Amici oppure semplici alleati?

Il punto non è Trump. Il punto è ciò che noi italiani chiamiamo amicizia

Si dice che la relazione privilegiata fra Trump e Meloni servisse poco a tutti e due, ma non è questo il vero problema.

Si può pensare tutto il possibile di Donald Trump: spaccone, impulsivo, mercante della politica, uomo che misura il mondo col metro della convenienza. Nulla di nuovo. Trump è fatto così e non ha mai nascosto di esserlo.
Per lui i rapporti internazionali somigliano più a un contratto d’affari che a una fotografia di famiglia: finché conviene si sorride, quando non conviene volano dazi, ultimatum e qualche insulto da cortile texano.

Eppure il problema, per molti italiani, non è mai stato Trump.

Il disagio nasce altrove.
Nasce dalla differenza enorme, quasi morale, tra essere amici ed essere semplicemente alleati.

Un alleato può negarti un favore senza troppi drammi. È la geopolitica: interessi, convenienze, equilibri, sondaggi, ministeri, burocrazie e generali con le sopracciglia tese.
Ma da un amico ci si aspetta almeno un gesto, una sfumatura, una cautela diplomatica che faccia capire: “Guarda, non posso… ma mi dispiace”.

Ed è qui che l’Italia, nel bene e nel male, resta profondamente italiana.
Noi diamo ancora un valore sentimentale all’amicizia. Forse persino eccessivo. Ma lo diamo.

Infatti il fastidio non è stato identico verso la Spagna o verso la Germania.
Con loro il rapporto è istituzionale, europeo, pragmatico.
Con Giorgia Meloni e Trump, invece, si era costruita, o almeno rappresentata, una relazione privilegiata, quasi personale. Ed è proprio lì che il cittadino comune misura la distanza tra fotografia e realtà.

Perché la verità è che Trump considera i rapporti come strumenti temporanei.
Se servi, sei “fantastico”.
Se non servi più, diventi improvvisamente “terribile”, “debole”, “sleale” o qualche altra parola urlata in maiuscolo alle tre del mattino.

Lo ha fatto con la Cina: dazi titanici, muscoli gonfiati, toni da western. Poi la realtà economica gli ha ricordato che Pechino controlla materiali strategici essenziali e la tromba della cavalleria ha abbassato il volume.
Trump comprende perfettamente la forza.
O pensa di averla lui, e pretende inginocchiamenti.
Oppure la riconosce nell’altro, e allora diventa improvvisamente trattabile.

È brutale? Certamente.
Ma almeno è coerente con il personaggio.

Più interessante, semmai, è osservare Vladimir Putin.
Per anni ha incarnato l’immagine dell’uomo glaciale, impenetrabile, quasi zarista. Oggi appare invece sempre più guardingo, più teso, più ossessionato dalla sicurezza personale, dagli attentati, dai tradimenti interni, dai colpi di mano. E forse non è casuale il suo improvviso ammorbidimento verso possibili colloqui con l’Europa.

Il potere assoluto ha un curioso difetto: più cresce, più ti costringe a guardarti alle spalle.

Il resto sono teorie, dietrologie, romanzi da intelligence e sospetti da salotto televisivo.
I fatti, invece, parlano da soli.

E i fatti ci dicono che le relazioni internazionali non sono amicizie da osteria.
Ma ci ricordano anche che gli italiani continuano ostinatamente a distinguere chi ti usa da chi ti considera davvero.

Ed è probabilmente questa la nostra forza.
O la nostra eterna ingenuità.

Come avrebbe concluso qualcuno della vecchia scuola, la geopolitica moderna assomiglia sempre più a una cena elegante dove tutti brindano all’amicizia… controllando però, sotto il tavolo, dove sia finito il portafoglio.

 

Giuseppe Arnò

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