Erasmus, il complotto del secolo (secondo qualcuno)

Quando un soggiorno studio diventa una cospirazione planetaria per smarrire i poveri studenti europei

Eccoci, l’Erasmus. Quel programma nato per far incontrare culture, lingue e, inutile negarlo, anche qualche flirt internazionale. Ma per alcuni non è altro che un oscuro progetto di ingegneria sociale: un piano ordito dalle segrete stanze di Bruxelles per strappare i giovani dalle loro radici e trasformarli in vagabondi cosmopoliti, con tanto di zaino in spalla e birra in mano.

Il teorema è chiaro: dietro un biglietto low cost per Barcellona non c’è un’esperienza universitaria, ma la “ortopedizzazione delle menti” e lo “spaesamento generalizzato”. Insomma, ti iscrivi a un corso di lingue e ti ritrovi a essere agente inconsapevole di un nuovo ordine mondiale. Più o meno la trama di un film di fantascienza di serie B, con la differenza che qui i cattivi non hanno nemmeno il gusto di indossare un mantello nero.

La realtà, purtroppo per i dietrologi, è assai meno spettacolare. L’Erasmus è un banale scambio studentesco: si presenta la domanda, si fa la graduatoria, si parte se si viene selezionati. Nessuno ti infila di nascosto in un pullman diretto a Varsavia per lavarti il cervello. Se uno studente non vuole partecipare, resta a casa, libero di seguire il corso di “Diritto Romano” per la terza volta.

E poi, parliamoci chiaro: di scambi ce ne sono sempre stati. Artisti, ricercatori, volontari, persino i missionari. Oggi c’è puranco lo scambio di coppia. Ma guai, invece, a mandare un ragazzo a fare un semestre a Lisbona: quello sì che dev’essere il segreto piano per distruggere l’identità nazionale!

I fondi? Ci sono, e non sono esattamente il bottino del secolo: qualche centinaio di euro al mese che, tra affitti, trasporti e caffè, bastano giusto a insegnare la nobile arte del sopravvivere. Altro che indottrinamento: è un addestramento alla resilienza economica!

Dunque, cari amanti della cospirazione, respirate profondamente. Non tutto è un piano massonico. L’Erasmus non vi ruberà i figli né li trasformerà in globetrotter senza patria. Al massimo, li renderà capaci di dire “buongiorno” in tre lingue diverse e di cucinare una paella decente.

E se questo è il prezzo della “sradicalizzazione”, direi che possiamo anche correre il rischio.

di Redazione

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