Destino globale, profezie antiche e il ritorno della forza nel diritto internazionale

C’è chi invoca Nostradamus e chi brandisce i trattati. Ma quando il mondo torna a misurarsi con la guerra, la linea che separa il diritto dalla forza diventa sottile come non mai.
«Quando Marte governerà il suo cammino tra le stelle, il sangue umano cospargerà il santuario. Tre fuochi si levano dai lati orientali, mentre quello occidentale perde la sua luce nel silenzio».
Così profetizzava Nostradamus. E oggi, tra conflitti dichiarati e tensioni latenti, quelle parole sembrano più una diagnosi che una visione.
La storia insegna che l’ordine del mondo non nasce mai dal caso. Già in Platone e Aristotele, il concetto di nomos, l’ordine che nasce dalla misurazione e dalla localizzazione, aveva iniziato a perdere il suo significato originario. Rimaneva, tuttavia, l’eco di un’idea fondamentale: il diritto come espressione concreta di uno spazio organizzato, prima ancora che come norma astratta. Da lì in poi, il nomos avrebbe intrapreso la strada che lo avrebbe condotto a coincidere con la legge, separandosi progressivamente dal territorio.
Non è un dettaglio accademico. La suddivisione del globo, così come la conosciamo, venne formalmente stabilita alla fine del Quattrocento da papa Alessandro VI. In quel contesto nacque un diritto internazionale che legittimava la conquista del Nuovo Mondo attraverso il concetto di guerra giusta. Una categoria che non misurava la legittimità del conflitto sulla base dei mezzi o degli obiettivi, ma sull’appartenenza religiosa: guerra lecita se combattuta contro chi non apparteneva alla Chiesa.
Le crociate e le guerre di missione erano, eo ipso, guerre giuste. La distinzione era netta: faida tra popoli cristiani da un lato, conflitto legittimo contro il “non cristiano” dall’altro. Prendere, spartire, coltivare: tre verbi che hanno scandito la costruzione dell’ordine mondiale per secoli.
Con il Novecento, quell’ordine viene formalmente superato. La comunità internazionale afferma principi opposti: sovranità territoriale, integrità dei confini, uguaglianza tra Stati. Gli Accordi di Helsinki del 1972, l’articolo 1 del Trattato NATO e soprattutto la Carta delle Nazioni Unite, all’articolo 2, paragrafo 4, impongono agli Stati di astenersi dalla minaccia o dall’uso della forza contro l’integrità territoriale o l’indipendenza politica di qualsiasi altro Stato.
Non solo. L’aggressione viene qualificata come illecito internazionale dalla Risoluzione n. 3314 dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite del 1974, e successivamente riconosciuta dalla Corte Internazionale di Giustizia nella storica sentenza del 1986 nella controversia tra Nicaragua e Stati Uniti. Il passo definitivo arriva con gli emendamenti di Kampala del 2010 allo Statuto della Corte Penale Internazionale, entrati in vigore nel 2012: l’“aggressione internazionale” diventa un crimine, definito con precisione come l’uso della forza armata contro la sovranità, l’integrità territoriale o l’indipendenza politica di un altro Stato, in violazione della Carta dell’ONU.
Eppure, il ritorno della guerra come strumento politico riapre una domanda antica: siamo ancora dentro questo sistema di regole, o stiamo scivolando verso un nuovo nomos globale, non ancora scritto?
La scelta è tutt’altro che neutrale. Mantenere fermi valori e parametri consolidati della convivenza internazionale, oppure optare per orientamenti nuovi, dagli effetti ancora incerti ma certamente dirompenti, spetta a ciascuno Stato e ai suoi organi competenti. È una scelta che definisce non solo le alleanze, ma la natura stessa dell’ordine mondiale che verrà.
Pirata o partigiano, aggressore o difensore: le etichette cambiano a seconda del punto di vista. Ma quando Marte torna a governare il cammino delle stelle, il rischio è che, ancora una volta, sia la forza, e non il diritto, a scrivere la mappa del mondo.
Mimmo Leonetti

