Sanremo 2026, seconda serata tra lacrime e risate

Lauro commuove l’Ariston, Lillo lo scompiglia: in top five Paradiso, Lda-Aka 7even, Nayt, Fedez-Masini ed Ermal Meta

 

La seconda serata del Festival di Sanremo prova a invertire la rotta degli ascolti e si muove come una maratona ben cronometrata da Carlo Conti: ritmo serrato, emozioni calibrate, qualche rischio calcolato.

Il momento più intenso arriva quando Achille Lauro, accompagnato dal soprano Valentina Gargano e da un coro di venti elementi, porta sul palco Perdutamente, omaggio alle vittime di Crans-Montana. L’Ariston si spegne, trattiene il fiato, ascolta. “Se può aver confortato anche solo una persona, era un dovere”, dice Lauro. E per una volta il Festival smette di essere spettacolo e diventa raccoglimento.

Ad aprire la gara dei Big è Patty Pravo, regale in velluto rosso rubino. Sfilano poi LDA e Aka 7even, Enrico Nigiotti, Tommaso Paradiso, Elettra Lamborghini (alle prese con insonni “festini bilaterali”), Ermal Meta che dedica Stella stellina ai bambini vittime di Gaza, Levante, le Bambole di Pezza, Chiello, J-Ax, Nayt, Fulminacci, Fedez & Masini, Dargen D’Amico e Ditonellapiaga.

A fine serata, nella top five (senza ordine di piazzamento) entrano Tommaso Paradiso, Lda & Aka 7even, Nayt, Fedez & Masini ed Ermal Meta: un mix di generazioni e stili che fotografa la geografia attuale del pop italiano.

Spazio anche alle Nuove Proposte, con l’incoraggiamento di Laura Pausini (“non abbiate paura e go go”), e il pass per la finale a Filippucci e Angelica Bove. Emozione personale per Gianluca Gazzoli, che ricorda la madre nel giorno del suo compleanno: Sanremo, ogni tanto, concede anche questi cortocircuiti tra palco e vita.

Sul fronte spettacolo, la quota comicità è affidata a Lillo Petrolo, che gioca a smontare il cerimoniale festivaliero tra finte introduzioni solenni e improbabili coreografie di galleria. E se qualcuno temeva la noia, Lillo ha provveduto a sabotarla con metodo.

Momento amarcord con il premio alla carriera a Fausto Leali, accolto da una standing ovation: 82 anni portati con orgoglio e una memoria che riporta al Festival in bianco e nero dal Casinò. Un ponte tra epoche, quando la canzone aveva meno effetti speciali e più voce.

In platea e sul palco anche lo sport, in ideale staffetta con Milano-Cortina, e il Coro dell’Anffas a dare nuova sostanza a Si può dare di più.

Sanremo resta questo: un luogo dove si può piangere per una canzone, ridere per una battuta, discutere per una classifica. E mentre i numeri degli ascolti vengono vivisezionati come un bilancio statale, l’Ariston continua a fare il suo mestiere antico: raccontare l’Italia che canta, che polemizza, che si commuove.

Perché alla fine il Festival non è mai solo una gara. È uno specchio. E lo specchio, si sa, non mente: al massimo stona.

Giuseppe Arnò

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