) e Carlo Verdone (Borotalco, 1982), film che le valse un David di Donatello come miglior attrice protagonista. Ma Eleonora non si fermò alla commedia: il suo talento la portò a lavorare anche con registi del calibro di Dario Argento (Inferno, 1980) e Pupi Avati (Una gita scolastica, 1983). La sua capacità di alternare ruoli brillanti e drammatici la rese un’attrice versatile, mai prigioniera di un solo genere. Negli anni ’90 si dedicò anche alla regia e alla scrittura, dirigendo il film Uomini & donne, amori & bugie (2003), dimostrando ancora una volta il suo eclettismo. Negli ultimi anni era diventata una presenza amata anche in televisione, partecipando a fiction e reality show, sempre con il sorriso e l’energia che la contraddistinguevano. Una donna dal carattere indomito Oltre al talento, ciò che ha sempre colpito di Eleonora Giorgi è stato il suo carattere forte e combattivo. Nella vita privata ha affrontato momenti difficili: il matrimonio finito con Angelo Rizzoli, i problemi economici, le difficoltà personali. Ma non si è mai arresa. “Ho sbagliato tanto, ho vissuto intensamente, ma non ho mai avuto paura di ricominciare”, diceva spesso nelle interviste. E questa è stata la sua vera forza: non lasciarsi definire dagli errori o dalle difficoltà, ma trovare sempre il coraggio di rialzarsi. Era una donna che amava profondamente la vita, nonostante le sue asperità. Lo dimostrava con la sua ironia, la sua vitalità e quel sorriso luminoso che non l’ha mai abbandonata. Anche nei giorni più difficili della malattia, raccontava con serenità il suo percorso, senza nascondersi dietro illusioni o false speranze. Un’eredità che non si spegne La scomparsa di Eleonora Giorgi è una perdita immensa per il cinema italiano, ma il suo spirito continuerà a vivere nei film, nei ricordi di chi l’ha amata e nell’ispirazione che ha lasciato alle nuove generazioni di attori e attrici.Oggi l’Italia dice addio a una delle sue stelle più luminose, ma il suo ricordo resterà impresso nei cuori di chi l’ha seguita e amata. Perché Eleonora Giorgi ha vissuto con passione, ha amato senza riserve e ha affrontato la vita con il coraggio di chi sa che la vera gloria sta nel risollevarsi sempre, anche dopo le cadute più dure. Carlo Di Stanislao   Fonte: Goffredo Palmerini

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I Templari: Guardiani della Fede e del Mistero

