Dario Antiseri, l’eretico liberale

Il viandante contro i sacerdoti della certezza
Dario Antiseri e l’arte, pericolosa e civile, di dubitare

x

x

C’è un silenzio particolare che scende quando muore un uomo che ha passato la vita a fare domande. Non è il silenzio dell’assenza: è quello, più inquieto, lasciato dai punti interrogativi. Con Dario Antiseri, scomparso nella sua casa di Cesi di Terni nella notte tra l’11 e il 12 febbraio, se ne va un viandante del dubbio. E i viandanti, si sa, non lasciano monumenti: lasciano sentieri.

Nato in Umbria, figlio di un operaio e di una madre che lavorava nei campi, Antiseri non aveva l’aria del mandarino accademico. Aveva quella cordialità franca che non chiede il pedigree delle idee prima di discuterle. Studiò a Perugia, poi a Vienna, Münster, Oxford. A Vienna incontrò Karl Popper nel 1964: ne rimase colpito non tanto dall’autorità del maestro, quanto dalla limpidezza del metodo. Nessuna verità blindata. Nessuna teoria intoccabile. Solo ipotesi, argomenti, confutazioni.

In un’Italia che negli anni Settanta parlava con accento statalista e citava Marx come un catechismo laico, Antiseri ebbe l’ardire di tradurre e diffondere La società aperta e i suoi nemici. Non fu un’operazione di moda, ma di minoranza. Convincere un editore a pubblicare Popper nel 1973, con vent’anni di ritardo, richiese più ostinazione che diplomazia. Ma senza quella ostinazione il lessico della “società aperta” sarebbe rimasto un forestierismo.

Amava ripetere che la linea di confine non passa tra destra e sinistra, categorie buone per i talk show, ma tra liberali e statalisti. Tra chi accetta la competizione come motore imperfetto ma fecondo e chi sogna un regista onnisciente dietro le quinte della storia. Fece conoscere Mises e Hayek quando bastava nominarli per essere sospettati di eresia economica. E non smise mai di ricordare che l’uomo è fallibile: dunque nessuno dovrebbe detenere un potere senza controllo.

Cattolico convinto, era però allergico all’integralismo. Il suo libro più discusso lo dichiarava senza infingimenti: Cristiano perché relativista, relativista perché cristiano. Per Antiseri il relativismo non era un pantano morale, ma la presa d’atto del limite umano. La fede, sosteneva, non nasce da una dimostrazione matematica ma da una scelta libera. E la libertà presuppone la possibilità dell’errore. Un ragionamento troppo lineare per piacere ai custodi delle certezze prefabbricate.

Insegnò a Padova negli anni in cui l’Autonomia operaia alzava il tono, e talvolta le mani. Confessò di aver avuto paura. Non cambiò idea. Alla Luiss formò generazioni di studenti in Metodologia delle scienze sociali, con la convinzione che la filosofia non fosse un esercizio ornamentale, ma un’educazione al controllo critico del potere. Rifiutò l’offerta di un seggio parlamentare: preferiva giudicare la politica piuttosto che abitarla.

Difese il latino e il greco come ginnastica del pensiero. Propose il buono scuola per introdurre concorrenza nell’istruzione. Lanciò uno slogan che oggi suona come un rimprovero: “più filologia nel mondo di Google”. In tempi di opinioni urlate, chiedeva testi letti con lentezza.

Il suo ultimo libro, I dubbi del viandante, è il titolo più fedele alla sua biografia. Antiseri non abitò mai nei palazzi del dogma. Preferì le strade polverose del confronto. E forse è per questo che non fu mai davvero “organico” a nessun campo: troppo liberale per gli statalisti, troppo relativista per gli integralisti, troppo credente per i laicisti militanti.

Oggi molti ne lodano il professore, il divulgatore, il costruttore di ponti. Bene. Ma l’omaggio più sincero sarebbe un altro: accettare che nessuna idea, neppure la propria, sia al riparo dalla critica.

Perché il problema non sono i dubbi. Il problema sono le certezze che non tollerano domande. Antiseri lo sapeva. E per questo dava fastidio.

Ora che il viandante ha terminato il cammino, resta una tentazione tutta italiana: trasformarlo in statua. Sarebbe il modo più elegante per tradirlo. Meglio lasciarlo dove è sempre stato: sulla strada, a ricordarci che la verità non si possiede. Si cerca. E chi dice di averla trovata, di solito, ha smesso di cercare.

Giuseppe Arnò

Subscribe
Notificami
guest

0 Comentários
Inline Feedbacks
View all comments
NOTIZIE CORRELATE

Vedi anche

LE NOMINATION AL PREMIO GIÀ RACCONTANO IL FUTURO DELL’ECCELLENZA ITALIANA  CI SI PREPARA A WASHINGTON DC ALLA XII EDIZIONE     .

27.08.2024 – San Paolo L’assemblea ordinaria dell’ASIB (Associazione Stampa Italiana in Brasile) si è tenuta il 27 agosto presso la.

“Chi ha paura non può essere libero, chi ha paura non può amare.” Papa Francesco La morte di Papa Francesco.