L’Europa nella paura, tra giganti in corsa e demoni che bussano alle porte

 

“La paura è sempre disposta a veder le cose più brutte di quel che sono.”
— Tito Livio

L’Europa sembra oggi prigioniera di un’emozione che ne guida i passi più della ragione: la paura. Non la paura che spinge a difendere valori, popoli e territori, ma quella che paralizza, che consuma energie, che impedisce di vedere oltre il proprio naso. È la paura di restare indietro, di non contare più, di essere trascinata in conflitti che non controlla e di dover fronteggiare crisi interne che non riesce a risolvere.

La paura europea

Negli ultimi vent’anni l’Unione Europea ha affrontato una sequenza quasi ininterrotta di shock: la crisi finanziaria del 2008, la crisi dei debiti sovrani, l’ondata migratoria del 2015, la pandemia, l’invasione russa dell’Ucraina, le tensioni energetiche e ora l’incubo di un’erosione irreversibile della propria competitività economica.

Ogni volta, Bruxelles e i governi nazionali hanno dato risposte lente, contraddittorie e spesso frutto di compromessi al ribasso. Non è un caso se la percezione diffusa tra i cittadini europei è che l’UE viva difendendosi più che costruendo. Difendersi dalle crisi, difendersi dai populismi interni, difendersi dalle pressioni esterne.

E mentre l’Europa si muove a fatica, altri corrono.

La Cina in piena espansione

Se c’è un attore che incarna il contrario della paura, quello è la Cina. In trent’anni ha saputo trasformarsi da gigante dormiente a protagonista globale, muovendosi con una combinazione di aggressività e astuzia.

La sua Nuova Via della Seta (Belt and Road Initiative) è ormai presente in oltre 140 Paesi, e gli investimenti cinesi in Africa, Medio Oriente e Sud America hanno ridisegnato equilibri geopolitici che l’Europa non ha nemmeno tentato di contrastare.

A livello tecnologico, Pechino è ormai leader in settori strategici: intelligenza artificiale, 5G, semiconduttori, batterie elettriche. Nonostante i tentativi americani ed europei di contenere questa crescita, la Cina continua a espandere la sua influenza. Xi Jinping non chiede consenso: annuncia, agisce e consolida.

Per l’Europa, questo scenario è doppiamente minaccioso:

  • rischia di diventare mercato passivo dei prodotti cinesi, senza capacità di difendere la propria industria;
  • si ritrova a dipendere proprio da Pechino per materie prime critiche, energia e tecnologie indispensabili alla transizione verde.

Il messaggio è chiaro: mentre l’UE discute di quote e regole, la Cina si prende lo spazio.

L’orco del Cremlino

E poi c’è Vladimir Putin, descritto dalle cancellerie occidentali come un orco che ha riportato l’Europa nell’incubo della guerra. L’immagine funziona mediaticamente: semplifica il conflitto, polarizza le opinioni, crea un “nemico perfetto”.

Ma questa narrazione rischia di essere pericolosamente riduttiva. La Russia, con tutte le sue responsabilità nell’aggressione all’Ucraina, non è un Paese isolato come sperava l’Occidente.

  • Non lo è sul piano economico, grazie ai rapporti con Cina, India e molti Paesi africani.
  • Non lo è sul piano politico, perché il suo discorso anti-occidentale trova ascolto in regioni del mondo che vedono in Mosca una forza alternativa all’egemonia americana ed europea.

L’orco, insomma, non solo sopravvive, ma si muove ancora con efficacia. Mentre l’UE investe miliardi nel sostegno a Kiev, non riesce a dare ai cittadini europei risposte convincenti sull’aumento dei costi dell’energia, sull’inflazione, sulle conseguenze di una guerra che sembra senza fine.

Così, l’orco non spaventa solo sul campo di battaglia: spaventa soprattutto perché svela le fragilità europee.

Hamas a Venezia

E mentre il quadro internazionale preme dall’esterno, dentro i confini europei si muovono ombre più sottili ma non meno insidiose. Hamas — simbolo per molti del terrorismo mediorientale — “si diverte a Venezia”.

