I padroni del mondo

Azionisti di maggioranza del pianeta, amministratori delegati dell’Apocalisse e soci litigiosi della geopolitica globale

Una volta il mondo lo governavano gli imperatori. Poi arrivarono i presidenti, i premier, i segretari di partito, i banchieri centrali e i proprietari delle piattaforme digitali. Oggi, a guardare bene, il pianeta assomiglia sempre più a una gigantesca holding internazionale dove pochi uomini, quasi tutti convinti di essere indispensabili alla Storia, controllano quote rilevanti dell’economia reale, delle risorse energetiche, delle rotte commerciali, dei microchip, delle guerre e perfino delle paure collettive.

La commedia globale potrebbe tranquillamente intitolarsi “I padroni del mondo”.
Una pièce tragicomica in più atti, con attori principali che si detestano cordialmente, si sorridono con sospetto e si stringono la mano controllando contemporaneamente dove l’altro tenga il coltello.

Sul palco, naturalmente, siedono i protagonisti maggiori.

Da una parte Xi Jinping, l’uomo che governa la fabbrica del mondo con la calma di un monaco buddista e la pazienza di un giocatore di Go. Xi non alza quasi mai la voce. Non ne ha bisogno. Chi controlla manifattura, terre rare, logistica globale, debito africano e buona parte della tecnologia industriale occidentale può permettersi il lusso del tono pacato. Sun Tzu, probabilmente, gli farebbe da addetto stampa.

Accanto a lui, in posizione leggermente meno comoda della poltrona ufficiale, siede Vladimir Putin, ex zar del gas europeo, oggi costretto a trasformare la Russia da superpotenza temuta a socio strategico con clausole scritte in mandarino. Il Cremlino conserva testate nucleari, immense risorse naturali e una tradizione geopolitica da vecchia scuola sovietica; ma la guerra ucraina ha prodotto un effetto collaterale che Mosca fatica ad ammettere: l’orso russo è diventato economicamente dipendente dal dragone cinese.

È il classico matrimonio di convenienza.
Uno porta il petrolio, l’altro porta i soldi.
Uno porta i missili, l’altro i semiconduttori.
Entrambi portano rancori verso l’Occidente.

La scena è quasi tenera: Putin cerca rassicurazioni, Xi distribuisce sorrisi calibrati come un direttore di banca che rinnova il fido a un cliente storicamente insolvente. L’amicizia eterna tra i due assomiglia molto a quelle società commerciali dove il socio di minoranza continua a ripetere “siamo alla pari”, mentre l’altro firma gli assegni.

Nel frattempo, sul lato occidentale del teatro, ricompare Donald Trump, uomo che considera la geopolitica una combinazione tra un casinò di Atlantic City e una trattativa immobiliare a Manhattan. Trump non vuole esportare democrazia: preferisce esportare dazi, pressioni commerciali e slogan. Ha capito una cosa che a Bruxelles ancora discutono in commissione da sette anni: il potere non ama le sfumature burocratiche.

Gli europei, infatti, partecipano alla rappresentazione come nobili decaduti seduti nei palchi laterali. Possiedono ancora ricchezza, tecnologia, cultura e mercati; ma litigano sulla curvatura ecologica del cetriolo mentre gli altri si spartiscono miniere africane, corridoi energetici e intelligenza artificiale.

L’Europa somiglia a un aristocratico veneziano del Settecento: elegantissimo, colto, moralmente superiore e irrilevante nelle guerre vere.

Intanto, dietro le quinte, avanzano comprimari inquietanti.
Kim Jong-un gioca al piccolo piromane nucleare asiatico, sapendo che ogni suo missile aumenta il valore strategico della sua sopravvivenza. I monarchi del Golfo trattano petrolio e diplomazia come broker finanziari del deserto. L’India osserva tutti con crescente ambizione, mentre le grandi multinazionali tecnologiche hanno ormai bilanci superiori al PIL di molti Stati sovrani.

Ed è qui che la commedia smette di far ridere.

Perché i cosiddetti “padroni del mondo” controllano oggi non soltanto eserciti o monete, ma catene alimentari, energia, dati personali, comunicazione globale e perfino il modo in cui le persone percepiscono la realtà. Non governano più soltanto territori: amministrano dipendenze.

La vecchia geopolitica parlava di confini.
Quella moderna parla di chip, gasdotti, satelliti, algoritmi e rotte marittime.

Il paradosso è che questi uomini, apparentemente onnipotenti, sembrano tutti dominati dalla stessa paura: perdere il controllo.
Xi teme l’accerchiamento americano.
Putin teme il declino russo.
Trump teme di non vincere abbastanza.
L’Europa teme qualunque decisione comporti responsabilità.

E così il pianeta procede come una gigantesca riunione di condominio nucleare dove ciascuno sospetta che l’altro voglia rubargli il garage.

Naturalmente nessuno vuole davvero l’Apocalisse. Sarebbe pessima per i mercati. Ma tutti continuano ad avvicinarsi al burrone con la prudenza di un ubriaco convinto di avere ottimi riflessi.

Alla fine, viene quasi nostalgia dei vecchi statisti che almeno fingevano di parlare di civiltà, pace e futuro dell’umanità. Oggi il lessico internazionale pare quello di un consiglio d’amministrazione litigioso: quote di influenza, leverage energetico, deterrenza strategica, contenimento competitivo. Traduzione a senso: “comando io”.

Eppure la Storia, che è donna ironica e vendicativa, ha sempre avuto un vizio fastidioso: ridimensionare gli uomini che si credono indispensabili.

Napoleone finì a Sant’Elena.
L’Unione Sovietica nei libri di storia.
Gli imperi coloniali nei musei.
Perfino i faraoni, alla lunga, sono diventati attrazioni turistiche.

Per questo il vero problema non è capire chi siano i padroni del mondo.
È capire quanto dureranno prima che il mondo presenti loro il conto.

Montanelli avrebbe forse chiuso con una cattiveria elegante: gli uomini passano la vita tentando di governare il pianeta, salvo poi scoprire che non riescono nemmeno a governare le proprie paure.

Giuseppe Arnò

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Foto: by Canva ad.

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