Tra lo Zar che pausa per sfilare e il tycoon che cambia idea prima del caffè, l’Europa scopre che la coerenza è merce rara e la fiducia un bene esaurito

C’è qualcosa di poeticamente moderno nella tregua annunciata da Vladimir Putin per il 9 maggio: un armistizio a tempo, come i parcheggi in centro. Giusto il necessario per far sfilare carri armati e retorica sotto le tribune, poi si può tornare alla normalità, cioè alla guerra.
Kiev, con una sobrietà che sa di realismo più che di speranza, rilancia chiedendo un cessate il fuoco duraturo. Traduzione: non una pausa pubblicitaria, ma almeno un tentativo di cambiare canale. Il problema è che, nel grande teatro internazionale, gli attori principali sembrano aver smarrito il copione, o peggio, recitano improvvisando.
Da una parte c’è lo Zar, che parla di pace mentre misura i centimetri del fronte. Dall’altra Donald Trump, che nel tempo di una dichiarazione riesce a smentire quella precedente e a preannunciare la successiva. Ritirare truppe, aumentare dazi, punire alleati: una geopolitica a intermittenza, più simile a un reality che a una strategia.
L’Europa, nel mezzo, osserva con l’aria di chi ha prestato fiducia e non ricorda più a chi chiederla indietro. Per anni ha coltivato relazioni, trattati, equilibri. Oggi si ritrova a fare i conti con interlocutori che considerano la parola data come un suggerimento, non un impegno.
Del resto, la letteratura sulla fiducia tradita è più affollata delle cancellerie. E già Papa Giovanni Paolo II metteva in guardia: la fiducia non si proclama, si costruisce. A giudicare dai fatti, siamo ancora al cantiere, con lavori fermi e impalcature traballanti.
Nel frattempo, mentre gli occhi restano puntati su Mosca e Washington, Xi Jinping osserva in silenzio. E, come spesso accade, chi parla meno prende appunti migliori.
Si dice che tra i due litiganti il terzo goda. Ma qui i litiganti non litigano davvero: contrattano, minacciano, ritrattano. E il terzo, paziente, aspetta.
L’Europa, invece, dovrebbe smettere di aspettare. Perché la fiducia, quando si consuma, non si rinnova con una dichiarazione congiunta. E nemmeno con una parata ben riuscita.
Si rinnova con serietà. Che, di questi tempi, è l’unica cosa davvero fuori mercato.
di Redazione
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Foto: archivio Lagazzetta italo-brasiliana
