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Nuovi imperi, vecchie regole e un continente che legge ancora il manuale d’istruzioni del Novecento
Chiamatela guerra dei troni, anno degli imperi o semplicemente ritorno alla realtà: la sostanza non cambia. Ucraina, Venezuela, Cuba, ora l’Iran. E già che ci siamo, buttiamoci dentro anche la Groenlandia, che fa sempre scena. Territori e Stati messi sull’attenti dall’imperatore di turno o dallo zar di professione, con le buone parole quando avanzano, con le cattive quando servono.
Nel secolo scorso, ci raccontiamo per dormire meglio, queste cose non accadevano. O almeno facevamo finta di non vederle. Oggi invece il mondo gira così: il diritto internazionale arranca, la morale resta in tribuna e il buon moralista, quello da salotto riscaldato, può solo assistere esterrefatto, stringendo tra le mani un codice ormai fuori edizione.
L’Europa osserva, prende appunti, biasima e dissente. Altro non potrebbe fare. E quando anche decidesse di fare qualcosa, molto probabilmente il mondo sarebbe già passato al capitolo successivo. È ancora ancorata alle leggi del passato, mentre il presente cambia regolamento a partita in corso. A conforto di questo giudizio basti pensare ai quasi vent’anni necessari, salvo nuovi scrupoli dell’ultima ora, per arrivare a una firma sul trattato con il Mercosur. Un tempo geologico, più che politico.
L’Italia, dal canto suo, cammina accanto a Trump, ma senza potergli reggere sempre il passo. Non potrà appoggiare ogni sua mossa e prima o poi il contrasto arriverà. E poi? Poi continuerà, anche controvoglia, a seguire la scia statunitense. Non per affetto, ma per sopravvivenza. Perché Cina e Russia, diciamolo senza ipocrisie, non sono esattamente la famiglia ideale consigliata dai genetisti a poveri orfani geopolitici come noi. La nostra consanguineità è stata rilevata con gli americani, non con gli asiatici.
Intanto la battaglia continua. Trump, dopo il Venezuela, mira a rafforzare il contenimento dell’influenza di Pechino sulle infrastrutture strategiche globali. Nel mirino finisce anche il porto del Pireo, uno dei nodi principali del Mediterraneo, oggi sotto il controllo del colosso cinese Cosco. Partite enormi, da imperi veri. Partite alle quali l’Europa non partecipa per mancanza di mezzi, ma soprattutto di unità.
Basti pensare alla Groenlandia: Francia e Germania, con l’appoggio dell’Inghilterra (che non è più Ue, ma ogni tanto passa a salutare), si sono dette disponibili a inviare contingenti militari per difenderne l’integrità nazionale e mandare un segnale a Trump. E l’Europa? Dov’è l’Europa quando si critica e si sbraita? Appunto: si critica e si sbraita.
Viene allora in mente una celebre espressione tratta dalla poesia Agli eroissimi, di fine Ottocento: “Armiamoci e partite.” Un capolavoro di sintesi che descrive perfettamente lo spirito del tempo europeo.
Eppure, ogni fine è anche un inizio. Ma a patto di cambiare. Perché, come ricordava il buon Darwin, che di selezione qualcosa ne capiva, non è la specie più forte a sopravvivere, né la più intelligente, ma quella più capace di adattarsi ai cambiamenti.
L’Europa, per ora, li osserva. Seduta. In pantofole. E con il manuale sbagliato aperto sulle ginocchia.
di Redazione

