Quando la paura del cambiamento vota “No” e la volpe ringrazia, con discrezione

C’era una volta, direbbe Esopo, una fattoria ordinata e un po’ distratta. Le galline razzolavano, i cani sonnecchiavano e, tra una piuma e l’altra, si aggirava lei: la volpe. Non proprio un ospite gradito, ma nemmeno una sorpresa. Così, per mettere ordine alle cose, gli animali decisero di indire un referendum: ridurre o no il numero delle volpi?
Le galline votarono “No”.
E già qui la favola, più che morale, si fa cronaca.
Qualcuno, anni fa, ci aveva persino scherzato sopra: “la gallina non è un animale intelligente…”, cantavano Cochi e Renato. Ma, si sa, la satira anticipa spesso la realtà e la realtà, con zelo, la conferma.
Passa il tempo e dalla Agence France-Presse arriva una notizia che sembra scritta da un favolista con vena noir: in Bretagna, alla scuola agricola Le Gros Chêne, una volpe tenta di entrare nel pollaio. Le galline, questa volta, si coalizzano e la beccano a morte. Fine della predatrice, almeno per quel giorno.
Morale apparente: quando si svegliano, anche le galline sanno difendersi.
Morale reale: sarebbe stato meglio svegliarsi prima.
E veniamo a noi. Il recente referendum sulla giustizia si è concluso con la vittoria del “No”, seppur di misura. Una decisione legittima, per carità, perché, come ha ricordato Giorgia Meloni, la sovranità appartiene al popolo. Ma proprio per questo, quando il popolo sceglie di non cambiare, non sempre è il caso di stappare bottiglie.
Anzi.
Perché dietro quel “No” non c’è una vittoria: c’è una rinuncia. Non un trionfo, ma un rinvio. Una di quelle occasioni che passano, salutano e difficilmente tornano con lo stesso garbo. Modernizzare la giustizia non è un capriccio da riformisti annoiati, ma una necessità che si rimanda solo a proprio rischio.
Le galline, nella favola, votarono contro la riduzione delle volpi. Poi, quando la volpe arrivò davvero, dovettero arrangiarsi con il becco e con il panico. E vinsero, sì. Ma a caro prezzo e senza aver imparato la lezione nel momento giusto.
Ecco perché, più che festeggiare, bisognerebbe interrogarsi. Come suggeriva Henry Ford, l’errore è un’opportunità per diventare più intelligenti. Purché lo si riconosca.
Altrimenti resta solo la soddisfazione di aver evitato il cambiamento. Che è un po’ come chiudere gli occhi davanti alla volpe e dichiararsi al sicuro.
Funziona.
Fino a quando non si sente bussare al pollaio.
Giuseppe Arnò
