Quando lo sport vince e la politica discute

NON SARÀ UN’AVVENTURA

Quando a parlare sono i risultati, il rumore della propaganda diventa soltanto un fastidioso sottofondo.

 

 

“Non sarà un’avventura”, cantava Lucio Battisti. E mai citazione fu più azzeccata per descrivere ciò che sta accadendo nello sport italiano.

No, non è un’avventura. Le avventure finiscono bene o finiscono male. Qui, invece, si raccolgono i frutti di anni di lavoro, di sacrifici silenziosi e di quella sana ostinazione che porta gli atleti ad allenarsi quando gli altri discutono.

A Parigi gli Europei degli sport acquatici stanno offrendo un copione che gli italiani leggono con crescente soddisfazione. In testa al medagliere, una pioggia di podi e la concreta sensazione che il meglio debba ancora arrivare.

La copertina, inevitabilmente, appartiene a Chiara Pellacani.

Cinque medaglie d’oro in una sola edizione degli Europei. Nessuno, prima di lei, c’era riuscito. L’ultimo capolavoro è arrivato nel sincro dal trampolino da tre metri insieme a Elisa Pizzini, ma ormai il problema non è più raccontare una vittoria. È trovare un aggettivo nuovo.

Forse Rita Pavone aveva già risolto la questione molti anni fa: “Come te non c’è nessuno.” E questa volta non è soltanto una canzone. È una fotografia.

Intanto gli Azzurri continuano a vincere in piscina, nei tuffi, nelle acque libere e nel nuoto artistico, confermando che l’Italia è ormai una potenza consolidata degli sport acquatici.

Poi si cambia scenario e compare Jannik Sinner.

Anche lui, curiosamente, parla pochissimo e lascia che siano le racchette a fare le conferenze stampa. Una cattiva abitudine per chi vive di slogan, ma una splendida qualità per chi vive di risultati.

Forse è proprio questa la differenza.

Lo sport non conosce maggioranze né opposizioni. Il cronometro non vota. Il giudice non partecipa ai talk show. Il tabellone non legge i social. Alla fine emette una sentenza e nessuno può presentare emendamenti.

Fuori dagli impianti, invece, ricomincia il campionato più seguito della Repubblica: quello delle interpretazioni.

Il Ponte sullo Stretto riceve l’ennesimo, importante via libera. Bene. È una notizia positiva e merita attenzione. Ma dopo mezzo secolo di annunci, plastici, rendering e solenni inaugurazioni… delle inaugurazioni, ci sia consentito un pizzico di prudenza. Torneremo ad entusiasmarci quando il primo operaio sporcherà di cemento il primo paio di scarponi. Nel frattempo il Ponte resta, soprattutto, un eccellente argomento da salotto televisivo.

Più delicato è il capitolo dedicato alla pandemia.

Giorgia Meloni ha sostenuto che ricostruire la verità non rappresenta un attacco politico, ma un diritto degli italiani.

È difficile contestare il principio. La verità dovrebbe essere come l’acqua potabile: disponibile per tutti, senza tessere di partito.

E invece assistiamo al curioso spettacolo di una verità che cambia colore a seconda di chi la racconta. C’è quella di governo, quella dell’opposizione, quella dei social, quella degli esperti, quella degli ex esperti e persino quella degli esperti degli esperti.

Alla fine resta soltanto una certezza: George Orwell aveva visto lungo quando scriveva che «in tempi di menzogna universale, dire la verità è un atto rivoluzionario.»

Fuori dai confini nazionali il panorama migliora? Nemmeno per sogno.

Washington racconta una storia. Teheran ne racconta un’altra. I comunicati sembrano uscire da due pianeti diversi. Ognuno dichiara di avere vinto, di avere colpito l’avversario e di avere la situazione perfettamente sotto controllo.

Nel frattempo il cittadino, telecomando alla mano, cambia canale nella speranza che almeno uno dica qualcosa di credibile.

L’ultima perla riguarda la presunta preoccupazione americana per le scorte di munizioni.

Davvero qualcuno immagina che il Presidente degli Stati Uniti convochi la stampa mondiale per informare anche gli avversari delle eventuali difficoltà logistiche? Sarebbe come vedere un giocatore di poker mostrare le proprie carte prima della distribuzione.

Naturalmente c’è sempre chi ci crede.

Ed è forse proprio questo il vero capolavoro del nostro tempo: non la capacità di costruire una notizia, ma quella di farla sembrare plausibile.

Il giornalismo, quello vero, dovrebbe rappresentare il vaccino contro questa epidemia di suggestioni. Talvolta, invece, sembra preferire il ruolo dell’amplificatore.

Mark Twain sorrideva affermando che il giornalista distingue il vero dal falso e poi pubblica il falso. Era una battuta. Oggi rischia di essere interpretata come una descrizione professionale.

Per fortuna esiste ancora lo sport.

Lì non servono spin doctor, influencer, algoritmi o uffici stampa particolarmente creativi. Basta arrivare primi.

Il resto sono chiacchiere. E le chiacchiere, fortunatamente, non salgono sul podio.

Montanelli, probabilmente, avrebbe osservato che una medaglia d’oro pesa sempre qualche etto. Una bugia, invece, pesa molto di più. Soprattutto quando, per sostenerla, occorre costruirne una seconda, una terza e una quarta. Finché la verità, con la pazienza che la contraddistingue, torna a fare ciò che ha sempre fatto: presentare il conto.

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