Altro che psicoanalisi: in Italia basta una padella, un filo d’olio e tre amici affamati.
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C’è chi cerca l’illuminazione in Tibet e chi la trova davanti a un piatto di spaghetti fumanti. Noi italiani apparteniamo, fortunatamente, alla seconda categoria. Federico Fellini, che di umanità se ne intendeva, diceva che la vita è una combinazione di pasta e magia. Aveva ragione: la pasta è la nostra religione laica, il rito collettivo che unisce santi, navigatori e impiegati postali.
E poi c’è lei: la spaghettata di mezzanotte, la più sincera delle funzioni liturgiche. Nasce da un “dai, buttiamo giù qualcosa” e finisce in epifania. È il comfort food del popolo: democratica, economica, terapeutica. In dieci minuti restituisce senso alla giornata e dignità all’anima.
Durante il World Pasta Day ci hanno ricordato che siamo i primi al mondo per produzione e consumo. Notizia sensazionale, certo, come dire che i francesi bevono vino e gli inglesi non sanno cucinare. Il nostro primato è scritto nel DNA: provate a togliere la pasta a un italiano e otterrete una sommossa più seria di qualsiasi riforma fiscale.
Gli esperti di nutrizione, dopo anni di guerre ideologiche, hanno finalmente deposto le armi: la pasta non ingrassa, non ruba il sonno e, se ben condita, migliora perfino l’umore. Secondo gli ultimi sondaggi, l’80% degli italiani non vuole nemmeno sentir parlare di rinunciarvi. Il restante 20%, probabilmente, è ancora intrappolato in qualche dieta nordica a base di semi e tristezza.
E allora eccola, la pasta aglio, olio e peperoncino: l’eroina delle notti insonni, l’amica dei cronotipi serotini e dei poeti in cerca d’ispirazione. Tre ingredienti, dieci minuti, e un risultato che nessuna psicoterapia potrà mai eguagliare.
Perché, in fondo, la nostra forza sta tutta lì: in un piatto che non ha bisogno di traduzioni, né di pretese. Quando nel silenzio della notte sfrigola l’olio e il profumo del peperoncino si diffonde in cucina, l’Italia, quella vera, è ancora sveglia. E felice.
E guai a chi osa toccare la spaghettata: non è un piatto, è un’identità. E forse, l’unica cosa che ci tiene ancora uniti.
di Redazione
