Pochi, ma buoni

Quando la politica scambia la quantità per qualità, il conto lo pagano sempre i cittadini.

di Giuseppe Arnò

Ci sono appuntamenti che non hanno bisogno di convocazioni ufficiali. Bastano un orologio, una piazza e qualche sedia all’ombra. Così, puntualmente, alle cinque della sera – senza alcun riferimento al celebre lamento di García Lorca – ci ritroviamo nell’agorà del paese che mi ospita. È il nostro piccolo Parlamento all’aria aperta: nessun usciere, nessun ordine del giorno, nessuna votazione elettronica. Solo caffè, buon senso e quella libertà di parola che, paradossalmente, fuori dai palazzi sembra respirare meglio.

Il gruppo è composto da persone avanti negli anni. I più fortunati sfoggiano ancora una dignitosa chioma bianca; gli altri compensano con una lucida calvizie, segno che i capelli, come certe illusioni, a un certo punto decidono di andarsene.

Nell’antica Grecia l’agorà era il cuore della polis, il luogo dove si discutevano i destini della città. La nostra ambizione è infinitamente più modesta: cerchiamo di capire perché il mondo sembri aver perso il libretto d’istruzioni.

Talvolta la discussione prende spunto da qualche mio articolo. Altre volte basta una notizia per accendere il dibattito. Stavolta il fiammifero lo ha acceso Yiannis, vecchio amico di origine greca e politologo per passione, uno di quelli che prima di parlare riflette e, proprio per questo, parla poco.

Tra un espresso e l’altro ha lanciato una provocazione destinata a far discutere.

«Per governare un Paese servono davvero centinaia di parlamentari?»

Domanda semplice. Risposta complicata.

Yiannis ricordava che nell’antica Roma il potere fu affidato, in diverse occasioni, a triumvirati. Tre persone, non trecento. Da lì il salto ai giorni nostri è stato inevitabile.

Dal 2022 il Parlamento italiano conta 400 deputati e 200 senatori elettivi, ai quali si aggiungono i senatori a vita e gli ex Presidenti della Repubblica. Una riduzione rispetto al passato, certamente. Ma, osservava lui con l’aria di chi ha già fatto i conti, perché non osare di più?

«Riduciamoli del novanta per cento.»

Silenzio. Poi qualche sorriso.

La provocazione, tuttavia, aveva una sua logica. Meno persone significano, almeno in teoria, meno sovrapposizioni, meno interminabili discussioni, meno sedute trasformate in spettacolo televisivo e, soprattutto, meno costi a carico dei contribuenti.

Del resto, nelle grandi assemblee succede spesso una curiosa magia matematica: parlano sempre gli stessi, protestano sempre gli stessi, litigano sempre gli stessi. Gli altri, con encomiabile compostezza, completano la scenografia. Una sorta di coro greco, ma con stipendio.

Il ragionamento si è poi allargato ad altri organismi, sindacati compresi, dove talvolta la forza dei numeri sembra prevalere sull’efficacia delle idee. Per manifestare un dissenso non occorre riempire chilometri di cortei: bastano persone credibili, argomenti solidi e obiettivi chiari. Il resto è spesso coreografia.

Naturalmente nessuno auspica una democrazia in miniatura o un potere concentrato in poche mani. La rappresentanza rimane un pilastro irrinunciabile. Ma una domanda continua a ronzare come una zanzara nelle sere d’estate: siamo proprio sicuri che una macchina pubblica sempre più grande produca automaticamente risultati migliori?

La storia insegna quasi il contrario.

Le organizzazioni efficienti premiano il merito, non il numero. Le aziende funzionano quando eliminano le inutili duplicazioni. Le famiglie sopravvivono grazie a chi fa, non a chi discute. E persino le orchestre hanno bisogno di pochi direttori e di molti musicisti che sappiano leggere lo spartito.

Alla fine il nostro improvvisato Parlamento di piazza è arrivato, senza votazioni elettroniche né fiducia, a un’unica conclusione: la qualità vale infinitamente più della quantità.

Avere valore significa assumersi responsabilità.

George Bernard Shaw sosteneva che «il valore di una persona dipende dal numero di cose delle quali si vergogna».

A quel punto uno degli amici, con il cinismo che solo l’età sa rendere elegante, ha sussurrato:

«Bella frase… ma siamo sicuri che esista ancora qualcuno disposto a vergognarsi?»

Forse la risposta l’aveva già data Daniel Defoe: «L’uomo non si vergogna di peccare, ma si vergogna di pentirsi.»

Ecco il vero problema. Non quanti siano i parlamentari, i consiglieri, i funzionari o i dirigenti. Ma quanti, tra loro, conservino ancora il coraggio di riconoscere un errore e il pudore di correggerlo.

Montanelli avrebbe probabilmente sorriso davanti a questa nostra agorà di provincia. Poi avrebbe annotato, con la sua consueta perfidia, che le democrazie non soffrono per la scarsità degli eletti, ma per l’abbondanza degli inutili. E gli inutili, purtroppo, hanno una straordinaria capacità: riescono sempre a votare l’aumento delle sedie prima ancora di dimostrare di meritarsene una.

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