“Cacio e fake: cronache dall’estero dove la carbonara ha la panna e il tiramisù… il tofu”


Dalla BBC ai ristoranti USA, passando per le “meatballs” e il “Romano cheese”: la cucina italiana nel mondo viene reinterpretata come un karaoke stonato. E noi? Fingiamo disinvoltura mentre si consumano crimini culinari da codice penale gastronomico.


Chi l’ha detto che per distruggere una civiltà servano guerre o carestie? Basta mandare in onda una ricetta sbagliata di cacio e pepe, condita da burro, parmigiano e – orrore! – panna doppia, come ha fatto recentemente la BBC. È il nuovo colonialismo: quello gastronomico.

La notizia ha scatenato un putiferio sulle sponde del Tevere, dove i custodi della romanità culinaria hanno subito impugnato forchette e comunicati stampa. Claudio Pica di Fiepet-Confesercenti, indignato come un prete davanti a un matrimonio rockabilly, ha preteso e ottenuto una rettifica dall’augusta emittente britannica. Ma il danno era fatto: un’intera generazione di spettatori d’oltremanica rischiava di crescere credendo che “pecorino romano DOP” fosse un personaggio di Downton Abbey.

E non è un caso isolato. Secondo Coldiretti, più della metà degli italiani in viaggio ha assistito, almeno una volta, al delitto della tradizione culinaria nazionale. Parliamo di piatti italiani rivisitati con una creatività degna di un laboratorio di bioingegneria in crisi d’identità.

Il pesto? Con noci, mandorle, pistacchi e formaggio “cheese-like”.
La cotoletta alla milanese? Di pollo, fritta in olio di semi e probabilmente triste.
La caprese? Un festival del formaggio plastificato.
La pasta alla Norma? Spogliata della ricotta salata come un turista tedesco a Ferragosto.
Il tiramisù? A base di yogurt greco e biscotti secchi (chiamiamo l’Aja).

Ma la punta dell’iceberg, anzi, del parmigiano (falso), resta sempre lei: la “pasta with meatballs”. Questo mostro gastronomico, partorito dalla fantasia hollywoodiana, ha ormai conquistato il mondo, come se Totò, Peppino e Sophia Loren non fossero mai esistiti.

E vogliamo parlare degli spaghetti alla bolognese? Un piatto che a Bologna nessuno ha mai visto davvero, ma che in Inghilterra è servito come sacro Graal della tradizione italiana. Una fake news impiattata con finta passione e abbondante sugo.

Dietro queste “innocenti” rivisitazioni si nasconde una truffa da 120 miliardi di euro: è l’agropirateria, signori. Altro che pirati dei Caraibi: questi usano il grembiule al posto della benda sull’occhio. Copiano formaggi, salumi, oli, vini, e li vendono come “Made in Italy” a ignari consumatori che pensano che “Mozarella” sia solo un errore di battitura.

E in tutto questo, la colpa non è solo degli stranieri. Se in tanti preferiscono il “Romano cheese” (fatto con latte vaccino, anatema!), forse è anche perché da anni si tagliano i fondi a scuola, e nessuno insegna la differenza tra un pecorino e un formaggio fuso.

E allora qual è la soluzione? Confesercenti propone corsi di formazione con istituzioni, scuole alberghiere e chef patriottici. Perché sì, servono maestri che insegnino ai giovani come si manteca, non come si copia e incolla da TikTok.

Nel frattempo, il povero turista italiano all’estero dovrà continuare a difendersi come può, tra spaghetti scotti, basilico surgelato e crostini all’aglio spacciati per bruschetta. Resistere, cucinare, educare: il tricolore si difende anche a colpi di grattugia.


Famolo bono, famolo vero, famolo italiano. Perché il made in Italy, quello vero, non ha bisogno di panna. Ha bisogno di rispetto. E magari anche di una DOP sul passaporto.

Di Redazione

Copyright foto: stampaitalianainbrasile.com.br

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