Altro che sovraniste: queste sono state Olimpiadi da sballo, con medaglie al posto delle polemiche e il tricolore a fare da calmante nazionale.
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Qualcuno le ha definite “sovraniste”. Noi, più sobriamente, le chiameremmo “trionfalmente terapeutiche”. Perché se è vero che ogni evento sportivo diventa terreno di scontro ideologico, queste Olimpiadi hanno avuto il merito di zittire, almeno per qualche giorno, oppositori, uccelli del malaugurio, sobillatori professionisti e commentatori da tastiera con l’elmetto incorporato.
Si è detto che fossero la supremazia del governo di destra contro tutti. Forse. O forse sono state semplicemente la supremazia dell’organizzazione sull’improvvisazione, della volontà sulla lamentazione, del lavoro sul chiacchiericcio. Gli attentatori sono stati isolati, i disordini sventati, la sicurezza impeccabile: un applauso, senza ironia, alle forze dell’ordine e al sistema che ha retto senza scricchiolare.
L’Italia meloniana, piaccia o no l’aggettivo, ha sbancato il medagliere. E le nostre atlete, in particolare, hanno fatto piazza pulita con una grazia che definire agonistica è riduttivo: hanno gareggiato con la leggerezza di chi sa che dietro ogni salto, ogni corsa, ogni stoccata c’è un Paese che ha bisogno di sorridere. E gli italiani hanno sorriso. Anche il tifosissimo presidente Sergio Mattarella, per una volta, ha potuto applaudire senza doversi preoccupare di un decreto o di un ricorso.
Per qualche settimana, la droga delle diatribe politico-giudiziarie è stata sostituita da un più sano entusiasmo collettivo. L’orgoglio nazionale, come ricordava il pittore Ugo Bernasconi, è una fiammata che fa cenere di tutto. E in effetti ha incenerito avversari, polemiche e perfino i talk show più litigiosi.
“Volere è potere”, ripetiamo con candore quasi sospetto. E se Madre Teresa di Calcutta ci ricorda che la volontà è l’unica cosa che Dio non ci toglie, allora prendiamola sul serio: abbiamo dimostrato di saper vincere nello sport. Ora proviamo a vincere anche nelle infrastrutture, nella scuola, nella giustizia, nell’Europa che ci osserva con quell’aria tra il curioso e il diffidente.
Italia, Europa, campo largo o stretto che sia: datevi da fare. Perché le medaglie luccicano, ma non governano. E se il buono deve prevalere sul maligno, come diciamo con enfasi olimpica, ricordiamoci che il maligno non sta mai in tribuna: spesso siede in prima fila, applaude e aspetta il prossimo errore.
E allora sì, volere è potere. Ma volere bene al Paese è ancora meglio.
di Redazione