L’immagine, volutamente provocatoria, racconta la leggerezza con cui cellule o simpatizzanti possono radicarsi e muoversi in Europa. Militanti o fiancheggiatori che passeggiano indistinguibili dai turisti, tra calli e canali, mostrano un’Europa che non riesce a proteggere le proprie città.

Il problema non è soltanto quello della sicurezza: è la percezione che organizzazioni ostili possano sfruttare le debolezze interne — divisioni politiche, conflitti culturali, mancanza di strategie comuni — per trasformare il continente in terreno di gioco.

A Venezia, come a Berlino, Parigi o Bruxelles, la paura non è solo quella di attentati. È quella di una fragilità identitaria che rende l’Europa vulnerabile a chiunque sappia usarla come arma.

Italia in totale decrescita e in pieno panico

Dentro questo scenario, l’Italia rappresenta forse l’anello più fragile della catena europea. Con una crescita economica vicina allo zero, un debito pubblico enorme e un tessuto produttivo che fatica a competere, il Paese vive una condizione di totale decrescita.

La popolazione invecchia rapidamente, i giovani emigrano, gli investimenti stranieri rallentano. La produttività ristagna da oltre vent’anni, e le grandi occasioni di rilancio — come il PNRR — rischiano di essere sprecate in mille rivoli di burocrazia e clientelismi.

Il risultato è un panico diffuso: panico dei cittadini, che temono per il futuro delle famiglie; panico della politica, incapace di proporre una visione di lungo periodo; panico delle imprese, strette tra tasse, concorrenza globale e mancanza di infrastrutture adeguate.

L’Italia, da culla del Rinascimento e cuore dell’Europa mediterranea, oggi appare come un Paese sospeso, che guarda più ai sondaggi del momento che alle sfide strategiche.

Il cortocircuito della paura

In questo mosaico, la paura diventa un cortocircuito:

  • paura della Cina che avanza, ma incapacità di proporre alternative economiche;
  • paura della Russia che minaccia, ma impossibilità di costruire una difesa autonoma;
  • paura del terrorismo che si insinua, ma mancanza di coesione interna per affrontarlo;
  • paura perfino del futuro, che si traduce in paralisi politica;
  • paura in Italia, dove la decrescita economica diventa terreno fertile per sfiducia e conflitti sociali.

Il rischio più grande è che l’Europa smetta di pensare in grande, perdendo il coraggio delle visioni di lungo periodo e rifugiandosi in un eterno presente fatto di emergenze e compromessi.

Uscire dalla paura

Eppure, la storia insegna che la paura può anche essere motore di cambiamento. Tito Livio la descriveva come un sentimento che vede le cose peggiori di quel che sono; ma proprio questa esasperazione può diventare stimolo a reagire.

L’Europa ha risorse, competenze, cultura e una popolazione tra le più istruite al mondo. Ha un potere economico che, se coordinato, potrebbe competere con quello di Cina e Stati Uniti. Ha una tradizione di diritti e libertà che, se difesa con convinzione, resta punto di riferimento globale.

Ciò che manca è la volontà politica di superare la logica difensiva. Servirebbe una visione unitaria, capace di dire non solo cosa l’UE vuole evitare, ma soprattutto cosa vuole costruire: in campo energetico, militare, tecnologico, culturale.

Senza questa svolta, la paura continuerà a guidare l’Europa, e i giganti del mondo continueranno a correre lasciandola indietro.

Conclusione

Il futuro del continente si gioca su un crinale sottile: o l’Europa saprà trasformare la paura in occasione di risveglio, o resterà prigioniera delle proprie debolezze.

Nel frattempo, la Cina espande i suoi orizzonti, Putin continua a muoversi come l’orco che nessuno riesce a fermare, Hamas sembra divertirsi sulle nostre fragilità, e l’Italia scivola in una decrescita che genera panico.

La paura, da sola, non salva nessuno. Può solo paralizzare.

Se l’Unione Europea vuole tornare protagonista della storia, deve imparare a guardare i giganti negli occhi e smettere di tremare.

Carlo Di Stanislao

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