Fonte: Vincenzo Tuccillo La storia dell’Ordine dei Poveri Cavalieri di Cristo e del Tempio di Salomone è una testimonianza della complessità e della ricchezza della storia umana. Dalla sua fondazione nel XII secolo fino alla sua dissoluzione nel XIV, e alla sua successiva rinascita nel XIX secolo sotto Napoleone, i Templari hanno lasciato un’impronta indelebile nella storia e nella cultura. Il loro lascito continua a ispirare e affascinare persone in tutto il mondo, ricordandoci l’importanza della fede, del coraggio e dell’impegno per ideali elevati.   L’Ordine dei Poveri Cavalieri di Cristo e del Tempio di Salomone, comunemente conosciuto come Ordine del Tempio o Templari, ha una storia ricca e complessa che si intreccia con gli eventi politici, religiosi e militari del Medioevo. Fondato tra il 1103 e il 1118 da un gruppo di nobili cavalieri guidati da Ugo de Payens, il suo scopo iniziale era proteggere i pellegrini cristiani nel loro cammino verso la Terra Santa durante le Crociate. Col tempo, l’ordine si espanse in numero e potere, accumulando ricchezze ed esercitando una considerevole influenza sia in Europa che in Medio Oriente. Il destino dei Templari iniziò a cambiare drammaticamente all’inizio del XIV secolo. Il re Filippo IV di Francia, noto anche come Filippo il Bello, era profondamente indebitato con l’ordine e vedeva le sue vastissime risorse come una soluzione ai suoi problemi finanziari. Inoltre, la crescente influenza dell’ordine e la sua autonomia cominciavano a essere viste con sospetto sia dal monarca francese che da altri leader europei. Il 13 ottobre 1307, Filippo IV orchestrò una retata massiva contro i Templari in tutta la Francia. I membri dell’ordine furono arrestati, sottoposti a torture e accusati di una varietà di crimini, tra cui eresia, blasfemia e pratiche immorali. Sotto intensa coercizione, molti Templari confessarono crimini che probabilmente non avevano commesso. Questi eventi scatenarono una serie di processi legali e papali che culminarono nella bolla “Vox in Excelso” emessa da Papa Clemente V il 22 marzo 1312. Questo documento ufficializzò la dissoluzione dell’Ordine del Tempio e la confisca dei suoi beni. L’ultimo Gran Maestro dell’Ordine del Tempio, Jacques de Molay, resistette alle accuse fino alla fine. Il 18 marzo 1314, fu bruciato sul rogo a Parigi insieme ad altri alti dignitari Templari. La sua morte segnò la fine ufficiale dell’ordine nella sua forma originale, anche se il suo lascito continuò a influenzare la storia e l’immaginario popolare per secoli. Secoli dopo la dissoluzione dell’Ordine del Tempio, l’interesse per i Templari e la loro storia non si era affievolito. All’inizio del XIX secolo, nel contesto delle guerre napoleoniche e della ristrutturazione politica dell’Europa, l’Imperatore Napoleone I decise di far rinascere l’ordine sotto una nuova luce. Il 4 novembre 1804, Napoleone fondò l’”Ordine del Tempio” come ordine laico di ispirazione cristiana. Questa rifondazione non cercava di ripristinare il carattere militare e monastico originale dei Templari, ma piuttosto di reinterpretarne i valori e i principi in un contesto contemporaneo. Il nuovo Ordine del Tempio era composto da cavalieri laici che, pur ispirati da ideali cristiani, non erano sotto la giurisdizione diretta della Chiesa Cattolica Apostolica Romana né di alcuna altra istituzione ecclesiastica. Questo dettaglio è cruciale, poiché stabiliva l’indipendenza e la natura secolare del nuovo ordine. Dalla rifondazione napoleonica, l’Ordine del Tempio ha continuato a evolversi e adattarsi ai tempi. Oggi, molte organizzazioni e movimenti si identificano come eredi dei Templari, rivendicando una connessione storica e spirituale con l’ordine originale. Queste organizzazioni variano nella loro struttura, obiettivi e pratiche, ma tutte condividono un interesse comune per preservare e promuovere gli ideali associati alla leggendaria ordine medievale. Una delle caratteristiche più notevoli dell’Ordine moderno è la sua natura inclusiva e laica. A differenza della rigida gerarchia religiosa e militare dei Templari originali, le organizzazioni templari contemporanee sono spesso aperte a individui di diverse confessioni e provenienze. Questa apertura riflette una reinterpretazione moderna dei valori Templari, adattandoli a un mondo più diversificato e pluralista. Tuttavia, è importante notare che l’autenticità e la legittimità di queste organizzazioni possono variare considerevolmente. Alcune si presentano come gruppi seri e dediti alla carità, alla storia e alla cultura, mentre altre possono essere viste come meno rigorose nella loro adesione ai principi Templari tradizionali. Il fascino per i Templari è perdurato nel corso dei secoli e il loro lascito è stato oggetto di numerose interpretazioni nella cultura popolare. Dalla letteratura medievale ai film e ai videogiochi contemporanei, i Templari sono stati rappresentati in vari modi: come coraggiosi guerrieri, custodi di segreti nascosti e, a volte, come cospiratori in trame di potere e mistero. Diverse opere letterarie hanno contribuito alla popolarizzazione di teorie cospirative che coinvolgono i Templari, alimentando l’interesse e la speculazione sul loro vero lascito. Anche se molte di queste teorie mancano di una solida base storica, riflettono il potente impatto che i Templari hanno avuto nell’immaginario collettivo. Una delle caratteristiche più notevoli dell’ordine moderno è la sua natura inclusiva e laica. A differenza della rigida gerarchia religiosa e militare dei Templari originali, le organizzazioni templari contemporanee sono spesso aperte a individui di diverse confessioni e provenienze. Questa apertura riflette una reinterpretazione moderna dei valori Templari, adattandoli a un mondo più diversificato e pluralista. L’Ordre Souverain et Militaire du Temple de Jérusalem – OSMTJ Internazionale (Ordre du Temple), conosciuta anche come l’Ordine Sovrano e Militare del Tempio di Gerusalemme, è una delle organizzazioni templari moderne più riconosciute. Fondata nel 1804 da Napoleone Bonaparte, quest’ordine si concentra sulla promozione di valori cristiani e umanitari, mantenendo la tradizione degli antichi Templari. OSMTJ Internazionale opera a livello mondiale, è presente in Europa, Nord America, America Centrale, Sud America, Asia, Africa e Australia. Ciascuno di questi Grandi Priorati lavora in modo autonomo, ma segue i principi e gli statuti dell’ordine. L’organizzazione si dedica alla carità, all’educazione e alla promozione della pace e della fraternità, in linea con gli ideali originali dei Templari. Inoltre, OSMTJ Internazionale è un’organizzazione ecumenica, aperta a membri di diverse denominazioni cristiane, tra cui cattolici, protestanti e ortodossi. Questa inclusività riflette un impegno per l’unità e la cooperazione tra le diverse

