Perché “di Redazione”

È una domanda che mi viene rivolta con garbo e una punta di curiosità: perché alcuni articoli non portano la mia firma, ma quella più discreta e collettiva di Redazione?
La risposta è semplice, e forse persino banale. Scrivo molto. Scrivo ogni giorno. Firmare tutto, sempre, rischierebbe di dare l’impressione non di una voce che riflette, ma di una mano che non sa fermarsi. Tra vocazione e grafomania il confine è sottile, e ogni tanto è salutare arretrare di un passo.
C’è poi un dato che mi lusinga e mi rassicura: molti lettori riconoscono lo stile prima ancora del nome. Ed è giusto così. Quando una scrittura ha un’impronta riconoscibile, la firma diventa un accessorio, non un sigillo di garanzia. Alcuni testi non hanno bisogno di essere firmati: si dichiarano da soli, come certe lettere scritte a mano che non richiedono mittente.
Infine, ed è il punto che più conta, credo che l’attenzione debba restare sull’opera, non sull’autore. La creazione viene prima della targhetta. Caravaggio firmava poco, talvolta per nulla, ma la luce era inconfondibile. E nessuno, a distanza di secoli, si è mai chiesto chi avesse tenuto il pennello.
Quando serve, dunque, firmo. Quando non serve, lascio parlare il testo.
Il resto è rumore tipografico.
Giuseppe Arnò
