Meglio in cielo che in terra?

Quando vivere quaggiù è diventato uno sport estremo

Tra guerre, dazi, svitati globali e manovre deliranti, lo spazio appare sempre più come l’unico condominio ancora silenzioso. Per ora.

 

 

C’è chi dice che la vita sia bella perché varia; qui è così varia che viene voglia di chiedere il modulo per il trasferimento su un altro pianeta. Ogni giorno si accavallano problemi come panni stesi in un cortile di ringhiera: chi li vuole asciutti, chi bagnati, chi li strappa solo per fare confusione. E quando anche per miracolo non ci fossero problemi, tranquilli: c’è sempre qualcuno disposto a inventarne di nuovi, per non perdere il ritmo di questa danza macabra del quotidiano.
Un mondo di matti, insomma, e per di più senza neanche più i manicomi: capaci di contenerne forse una frazione minuscola, una micronazione di svitati rispetto alla repubblica di squinternati che popola il pianeta.

Così, davanti a questo VII Cerchio dantesco trasformato in residence permanente, il pensiero corre inevitabile: non sarebbe meglio prendere il volo?
E infatti si lavora, guarda caso, a pieno ritmo per lasciare questa terra con educata discrezione. Non solo per scienza, ovvio: sospetto che qualcuno stia già pianificando la via di fuga prima che l’umanità, con la sua consueta abilità, riesca a sfasciare anche l’ultimo angolo abitabile del globo.

Il terzo satellite Cosmo-SkyMed, fresco di partenza da Roma verso lo spazio via California, ne è la prova migliore. È il frutto della triade ministero della Difesa–ASI–industria nazionale, una sinfonia di radar ad altissima risoluzione e tecnologie duali che confermano, miracolo!, la buona salute della filiera italiana guidata da Leonardo, Thales Alenia Space, Telespazio ed e-Geos.
Teodoro Valente, presidente ASI, gongola giustamente: l’Italia è il Paese europeo con il maggior ritorno sugli investimenti ESA e rafforza la cooperazione internazionale. Insomma: nello spazio, italiani con la testa sulle spalle. Un contesto talmente sano che verrebbe voglia di salirci subito, prima che ci raggiungano le follie umane che finora, lassù, non hanno ancora attecchito.

Perché quaggiù?
Quaggiù è una corrida permanente: i dazi di Trump che girano come una giostra, i fantasmi di Epstein che tornano con carte e supposizioni, la Manovra 2026 che già litiga con se stessa, Zelensky che combatte i corrotti del proprio governo mentre combatte il resto del mondo, la COP30 assediata da folle che denunciano l’ennesimo festival delle parole vuote, Usa che minacciano il Venezuela, Venezuela che minaccia il buon senso, Russia, Cina, e via recitando in una commedia senza intervallo.
Tutti nervosi, tutti protagonisti, tutti pronti a tirare la miccia.

A stonare nel coro solo Papa Leone XIV, che ricevendo artisti e produttori ha difeso l’arte nobile dei film educativi. Una carezza in un mondo di schiaffi. Ma l’eccezione, si sa, conferma la regola: è tutto un fiorire di svitati, squinternati e matti da legare. Intanto migliaia di esseri umani continuano a morire ogni giorno, in guerra e in pace, per indigenza o per puro caso; e l’indomani il copione si ripete, preciso come un orologio svizzero.

In questo quadro, lo spazio appare sempre più come l’unico posto in cui la terra non brucia sotto i piedi. Un condominio silenzioso, pulito, senza assemblee condominiali né vicini litigiosi.
Però, mi raccomando, se un giorno dovessimo davvero trasferirci tutti lassù… speriamo che qualcuno perda, per strada, la chiave della Terra. Così, almeno, evitiamo che ricomincino a romperci anche su Marte.

Giuseppe Arnò

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