L’Europa si svuota, l’Italia emigra e intanto altri riempiono i vuoti: serve una politica di rimpatrio e tecnologia, non di illusione.
È ufficiale: in Europa ormai ci sono più funerali che battesimi. E non si tratta di una macabra metafora, ma di dati Eurostat ripresi in coro da Guardian, Corriere e persino da Carlo Cottarelli, che con aria da bravo professore universitario ci ricorda l’ovvio: entro il 2100 perderemo fino a un terzo degli abitanti. In pratica, l’Europa del futuro sarà un museo a cielo aperto con più guide turistiche che cittadini.
Ora, qualcuno la chiama “sostituzione demografica”, qualcun altro preferisce dire “ricambio generazionale multietnico”. Ma al netto delle ipocrisie, i numeri sono lì: gli italiani partono, gli stranieri arrivano. Dal 2008 al 2016 più di mezzo milione di nostri connazionali se n’è andato a cercar fortuna all’estero, mentre nello stesso tempo il Belpaese si popolava di centinaia di migliaia di immigrati. Non è un teorema della destra, è un’equazione dell’anagrafe.
Il paradosso? Quando Lollobrigida, Meloni e Salvini lo dissero a microfono acceso, vennero bollati come catastrofisti da talk-show e salotti buoni. Ora che lo scrive il Corriere con i grafici di Eurostat, improvvisamente diventa “scienza”. Strano Paese, l’Italia: crede più a Cottarelli che alle statistiche ufficiali.
Eppure, una via d’uscita ci sarebbe. Invece di farci sostituire, potremmo provare a sostituire noi stessi. Come? Con una politica seria di rimpatrio degli italiani all’estero, che non sono pochi, quasi sei milioni, magari incentivandoli con sgravi, agevolazioni e (perché no) un po’ di amor patrio. Al posto di dire “venite pure tutti”, potremmo dire “tornate a casa voi”.
Certo, resta il problema della manodopera. Ma qui la tecnologia non è un nemico: robotica, intelligenza artificiale e automazione potrebbero coprire gran parte delle braccia mancanti, senza per questo trasformare il Paese in un call center del terzo mondo. Del resto, se possiamo avere auto che si guidano da sole, possiamo anche avere trattori intelligenti, infermieri digitali e catene di montaggio senza catene.
Insomma, la “sostituzione etnica” non è fantascienza: è la realtà di oggi. Ma la risposta non deve essere l’inerzia fatalista dell’Europa-museo, né l’illusione che l’Africa ci pagherà le pensioni. Piuttosto, una politica di rimpatrio e innovazione tecnologica potrebbe diventare la linea guida di un’Europa che vuole ancora esistere nel 2100.
O, in alternativa, possiamo restare fermi e consolarci con l’idea che “più morti che vivi” sia una buona notizia per il pianeta. Almeno, così risparmieremo sulle culle.
Giuseppe Arnò
