C’è un mondo che respira a fatica dentro una grammatica della contrapposizione, dove il dissenso diventa scomunica civile e l’avversario un nemico da schiacciare, come ammoniscono cronache e analisi sul clima di rancore e sugli abusi del linguaggio che alimentano sfiducia e divisioni.
È importante interrogarsi sul senso della convivenza trovando nel «rispetto» la parola-chiave per respirare insieme, antidoto al disprezzo e allo spregio che alimentano la spirale dell’odio. Recuperare il dialogo non significa anestetizzare il conflitto, ma civilizzarlo entro quelle «regole del gioco» che tutelano minoranze e alternanza e impediscono alla forza di travestirsi da diritto, come ammoniva Norberto Bobbio.
La democrazia è un’architettura di procedure e virtù, e la più esposta è l’etica della parola: ogni frase è un atto, può ferire o ricucire, incendiare o illuminare, e la scelta della misura spetta a chi guida l’opinione e la contesa. Jurgen Habermas chiama «sfera pubblica» lo spazio in cui le opinioni si formano esponendosi alla prova delle ragioni, e dove l’autorità nasce dalla miglior argomentazione disponibile, non dal volume della voce né dagli algoritmi che premiano l’indignazione.
Se la mediatizzazione estrema e la fretta binaria inibiscono il pensiero complesso e l’empatia, come segnalano le analisi su giovani e piattaforme digitali, tocca alla politica e ai corpi intermedi ricostruire luoghi e tempi della deliberazione, sottraendo il discorso civile alla tirannia dell’impulso.
C’è un lessico che può rinnovare il patto: la fraternità e l’amicizia sociale di “Fratelli tutti”, la terza enciclica di Papa Francesco, che trasformano l’altro da ostacolo a prossimità, chiedendo mediazione, cura delle ferite e progetti comuni.
È la stessa bussola che orienta gli appelli di Papa Leone perché taccia la violenza e prevalga il diritto umanitario, nel Medio Oriente come in ogni conflitto che avvelena le nostre piazze e le nostre case. Il principio del limite – nelle parole, nel potere, nelle semplificazioni – non comprime la libertà: la rende condivisibile, salvando la pluralità dal collasso e restituendo alla politica il rango di arte civile.
Per questo l’auspicio è semplice e radicale: che le parole tornino ponti e non pietre, sobrie e vere, capaci di riconoscere la dignità dell’altro anche nel dissenso più aspro. Che la sfera pubblica ridia cittadinanza all’argomentazione, alla verifica e alla complessità, sottraendo il dibattito alla seduzione delle caricature. Che istituzioni, media e corpi intermedi ritrovino la loro vocazione educativa, formando al conflitto regolato e alla responsabilità discorsiva. Che fraternità e amicizia sociale diventino criteri silenziosi ma operativi delle scelte, a casa nostra e oltre i confini. Che il limite – giuridico, retorico, politico – sia riconosciuto come condizione della libertà comune, non come sua negazione.
Solo così la democrazia tornerà luogo respirabile, ferma senza essere feroce e forte perché mite, capace di trasformare la conflittualità in energia civica e la differenza in risorsa.
CAMERA DEI DEPUTATI
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