Guerra ibrida? Preferiamo quella in cucina!

Dai campi di battaglia alla zona grigia: cambiano le armi, si aggiornano le strategie, ma la guerra non è mai una novità. Noi, tuttavia, abbiamo una soluzione decisamente più appetitosa.

Sette amici, una birra e il fantasma della sovranità? * No, niente geopolitica da salotto: stavolta preferiamo sette chef, qualche fornello acceso e una competizione senza vittime, possibilmente con un buon risotto come bottino finale.


Una nostra lettrice ci domanda, con legittima curiosità, perché non ci occupiamo della guerra ibrida, argomento che in questi tempi sembra preoccupare non poco l’Italia e l’Europa intera. Domanda pertinente. La risposta, tuttavia, è meno sorprendente di quanto si possa immaginare: non ne abbiamo parlato perché, a ben guardare, la guerra ibrida non è affatto una scoperta dei nostri tempi. È piuttosto una vecchia conoscenza che, dopo aver cambiato abito più volte, ha finalmente ricevuto un nome sufficientemente moderno da meritare convegni, documenti strategici e qualche allarme in prima pagina.

Per chi non avesse ancora familiarità con il termine, la guerra ibrida consiste nell’impiego coordinato di strumenti militari e non militari per indebolire, destabilizzare o condizionare un avversario. Non soltanto cannoni, missili e carri armati, dunque, ma anche attacchi informatici, sabotaggi, pressioni economiche, propaganda, disinformazione, operazioni clandestine e interferenze nella vita politica e sociale. In altre parole, non si cerca necessariamente di abbattere una porta con un ariete: qualche volta è più conveniente convincere il padrone di casa che la porta non esiste, oppure che il vicino ne possiede una migliore.

La cosiddetta zona grigia è proprio questo territorio ambiguo, sospeso fra pace e conflitto, nel quale si può colpire senza dichiarare guerra, destabilizzare senza assumersi apertamente la responsabilità e seminare dubbi senza sparare un colpo. Una strategia raffinata, insomma. Peccato che non sia nuova.

Nihil sub sole novi, dicevano i latini: nulla di nuovo sotto il sole. Cambiano le tecnologie, si moltiplicano gli strumenti, ma la vocazione a indebolire il nemico anche fuori dal campo di battaglia accompagna la storia umana da tempo immemorabile. Già Napoleone, che di campagne militari se ne intendeva, aveva compreso l’importanza di controllare non soltanto i territori, ma anche le informazioni e l’opinione pubblica. Un interessante documento del 22 aprile 1806, tratto dai bollettini del ministro della Polizia generale Joseph Fouché, testimonia le raccomandazioni rivolte ai redattori dei giornali parigini: attenzione alle notizie provenienti dall’estero, responsabilità per quanto pubblicato e particolare cautela nella selezione degli articoli capaci di influenzare l’opinione pubblica.

Siamo nel 1806, non nel 2026. Niente social network, niente algoritmi, niente intelligenza artificiale. Eppure il problema era già lì: chi controlla l’informazione dispone di uno strumento di potere tutt’altro che trascurabile. La rivalità franco-britannica, del resto, non si combatteva soltanto sui campi di battaglia, ma anche attraverso embarghi, restrizioni commerciali, confische e propaganda. Una sorta di guerra multidimensionale ante litteram, con Fouché nel ruolo di moderatore dei contenuti, sebbene con metodi assai meno democratici di quelli che oggi ci augureremmo.

E Clausewitz, il celebre teorico militare prussiano, aveva già intuito il principio: ogni epoca ha la propria guerra, le proprie condizioni e i propri pregiudizi. Difficile dargli torto. Se fosse vissuto ai nostri giorni, probabilmente avrebbe aggiunto qualche riga sui satelliti, sui server e sui frigoriferi connessi alla rete. Perché, a quanto pare, nella guerra moderna non è più sufficiente temere il bombardamento: bisogna anche controllare che persino il frigorifero di casa non abbia sviluppato simpatie per il nemico!