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SCAMBIO DI OPINIONI

Cecilia Sala ad Alberto Trentini: coraggio o imprudenza nei paesi a rischio? Dialogo con Giuseppe Arnò su giornalisti, cooperanti e diplomazia     Il recente caso della giornalista italiana Cecilia Sala, arrestata il 10 dcembre in Iran e poi liberata dopo 20 giorni grazie all’intervento del governo Meloni e all’infuenza della sua famiglia (leggi anche “Cecilia Sala va liberata e subito a prescindere da cosa disse sui marò. Preoccupa il rilievo del ruolo del padre in MPS“; “Cecilia Sala, dopo la sua auspicabile scarcerazione: un futuro da cronista rigorosa o da opinion maker in cerca di like?” e “EDITORIALE | Liberazione di Cecilia Sala, ora faccia dei detenuti meno noti di lei la bandiera sua e del suo mondo. Che conta…“), riaccende il dibattito sulla prudenza di operare in contesti pericolosi. Mentre si celebra il lieto fine, emerge, infatti, la notizia dell’arresto in Venezuela del (meno supportato?) cooperante italiano Alberto Trentini, della Ong Humanity & Inclusion, di cui non si hanno più notizie addirittura dal 15 novembre scorso, mettendo nuovamente al centro dell’attenzione la questione dei rischi che affrontano giornalisti e volontari. Giuseppe Arnò, direttore de La Gazzetta Online e presidente dell’Associazione Stampa Italiana in Brasile, ha espresso opinioni critiche sull’opportunità di avventurarsi in questi contesti (leggi i suoi articoli “Pericolo: un mestiere molto italiano” e “Avventure esotiche e castagne bollenti: gli italiani in giro per il mondo“). Di seguito, un dialogo costruttivo tra le sue posizioni e le mie riflessioni. Domanda “Tutto giusto nei tuoi articoli, ma se per evitare problemi non si può fare più nulla nei paesi ‘a rischio’, lasciamo nell’oblio e nell’abbandono anche i loro abitanti oppressi?” Risposta di Arnò “No! Una cosa è scrivere e difendere attivamente i diritti degli oppressi, altra è mettere a repentaglio la vita degli avventurosi e la pazienza del governo. Questa la mia opinione. L’aiuto si può dare e non è necessario provocare il dittatore o la dittatura di turno offrendogli la possibilità di ricattarci.” Domanda Premesso che, pur comprendendo il punto di vista, è difficile ignorare che molte situazioni di oppressione vengono portate alla luce solo grazie al coraggio di chi rischia sul campo. Se la prudenza è necessaria, non rischiamo così di rinunciare a un intervento diretto dove è più necessario? “In questo caso la domanda specifica è se, senza il papà potente di Sala, il presidente del Consiglio Giorgia Meloni andrà in Venezuela Risposta di Arnò “È ragionevole pensare che non ci vada. Altrimenti converrebbe farle cambiare lavoro e farle fare la globe-trotter governativa. E poi, mica ha la sindrome di Wanderlust!” Domanda Detto che è vero che ogni caso ha un contesto specifico e non sempre il governo può agire con la stessa intensità, tuttavia, il rischio è che si crei una disparità di intervento a seconda della risonanza mediatica o dei legami personali. Sarebbe un errore ignorare il caso Trentini solo perché meno noto o meno influente. Quindi non è lecito neanche fare il volontario per una ONG nei paesi a rischio? Risposta di Arnò “Non è lecito, a meno che si sia coscienti che si va a proprio rischio e pericolo senza contare sull’aiuto di nessuno. Finché ci sono satrapi che governano determinati paesi, il buon senso consiglia di dirigersi verso paesi meno barbari.” Riflessioni finali, personali È chiaro che chi opera in contesti pericolosi deve essere consapevole dei rischi. Tuttavia, vietare o consigliare di evitare completamente l’azione in questi territori significherebbe lasciare al loro destino intere popolazioni oppresse. Il punto di equilibrio tra rischio personale e necessità di intervento resta complesso da individuare. Il dialogo con Giuseppe Arnò mette in evidenza due prospettive fondamentali: da una parte la necessità di proteggere i nostri connazionali evitando interventi imprudenti, dall’altra il bisogno di non abbandonare chi vive in condizioni di oppressione. Il caso di Cecilia Sala, concluso felicemente, e quello di Alberto Trentini, ancora aperto e augurandoci tutti insieme, una volta conosciutene cause e dinamiche, che si risolva positivamente quanto prima sono un monito sull’importanza della diplomazia, ma anche sulla necessità di definire una linea chiara per chi opera in contesti pericolosi. Rinunciare del tutto a intervenire nei “paesi a rischio” potrebbe significare, infatti, accettare passivamente l’ingiustizia.   Giovanni Coviello – Direttore responsabile http://vipiu.it Giovanni Coviello (nato l’8-12-1950), ingegnere elettronico, dopo varie esperienze al vertice di attività imprenditoriali e dopo essere stato anche responsabile editoriale dell’inserto mensile di Pc Week (Mondadori Informatica), collaboratore del mensile Espansione di Mondadori dal 1993 al 1994 e del settimanale Il 2000 (Vicenza) diretto da Giancarlo Filippini, è il fondatore e direttore responsabile di ViPiu.it, nata come testata cartacea VicenzaPiù, oggi VicenzaPiù Viva, il 25 febbraio 2006, poi cresciuta dal 2008 con la sua versione web. È giornalista professionista e ha curato vari libri e pubblicato direttamente per le collane Vicenza Papers e Vicenza Popolare

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