Porte aperte per tutti, purché abbiano sei zampe o un passaporto.

IL NAUFRAGAR NON È PIÙ DOLCE

Da Ceuta ai calabroni asiatici, l’Europa scopre di essere diventata il continente delle invasioni: umane, commerciali, ambientali. E mentre tutti discutono sul perché, qualcuno dovrebbe finalmente occuparsi del come.

 

di Giuseppe Arnò

 

 

«Così tra questa
immensità s’annega il pensier mio:
e il naufragar m’è dolce in questo mare».

Leopardi, naturalmente, parlava d’altro. E forse, vedendo i tempi nostri, avrebbe cambiato idea anche lui: qui non si tratta più di naufragare dolcemente nell’infinito, ma di rischiare di affogare sotto il peso delle questioni che nessuno riesce a governare.

A Ceuta, intanto, il mare non è più soltanto quello contemplato dal poeta. È diventato una frontiera, una speranza, una tragedia e, per le autorità spagnole, una gigantesca emergenza. In pochi giorni più di mille migranti sono arrivati nella città autonoma spagnola, molti dei quali a nuoto dal Marocco, mettendo sotto pressione strutture di accoglienza già al limite. La situazione è stata definita d’emergenza dalle autorità locali, mentre Madrid ha rafforzato il dispositivo di sicurezza.

E qui, con tutto il rispetto dovuto a ogni essere umano che affronta il mare per cercare un futuro migliore, bisogna pur dirlo: l’umanità non può essere amministrata con la geometria variabile dell’emergenza permanente.

Chi arriva ha una storia. Chi accoglie ha dei limiti. E chi governa dovrebbe avere una politica.

Il problema è che l’Europa, da tempo, sembra avere soprattutto dei comunicati stampa.

Ogni estate la storia si ripete, e ogni estate ci sorprendiamo come se il Mediterraneo avesse improvvisamente deciso di cambiare mestiere. A Ceuta arrivano persone, le strutture si riempiono, i servizi vanno in affanno e la politica convoca riunioni. Poi si attendono altre riunioni per decidere cosa fare delle prime riunioni.

Nel frattempo, il mare continua a fare il mare.

E l’Europa continua a fare l’Europa: ventisette Stati, ventisette sensibilità, ventisette ricette e, quando possibile, ventotto opinioni.

Il punto non è stabilire chi abbia torto o ragione con il pennarello ideologico. Il punto è molto più semplice: un fenomeno di dimensioni continentali non può essere lasciato sulle spalle dei Paesi che si trovano per primi sulla linea di frontiera.

La Spagna non può essere lasciata sola. L’Italia non può essere lasciata sola. La Grecia non può essere lasciata sola. E neppure il resto dell’Europa può pensare che il problema scompaia semplicemente spostandolo qualche centinaio di chilometri più in là.

Serve una politica comune, seria, realistica e soprattutto praticabile. Non una gara a chi pronuncia la parola più nobile, ma una strategia capace di conciliare umanità, sicurezza, legalità e sostenibilità.

Perché, diciamolo senza diplomazia da salotto: se l’Europa non decide chi può entrare, come può entrare e soprattutto quanti può accogliere, prima o poi saranno gli eventi a decidere per lei.

E gli eventi, si sa, non hanno mai avuto particolare simpatia per la democrazia.

Ma non sono soltanto gli esseri umani a viaggiare.

A quanto pare, abbiamo aperto le porte anche agli insetti.

Dalla Cina, infatti, non arrivano soltanto automobili elettriche, pannelli solari e merci a prezzi imbattibili. C’è anche chi, senza bisogno di visto, è riuscito a conquistarsi un posto nell’ecosistema europeo: il calabrone asiatico, Vespa velutina, specie invasiva ormai presente anche in Svizzera e capace di minacciare, tra l’altro, le colonie di api.

A questo punto viene da chiedersi se il Vecchio Continente non abbia adottato una nuova politica estera: porte aperte per tutti, purché abbiano sei zampe o un passaporto.

Naturalmente, il paragone è volutamente paradossale. Un essere umano non è un insetto e un migrante non è una specie invasiva. Ma la satira, quando è onesta, serve proprio a mettere in fila gli eccessi del nostro tempo per mostrarne l’assurdità.

Così, mentre discutiamo di frontiere, clima, sovrappopolazione, guerre, inquinamento e crisi demografiche, la vecchia Europa assomiglia sempre più a un condominio nel quale tutti hanno le chiavi dell’ingresso, ma nessuno sa più chi sia l’amministratore.

E quando qualcuno propone di convocare l’assemblea condominiale, si scopre che metà degli inquilini è in ferie, un quarto è contrario per principio e gli altri stanno ancora cercando il regolamento.

Il risultato è che rischiamo di affogare tutti.

Gli uni nel Mediterraneo.
Gli altri nelle emergenze.
Altri ancora nei debiti, nella paura, nell’impotenza politica.

E, magari, qualcuno pure punto dal calabrone asiatico.

La questione migratoria non si risolve con il buonismo, ma neppure con il disprezzo. Si risolve governandola. E governare significa anche avere il coraggio di stabilire regole, farle rispettare e assumersi la responsabilità delle proprie decisioni.

Gli Stati europei, se vogliono continuare a chiamarsi Unione, dovrebbero ricordarsi che l’unione non consiste nel condividere soltanto la moneta, i mercati e i vertici di Bruxelles: consiste anche nel condividere le responsabilità.

Chi non lo capisce può continuare a vivere tranquillamente nel proprio piccolo mondo nazionale. Ma sarebbe bene ricordargli che il Mediterraneo non conosce i confini amministrativi e che le crisi, oggi, viaggiano molto più velocemente delle burocrazie.

Quanto a noi, continuiamo pure a citare Leopardi.

Purché, questa volta, non ci tocchi davvero naufragare.

E qui, con il dovuto rispetto per il poeta e per la ragione, viene in mente una vecchia regola di buon senso: quando la barca imbarca acqua, non si discute sul colore del secchio. Si comincia a svuotarla.

Altrimenti, prima o poi, non resteranno più né invasori né invasi.

Soltanto naufraghi.

E magari qualche calabrone.

*
Foto archivio Lagazzetta

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