Oggi i possibili bersagli comprendono le reti energetiche, le comunicazioni, i cavi sottomarini, i sistemi informatici, le infrastrutture strategiche e persino la fiducia dei cittadini nelle istituzioni. Si parla di sabotaggi, cyberattacchi, campagne di disinformazione, interferenze e provocazioni. E, naturalmente, di minacce che sfruttano ogni possibile vulnerabilità di una società. Non tutte le anomalie, però, sono attacchi nemici; non ogni disservizio nasconde un complotto e non ogni notizia sgradita è necessariamente propaganda. Anche la prudenza nell’attribuire responsabilità fa parte della difesa. Altrimenti, oltre alla guerra ibrida, rischiamo di inaugurare anche la paranoia integrata.

La NATO e l’Unione Europea, giustamente, studiano strategie di prevenzione e risposta, rafforzano la cooperazione e cercano di proteggere le infrastrutture e la resilienza delle società democratiche. Non è un esercizio accademico: la sicurezza di un Paese oggi dipende anche dalla capacità di difendere ciò che non si vede, ma da cui tutti dipendiamo. Fin qui, nulla da ridire. Anzi, sarebbe irresponsabile sottovalutare minacce che possono produrre conseguenze molto concrete.

Resta, tuttavia, una considerazione meno tecnologica e assai più antica: la guerra, qualunque nome le si attribuisca, rimane il contrario della pace. Papa Francesco ha più volte ricordato, con parole che non hanno bisogno di aggiornamenti, quanto ogni guerra lasci il mondo peggiore di come lo ha trovato. E c’è un particolare che meriterebbe maggiore attenzione. Sono spesso i vecchi a progettare le guerre nelle quali andranno a morire i giovani. Una consuetudine che resiste a ogni rivoluzione tecnologica e a ogni cambiamento di strategia. L’antico motto «armiamoci e partite» conserva purtroppo tutta la sua attualità. Sarebbe interessante vedere quanti conflitti troverebbero sostenitori se coloro che li decidono dovessero essere i primi a partire per il fronte. Forse, in quel caso, la diplomazia registrerebbe improvvisamente un’impennata di produttività.

Qualcuno sostiene persino che la guerra, per quanto brutta, abbia almeno il merito di abbattere la disoccupazione. Un ragionamento che potrebbe funzionare soltanto se si dimenticassero le macerie, i morti, le famiglie distrutte e il conto salatissimo che resta da pagare alle generazioni successive. Una curiosa forma di politica occupazionale, nella quale il posto di lavoro rischia di coincidere con una trincea.

E allora, consentiteci una piccola diserzione gastronomica. Se proprio dobbiamo accettare una guerra, preferiamo quella culinaria. Non quella della Guerra dei Roses, per intenderci – a colpi di padellate in testa e devastazioni domestiche – ma quella degli chef che si sfidano a colpi di creatività, tecnica e fantasia, come nel fortunato format internazionale Culinary Class Wars. Qui le generazioni si confrontano, le scuole di cucina si misurano e le tradizioni si contendono il primato. Si può perdere una competizione, ma difficilmente si perde la cena.

Naturalmente, anche in cucina esistono conflitti insanabili. La panna sulla carbonara, per esempio, potrebbe essere considerata un’aggressione alla sovranità gastronomica nazionale, con tanto di convocazione dell’ambasciatore e nota di protesta del Ministero della Tradizione. Ma niente sabotaggi, niente disinformazione, niente cyberattacchi ai forni e, soprattutto, nessuna mobilitazione militare per difendere il sacrosanto diritto all’amatriciana.

Insomma, lasciamo pure ai grandi strateghi la guerra convenzionale, quella asimmetrica e quella ibrida, con tutte le rispettive varianti. Noi continueremo a sostenere una politica estera decisamente più digeribile: diplomazia a tavola, disarmo dei commensali e libero scambio di ricette. Perché, a pensarci bene, se proprio l’umanità non riesce a rinunciare alla competizione, almeno impari a trasformarla in qualcosa di commestibile. E se alla fine qualcuno dovesse dichiararsi vincitore, che sia per il miglior piatto, non per il maggior numero di vittime.

La pace, possibilmente, si serve calda. E con un buon bicchiere di vino, senza bisogno di alcun trattato di non belligeranza.

Giuseppe Arnò

* Per chi si fosse perso la puntata precedente della nostra agorà: Vox populi, vox iustitiae?

* Foto by Google A.I. free copyright

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